Cronaca Nera
Garlasco, Stasi in carcere e quei test negativi rimasti nel cassetto: bufera su Garofano. «Noi del Ris non abbiamo sbagliato»
Per anni Luciano Garofano ha difeso senza esitazioni il lavoro del Ris: «Non abbiamo commesso errori». Ora emergono due controanalisi negative effettuate nel 2007 sul campione dei pedali della bicicletta di Alberto Stasi e mai riportate nella relazione. Lui è stato sentito dalla Procura e la domanda che incendia il caso è una sola: chi sapeva?
Per quasi vent’anni Luciano Garofano ha rappresentato nell’immaginario degli italiani l’uomo che faceva parlare le prove. Il generale del Ris, lo scienziato con la divisa, il volto televisivo delle investigazioni scientifiche, quello convinto che «il delitto perfetto non esiste» perché prima o poi una traccia, una cellula, una goccia di sangue o una molecola di Dna raccontano ciò che è accaduto. Oggi, però, proprio una prova scientifica torna a bussare alla porta del reparto che comandava e apre un interrogativo enorme su uno degli elementi entrati nell’indagine che avrebbe portato, molti anni dopo, alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi.
La nuova indagine della Procura di Pavia ha infatti riportato alla luce dai dati grezzi del 2007 l’esistenza di due analisi genetiche di controllo effettuate sul campione prelevato dai pedali della bicicletta di Stasi. Entrambe diedero esito negativo. Il giorno precedente, sullo stesso estratto, il Ris aveva invece ottenuto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi. La contraddizione era dunque già lì, dentro quei risultati, e oggi i consulenti della Procura sostengono che avrebbe meritato ulteriori approfondimenti.
Il problema è che di quelle due controanalisi negative, nella relazione del Ris che entrò nell’indagine, non c’era traccia. Ed è questo il punto che oggi fa esplodere la rabbia: perché? Chi conosceva quei risultati? Per quale motivo non vennero riportati insieme agli altri? E quanto sarebbe cambiata la storia giudiziaria di Alberto Stasi se quella contraddizione fosse stata messa immediatamente sul tavolo?
«Noi del Ris non abbiamo commesso errori»
Sono domande che rendono inevitabilmente pesantissime alcune dichiarazioni pronunciate negli anni proprio da Garofano. Nel 2009, dopo la prima assoluzione di Alberto Stasi, l’allora comandante del Ris difese il lavoro del proprio reparto senza lasciare molto spazio ai dubbi: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori. Tutte le procedure sono state eseguite correttamente».
Una sicurezza che non è venuta meno neppure quando, molti anni dopo, la nuova inchiesta di Pavia ha cominciato a smontare e rimontare le vecchie indagini pezzo per pezzo. Garofano ha continuato a rivendicare il lavoro svolto dai suoi uomini: «Io, come ex comandante del Ris, sono assolutamente convinto del lavoro pregevole fatto dai miei collaboratori. Poi si può sbagliare, questo è umano. Ma non credo che noi abbiamo sbagliato».
Adesso, però, quelle parole devono fare i conti con due risultati che non rappresentano una voce, un sospetto dei social o una delle infinite teorie nate attorno al delitto di Garlasco. Quei test esistevano ed erano negativi. I consulenti della Procura ne hanno confermato l’esistenza e hanno rilevato che il contrasto tra il primo risultato e le due successive analisi avrebbe richiesto un approfondimento.
Questo non significa che quei due test dimostrino automaticamente l’innocenza di Stasi, né permette di sostenere che Garofano li abbia personalmente nascosti. Ma significa che qualcuno dovrà finalmente spiegare perché una contraddizione scientifica di tale importanza non trovò spazio nella relazione che raccontava gli accertamenti sui pedali.
Garofano parlò proprio di quei pedali, ma dei due test negativi non disse nulla
La vicenda diventa ancora più difficile da ignorare rileggendo ciò che lo stesso Garofano scriveva soltanto pochi mesi fa parlando proprio della bicicletta di Alberto Stasi. L’ex comandante ricostruiva minuziosamente il lavoro effettuato dal Ris: i pedali erano stati esaminati con le luci forensi, poi con il luminol e con il Combur test. Le prime verifiche avevano dato esito negativo, mentre successive analisi al microscopio avevano consentito di individuare nove microtracce, otto delle quali avevano reagito positivamente al Combur test.
Garofano ricordava anche il dato diventato uno dei punti più discussi del caso: 2,78 nanogrammi per microlitro di Dna attribuito a Chiara Poggi. Nella sua ricostruzione, tuttavia, non comparivano le due successive analisi genetiche del 20 settembre 2007, effettuate sullo stesso campione e risultate negative.
Sono state le nuove verifiche sui dati grezzi a riportarle alla luce. I consulenti della difesa di Stasi le hanno individuate e hanno sostenuto che quei risultati avrebbero potuto avere un peso enorme già durante le indagini originarie. I consulenti della Procura ne hanno successivamente confermato l’esistenza, pur senza concludere che bastino, da soli, a dimostrare l’innocenza dell’ex bocconiano.
La distinzione è fondamentale dal punto di vista giudiziario, ma non cancella il problema che oggi investe il lavoro del Ris. Se un primo esame indicava un risultato e due controlli successivi ne indicavano uno differente, quella contraddizione esisteva nel 2007, non è nata oggi. E Alberto Stasi, nel frattempo, è stato processato, condannato definitivamente a sedici anni e ha trascorso anni della propria vita in carcere.
Chi sapeva dell’esistenza di quei due test?
È qui che la vicenda smette di essere soltanto una disputa tra genetisti e diventa una questione di responsabilità. Non sappiamo ancora chi fosse a conoscenza delle due analisi negative, chi valutò quei risultati e perché non comparvero nella relazione. Non sappiamo neppure, allo stato degli accertamenti resi pubblici, se Garofano ne fosse personalmente informato.
Ma Garofano comandava il Ris di Parma e per anni ha difeso pubblicamente il lavoro svolto dal reparto sul caso Garlasco. Per questo oggi le domande arrivano inevitabilmente anche a lui, tanto che la Procura di Pavia lo ha sentito insieme ad altri militari che parteciparono agli accertamenti del 2007.
L’ex generale è stato ascoltato come persona informata sui fatti e non risulta indagato. È una distinzione essenziale, perché nessuno può trasformare un interrogatorio testimoniale in una condanna anticipata. Ma sarebbe altrettanto assurdo fingere che non esista un problema enorme da chiarire: due test negativi furono effettuati, e nella relazione non vennero riportati.
La domanda, quindi, non può essere liquidata con una nuova rassicurazione sul buon lavoro del Ris. Bisogna capire chi vide quei risultati, come li interpretò e perché non ritenne necessario darne conto.
Da simbolo della scientifica al caso che mette sotto esame il suo Ris
La biografia di Garofano rende questa storia ancora più clamorosa. Nato a Roma 73 anni fa e figlio di un ufficiale dei carabinieri, inizialmente sognava di fare il medico. Scelse Biologia, si laureò alla Sapienza e si specializzò in Tossicologia forense. Nel 1977, durante il servizio militare, visitò il Centro carabinieri investigazioni scientifiche e raccontò in seguito che fu «amore a prima vista».
Da quel momento costruì una carriera che lo avrebbe trasformato nel volto più riconoscibile dell’investigazione scientifica italiana. Nel 1995 arrivò alla guida del Ris di Parma e attraversò alcuni dei casi di cronaca nera più importanti del Paese, da Cogne a Novi Ligure, da Erba a Donato Bilancia, passando per Unabomber e il mistero della contessa Vacca Agusta.
Garofano diventò così il simbolo di una nuova stagione investigativa nella quale il laboratorio sembrava poter offrire risposte definitive là dove testimonianze e interrogatori fallivano. Le persone possono mentire, le prove scientifiche no, è stata per anni la convinzione che ha accompagnato quella stagione. Ma le prove non parlano da sole: qualcuno deve raccoglierle, analizzarle, interpretarle e soprattutto riportarne correttamente i risultati, compresi quelli che contraddicono le conclusioni precedenti.
Ed è esattamente questo il nodo che oggi torna a Garlasco.
Stasi ha trascorso anni in carcere e adesso «non abbiamo sbagliato» non basta più
Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Quella sentenza esiste, resta valida e nessuno può cancellarla con un titolo di giornale o con la scoperta di due test negativi. Ma proprio perché dietro un fascicolo processuale esiste la vita concreta di una persona, ciò che accadde nel laboratorio del Ris nel settembre 2007 non può essere ridotto a una disputa accademica tra esperti.
Se un’analisi dava un risultato e due successive verifiche sul medesimo campione ne davano uno differente, la contraddizione meritava una spiegazione. Oggi gli stessi consulenti della Procura ritengono che avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti.
E allora la frase «noi del Ris non abbiamo commesso errori», ripetuta e difesa negli anni, non può più chiudere la discussione. Semmai la apre.
Perché se non ci furono errori, bisognerà spiegare che cosa accadde a quei due risultati. Se qualcuno li considerò irrilevanti, dovrà spiegare sulla base di quali valutazioni scientifiche. Se qualcuno li conosceva, bisognerà capire chi. E se Garofano non ne sapeva nulla, resta da chiarire come fosse possibile che il comandante del reparto ignorasse due controanalisi effettuate nell’ambito di uno degli accertamenti destinati a diventare più discussi dell’intero caso.
Garofano diventò poi consulente di Andrea Sempio
C’è infine un cortocircuito che rende la vicenda ancora più singolare. Dopo avere lasciato l’Arma, Garofano è diventato uno dei consulenti scientifici più richiesti d’Italia e ha lavorato per numerose difese. Nel nuovo capitolo del caso Garlasco è stato anche consulente di Andrea Sempio, oggi indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi e che l’ex generale ha sempre dichiarato di ritenere estraneo al delitto.
Nel settembre 2025 Garofano lasciò il team di Sempio spiegando di non condividere alcune scelte della difesa. Quasi vent’anni dopo l’omicidio, dunque, l’uomo che comandava il Ris durante le prime indagini si è ritrovato prima consulente di un nuovo indagato e successivamente convocato dalla Procura per ricostruire ciò che il suo reparto fece nel 2007.
Al centro ci sono ancora una volta la scienza e il Dna. Ma soprattutto ci sono due test negativi dei quali per diciannove anni nessuno aveva sentito parlare.
«Ho sempre lavorato per scoprire la verità»
Ripensando alla propria carriera, Garofano pronunciò una frase che oggi suona inevitabilmente diversa: «Io ho sempre lavorato per scoprire la verità».
Può essere esattamente così. Gli accertamenti potrebbero dimostrare che l’ex comandante non conosceva quei risultati o che non ebbe alcun ruolo nella decisione di non riportarli. Ma se davvero la verità è sempre stata l’obiettivo, allora proprio Garofano dovrebbe avere interesse a chiarire fino in fondo che cosa accadde nel suo Ris.
Perché qui non stiamo parlando di una dimenticanza qualunque. Stiamo parlando di un’indagine per omicidio, di risultati scientifici contraddittori e di un uomo che in seguito ha ricevuto una condanna definitiva e ha trascorso anni dietro le sbarre.
Alberto Stasi non torna innocente perché oggi scopriamo l’esistenza di due test negativi. Ma quei test esistevano già nel 2007 e qualcuno dovrà spiegare perché la storia giudiziaria di Garlasco sia andata avanti senza che quella contraddizione venisse messa nero su bianco.
Dopo diciannove anni, dire semplicemente «noi non abbiamo sbagliato» non basta più.
