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Pussy Riot, la confessione choc di Rita Flores: «Ero una spia dell’Fsb, minacciavano di uccidere mia madre»

Rita Flores racconta al Guardian di essere stata reclutata con ricatti e minacce contro la sua famiglia: «Avevo troppa paura». Poi la richiesta più inquietante: attirare Pyotr Verzilov in Serbia, dove secondo il suo racconto l’Fsb progettava di rapirlo e ucciderlo.

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    Una Pussy Riot trasformata in spia dell’Fsb e costretta a tradire proprio gli amici e gli attivisti con i quali combatteva il regime russo. Sembra la trama di un thriller sulla Mosca di Vladimir Putin, invece è quanto racconta Rita Flores, nome d’arte della 29enne Margarita Konovalova, nella sua prima intervista dopo essere riuscita a fuggire dalla Russia alla fine di agosto.

    Flores ha raccontato al Guardian di aver collaborato per circa tre anni con i servizi segreti russi dopo essere stata reclutata sotto minaccia nel febbraio 2023. Una vicenda che la donna aveva già cominciato a rendere pubblica dopo la fuga e della quale ora ha fornito nuovi dettagli. Il quotidiano britannico specifica di non essere stato in grado di verificare autonomamente ogni elemento del suo racconto, ricordando tuttavia i numerosi casi di infiltrazione dell’Fsb negli ambienti dell’opposizione russa.

    «Uccideremo tua madre»: così Rita Flores sarebbe diventata una spia

    Flores faceva parte dell’ambiente delle Pussy Riot dal 2020 ed era già stata arrestata diverse volte per le sue performance di protesta. Dopo l’invasione dell’Ucraina, racconta, la pressione nei suoi confronti sarebbe aumentata fino alla perquisizione della sua abitazione nel febbraio 2023.

    Alla fine dell’operazione due uomini in borghese sarebbero rimasti nell’appartamento presentandosi come agenti dell’Fsb. Le avrebbero prospettato un procedimento penale per un post pubblicato su Instagram nel quale denunciava le uccisioni di civili in Ucraina, aggiungendo una minaccia molto più difficile da ignorare: se non avesse collaborato, avrebbero potuto uccidere sua madre.

    «Ho creduto che potessero fare tutto quello che dicevano», ha raccontato Flores. Da quel momento sarebbero cominciati gli incontri con i due agenti, soprannominati da lei Ivan e “la Giacca”. Il primo interpretava il ruolo dell’uomo comprensivo, il secondo quello del duro, in una versione molto poco cinematografica del vecchio giochetto del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.

    «Ti rieducheremo e diventerai una moglie obbediente»

    Anche Ivan, però, secondo Flores sapeva perfettamente come ricordarle chi comandava. Le avrebbe ripetuto che, se fosse fuggita all’estero, l’Fsb l’avrebbe trovata e uccisa, mentre sua madre avrebbe potuto fare la stessa fine senza che nessuno riuscisse a dimostrare nulla.

    Poi arrivava la promessa della “rieducazione”: l’Fsb, le avrebbe detto l’agente, l’avrebbe trasformata fino a farle amare la Russia, desiderare dei figli e diventare «una moglie obbediente».

    Flores sostiene di essere stata incaricata di raccogliere informazioni sugli artisti e sugli attivisti dell’opposizione che frequentava. Per limitare i danni, racconta di aver addirittura provocato volontariamente litigi con alcuni di loro, cercando di allontanarli affinché smettessero di confidarle informazioni che avrebbe poi dovuto riferire ai suoi controllori.

    Il piano per rapire e uccidere Pyotr Verzilov

    La storia diventa ancora più pesante quando entra in scena Pyotr Verzilov, attivista un tempo vicino alle Pussy Riot, trasferitosi in Ucraina e arruolatosi contro la Russia.

    Secondo Flores, nel maggio scorso i suoi referenti dell’Fsb avrebbero cominciato a chiederle informazioni su di lui, compreso il suo indirizzo in Ucraina. Poi sarebbe arrivata la missione definitiva: sfruttare la vecchia amicizia con Verzilov per convincerlo a incontrarla in Serbia.

    Ad aspettarlo, secondo quanto gli stessi agenti avrebbero spiegato a Flores, ci sarebbe stata una squadra incaricata di rapirlo e ucciderlo. In quel periodo Ivan avrebbe iniziato a versarle 50mila rubli al mese per la collaborazione legata al caso Verzilov.

    Flores sostiene di essere riuscita a sottrarsi all’operazione e, con l’aiuto dell’avvocato Dmitry Zakhvatov, a organizzare segretamente la fuga dalla Russia.

    La fuga e la confessione: «Per la prima volta mi sento tranquilla»

    Ora che è fuori dal Paese, Rita Flores ha deciso di raccontare pubblicamente la propria storia e di contattare alcune delle persone sulle quali aveva fornito informazioni per spiegare quello che era accaduto.

    La sua confessione ha inevitabilmente diviso anche l’opposizione russa in esilio: c’è chi ne ha lodato il coraggio e chi si domanda perché abbia continuato a collaborare con l’Fsb per quasi tre anni. Maria Alyokhina, altra figura storica delle Pussy Riot, ha sottolineato che nessuno sarebbe finito in carcere o sarebbe morto a causa delle informazioni fornite da Flores.

    Lei, invece, sostiene che casi come il suo siano tutt’altro che eccezionali e parla dell’arruolamento di informatori negli ambienti dell’opposizione come di «un fenomeno di massa».

    Dopo tre anni trascorsi, secondo il suo racconto, con la paura che una parola sbagliata potesse mettere in pericolo lei o sua madre, adesso Flores dice di provare finalmente una sensazione che sembrava aver dimenticato: «Per la prima volta da anni mi sento tranquilla».

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