Televisione

Sanremo, dopo Pucci scoppia il “caso Tony Pitony”: la Rai incassa e il Festival diventa un ring tra moralisti e provocatori

La Stampa attacca la presenza a Sanremo di Tony Pitony, cantante mascherato noto per brani politicamente scorretti e immagini “esplicite”. Ma il confronto con il caso Pucci appare stiracchiato: il comico si è auto-escluso e nessuno lo ha censurato, mentre Pitony vive di provocazione artistica e arrangiamenti che, piaccia o no, sanno funzionare. Intanto la Rai, tra polemiche e ascolti, si ritrova con l’ennesima miccia accesa.

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    Dopo il “caso Pucci”, ecco che Sanremo trova un nuovo carburante per la sua macchina perfetta: lo scandalo. Questa volta il bersaglio è Tony Pitony, il cantante mascherato (Elvis di periferia, diciamolo) diventato famoso per canzoni politicamente scorrette, titoli che fanno sobbalzare le nonne e un immaginario che, secondo La Stampa, non sarebbe solo volgare: sarebbe proprio pornografico. L’articolo lo dice senza troppi giri: il problema non sarebbero le parolacce, ormai “chi ci fa caso”, ma le immagini che quei testi dipingono, con una “predominanza fallica” descritta come nemmeno “nei peggiori spogliatoi di Caracas”.

    E fin qui, scandalizziamoci pure. È il gioco. Sanremo campa anche di questo: indignazione a turni, a rotazione, come le luci della platea. Solo che qui la questione è più sottile, perché La Stampa prova a mettere Pitony nello stesso recinto del caso Pucci. E il paragone, a essere gentili, scricchiola.

    Il caso Pucci non è una censura: è una ritirata

    Partiamo dal punto che molti sembrano dimenticare con comoda amnesia: Andrea Pucci si è auto-escluso. Non è stato “zittito”, non è stato “cacciato”, non è stato epurato in diretta nazionale. Ha scelto di rinunciare, e lo ha fatto rivendicando la sua versione. Quindi sì, si può discutere del clima, delle pressioni, della polemica diventata politica, perfino dell’intervento della premier nel dibattito. Ma tecnicamente non siamo davanti a un atto di censura: siamo davanti a un comico che si sfila.

    Mettere sullo stesso piano quella vicenda e la presenza di Tony Pitony a Sanremo significa forzare la trama per farla tornare nel format “Rai cattiva / artisti imbavagliati”. Il Festival è tante cose, spesso contraddittorie, ma in questo caso non c’è un plot unico. C’è un comico che dice “io non ci sto” e un cantante che ci sta eccome, anzi, vive proprio per stare al centro dell’occhio del ciclone.

    Tony Pitony, la provocazione come mestiere e come algoritmo

    Tony Pitony non nasce per fare il bravo ragazzo. Nasce per far parlare di sé. È un prodotto artistico e insieme una creatura da social: ti scandalizza, ti fa ridere, ti infastidisce, ti incuriosisce. Lo ascolti per capire “fin dove arriva”, e nel frattempo l’hai già condiviso. Funziona così, che piaccia o no.

    La Stampa sostiene di non poter citare le frasi più discusse dei suoi brani. E questo dice già tutto. Il punto, però, è un altro: Pitony non è un cantautore “tradizionale” che inciampa in una battuta. È uno che costruisce deliberatamente un immaginario sopra le righe, con riferimenti sessuali e provocazioni che scatenano reazioni immediate. È il suo linguaggio, la sua cifra, il suo marchio. E se oggi riempie locali e fa sold out, non è perché la gente non capisce: è perché capisce benissimo il gioco e decide di starci dentro.

    In più – e qui sta la parte che molti evitano perché non fa comodo alla indignazione – musicalmente il personaggio non è improvvisato. Anche chi lo detesta lo ammette: melodie accattivanti, arrangiamenti curati, stilemi contemporanei, quel modo di cantare che sta nell’aria del tempo. Il risultato è una provocazione confezionata bene, non un audio scadente buttato online. E in un Festival dove spesso si sentono “canzonette trite e ritrite” (per citare lo spirito del dibattito), questo dettaglio pesa.

    La Rai e il paradosso: scandalo sotto traccia e poi boom mediatico

    La domanda che l’articolo solleva è semplice: com’è possibile che un personaggio così “detonante” arrivi a Sanremo senza che nessuno alzi il sopracciglio, mentre ci si scanna sul caso Pucci? La risposta sta nel manuale di sopravvivenza del Festival: le polemiche non si distribuiscono per gravità, ma per opportunità. E soprattutto: esplodono quando conviene, non quando nasce la miccia.

    Pitony, intanto, non andrebbe a Sanremo con le sue hit più controverse, ma in un contesto “controllato”, nella serata cover e in coppia con Ditonellapiaga. Traduzione: lo metti in scena, lo incastri, lo rendi gestibile. Ma non troppo. Perché se lo rendi davvero gestibile, perdi la parte che fa notizia. Il Festival, come sempre, gioca sul filo.

    E qui entra Fiorello, che lo ha intercettato e “normalizzato” alla sua maniera: la scandalosità dei testi liquidata con la formula classica, quella che in Italia funziona come un lasciapassare culturale: è arte. L’arte giustifica tutto. Battuta, risata, sipario. Solo che fuori dallo studio la questione rimane: dov’è il confine tra provocazione e degrado del linguaggio pubblico? E soprattutto: chi lo decide?

    L’argomento si allarga perché l’anno scorso, su altri artisti e altri testi, si erano già consumate polemiche pesanti, con esclusioni e ripensamenti clamorosi. Stavolta, invece, il sistema sembra assorbire tutto. Forse perché il “politicamente scorretto” è diventato una moneta. Fa rumore, fa click, fa conversazione. E quindi fa ascolti.

    Alla fine il punto non è Tony Pitony. Il punto è Sanremo, che riesce sempre a trasformare qualunque scelta in una partita ideologica: satira contro moralismo, libertà contro censura, arte contro buon gusto, provocazione contro decenza. In mezzo, la Rai: che in questi giorni inciampa su tutto, ma quando c’è da incassare un caso mediatico sembra improvvisamente lucidissima. E se dopo Petrecca “cosa vuoi che sia”, come ironizza l’articolo, la risposta è semplice: è proprio questo il problema. Che ormai lo scandalo non fa più paura. Fa palinsesto.

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