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Cronaca Nera

Gianfranco Bonzi, l’amore impossibile e la truffa di Dua Lipa

La scomparsa di Gianfranco Bonzi rimane un mistero avvolto tra truffa e disperazione, e i suoi cari sperano ancora in un suo ritorno.

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    Gianfranco Bonzi, custode di via Borgonovo a Milano, è scomparso dallo scorso 23 marzo. Le ultime immagini dalle telecamere di sorveglianza del suo palazzo lo mostrano mentre cammina con un trolley nero, a testa bassa. A casa ha lasciato bancomat, contanti e documenti, alimentando il sospetto di un allontanamento volontario.

    L’indagine della polizia postale: una truffa amorosa su Facebook

    Mentre le ricerche continuano, la polizia postale ha scoperto che dietro la scomparsa di Bonzi potrebbe esserci una truffa amorosa. Nei mesi precedenti, Bonzi aveva avuto frequenti contatti con un profilo social che si spacciava per la popstar inglese Dua Lipa. Bonzi aveva inviato almeno 5.000 euro in due bonifici a questa persona, che si è rivelata essere un truffatore.

    Il profilo falso: una relazione ingannevole

    Il truffatore, che si pensa risieda in Sicilia e sia nato nel 1966, aveva instaurato una relazione virtuale con Bonzi, facendogli credere di essere innamorato. Messaggi affettuosi come “Ti amo amore mio” e “Ciao amore Franco” riempivano le chat. In alcuni messaggi, il truffatore si era addirittura definito la “moglie” di Bonzi, sfruttando la sua vulnerabilità dopo la perdita dei genitori.

    La vergogna e la delusione: le parole del fratello

    I familiari di Bonzi sono sempre più convinti che la scoperta della truffa sia stata devastante per lui. “Forse è stata la vergogna di aver scoperto la verità, di essere stato preso in giro,” ha detto il fratello, evidenziando la delusione di Bonzi nel rendersi conto che dietro il profilo di una bellissima popstar c’era solo un truffatore.

    La lettera d’addio e il contenuto del trolley

    Bonzi aveva avvertito della truffa anche in un post sui social, che sembra una lettera d’addio scritta dopo una grande delusione amorosa. Inizialmente si era pensato che Bonzi avesse messo dei pesi nel trolley per un gesto estremo, ma è stato poi scoperto che conteneva due bottiglie di vino pregiato e degli stuzzichini.

    I buoni per il caffè: un ultimo pensiero ai vicini

    Bonzi aveva anche lasciato una busta con dei buoni per il caffè a una coppia di vicini, scrivendo: “Dove andrò io non mi serviranno.” Questo gesto ha aumentato la preoccupazione tra familiari e amici, alcuni dei quali temono il peggio.

    Le ricerche e le speranze

    Le indagini continuano e le forze dell’ordine attendono segnalazioni. Mentre alcuni temono che Bonzi possa essersi tolto la vita a causa della delusione amorosa, il suo amico Mauro rimane fiducioso: “Io so che stai bene. Hai fatto una scelta coraggiosa e che va rispettata. Mi manchi ma preferisco sapere che stai bene dove sei.”

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      Cronaca Nera

      Garlasco, la rabbia di Stasi dopo la scoperta sul Dna: «Ora si assumano le loro responsabilità». E la revisione si avvicina

      I nuovi accertamenti confermano l’esistenza di due corse elettroforetiche negative sul campione prelevato dai pedali. La difesa prepara la richiesta di revisione della condanna a 16 anni

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        «Spero che si assumano le loro responsabilità». Alberto Stasi rompe il silenzio con poche parole, ma pesantissime, dopo l’ultimo colpo di scena nelle nuove indagini sul delitto di Garlasco. Al centro torna ancora una volta la bicicletta Umberto Dei. E soprattutto quel Dna attribuito nel 2007 a Chiara Poggi sui pedali, elemento che ebbe un peso nel lungo percorso giudiziario concluso con la condanna definitiva dell’ex fidanzato a 16 anni di carcere. Ora emerge un particolare clamoroso: il giorno successivo all’analisi positiva, i laboratori eseguirono due controanalisi sullo stesso campione ed entrambe diedero esito negativo.

        Secondo quanto ricostruito nelle nuove indagini, quelle due corse elettroforetiche non compaiono negli atti del procedimento e del processo contro Stasi. Questo non cancella automaticamente la condanna, che resta in vigore. Ma apre un nuovo fronte che la difesa considera decisivo e che potrebbe portare a una nuova richiesta di revisione.

        Il giallo dei pedali: un risultato positivo e poi due test negativi

        La cronologia rende la vicenda ancora più pesante. Il 19 settembre 2007 gli esami sul campione prelevato dai pedali indicarono un profilo attribuito a Chiara Poggi. Il 20 settembre, sul medesimo campione, i tecnici effettuarono altre due corse elettroforetiche. Entrambe diedero risultato negativo.

        I consulenti della difesa Ugo Ricci e Pasquale Linarello hanno individuato le due controanalisi esaminando i «raw data», cioè i dati grezzi delle analisi. Anche i consulenti incaricati dai pm, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, hanno poi riscontrato l’esistenza delle due corse negative. Secondo le nuove valutazioni, quella discordanza avrebbe meritato ulteriori approfondimenti già nel 2007.

        È proprio su questo punto che gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis concentrano adesso la loro battaglia. La difesa vuole capire perché quelle due controanalisi non entrarono nel processo e quale peso avrebbero potuto avere sulla posizione dell’allora fidanzato di Chiara.

        Stasi affida il proprio stato d’animo a una frase durissima: «Spero che si assumano le loro responsabilità». Dietro quelle poche parole ci sono diciannove anni di vicenda giudiziaria e una condanna definitiva che lo ha portato in carcere.

        Stasi prepara la nuova battaglia per la revisione

        Ora la difesa guarda alla revisione della sentenza. I suoi legali preparano l’istanza e potrebbero utilizzare proprio il materiale appena emerso come uno degli elementi centrali della richiesta. La parola passerà comunque ai giudici, che dovranno stabilire se le nuove risultanze possano incidere sulla condanna definitiva.

        Esiste anche un’altra possibilità. La procuratrice generale Francesca Nanni potrebbe investire della questione la Corte d’Appello di Brescia. Al momento, però, non risulta una richiesta della Procura di Pavia in questa direzione. La Procura tiene comunque informata la procuratrice generale sugli elementi che possono avere rilievo.

        Per Stasi, dunque, la partita giudiziaria potrebbe riaprirsi ancora una volta. Questa volta al centro non ci sono nuove interpretazioni di vecchi indizi, ma dati di laboratorio che risalgono direttamente al 2007.

        Garlasco, due fronti aperti diciannove anni dopo

        Intanto corre anche l’altra grande partita giudiziaria sul delitto di Chiara Poggi. La Procura di Pavia ha chiuso nuovamente le indagini nei confronti di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio. I pm potrebbero ora chiedere il suo rinvio a giudizio. Sempio resta naturalmente innocente fino a un’eventuale condanna definitiva.

        Il caso Garlasco si ritrova così davanti a uno scenario che soltanto pochi anni fa sembrava impensabile. Da una parte una nuova indagine sull’omicidio, dall’altra Alberto Stasi che prepara l’ennesima battaglia contro la condanna che sta scontando.

        E stavolta la domanda arriva direttamente dai laboratori del 2007: perché due controanalisi negative sul Dna dei pedali non entrarono negli atti del processo? È proprio da questa risposta che potrebbe partire il prossimo terremoto giudiziario di Garlasco.

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          Cronaca Nera

          Ricina, il «patto scellerato» e quella borraccia con i granuli scuri: Bruzzone vede la svolta nel giallo di Pietracatella

          Il mistero sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita potrebbe avvicinarsi a un passaggio decisivo. Per Roberta Bruzzone dietro l’avvelenamento potrebbero esserci almeno due persone, una incaricata di preparare la tossina e l’altra di metterla nel cibo. E adesso spunta un nuovo particolare: una borraccia con misteriosi «granuli scuri».

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          Ricina a Pietracatella

            Un patto tra due persone. Una prepara la ricina, l’altra la mette nel cibo. Poi entrambe devono custodire lo stesso terribile segreto senza tradirsi, senza contraddirsi e senza lasciare emergere una parola di troppo. È questo lo scenario che Roberta Bruzzone immagina dietro la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita nel giallo di Pietracatella. E proprio la presenza di un possibile complice, secondo la criminologa, potrebbe diventare il punto debole di chi ha agito.

            Perché quando un segreto criminale appartiene a due persone diventa molto più fragile. Bisogna raccontare la stessa storia, ricordare gli stessi particolari, spiegare gli stessi spostamenti e soprattutto resistere alla pressione degli investigatori, che nel frattempo ascoltano, confrontano e cercano la crepa capace di far saltare tutto.

            Ed è qui che il caso potrebbe avvicinarsi alla svolta.

            A rendere il quadro ancora più inquietante arriva inoltre un particolare emerso dall’abitazione di Pietracatella: una borraccia che conterrebbe alcuni «granuli scuri». Non sappiamo ancora che cosa siano né se abbiano un legame con la ricina, ma gli accertamenti dovranno chiarirlo. In un’inchiesta nella quale gli investigatori cercano di ricostruire dove sia stata preparata una delle tossine più pericolose al mondo, inevitabilmente quel contenitore attira l’attenzione.

            Bruzzone e il «patto scellerato»: «Uno prepara la tossina, l’altro la veicola»

            L’analisi di Roberta Bruzzone, intervenuta a La Vita in Diretta, parte da un punto fondamentale: se gli investigatori riuscissero a individuare il luogo nel quale qualcuno ha estratto o preparato la ricina, potrebbero restringere rapidamente il numero delle persone che avevano accesso a quell’ambiente.

            Ed è a quel punto che, secondo la criminologa, «il passo è molto breve».

            Ma Bruzzone va oltre e introduce l’ipotesi più pesante: dietro l’avvelenamento potrebbero esserci almeno due persone.

            Una avrebbe avuto il compito di preparare la sostanza, l’altra quello di farla arrivare alle vittime attraverso il cibo. «Uno ha sintetizzato la tossina, l’altro l’ha veicolata», è in sostanza lo scenario delineato dalla criminologa, che parla di un possibile «patto scellerato».

            Naturalmente siamo ancora nel campo delle ipotesi e non davanti a una ricostruzione giudiziaria accertata. Ma se questa pista trovasse riscontri, cambierebbe anche il modo di leggere molti elementi dell’inchiesta.

            Perché a quel punto non bisognerebbe più trovare soltanto chi poteva conoscere la ricina e prepararla. Bisognerebbe individuare anche chi aveva la possibilità concreta di raggiungere il cibo di Antonella e Sara senza destare sospetti.

            Chi poteva mettere la ricina nel cibo?

            È probabilmente una delle domande più inquietanti dell’intera vicenda. Preparare una sostanza tossica e utilizzarla sono infatti due momenti differenti e non necessariamente devono avere come protagonista la stessa persona.

            Se davvero esistesse la divisione dei compiti ipotizzata da Bruzzone, qualcuno potrebbe aver posseduto le conoscenze necessarie per occuparsi della ricina, mentre qualcun altro avrebbe avuto una posizione molto più favorevole per avvicinarsi alle vittime e contaminare ciò che avrebbero mangiato.

            Ed è proprio questa eventuale separazione dei ruoli che potrebbe spiegare perché gli investigatori stiano lavorando così intensamente su ascolti, movimenti e possibili contraddizioni.

            Bruzzone individua infatti il tallone d’Achille di un eventuale accordo criminale: più persone conoscono la verità, più diventa difficile impedirle di emergere.

            Basta una telefonata incompatibile con quanto dichiarato, un orario che non coincide, una spiegazione differente su un determinato episodio oppure una conoscenza che qualcuno non avrebbe dovuto possedere. Non occorre necessariamente che uno dei protagonisti crolli e confessi tutto. Talvolta basta che due racconti smettano di combaciare.

            La borraccia con i «granuli scuri» trovata nell’abitazione

            Poi c’è quella borraccia.

            Nell’abitazione di Pietracatella gli investigatori avrebbero trovato un contenitore con alcuni «granuli scuri». Per ora sarebbe azzardato attribuire a quel materiale un significato preciso: occorrono gli esami scientifici e soltanto quelli potranno stabilire di che cosa si tratti.

            Ma il particolare non può passare inosservato.

            La ricina deriva dai semi del ricino e l’indagine deve necessariamente ricostruire tutti i passaggi che precedono l’avvelenamento: chi poteva procurarsi il materiale, chi possedeva le conoscenze per lavorarlo, dove avrebbe potuto farlo e che cosa sia accaduto successivamente alla sostanza ottenuta.

            Per questo la natura di quei granuli diventa una delle risposte più attese. Potrebbero non avere alcuna relazione con la morte delle due donne oppure potrebbero acquisire un significato completamente diverso dopo gli accertamenti. Fino ai risultati, ogni conclusione sarebbe prematura.

            Ma quella borraccia adesso esiste dentro il grande puzzle di Pietracatella e gli investigatori dovranno capire dove collocarla.

            Gli ascolti e la trappola delle contraddizioni

            Se davvero dietro l’avvelenamento ci fossero due persone, l’arma più potente degli investigatori potrebbe essere il tempo. Chi custodisce un segreto insieme a qualcun altro deve mantenere coerente la propria versione giorno dopo giorno, mentre dall’altra parte chi indaga accumula informazioni.

            Secondo Bruzzone, la strategia potrebbe puntare proprio a «farli andare in contraddizione».

            Gli investigatori possono confrontare conversazioni, dichiarazioni, rapporti personali, spostamenti e conoscenze. Possono verificare chi sapesse determinate cose prima che diventassero pubbliche e chi avesse accesso ai luoghi che interessano l’inchiesta.

            E soprattutto possono ricostruire la catena della ricina al contrario: partire dalle vittime e risalire fino alla sostanza, quindi al luogo della preparazione e infine a chi poteva trovarsi lì.

            Chi ha preparato la ricina? La risposta potrebbe portare molto vicino alla verità

            La domanda decisiva diventa allora semplicissima: dove è stata preparata la ricina?

            Se gli investigatori riuscissero a dare una risposta certa, potrebbero verificare chi frequentava quel luogo, chi poteva entrarvi liberamente e chi possedeva conoscenze sufficienti per lavorare una sostanza così pericolosa.

            Da lì, come sostiene Bruzzone, il passo successivo potrebbe diventare molto più breve.

            Poi rimarrebbe l’altra metà del mistero: chi l’ha messa nel cibo?

            Perché se l’ipotesi del «patto scellerato» fosse corretta, il giallo di Pietracatella avrebbe due protagonisti legati dallo stesso segreto. Uno avrebbe avuto tra le mani la tossina, l’altro avrebbe avuto la possibilità di portarla fino ad Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.

            E adesso, mentre gli investigatori ascoltano e cercano contraddizioni, c’è anche una borraccia con dei misteriosi granuli scuri che aspetta di raccontare che cosa conteneva davvero.

            Potrebbe non significare nulla. Oppure potrebbe essere uno dei tasselli che mancavano.

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              Cronaca Nera

              Ricina, terremoto a Pietracatella: perquisiti due studi di Gianni Di Vita, poi la polizia lo porta in Questura

              Prima la perquisizione nello studio davanti alla casa di Pietracatella, poi quella nell’ufficio di Campobasso. Alle 10.45 gli agenti escono e Gianni Di Vita sale con loro sull’auto diretta in Questura. Sullo sfondo le «anomalie» che sarebbero emerse dall’analisi di circa 70 alimenti. Al momento non risulta indagato

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              Giallo della ricina a Pietracatella, l'indagine ad una svolta: pronte le prime iscrizioni di indagati tra verbali e test di laboratorio

                Il giallo della ricina di Pietracatella esplode nuovamente. E questa volta gli investigatori compiono una serie di mosse che inevitabilmente alzano la temperatura dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia uccise dalla potentissima tossina.

                Nella mattinata del 29 settembre gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso hanno effettuato due perquisizioni negli studi di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Prima sono entrati nell’ufficio di Pietracatella, proprio di fronte alla casa al centro del mistero. Poi hanno raggiunto un secondo studio, in via D’Amato a Campobasso, dove sono rimasti a lungo.

                Ma il momento destinato a far rumore arriva alla fine della seconda perquisizione: Gianni Di Vita esce insieme agli agenti, sale sulla loro automobile e viene portato in Questura.

                Una scena che inevitabilmente riaccende tutti gli interrogativi sul caso. Ma con una precisazione fondamentale: Gianni Di Vita, al momento, non risulta indagato nel fascicolo aperto dalla Procura di Larino per duplice omicidio. Non esiste quindi alcun elemento che consenta di attribuirgli responsabilità per la morte della moglie e della figlia.

                Resta però una domanda enorme: che cosa stanno cercando gli investigatori?

                Due perquisizioni in poche ore, poi Di Vita viene portato in Questura

                La giornata comincia a Pietracatella. Gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, entrano nello studio di Gianni Di Vita. La posizione dell’ufficio rende già la scena particolarmente significativa: si trova proprio davanti all’abitazione dove vivevano le due donne morte dopo l’avvelenamento.

                L’attività però non finisce lì. Gli investigatori si spostano a Campobasso e raggiungono un secondo studio del commercialista, in via D’Amato. Questa volta gli agenti rimangono all’interno dell’ufficio più a lungo.

                Alle 10.45 escono.

                Con loro c’è Gianni Di Vita.

                Il commercialista sale sull’automobile degli agenti della Mobile e viene accompagnato in Questura. La sua posizione formale non cambia: non risulta indagato. Ma la sequenza delle operazioni segna una delle giornate più importanti dall’inizio dell’inchiesta.

                Quelle «anomalie» trovate negli alimenti della casa

                A rendere ancora più delicato il momento investigativo c’è un altro elemento emerso negli ultimi giorni. Gli specialisti dell’Istituto Robert Koch di Berlino avrebbero analizzato circa 70 alimenti sequestrati nella casa della famiglia Di Vita e avrebbero riscontrato alcune «anomalie».

                Ed è qui che il mistero diventa ancora più fitto.

                Da mesi gli investigatori cercano di rispondere alla domanda fondamentale del caso: attraverso che cosa Antonella e Sara hanno ingerito la ricina?

                Individuare l’alimento contaminato potrebbe cambiare completamente l’inchiesta, perché permetterebbe di ricostruire chi poteva maneggiarlo, quando potrebbe essere entrato in contatto con la tossina e soprattutto dove sia avvenuta la contaminazione.

                Il cibo è quindi diventato uno dei terreni decisivi dell’indagine. E le presunte anomalie emerse dagli esami tedeschi potrebbero rappresentare un tassello importante per capire che cosa sia realmente accaduto dentro quella casa.

                Chi ha portato la ricina dentro casa?

                È la domanda che attraversa l’intero giallo di Pietracatella. La ricina non è una sostanza che può comparire casualmente in un alimento. Gli investigatori devono quindi ricostruirne l’intero percorso: da dove proveniva, dove è stata eventualmente estratta o preparata, chi poteva averla a disposizione e come sia finita nel cibo ingerito dalle due donne.

                Negli ultimi giorni era emersa anche l’ipotesi che gli inquirenti fossero ormai vicini a individuare il luogo nel quale la tossina potrebbe essere stata ricavata.

                Se così fosse, la scoperta avrebbe un peso enorme. Arrivare al luogo di preparazione significherebbe infatti restringere drasticamente il numero delle persone che potevano entrare in contatto con la sostanza.

                Ed è proprio mentre l’inchiesta sembra avvicinarsi a quel passaggio che arrivano le due perquisizioni negli studi di Gianni Di Vita.

                Computer e pen drive: gli investigatori scavano anche nel mondo digitale

                La Squadra Mobile e la Procura non cercano risposte soltanto negli alimenti. Nei mesi scorsi gli investigatori avevano già sequestrato computer e pen drive riconducibili a Gianni Di Vita, affidandoli agli specialisti per estrarne i dati.

                Dentro quei dispositivi possono trovarsi elementi utili per ricostruire movimenti, ricerche, documenti, comunicazioni e soprattutto la cronologia degli eventi che precedettero l’avvelenamento.

                Il lavoro degli investigatori sembra dunque muoversi contemporaneamente su diversi livelli: gli alimenti, la provenienza della ricina, il materiale informatico e la ricostruzione delle ultime settimane di vita di Antonella e Sara.

                Ora a questo mosaico si aggiunge ciò che gli agenti potrebbero aver trovato durante le perquisizioni del 29 settembre.

                La mattina che può cambiare il giallo della ricina

                Per mesi il caso di Pietracatella è sembrato un rompicapo quasi impossibile. Due donne della stessa famiglia morte, una tossina micidiale, decine di alimenti da analizzare e una domanda rimasta senza risposta: chi ha messo la ricina nel cibo?

                Adesso l’inchiesta accelera.

                Prima le analisi effettuate in Germania e quelle «anomalie» che sarebbero emerse tra gli alimenti sequestrati. Poi gli accertamenti sui dispositivi elettronici. Infine la mattinata del 29 settembre: due studi perquisiti e Gianni Di Vita portato in Questura.

                Nessuno, allo stato attuale, può trasformare questi elementi in una prova di responsabilità. Di Vita non risulta indagato e il fascicolo della Procura di Larino resta formalmente senza persone iscritte nel registro degli indagati.

                Ma una cosa appare evidente: gli investigatori stanno stringendo il campo.

                E dopo mesi trascorsi a cercare di capire da dove sia arrivata quella ricina, il giallo di Pietracatella potrebbe essere entrato nelle sue ore più delicate.

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