Speciale Sanremo 2026
Rita Pavone punge Sanremo: “Si cantano solo le canzoni di 30 anni fa”. Ma i successi recenti la smentiscono
Rita Pavone attacca il Festival di Sanremo: “La gente canta solo le canzoni di 30 o 40 anni fa”. Una stoccata che riapre il dibattito sulla memoria musicale della kermesse. Eppure brani recenti come “Innocenti Giovani” di Achille Lauro e “La Cura per Te” di Giorgia dimostrano che anche le nuove edizioni lasciano il segno.
A volte, nel dubbio, forse sarebbe meglio tacere. O quantomeno informarsi. Rita Pavone ha scelto invece di affondare il colpo contro il Festival di Festival di Sanremo con una riflessione che suona come una sentenza: “Tutti cantano Sanremo sì, ma inevitabilmente la gente canta solo i brani dei Sanremo di allora. Ricorda a memoria quelli di 30/40 anni fa, e non quelli dello scorso anno. I più recenti risalgono al 1997. Fatevi una domanda e datevi una risposta”.
Una frase che ha il sapore dell’amarcord polemico, ma che rischia di scivolare nella semplificazione. È vero: nello spot ufficiale della kermesse compaiono molte canzoni “datate”, inni generazionali che fanno parte del Dna collettivo. Ma ridurre il presente a un vuoto creativo è un’altra storia.
Il peso della nostalgia
Sanremo vive di memoria. È inevitabile. Le edizioni degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta hanno prodotto brani entrati nell’immaginario nazionale. Quelle canzoni sono diventate rituali familiari, colonne sonore di epoche precise. È naturale che vengano riproposte negli spot: funzionano, evocano, uniscono.
Ma la nostalgia non è la prova di un declino. È una leva emotiva. E la televisione, si sa, lavora di memoria condivisa. Questo non significa che le edizioni più recenti non abbiano lasciato tracce profonde.
I successi recenti che riempiono le piazze
Basta uscire dai social e guardare cosa accade nei concerti, nelle radio, nelle playlist. “Innocenti Giovani” di Achille Lauro e “La Cura per Te” di Giorgia, solo per citare due esempi dello scorso anno, vengono cantate a squarciagola dal pubblico. Non sono reliquie del 1997. Sono attualità.
E non si tratta di casi isolati. Negli ultimi dieci anni il Festival ha prodotto brani che hanno dominato streaming e classifiche, diventando hit radiofoniche e tormentoni estivi. La memoria musicale oggi non si misura più solo con il passaparola, ma con numeri digitali, visualizzazioni, condivisioni.
Sanremo cambia, il pubblico pure
Il punto forse è un altro: il modo in cui si consuma la musica è cambiato radicalmente. Trent’anni fa una canzone aveva mesi per sedimentare. Oggi vive in un ecosistema veloce, dove tutto corre. Ma questo non significa che non venga ricordata. Significa che viene ricordata in modo diverso.
Dire che “i più recenti risalgono al 1997” è una provocazione che fa discutere, certo. Ma rischia di ignorare una generazione che associa il proprio immaginario musicale a edizioni molto più vicine nel tempo.
Sanremo resta uno specchio dell’Italia musicale. Con le sue nostalgie, i suoi picchi creativi, le sue polemiche cicliche. E forse la vera domanda non è se il pubblico canti solo il passato, ma perché ogni anno, nonostante tutto, continui a cantare Sanremo.
