Connect with us

Cronaca Nera

Gino Cecchettin: “Abbiamo capito chi è Filippo Turetta. Dura sapere cosa ha passato Giulia prima di morire”

Dopo la confessione dell’imputato sull’omicidio di Giulia, Gino Cecchettin si esprime sull’importanza di rispettare la vita degli altri. Assente in aula la sorella Elena, che ha spiegato sui social le difficoltà nel seguire il processo.

Avatar photo

Pubblicato

il

    Durante una pausa del processo che si sta svolgendo a Venezia, Gino Cecchettin, il padre di Giulia, ha condiviso le sue riflessioni e il dolore profondo per la perdita della figlia. Parlando ai giornalisti, ha ricordato i momenti più duri legati alla vicenda: “Il momento più doloroso è stato sapere cosa ha attraversato mia figlia negli ultimi momenti della sua vita”. Nonostante la sofferenza, Cecchettin ha sottolineato che il vero punto non è tanto ripercorrere il dolore ma riconoscere l’importanza di rispettare la vita altrui. “Abbiamo capito chi è Filippo Turetta,” ha aggiunto, esprimendo chiarezza sulla colpevolezza del giovane. “La vita del prossimo è una cosa sacra, e non bisogna entrare nel merito della vita degli altri.”

    Al centro del processo c’è la premeditazione di Turetta, che ha ammesso di aver pianificato l’omicidio della giovane Giulia. In un interrogatorio, il 22enne ha confessato al pm Andrea Petroni di aver iniziato a scrivere una lista con gli strumenti per fare del male a Giulia quattro giorni prima del tragico evento, spiegando: “Sì, ho pensato di toglierle la vita. Quella sera ho ipotizzato questo piano, questa cosa, di stare un po’ insieme e di farle del male.” Parole che confermano l’accusa di omicidio premeditato, con dettagli che lasciano emergere una pianificazione precisa da parte dell’imputato.

    Assente in aula Elena Cecchettin, sorella minore di Giulia, che ha motivato sui social la sua decisione di non assistere alle udienze. “Sono più di 11 mesi che continuo ad avere incubi,” ha spiegato Elena, parlando delle difficoltà di questo periodo e della necessità di prendersi cura di sé stessa. Ha aggiunto che i disturbi del sonno e lo stress hanno avuto un impatto pesante sulla sua salute, confermando che non parteciperà nemmeno all’udienza successiva.

    Un processo difficile, segnato dal dolore di una famiglia che cerca risposte e dalla consapevolezza della gravità di ciò che è stato confessato.

      SEGUICI SU INSTAGRAM
      INSTAGRAM.COM/LACITYMAG

      Cronaca Nera

      Ricina, terremoto a Pietracatella: perquisiti due studi di Gianni Di Vita, poi la polizia lo porta in Questura

      Prima la perquisizione nello studio davanti alla casa di Pietracatella, poi quella nell’ufficio di Campobasso. Alle 10.45 gli agenti escono e Gianni Di Vita sale con loro sull’auto diretta in Questura. Sullo sfondo le «anomalie» che sarebbero emerse dall’analisi di circa 70 alimenti. Al momento non risulta indagato

      Avatar photo

      Pubblicato

      il

      Autore

      Giallo della ricina a Pietracatella, l'indagine ad una svolta: pronte le prime iscrizioni di indagati tra verbali e test di laboratorio

        Il giallo della ricina di Pietracatella esplode nuovamente. E questa volta gli investigatori compiono una serie di mosse che inevitabilmente alzano la temperatura dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia uccise dalla potentissima tossina.

        Nella mattinata del 29 settembre gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso hanno effettuato due perquisizioni negli studi di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Prima sono entrati nell’ufficio di Pietracatella, proprio di fronte alla casa al centro del mistero. Poi hanno raggiunto un secondo studio, in via D’Amato a Campobasso, dove sono rimasti a lungo.

        Ma il momento destinato a far rumore arriva alla fine della seconda perquisizione: Gianni Di Vita esce insieme agli agenti, sale sulla loro automobile e viene portato in Questura.

        Una scena che inevitabilmente riaccende tutti gli interrogativi sul caso. Ma con una precisazione fondamentale: Gianni Di Vita, al momento, non risulta indagato nel fascicolo aperto dalla Procura di Larino per duplice omicidio. Non esiste quindi alcun elemento che consenta di attribuirgli responsabilità per la morte della moglie e della figlia.

        Resta però una domanda enorme: che cosa stanno cercando gli investigatori?

        Due perquisizioni in poche ore, poi Di Vita viene portato in Questura

        La giornata comincia a Pietracatella. Gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, entrano nello studio di Gianni Di Vita. La posizione dell’ufficio rende già la scena particolarmente significativa: si trova proprio davanti all’abitazione dove vivevano le due donne morte dopo l’avvelenamento.

        L’attività però non finisce lì. Gli investigatori si spostano a Campobasso e raggiungono un secondo studio del commercialista, in via D’Amato. Questa volta gli agenti rimangono all’interno dell’ufficio più a lungo.

        Alle 10.45 escono.

        Con loro c’è Gianni Di Vita.

        Il commercialista sale sull’automobile degli agenti della Mobile e viene accompagnato in Questura. La sua posizione formale non cambia: non risulta indagato. Ma la sequenza delle operazioni segna una delle giornate più importanti dall’inizio dell’inchiesta.

        Quelle «anomalie» trovate negli alimenti della casa

        A rendere ancora più delicato il momento investigativo c’è un altro elemento emerso negli ultimi giorni. Gli specialisti dell’Istituto Robert Koch di Berlino avrebbero analizzato circa 70 alimenti sequestrati nella casa della famiglia Di Vita e avrebbero riscontrato alcune «anomalie».

        Ed è qui che il mistero diventa ancora più fitto.

        Da mesi gli investigatori cercano di rispondere alla domanda fondamentale del caso: attraverso che cosa Antonella e Sara hanno ingerito la ricina?

        Individuare l’alimento contaminato potrebbe cambiare completamente l’inchiesta, perché permetterebbe di ricostruire chi poteva maneggiarlo, quando potrebbe essere entrato in contatto con la tossina e soprattutto dove sia avvenuta la contaminazione.

        Il cibo è quindi diventato uno dei terreni decisivi dell’indagine. E le presunte anomalie emerse dagli esami tedeschi potrebbero rappresentare un tassello importante per capire che cosa sia realmente accaduto dentro quella casa.

        Chi ha portato la ricina dentro casa?

        È la domanda che attraversa l’intero giallo di Pietracatella. La ricina non è una sostanza che può comparire casualmente in un alimento. Gli investigatori devono quindi ricostruirne l’intero percorso: da dove proveniva, dove è stata eventualmente estratta o preparata, chi poteva averla a disposizione e come sia finita nel cibo ingerito dalle due donne.

        Negli ultimi giorni era emersa anche l’ipotesi che gli inquirenti fossero ormai vicini a individuare il luogo nel quale la tossina potrebbe essere stata ricavata.

        Se così fosse, la scoperta avrebbe un peso enorme. Arrivare al luogo di preparazione significherebbe infatti restringere drasticamente il numero delle persone che potevano entrare in contatto con la sostanza.

        Ed è proprio mentre l’inchiesta sembra avvicinarsi a quel passaggio che arrivano le due perquisizioni negli studi di Gianni Di Vita.

        Computer e pen drive: gli investigatori scavano anche nel mondo digitale

        La Squadra Mobile e la Procura non cercano risposte soltanto negli alimenti. Nei mesi scorsi gli investigatori avevano già sequestrato computer e pen drive riconducibili a Gianni Di Vita, affidandoli agli specialisti per estrarne i dati.

        Dentro quei dispositivi possono trovarsi elementi utili per ricostruire movimenti, ricerche, documenti, comunicazioni e soprattutto la cronologia degli eventi che precedettero l’avvelenamento.

        Il lavoro degli investigatori sembra dunque muoversi contemporaneamente su diversi livelli: gli alimenti, la provenienza della ricina, il materiale informatico e la ricostruzione delle ultime settimane di vita di Antonella e Sara.

        Ora a questo mosaico si aggiunge ciò che gli agenti potrebbero aver trovato durante le perquisizioni del 29 settembre.

        La mattina che può cambiare il giallo della ricina

        Per mesi il caso di Pietracatella è sembrato un rompicapo quasi impossibile. Due donne della stessa famiglia morte, una tossina micidiale, decine di alimenti da analizzare e una domanda rimasta senza risposta: chi ha messo la ricina nel cibo?

        Adesso l’inchiesta accelera.

        Prima le analisi effettuate in Germania e quelle «anomalie» che sarebbero emerse tra gli alimenti sequestrati. Poi gli accertamenti sui dispositivi elettronici. Infine la mattinata del 29 settembre: due studi perquisiti e Gianni Di Vita portato in Questura.

        Nessuno, allo stato attuale, può trasformare questi elementi in una prova di responsabilità. Di Vita non risulta indagato e il fascicolo della Procura di Larino resta formalmente senza persone iscritte nel registro degli indagati.

        Ma una cosa appare evidente: gli investigatori stanno stringendo il campo.

        E dopo mesi trascorsi a cercare di capire da dove sia arrivata quella ricina, il giallo di Pietracatella potrebbe essere entrato nelle sue ore più delicate.

          Continua a leggere

          Cronaca Nera

          Garlasco, Stasi in carcere e quei test negativi rimasti nel cassetto: bufera su Garofano. «Noi del Ris non abbiamo sbagliato»

          Per anni Luciano Garofano ha difeso senza esitazioni il lavoro del Ris: «Non abbiamo commesso errori». Ora emergono due controanalisi negative effettuate nel 2007 sul campione dei pedali della bicicletta di Alberto Stasi e mai riportate nella relazione. Lui è stato sentito dalla Procura e la domanda che incendia il caso è una sola: chi sapeva?

          Avatar photo

          Pubblicato

          il

          Autore

            Per quasi vent’anni Luciano Garofano ha rappresentato nell’immaginario degli italiani l’uomo che faceva parlare le prove. Il generale del Ris, lo scienziato con la divisa, il volto televisivo delle investigazioni scientifiche, quello convinto che «il delitto perfetto non esiste» perché prima o poi una traccia, una cellula, una goccia di sangue o una molecola di Dna raccontano ciò che è accaduto. Oggi, però, proprio una prova scientifica torna a bussare alla porta del reparto che comandava e apre un interrogativo enorme su uno degli elementi entrati nell’indagine che avrebbe portato, molti anni dopo, alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi.

            La nuova indagine della Procura di Pavia ha infatti riportato alla luce dai dati grezzi del 2007 l’esistenza di due analisi genetiche di controllo effettuate sul campione prelevato dai pedali della bicicletta di Stasi. Entrambe diedero esito negativo. Il giorno precedente, sullo stesso estratto, il Ris aveva invece ottenuto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi. La contraddizione era dunque già lì, dentro quei risultati, e oggi i consulenti della Procura sostengono che avrebbe meritato ulteriori approfondimenti.

            Il problema è che di quelle due controanalisi negative, nella relazione del Ris che entrò nell’indagine, non c’era traccia. Ed è questo il punto che oggi fa esplodere la rabbia: perché? Chi conosceva quei risultati? Per quale motivo non vennero riportati insieme agli altri? E quanto sarebbe cambiata la storia giudiziaria di Alberto Stasi se quella contraddizione fosse stata messa immediatamente sul tavolo?

            «Noi del Ris non abbiamo commesso errori»

            Sono domande che rendono inevitabilmente pesantissime alcune dichiarazioni pronunciate negli anni proprio da Garofano. Nel 2009, dopo la prima assoluzione di Alberto Stasi, l’allora comandante del Ris difese il lavoro del proprio reparto senza lasciare molto spazio ai dubbi: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori. Tutte le procedure sono state eseguite correttamente».

            Una sicurezza che non è venuta meno neppure quando, molti anni dopo, la nuova inchiesta di Pavia ha cominciato a smontare e rimontare le vecchie indagini pezzo per pezzo. Garofano ha continuato a rivendicare il lavoro svolto dai suoi uomini: «Io, come ex comandante del Ris, sono assolutamente convinto del lavoro pregevole fatto dai miei collaboratori. Poi si può sbagliare, questo è umano. Ma non credo che noi abbiamo sbagliato».

            Adesso, però, quelle parole devono fare i conti con due risultati che non rappresentano una voce, un sospetto dei social o una delle infinite teorie nate attorno al delitto di Garlasco. Quei test esistevano ed erano negativi. I consulenti della Procura ne hanno confermato l’esistenza e hanno rilevato che il contrasto tra il primo risultato e le due successive analisi avrebbe richiesto un approfondimento.

            Questo non significa che quei due test dimostrino automaticamente l’innocenza di Stasi, né permette di sostenere che Garofano li abbia personalmente nascosti. Ma significa che qualcuno dovrà finalmente spiegare perché una contraddizione scientifica di tale importanza non trovò spazio nella relazione che raccontava gli accertamenti sui pedali.

            Garofano parlò proprio di quei pedali, ma dei due test negativi non disse nulla

            La vicenda diventa ancora più difficile da ignorare rileggendo ciò che lo stesso Garofano scriveva soltanto pochi mesi fa parlando proprio della bicicletta di Alberto Stasi. L’ex comandante ricostruiva minuziosamente il lavoro effettuato dal Ris: i pedali erano stati esaminati con le luci forensi, poi con il luminol e con il Combur test. Le prime verifiche avevano dato esito negativo, mentre successive analisi al microscopio avevano consentito di individuare nove microtracce, otto delle quali avevano reagito positivamente al Combur test.

            Garofano ricordava anche il dato diventato uno dei punti più discussi del caso: 2,78 nanogrammi per microlitro di Dna attribuito a Chiara Poggi. Nella sua ricostruzione, tuttavia, non comparivano le due successive analisi genetiche del 20 settembre 2007, effettuate sullo stesso campione e risultate negative.

            Sono state le nuove verifiche sui dati grezzi a riportarle alla luce. I consulenti della difesa di Stasi le hanno individuate e hanno sostenuto che quei risultati avrebbero potuto avere un peso enorme già durante le indagini originarie. I consulenti della Procura ne hanno successivamente confermato l’esistenza, pur senza concludere che bastino, da soli, a dimostrare l’innocenza dell’ex bocconiano.

            La distinzione è fondamentale dal punto di vista giudiziario, ma non cancella il problema che oggi investe il lavoro del Ris. Se un primo esame indicava un risultato e due controlli successivi ne indicavano uno differente, quella contraddizione esisteva nel 2007, non è nata oggi. E Alberto Stasi, nel frattempo, è stato processato, condannato definitivamente a sedici anni e ha trascorso anni della propria vita in carcere.

            Chi sapeva dell’esistenza di quei due test?

            È qui che la vicenda smette di essere soltanto una disputa tra genetisti e diventa una questione di responsabilità. Non sappiamo ancora chi fosse a conoscenza delle due analisi negative, chi valutò quei risultati e perché non comparvero nella relazione. Non sappiamo neppure, allo stato degli accertamenti resi pubblici, se Garofano ne fosse personalmente informato.

            Ma Garofano comandava il Ris di Parma e per anni ha difeso pubblicamente il lavoro svolto dal reparto sul caso Garlasco. Per questo oggi le domande arrivano inevitabilmente anche a lui, tanto che la Procura di Pavia lo ha sentito insieme ad altri militari che parteciparono agli accertamenti del 2007.

            L’ex generale è stato ascoltato come persona informata sui fatti e non risulta indagato. È una distinzione essenziale, perché nessuno può trasformare un interrogatorio testimoniale in una condanna anticipata. Ma sarebbe altrettanto assurdo fingere che non esista un problema enorme da chiarire: due test negativi furono effettuati, e nella relazione non vennero riportati.

            La domanda, quindi, non può essere liquidata con una nuova rassicurazione sul buon lavoro del Ris. Bisogna capire chi vide quei risultati, come li interpretò e perché non ritenne necessario darne conto.

            Da simbolo della scientifica al caso che mette sotto esame il suo Ris

            La biografia di Garofano rende questa storia ancora più clamorosa. Nato a Roma 73 anni fa e figlio di un ufficiale dei carabinieri, inizialmente sognava di fare il medico. Scelse Biologia, si laureò alla Sapienza e si specializzò in Tossicologia forense. Nel 1977, durante il servizio militare, visitò il Centro carabinieri investigazioni scientifiche e raccontò in seguito che fu «amore a prima vista».

            Da quel momento costruì una carriera che lo avrebbe trasformato nel volto più riconoscibile dell’investigazione scientifica italiana. Nel 1995 arrivò alla guida del Ris di Parma e attraversò alcuni dei casi di cronaca nera più importanti del Paese, da Cogne a Novi Ligure, da Erba a Donato Bilancia, passando per Unabomber e il mistero della contessa Vacca Agusta.

            Garofano diventò così il simbolo di una nuova stagione investigativa nella quale il laboratorio sembrava poter offrire risposte definitive là dove testimonianze e interrogatori fallivano. Le persone possono mentire, le prove scientifiche no, è stata per anni la convinzione che ha accompagnato quella stagione. Ma le prove non parlano da sole: qualcuno deve raccoglierle, analizzarle, interpretarle e soprattutto riportarne correttamente i risultati, compresi quelli che contraddicono le conclusioni precedenti.

            Ed è esattamente questo il nodo che oggi torna a Garlasco.

            Stasi ha trascorso anni in carcere e adesso «non abbiamo sbagliato» non basta più

            Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Quella sentenza esiste, resta valida e nessuno può cancellarla con un titolo di giornale o con la scoperta di due test negativi. Ma proprio perché dietro un fascicolo processuale esiste la vita concreta di una persona, ciò che accadde nel laboratorio del Ris nel settembre 2007 non può essere ridotto a una disputa accademica tra esperti.

            Se un’analisi dava un risultato e due successive verifiche sul medesimo campione ne davano uno differente, la contraddizione meritava una spiegazione. Oggi gli stessi consulenti della Procura ritengono che avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti.

            E allora la frase «noi del Ris non abbiamo commesso errori», ripetuta e difesa negli anni, non può più chiudere la discussione. Semmai la apre.

            Perché se non ci furono errori, bisognerà spiegare che cosa accadde a quei due risultati. Se qualcuno li considerò irrilevanti, dovrà spiegare sulla base di quali valutazioni scientifiche. Se qualcuno li conosceva, bisognerà capire chi. E se Garofano non ne sapeva nulla, resta da chiarire come fosse possibile che il comandante del reparto ignorasse due controanalisi effettuate nell’ambito di uno degli accertamenti destinati a diventare più discussi dell’intero caso.

            Garofano diventò poi consulente di Andrea Sempio

            C’è infine un cortocircuito che rende la vicenda ancora più singolare. Dopo avere lasciato l’Arma, Garofano è diventato uno dei consulenti scientifici più richiesti d’Italia e ha lavorato per numerose difese. Nel nuovo capitolo del caso Garlasco è stato anche consulente di Andrea Sempio, oggi indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi e che l’ex generale ha sempre dichiarato di ritenere estraneo al delitto.

            Nel settembre 2025 Garofano lasciò il team di Sempio spiegando di non condividere alcune scelte della difesa. Quasi vent’anni dopo l’omicidio, dunque, l’uomo che comandava il Ris durante le prime indagini si è ritrovato prima consulente di un nuovo indagato e successivamente convocato dalla Procura per ricostruire ciò che il suo reparto fece nel 2007.

            Al centro ci sono ancora una volta la scienza e il Dna. Ma soprattutto ci sono due test negativi dei quali per diciannove anni nessuno aveva sentito parlare.

            «Ho sempre lavorato per scoprire la verità»

            Ripensando alla propria carriera, Garofano pronunciò una frase che oggi suona inevitabilmente diversa: «Io ho sempre lavorato per scoprire la verità».

            Può essere esattamente così. Gli accertamenti potrebbero dimostrare che l’ex comandante non conosceva quei risultati o che non ebbe alcun ruolo nella decisione di non riportarli. Ma se davvero la verità è sempre stata l’obiettivo, allora proprio Garofano dovrebbe avere interesse a chiarire fino in fondo che cosa accadde nel suo Ris.

            Perché qui non stiamo parlando di una dimenticanza qualunque. Stiamo parlando di un’indagine per omicidio, di risultati scientifici contraddittori e di un uomo che in seguito ha ricevuto una condanna definitiva e ha trascorso anni dietro le sbarre.

            Alberto Stasi non torna innocente perché oggi scopriamo l’esistenza di due test negativi. Ma quei test esistevano già nel 2007 e qualcuno dovrà spiegare perché la storia giudiziaria di Garlasco sia andata avanti senza che quella contraddizione venisse messa nero su bianco.

            Dopo diciannove anni, dire semplicemente «noi non abbiamo sbagliato» non basta più.

              Continua a leggere

              Cronaca Nera

              Garlasco, il punto di svolta su Sempio: l’impronta 33 intrisa di sangue riapre l’inchiesta sulla morte di Chiara

              Le nuove consulenze depositate dai pm rafforzano l’impianto accusatorio: i Ris sostengono che l’impronta 33 contenesse sangue, mentre gli accertamenti genetici confermano la compatibilità dell’aplotipo Y trovato sulle unghie di Chiara Poggi con la linea paterna dell’indagato. Sospesa invece la consulenza psichiatrica dopo il rifiuto di Sempio di sottoporsi ai colloqui.

              Avatar photo

              Pubblicato

              il

              Autore

              Garlasco, il punto di svolta su Sempio: l'impronta 33 intrisa di sangue riapre l'inchiesta sulla morte di Chiara

                La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco arriva al passaggio che può portare Andrea Sempio davanti a un giudice. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, e nel fascicolo entrano nuove consulenze che rafforzano l’impianto costruito negli ultimi mesi dagli investigatori. Al centro restano soprattutto due elementi: l’impronta 33 attribuita ad Andrea Sempio e il Dna maschile trovato sotto le unghie della vittima.

                Per i magistrati pavesi, quelle nuove analisi aggiungono elementi alla ricostruzione accusatoria che riguarda il 38enne, amico di Marco Poggi e unico indagato nella nuova inchiesta. Dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, i suoi difensori avranno i termini previsti dalla legge per depositare memorie, produrre consulenze, chiedere interrogatori o compiere gli altri atti consentiti dalla procedura. Soltanto dopo la Procura potrà formalizzare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.

                Garlasco, l’impronta 33 torna al centro dell’accusa contro Sempio

                Uno degli elementi più importanti riguarda la celebre impronta 33, individuata sulla parete della scala che conduce al seminterrato della casa dei Poggi. Gli accertamenti più recenti attribuiscono quella traccia ad Andrea Sempio sulla base della corrispondenza di quindici minuzie, ma il punto destinato a pesare maggiormente riguarda la natura della sostanza presente nell’impronta.

                Secondo i nuovi accertamenti dei Ris di Roma, la traccia sarebbe stata lasciata da un dito intriso di una miscela di sudore e sangue. Gli specialisti hanno utilizzato un metodo diverso da quello seguito nelle precedenti consulenze, arrivando però alle stesse conclusioni già formulate dagli esperti incaricati dalla difesa di Alberto Stasi.

                La nuova analisi mette quindi in discussione uno dei risultati raggiunti durante le prime indagini. Secondo la ricostruzione degli esperti, infatti, il composto formato dalla calce della parete e dalla ninidrina utilizzata durante gli accertamenti avrebbe impedito ai test dell’epoca di rilevare correttamente la presenza del sangue. In altre parole, la precedente negatività non dimostrerebbe che nell’impronta non ci fosse sangue.

                È un passaggio cruciale perché cambia radicalmente il significato investigativo della traccia. Un’impronta riconducibile a Sempio presente nella casa frequentata dall’amico Marco Poggi avrebbe un peso completamente diverso da un’impronta che, secondo l’ipotesi investigativa attuale, contiene anche sangue e si trova lungo il percorso che conduce al luogo nel quale venne trovato il corpo di Chiara.

                Garlasco: il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi e la linea paterna di Sempio

                L’altro fronte decisivo dell’inchiesta di Garlasco riguarda il materiale genetico recuperato sotto le unghie della vittima. I genetisti Pierangela Grignani e Carlo Previderè hanno esaminato nuovamente gli elementi disponibili e hanno confermato la compatibilità dell’aplotipo Y individuato su due unghie di Chiara Poggi con il Dna della linea paterna di Andrea Sempio.

                La conclusione segue quella già raggiunta durante l’incidente probatorio dalla perita Denise Albani. Il dato genetico, proprio perché riguarda il cromosoma Y, non identifica da solo una singola persona all’interno della stessa linea maschile familiare, ma per la Procura costituisce un elemento da leggere insieme agli altri risultati dell’indagine.

                Ed è proprio l’incrocio delle diverse consulenze a rappresentare il cuore del nuovo fascicolo: l’impronta 33 attribuita a Sempio, la presenza di sangue che i nuovi accertamenti indicano su quella traccia e il materiale genetico maschile recuperato sotto le unghie di Chiara. Elementi che i magistrati dovranno ora trasformare in un quadro probatorio capace di reggere prima davanti al giudice dell’udienza preliminare e, qualora arrivasse il rinvio a giudizio, durante un eventuale processo.

                Anche l’orario della morte entra nel nuovo quadro di Garlasco

                La Procura ha approfondito anche un altro punto che per quasi vent’anni ha rappresentato uno dei nodi centrali del caso: l’orario della morte di Chiara Poggi. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha lavorato sulla collocazione temporale dell’omicidio e sull’eventuale presenza di ferite da difesa.

                Secondo le conclusioni confluite nell’inchiesta, la morte sarebbe avvenuta dopo le 9.45 del 13 agosto 2007. La consulenza prende inoltre in considerazione l’ipotesi che Chiara abbia cercato di difendersi durante l’aggressione.

                Anche questo elemento acquista particolare importanza nella nuova lettura complessiva del delitto, perché gli investigatori stanno ricostruendo la mattina dell’omicidio minuto per minuto, incrociando gli accertamenti scientifici con spostamenti, telefonate, accessi informatici e dichiarazioni raccolte nel corso delle vecchie e delle nuove indagini.

                Garlasco: Sempio non si sottopone alla consulenza psichiatrica

                Nel fascicolo manca invece una delle consulenze annunciate nei mesi scorsi dalla Procura.Lo psichiatra Roberto Catanesi avrebbe dovuto valutare l’eventuale presenza, all’epoca dell’omicidio, di condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere di Andrea Sempio, oltre all’esistenza di eventuali disturbi rilevanti ai fini dell’imputabilità e della pericolosità sociale.

                Sempio ha però esercitato il proprio diritto di non sottoporsi ai colloqui con il consulente. La Procura ha quindi sospeso l’accertamento diretto. L’eventuale valutazione potrà essere affrontata successivamente attraverso una perizia disposta dal giudice, qualora il procedimento arrivi a quella fase.

                La mancata consulenza psichiatrica non interrompe comunque il percorso dell’inchiesta. I magistrati hanno chiuso il fascicolo sulla base degli altri accertamenti raccolti e adesso la partita passa alla fase processuale successiva.

                Dopo diciannove anni Garlasco può tornare in un’aula di tribunale con Sempio

                La chiusura dell’inchiesta non equivale naturalmente a una condanna e Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. Ma il passaggio compiuto dalla Procura segna uno spartiacque nella storia giudiziaria del delitto di Garlasco: a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, l’indagine aperta su un uomo diverso da quello già condannato entra nella fase che precede una possibile richiesta di processo.

                Ora toccherà alla difesa di Sempio, affidata agli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, esaminare integralmente le nuove consulenze e contestare le conclusioni degli esperti della Procura.Soltanto dopo questo confronto i magistrati decideranno se chiedere formalmente il rinvio a giudizio.

                Il punto centrale, però, è già emerso con chiarezza dalla chiusura dell’inchiesta: la Procura di Pavia considera le nuove risultanze scientifiche sufficientemente importanti da inserirle nel fascicolo accusatorio contro Andrea Sempio. L’impronta 33, il sangue che secondo i nuovi esami la impregnava, il Dna maschile sotto le unghie di Chiara e la nuova valutazione sull’orario della morte diventano così i quattro pilastri scientifici attorno ai quali si giocherà la prossima battaglia giudiziaria sul delitto che da quasi vent’anni divide l’Italia.

                  Continua a leggere
                  Advertisement
                  Speciale Grande Fratello17 minuti ago

                  GF Vip, altro che Grande Fratello: sui social diventa «Grande Pisello». Il “Mullerone” e gli altri sempre in mutande fanno impazzire il web

                  Speciale Grande Fratello1 ora ago

                  Marina La Rosa scatena il putiferio al GF Vip: «In Spagna c’è più libertà per gli omosessuali». La criticano, ma ha detto davvero una cosa così assurda?

                  Camilla D’Alessandra sotto accusa per tentato omicidio: «Mai voluto colpire mio ex e il bambino, sono traumatizzata»
                  Cronaca2 ore ago

                  Camilla D’Alessandra sotto accusa per tentato omicidio: «Mai voluto colpire mio ex e il bambino, sono traumatizzata»

                  Giallo della ricina a Pietracatella, l'indagine ad una svolta: pronte le prime iscrizioni di indagati tra verbali e test di laboratorio
                  Cronaca Nera2 ore ago

                  Ricina, terremoto a Pietracatella: perquisiti due studi di Gianni Di Vita, poi la polizia lo porta in Questura

                  Speciale Grande Fratello2 ore ago

                  Valeria Marini spiazza il GF Vip: «Ho scritto una canzone e l’ho mandata a Stefano De Martino per Sanremo». Poi arriva la bordata: «Senza talenti»

                  Speciale Grande Fratello3 ore ago

                  GF Vip, Roncaccia gela la ship con Federica Morello: «Non mi piace proprio a pelle». Piera Meloni lo incalza, ma il colpo di scena è un altro

                  Giallo di via Gulli a Torino, parla il killer reo confesso: «La professoressa è Satana, ci ha detto lei come sparire»
                  Cronaca4 ore ago

                  Giallo di via Gulli a Torino, parla il killer reo confesso: «La professoressa è Satana, ci ha detto lei come sparire»

                  Gossip4 ore ago

                  Martina Colombari, la confessione su Costacurta: «Ho avuto un’altra relazione, siamo stati lontani un anno». E sulle corna: «Una scappatella non è la cosa più grave»

                  Piccole ma caloriche: come inserire le olive nella dieta mediterranea ed evitare il troppi grassi
                  Lifestyle5 ore ago

                  Piccole ma caloriche: come inserire le olive nella dieta mediterranea ed evitare il troppi grassi

                  Musica5 ore ago

                  Arriva il K-pop all’italiana: quattro ragazzine di 14 anni scelte tra 5.000, milioni investiti e una serie Rai. E dietro le Fourteen c’è Paolo Meneguzzi

                  Ultime notizie