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“Naza”, tutto sul film-denuncia che scuote Israele dalle fondamenta: i 24 uomini senza volto, l’IA e il «numero di civili sacrificabili»

Soldati e uomini dell’intelligence israeliana raccontano dall’interno come vengono selezionati gli obiettivi a Gaza e quale prezzo in vite civili può essere accettato per colpirli. Il governo Netanyahu parla di «istigazione scioccante», invoca indagini e arriva a minacciare la cittadinanza dei registi. Intanto il documentario premiato a Venezia conquista le sale e diventa un caso mondiale.

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    Hai ragione. Nei pezzi LaCity e LaCapitale i link non devono comparire mai nel corpo, anche quando faccio ricerche esterne per verificare i dati. Le fonti servono a me, non devono finire nel pezzo. Te lo ripulisco integralmente mantenendo testo, titolo, occhiello, catenaccio, H2 e tag, senza un solo link.

    “Naza”, tutto sul film-denuncia che scuote Israele dalle fondamenta: i 24 uomini senza volto, l’IA e il «numero di civili sacrificabili»

    OCCHIELLO
    Il documentario che ha aperto una ferita in Israele

    CATENACCIO
    Soldati e uomini dell’intelligence israeliana raccontano dall’interno come vengono selezionati gli obiettivi a Gaza e quale prezzo in vite civili può essere accettato per colpirli. Il governo Netanyahu parla di «istigazione scioccante», invoca indagini e arriva a minacciare la cittadinanza dei registi. Intanto il documentario premiato a Venezia conquista le sale e diventa un caso mondiale.

    Ventiquattro israeliani salgono di notte sui tetti di Tel Aviv. Alcuni sono soldati, altri hanno lavorato nell’intelligence. Non mostrano il volto, le loro voci vengono alterate e i nomi restano segreti. Ma ciò che raccontano in Naza sta provocando in Israele uno scontro che ormai ha superato abbondantemente i confini del cinema. Parlano dei bombardamenti su Gaza, dei sistemi utilizzati per scegliere gli obiettivi, degli algoritmi che aiutano a individuarli e soprattutto di quella terribile contabilità che precede un attacco: quante persone estranee all’obiettivo potrebbero morire insieme a lui?

    È proprio da questa contabilità che arriva il titolo. “Naza” è un acronimo utilizzato dall’intelligence israeliana per indicare la stima dei civili palestinesi che potrebbero essere uccisi in un attacco aereo. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani già tra i registi del premio Oscar No Other Land, entra in questo meccanismo attraverso le testimonianze di persone che sostengono di averlo visto funzionare dall’interno. La reazione delle autorità israeliane è stata durissima: Benjamin Netanyahu ha definito il film «istigazione scioccante», mentre altri esponenti del governo hanno invocato indagini e persino la revoca della cittadinanza ai registi. Israele e le sue forze armate respingono le accuse e sostengono che il film distorca la realtà delle operazioni militari.

    Che cosa significa “Naza”: il numero che precede una bomba

    Per capire perché il film abbia provocato una reazione tanto violenta bisogna partire dal suo titolo. “Naza” non è il nome di una persona e neppure di un’operazione militare. Indica, nella terminologia descritta dal film, il “danno collaterale” previsto, cioè il numero di civili che potrebbero morire insieme all’obiettivo di un bombardamento.

    Il punto centrale dell’inchiesta cinematografica è proprio questo: dietro un attacco non ci sarebbe soltanto l’identificazione di un bersaglio, ma anche una valutazione preventiva delle possibili vittime civili. Alcune testimonianze contenute nel documentario descrivono soglie di tolleranza estremamente elevate. Una delle affermazioni più controverse sostiene che, in un caso, sarebbe stata autorizzata la possibilità di centinaia di vittime per eliminare un singolo esponente di Hamas. L’esercito israeliano contesta questa rappresentazione e nega che le operazioni funzionino nel modo descritto dal film.

    Ed è una distinzione essenziale: Naza presenta testimonianze e ricostruzioni raccolte dagli autori, non sentenze giudiziarie. Parte del materiale alla base del documentario era già emerso attraverso precedenti inchieste giornalistiche condotte tra il 2023 e il 2025. Abraham e Szor hanno trasformato quel lavoro in qualcosa di diverso: hanno messo davanti alla macchina da presa le persone che affermano di conoscere quei sistemi dall’interno.

    Lavender, Habsora e “Where’s Daddy?”: la guerra degli algoritmi

    Poi c’è la tecnologia. Ed è probabilmente la parte di Naza che inquieta di più perché porta lo spettatore dentro una guerra nella quale uomini, banche dati, sorveglianza e algoritmi lavorano insieme.

    Nel film vengono affrontati sistemi utilizzati per l’individuazione o la localizzazione degli obiettivi. Lavender, in particolare, viene descritto come uno strumento capace di elaborare enormi quantità di informazioni per aiutare a identificare presunti appartenenti alle organizzazioni armate. Altri sistemi servono a generare possibili obiettivi o a stabilire quando una persona si trovi in una determinata abitazione.

    È qui che entra in scena “Where’s Daddy?”, il nome attribuito a un sistema di localizzazione raccontato nelle inchieste sulle operazioni israeliane. Il problema sollevato dal documentario è evidente: colpire una persona quando torna nella propria abitazione significa rischiare di colpire anche chi vive con lei.

    Israele respinge l’idea di una macchina che decida autonomamente chi debba morire. Le forze armate sostengono che gli strumenti tecnologici supportino l’attività degli operatori e che la decisione finale resti umana. Il film, invece, concentra l’attenzione sulla scala raggiunta dal sistema e sulle conseguenze che, secondo i testimoni, questa combinazione tra automazione e decisione umana avrebbe prodotto sulla popolazione civile.

    I 24 israeliani che raccontano ciò che hanno visto dall’interno

    Naza non è costruito sulle immagini più terribili di Gaza. La scelta di Abraham e Szor è quasi opposta. La macchina da presa resta a Tel Aviv, sui tetti della città, di notte. Davanti all’obiettivo compaiono sagome, profili cancellati, persone delle quali lo spettatore non deve conoscere l’identità.

    Sono 24 militari ed esponenti dell’intelligence israeliana. Il loro anonimato è diventato contemporaneamente la forza e il punto più contestato dell’opera. Per gli autori protegge persone che rischierebbero conseguenze pesantissime; per i detrattori rende più difficile verificare pubblicamente le singole accuse.

    Ed è proprio su queste fonti che il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar ha chiesto l’intervento dello Shin Bet. Vuole sapere da dove provengano i materiali, chi li abbia forniti e se nel film siano confluite informazioni sensibili o classificate. Zohar ha anche chiesto di valutare la revoca della cittadinanza dei due registi.

    La battaglia intorno al film è così diventata anche una battaglia sulle fonti: chi sono quelle 24 persone? Che cosa sanno? E fino a che punto le loro testimonianze descrivono realmente il funzionamento delle operazioni israeliane a Gaza?

    Netanyahu attacca il film e in Israele esplode il caso

    Benjamin Netanyahu non ha trattato Naza come un normale documentario critico nei confronti del suo governo. Lo ha definito una forma di «istigazione scioccante» e ha sostenuto che contribuisca ad alimentare l’antisemitismo internazionale. Anche il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha contestato il film e le accuse rivolte alle forze armate.

    Una parte della politica israeliana è andata ancora oltre. Gli autori sono stati accusati di tradimento, sono arrivate richieste di indagini e minacce sulla loro cittadinanza. Alla première americana del New York Film Festival la tensione ha imposto misure di sicurezza rafforzate e all’esterno si sono svolte proteste contro il documentario.

    Il paradosso è che gran parte delle questioni affrontate dal film non nasce con il film. Molte rivelazioni erano già state pubblicate negli anni precedenti attraverso inchieste giornalistiche. Ma il cinema ha prodotto un effetto differente: ha messo insieme quelle informazioni e soprattutto ha dato una voce, sia pure camuffata, agli israeliani che dichiarano di aver partecipato al sistema.

    Chi sono Abraham e Szor, gli israeliani finiti nel mirino

    Anche l’identità dei registi rende il caso particolarmente esplosivo. Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani. Non arrivano quindi dall’esterno del conflitto e non possono essere liquidati semplicemente come osservatori stranieri. Entrambi figuravano tra i quattro autori di No Other Land, vincitore dell’Oscar per il miglior documentario nel 2025.

    Per Naza hanno lavorato per circa tre anni. Nella loro dichiarazione ufficiale spiegano di aver sentito il dovere, proprio in quanto israeliani, di indagare sui meccanismi che ritengono responsabili delle uccisioni di massa dei civili palestinesi. È la tesi degli autori, fortemente contestata dalle autorità israeliane, ma costituisce la ragione dichiarata dell’intero progetto.

    Dietro il film c’è inoltre una squadra cinematografica importante. La produzione coinvolge James Wilson e tra i produttori esecutivi figura Jonathan Glazer, il regista premio Oscar di La zona d’interesse.

    I 25 minuti di applausi a Venezia e il caso mondiale

    Poi è arrivata Venezia. Naza era l’unico documentario in concorso alla Mostra del Cinema 2026 e la proiezione ha trasformato il film in un fenomeno internazionale. Il pubblico gli ha tributato circa 25 minuti di applausi e la giuria gli ha assegnato il Premio speciale.

    Da quel momento la storia ha smesso di riguardare soltanto Israele e Gaza. È stata annunciata una distribuzione in 56 territori, mentre in Italia l’uscita evento dal 28 al 30 settembre ha coinvolto centinaia di sale, molte delle quali avevano già registrato il tutto esaurito prima dell’arrivo del film. Il successo ha portato a prolungarne la programmazione.

    A fine novembre arriverà poi il passaggio che potrebbe moltiplicarne enormemente il pubblico: il documentario verrà messo a disposizione gratuitamente online.

    Ed è forse qui che si comprende perché un film di appena 80 minuti sia riuscito a scuotere così profondamente Israele. Non perché abbia già stabilito una verità giudiziaria sulla guerra, cosa che un documentario non può fare, ma perché porta davanti al pubblico mondiale israeliani che dichiarano di aver visto dall’interno la macchina dei bombardamenti e accettano di raccontarla.

    Il governo israeliano sostiene che quel racconto sia falso e deformato. Abraham e Szor sostengono invece che il silenzio vada spezzato. In mezzo restano quelle 24 figure senza nome riprese nella notte di Tel Aviv. Ed è sulle loro parole che si combatte ormai una delle battaglie più feroci intorno al racconto della guerra di Gaza.

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