Cronaca Nera

Ricina a Pietracatella, clamorosa frenata sul giallo? Doveva arrivare un nome, invece la Procura ordina 60 giorni di nuovi esami

Computer e dieci pen-drive tornano al centro dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli specialisti cercheranno eventuali ricerche sulla ricina, chat, messaggi, documenti, fotografie e metadati utili a ricostruire persino le posizioni geografiche. E il dettaglio dei sessanta giorni cambia ancora i tempi del caso.

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    Sembrava che il giallo della ricina di Pietracatella fosse ormai arrivato al passaggio che tutti aspettavano: l’iscrizione di almeno un nome nel registro degli indagati per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dopo il Natale 2025. Dopo mesi di audizioni, accertamenti scientifici, verifiche sui rapporti personali e ricostruzioni delle ultime ore trascorse dalle due donne, la sensazione era che il cerchio investigativo si stesse stringendo. Invece arriva una mossa della Procura di Larino che riapre inevitabilmente le domande sullo stato dell’inchiesta.

    Gli inquirenti hanno disposto un nuovo accertamento tecnico irripetibile sui dispositivi informatici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e agli specialisti hanno affidato un incarico molto ampio. Dovranno cercare eventuali ricerche sulla ricina, analizzare chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note e documenti e scandagliare persino i metadati che potrebbero fornire indicazioni sulle geolocalizzazioni. Un lavoro per il quale sono stati concessi sessanta giorni.

    È davvero una retromarcia? Il provvedimento, da solo, non permette di dirlo. Dimostra però qualcosa di altrettanto significativo: la Procura vuole ancora risposte prima di considerare completo il quadro investigativo e alcune di queste risposte potrebbero trovarsi nella memoria digitale dei dispositivi sequestrati.

    Ricina, si aspettava un indagato ma la Procura torna a scavare nei computer

    L’operazione inizierà il 28 settembre nella Questura di Campobasso, dove gli specialisti della Terza Divisione STAI della Direzione centrale anticrimine lavoreranno sul materiale sequestrato il 31 luglio nella casa della famiglia. Si tratta di un computer desktop Lenovo ThinkCentre e di dieci pen-drive, una quantità considerevole di dati che potrebbe contenere prevalentemente materiale legato all’attività professionale di Gianni Di Vita, commercialista, ma all’interno della quale gli investigatori vogliono cercare qualsiasi elemento collegabile alla tragedia.

    Il primo passaggio consisterà nella realizzazione delle copie forensi dei supporti, in modo da preservare gli originali, seguito dalla creazione di una copia indicizzata sulla quale effettuare le ricerche. Gli specialisti dovranno ricostruire la storia informatica dei dispositivi dalla prima accensione fino all’ultimo utilizzo e verificare se esistano dati pertinenti all’inchiesta.

    La scelta dell’accertamento tecnico irripetibile permette inoltre alle parti interessate di partecipare attraverso avvocati e consulenti, garantendo il contraddittorio durante le operazioni. Ma a rendere particolarmente interessante questo nuovo capitolo non è soltanto la procedura scelta: sono soprattutto le domande formulate dalla Procura.

    Qualcuno aveva cercato informazioni sulla ricina prima delle morti?

    Uno dei quesiti porta direttamente al cuore del mistero. Gli specialisti dovranno verificare se nei dispositivi esistano tracce di navigazione internet relative alla ricina, prestando particolare attenzione a eventuali ricerche riconducibili a Sara Di Vita o alla madre Antonella Di Ielsi.

    La domanda è pesante perché tocca uno dei punti ancora fondamentali dell’inchiesta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e attraverso quale alimento, bevanda o altro veicolo è stata assunta dalle vittime?

    Gli investigatori vogliono verificare se le due donne avessero cercato autonomamente informazioni sulla sostanza, ma anche se all’interno dei dispositivi esistano elementi utili a ricostruire un eventuale approvvigionamento. L’accertamento potrebbe contribuire anche alla valutazione delle diverse ipotesi sulla natura dell’avvelenamento, compresa quella accidentale, che gli investigatori devono verificare o escludere sulla base degli elementi raccolti.

    La ricerca digitale sarà però molto più vasta. Gli specialisti passeranno al setaccio chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note, diari digitali e documenti, cercando anche eventuali annotazioni sugli alimenti consumati dalle vittime nei giorni precedenti all’intossicazione.

    Particolare attenzione verrà dedicata inoltre ai documenti relativi a patologie, disturbi o condizioni fisiche accusati da Antonella e Sara tra il 24 e il 28 dicembre 2025, una finestra temporale cruciale per ricostruire la progressione dell’avvelenamento e capire quando possano essere comparsi i primi sintomi.

    Il dettaglio delle geolocalizzazioni: dove si trovavano nelle ore decisive?

    Tra i quesiti affidati agli specialisti ce n’è uno che potrebbe rivelarsi particolarmente importante: la ricerca di metadati capaci di fornire informazioni sulla posizione geografica.

    Fotografie, documenti e altri file possono conservare informazioni che l’utente normalmente non vede, ma che possono indicare quando un contenuto è stato creato o modificato e, in determinate circostanze, anche dove si trovava il dispositivo. Per gli investigatori significa avere una possibilità ulteriore di ricostruire spostamenti e presenze nei giorni cruciali.

    Se gli accertamenti dovessero consolidare l’ipotesi di un avvelenamento volontario, diventerebbe infatti essenziale stabilire chi avesse accesso all’abitazione, chi vi fosse presente e quali fossero gli spostamenti delle persone coinvolte nelle ore ritenute decisive. I metadati potrebbero quindi essere incrociati con gli altri elementi già raccolti e fornire conferme o smentite alle ricostruzioni effettuate fino a oggi.

    È anche per questo che il nuovo accertamento appare molto più ampio di una semplice ricerca della parola «ricina» dentro un computer. Gli investigatori vogliono ricostruire comunicazioni, ricerche, documenti, movimenti e rapporti che ruotavano attorno alla famiglia nel periodo immediatamente precedente alla tragedia.

    Retromarcia oppure stanno cercando gli ultimi tasselli prima della svolta?

    Parlare oggi di una vera retromarcia investigativa sarebbe prematuro. Il nuovo accertamento non cancella quanto raccolto nei mesi precedenti e non dimostra che la Procura abbia abbandonato eventuali ipotesi maturate durante l’indagine. Certifica però che il quadro probatorio necessita ancora di approfondimenti e che gli inquirenti considerano la componente digitale sufficientemente importante da disporre un accertamento tecnico irripetibile.

    Rimane inoltre un’altra domanda destinata a pesare qualora gli elementi raccolti dovessero portare a escludere definitivamente un’intossicazione accidentale: chi avrebbe materialmente introdotto o somministrato la ricina e avrebbe agito da solo oppure altre persone avrebbero saputo qualcosa?

    È in questa prospettiva che chat, contatti, messaggi, fotografie, ricerche internet e dati di localizzazione potrebbero diventare particolarmente importanti. Non necessariamente perché contengano una prova diretta, ma perché potrebbero consentire agli investigatori di verificare relazioni, presenze e comunicazioni nei momenti cruciali.

    Alle operazioni potranno assistere i legali delle parti e i rispettivi consulenti. Tra le persone offese figura anche Alice Di Vita, la figlia sopravvissuta alla tragedia, insieme al padre e ai familiari delle vittime.

    Sessanta giorni di esami: il giallo della ricina si allunga ancora

    C’è infine un numero che pesa sull’inchiesta: sessanta giorni. È il tempo concesso agli specialisti per completare il lavoro e consegnare le proprie conclusioni. Questo non impedisce naturalmente alla Procura di proseguire parallelamente con altre attività investigative, ma significa che uno degli accertamenti ritenuti importanti potrà protrarsi ancora per settimane.

    Ed è proprio questo a modificare la percezione di un’inchiesta che sembrava avvicinarsi rapidamente a una svolta. Dopo mesi di interrogatori, analisi tossicologiche, sopralluoghi, confronti e verifiche sui rapporti personali della famiglia, gli investigatori tornano a scavare nel luogo nel quale una parte della vita di ciascuno di noi rimane conservata anche quando crediamo di averla cancellata: la memoria digitale.

    La domanda fondamentale, dunque, resta ancora aperta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e chi sapeva della sua presenza?

    Per cercare la risposta gli specialisti proveranno a recuperare praticamente tutto ciò che i dispositivi possono raccontare, dalle ricerche online alle conversazioni, dagli alimenti annotati durante le feste di Natale alle fotografie, fino a quei metadati invisibili all’utente comune che potrebbero permettere di stabilire dove si trovava un dispositivo quando un determinato contenuto è stato creato o modificato.

    Se dentro quel computer o in una delle dieci pen-drive esiste ancora un frammento capace di spiegare che cosa accadde tra Natale e la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, adesso gli investigatori proveranno a trovarlo.

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