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Camila Raznovich rompe il silenzio sulle molestie subite da bambina: «Raccontarlo è un atto necessario»

Camila Raznovich torna a parlare apertamente di sesso e corpo con lo spettacolo teatrale Loveline, ma soprattutto sceglie di raccontare una ferita privata rimasta a lungo taciuta. In un’intervista al settimanale F, la conduttrice Rai rivela di aver subìto molestie da bambina. Una presa di parola che assume un valore pubblico: rompere il silenzio per aiutare chi, ancora oggi, non riesce a denunciare.

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    Camila Raznovich ha scelto di parlare. E non è un dettaglio, né una confessione estemporanea. È una presa di parola consapevole, pubblica, che arriva da una donna adulta, da una professionista affermata, da un volto riconoscibile del servizio pubblico. Ed è proprio questo che rende la sua testimonianza così importante.

    La conduttrice di Kilimangiaro è tornata a teatro con Loveline, spettacolo che riprende il titolo del programma cult che conduceva su MTV Italia quasi vent’anni fa, quando parlare di sesso in televisione era ancora una piccola rivoluzione. Ma oggi Loveline non è solo ironia, leggerezza o educazione sentimentale: è anche memoria, corpo, trauma.

    In un’intervista rilasciata al settimanale F, Raznovich ha raccontato per la prima volta le molestie subite da bambina. «Un amico di famiglia mi mise le mani nelle mutandine», ha detto. Una frase semplice, diretta, che non cerca attenuanti né drammatizzazioni, ma che restituisce tutta la violenza di un gesto compiuto in un contesto di fiducia.

    Parlare quando si può, parlare per chi non riesce

    Il valore della testimonianza di Camila Raznovich sta proprio qui: non nel sensazionalismo, ma nel tempismo umano. Racconta oggi, quando ha gli strumenti per farlo, quando può reggere il peso di quelle parole, quando può trasformare un’esperienza privata in un messaggio collettivo.

    Perché quando una donna, un personaggio pubblico, racconta una molestia subita nell’infanzia, non lo fa solo per sé. Lo fa anche per tutte quelle persone – donne e uomini – che non hanno mai trovato il coraggio di parlare, di denunciare, di nominare ciò che è accaduto. E che spesso portano quel silenzio addosso per una vita intera.

    Raznovich non usa la parola “denuncia” a caso, non costruisce un manifesto. Ma il senso del suo racconto è chiaro: rompere il silenzio è possibile, anche dopo molti anni. E non è mai “troppo tardi” per dare un nome a ciò che è successo.

    Dal sesso raccontato al corpo violato

    Negli anni Duemila Loveline era uno spazio di libertà. Si parlava di sesso senza moralismi, senza vergogna, senza paternalismi. Oggi quel titolo torna, ma con una consapevolezza diversa. Parlare di sesso significa parlare anche di consenso, di confini, di abusi, di ciò che segna il rapporto con il corpo fin dall’infanzia.

    Il teatro diventa il luogo ideale per questo passaggio: più libero della televisione, meno filtrato, più diretto. Non c’è contraddizione tra la Raznovich divulgatrice di viaggi e la Raznovich che racconta una molestia. C’è continuità. È lo stesso sguardo curioso sull’essere umano, solo rivolto verso l’interno.

    Una testimonianza che ha un peso pubblico

    Non è un caso che queste parole arrivino da una figura che negli anni ha mantenuto un profilo equilibrato, mai sopra le righe, mai scandalistico. Camila Raznovich non è una che usa il dolore come leva mediatica. Proprio per questo la sua scelta pesa di più.

    In un Paese in cui le molestie vengono ancora minimizzate, rimosse, archiviate come “episodi”, la sua voce contribuisce a cambiare la percezione collettiva. Non serve gridare, non serve accusare nomi e cognomi: basta raccontare la verità.

    E quando la verità viene detta da chi ha visibilità, credibilità e ascolto, diventa uno strumento potentissimo. Per chi ha subito, per chi subisce, per chi ha ancora paura di parlare.

    Camila Raznovich non chiede solidarietà. Non chiede indulgenza. Racconta.
    Ed è proprio questo, oggi, il gesto più politico e più utile che potesse fare.

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