Cronaca Nera

Yara, il giallo dei cinque test sul giubbetto: «Segnali compatibili con liquido seminale». La difesa di Bossetti: perché furono dati per negativi?

Le immagini ad alta risoluzione dei reperti riaccendono il caso Gambirasio. Il genetista Marzio Capra contesta la classificazione degli esami effettuati all’epoca: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini». Ora la difesa vuole nuove analisi.

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    Cinque test sul giubbetto di Yara Gambirasio che all’epoca finirono nei verbali come negativi. Oggi, secondo i consulenti della difesa di Massimo Bossetti, le immagini ad alta risoluzione mostrerebbero invece reazioni compatibili con la possibile presenza di liquido seminale. Un altro segnale, più debole, comparirebbe anche sulla felpa della tredicenne. È il nuovo fronte che riaccende uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi decenni e che potrebbe riportare in laboratorio alcuni reperti dell’inchiesta sull’omicidio della ragazzina di Brembate di Sopra.

    A quasi sedici anni dalla sua scomparsa e dopo la condanna definitiva all’ergastolo di Massimo Bossetti, i suoi difensori concentrano l’attenzione sugli indumenti che Yara indossava al momento della morte. Anche Le Iene stanno lavorando sugli elementi indicati dai consulenti del carpentiere di Mapello.

    Serve però una distinzione fondamentale. La difesa propone una nuova interpretazione di vecchi accertamenti, non un risultato scientifico già acquisito. Quegli elementi, allo stato attuale, non modificano la sentenza definitiva. Ma la domanda posta dagli avvocati e dal genetista Marzio Capra pesa: se quei test mostravano reazioni meritevoli di approfondimento, perché gli investigatori li considerarono negativi?

    Cinque test sul giubbetto: da qui nasce il nuovo caso

    La svolta risale al 7 febbraio 2025, quando gli avvocati di Bossetti hanno ottenuto l’accesso ai reperti dopo una lunghissima battaglia giudiziaria. La difesa e i suoi consulenti hanno così potuto osservare anche fotografie ad altissima risoluzione degli accertamenti compiuti sugli indumenti di Yara.

    Ed è proprio dall’esame di quelle immagini che nasce la nuova contestazione.

    Secondo l’avvocato Claudio Salvagni e il genetista Marzio Capra, cinque test immunologici effettuati sul giubbetto presenterebbero reazioni cromatiche potenzialmente compatibili con la presenza di liquido seminale. Eppure, nei verbali dell’epoca, quei test risultano negativi.

    Capra contesta apertamente quella valutazione: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini per capire meglio».

    La questione non riguarderebbe soltanto il giubbetto. I consulenti avrebbero individuato anche sulla felpa di Yara un segnale analogo, sebbene più debole. La difesa chiede quindi di tornare su quei reperti e di esaminarli con tecnologie e metodologie oggi disponibili.

    Se quelle tracce esistono davvero, a chi appartengono?

    È la domanda inevitabile, ma anche quella che richiede maggiore prudenza. Una reazione a un test immunologico non significa automaticamente aver trovato il Dna di una persona diversa da quelle già entrate nell’inchiesta.

    Gli esperti dovrebbero innanzitutto confermare la presenza di materiale biologico e determinarne la natura. Poi dovrebbero capire se, a distanza di tanti anni, quel materiale consenta ancora di ricavare un profilo genetico attendibile.

    C’è inoltre un altro elemento da considerare. Il corpo di Yara rimase per circa tre mesi all’aperto, esposto a pioggia, neve, gelo, umidità e terreno. Condizioni estreme che possono avere inciso sulla conservazione delle eventuali tracce.

    Soltanto un nuovo esame potrebbe quindi chiarire che cosa mostrino realmente quei reperti. Se gli esperti trovassero materiale biologico ancora utilizzabile, potrebbero tentare di ricavarne un Dna e successivamente cercare di identificarlo. Ed è proprio questo il passaggio sul quale punta la difesa di Bossetti.

    Il Dna di Ignoto 1 che portò a Bossetti

    La questione assume un peso particolare perché il Dna rappresenta il cuore dell’intera indagine sull’omicidio di Yara.

    Gli investigatori individuarono sugli indumenti della tredicenne il profilo genetico attribuito a Ignoto 1. Da quel momento partì una gigantesca ricerca genealogica che condusse prima a Giuseppe Guerinoni e poi a Massimo Bossetti, suo figlio biologico.

    La prova genetica ebbe un ruolo centrale nell’impianto accusatorio che i giudici hanno poi valutato nei diversi gradi di giudizio. Bossetti ha sempre negato di avere conosciuto Yara e continua a dichiararsi innocente. La giustizia lo ha però condannato in via definitiva all’ergastolo.

    I rilievi della difesa, dunque, non cancellano quanto stabilito dai giudici e non provano che le analisi originarie contenessero errori. Aprono però un interrogativo preciso: sugli indumenti di Yara esistevano altre tracce biologiche che meritavano ulteriori approfondimenti?

    «Perché li considerarono negativi?»

    È su questo interrogativo che Salvagni e Capra costruiscono la nuova battaglia. Oggi la difesa non possiede un nuovo profilo genetico capace di indicare un’altra persona. Chiede invece di riesaminare i reperti per capire che cosa registrarono realmente quei test e se le tecniche attuali possano fornire informazioni che allora non emersero.

    La differenza è fondamentale. Nessuno ha appena scoperto un misterioso Dna sul giubbetto di Yara. La difesa contesta l’interpretazione di alcuni vecchi accertamenti e chiede nuove verifiche scientifiche.

    Se gli esami non confermassero la presenza di materiale biologico, questo nuovo fronte perderebbe gran parte del suo peso. Se invece individuassero materiale ancora analizzabile, gli esperti potrebbero tentare di identificarlo. A quel punto il caso entrerebbe in una fase completamente diversa.

    Dopo Garlasco, Le Iene accendono i riflettori sul caso Yara

    A dare ulteriore risonanza alla vicenda c’è l’interesse delle Iene. Dopo le nuove indagini sul delitto di Garlasco, il programma ha acceso i riflettori anche sul caso Gambirasio e sui reperti che la difesa di Bossetti ha potuto esaminare.

    I due casi hanno storie processuali, prove e protagonisti completamente differenti e non possono essere sovrapposti. Esiste però un punto di contatto: in entrambi tornano al centro dell’attenzione reperti e accertamenti scientifici compiuti molti anni fa.

    Nel caso Yara la strada appare particolarmente complessa. Bossetti sconta una condanna definitiva all’ergastolo e qualsiasi futura richiesta di revisione dovrà poggiare su elementi nuovi e giudiziariamente rilevanti.

    Bossetti resta all’ergastolo, la difesa punta sui reperti

    Massimo Bossetti resta dunque in carcere per l’omicidio di Yara Gambirasio e nulla di quanto emerso finora cambia la sua posizione giudiziaria. I suoi avvocati, però, non intendono fermarsi e guardano agli indumenti della tredicenne come a uno dei possibili terreni per cercare nuovi elementi.

    La partita passa adesso dalla scienza. Servono nuovi accertamenti per stabilire se quelle reazioni indichino davvero materiale biologico e se ne sia rimasto abbastanza per tentare ulteriori analisi. Solo allora si potrà capire il peso effettivo di ciò che la difesa sostiene di avere individuato.

    Per questo la domanda decisiva, almeno per ora, non riguarda l’identità di chi potrebbe avere lasciato quelle presunte tracce. Prima bisogna dimostrare che esistano e che abbiano un significato forense. Resta però l’interrogativo dal quale Salvagni e Capra vogliono ripartire: se cinque test sul giubbetto mostrarono davvero le reazioni che oggi compaiono nelle immagini, perché gli investigatori li considerarono negativi?

    Da quella risposta potrebbe partire il prossimo capitolo del caso Yara.

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