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Spettacolo

Venezia, finto fashion editor di Vogue tenta il colpo all’Hotel Metropole e finisce in fuga tra le calli

Il piano è crollato al check-in: lo staff, insospettito, ha verificato con la redazione scoprendo che il vero Pendiuk era in ferie. Fermato mentre tentava la fuga, il truffatore dovrà rispondere di furto d’identità.

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    A Venezia, nei giorni più affollati della Mostra del Cinema, anche l’arte della truffa cerca il suo palcoscenico. Questa volta, però, il sipario è calato presto: un uomo ha tentato di farsi passare per Patrick Pendiuk, fashion editor di Vogue Germania, per ottenere una stanza gratis al prestigioso Hotel Metropole, cinque stelle affacciato sulla laguna.

    La messinscena sembrava studiata: prenotazione spostata più volte, arrivo in piena notte, atteggiamento sicuro di sé. Ma i dettagli hanno tradito il falso vip. Lo staff dell’albergo, guidato dal concierge Giuliano Brogliato e dal maitre Michele Novello, ha fiutato l’inganno. Una telefonata a Vogue ha svelato l’arcano: il vero Pendiuk era in vacanza e di certo non a Venezia.

    Quando l’uomo si è ripresentato alle 14.30 per il check-in, i due addetti lo hanno affrontato chiedendo documenti e carta di credito. È stato allora che il castello di bugie è crollato. Colto in flagrante, il truffatore non ha trovato di meglio che scappare. Via dalle porte dorate del Metropole, dentro il dedalo di calli e imbarcaderi, inseguito dallo staff e poi raggiunto dalla polizia municipale.

    Una corsa surreale, con il sedicente giornalista in fuga tra i turisti, fino all’intervento degli agenti che lo hanno fermato. Ora dovrà rispondere di furto d’identità e tentata truffa.

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      Televisione

      Grande Fratello Vip 2026, ecco il cast completo: da Alessandra Mussolini a Raimondo Todaro, Ilary Blasi prepara il reality più esplosivo

      Il reality torna in prima serata con la conduzione di Ilary Blasi e due opinioniste d’eccezione: Cesara Buonamici e Selvaggia Lucarelli. Nel cast volti della tv, della politica e dei social.

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        Il conto alla rovescia è iniziato. Il Grande Fratello Vip torna su Canale 5 martedì 17 marzo e promette di essere una delle edizioni più imprevedibili degli ultimi anni. Alla conduzione ci sarà Ilary Blasi, mentre in studio commenteranno le dinamiche della casa Cesara Buonamici e Selvaggia Lucarelli.

        Il cast è stato finalmente svelato e mescola volti televisivi storici, influencer, ex protagonisti dei reality e qualche nome decisamente inatteso.

        I nomi più noti del cast

        Tra i concorrenti più riconoscibili spiccano Alessandra Mussolini, volto della politica e della televisione italiana, e Antonella Elia, showgirl che ha già dimostrato di saper accendere le dinamiche dei reality.

        Nel cast anche Adriana Volpe, che conosce bene il programma avendo partecipato in passato al Grande Fratello Vip e avendo ricoperto anche il ruolo di opinionista.

        A loro si aggiungono Paola Caruso, ex Bonas di Avanti un altro, e Raimondo Todaro, ballerino molto popolare grazie alla televisione e alla lunga esperienza nel talent Amici.

        Tra musica, tv e social network

        Il cast include anche diversi personaggi provenienti dal mondo della musica e dei social.

        Tra loro GionnyScandal, cantante nato artisticamente nella scena pop italiana, e Renato Biancardi, content creator originario di Napoli.

        Non manca il mondo dello spettacolo con Francesca Manzini, imitatrice e volto televisivo noto al pubblico di Striscia la notizia.

        A portare una dose di comicità nella casa sarà Dario Cassini, cabarettista e comico passato da programmi come Zelig e Le Iene.

        I volti dei reality e della televisione

        Il reality punterà anche su volti già conosciuti al pubblico dei programmi Mediaset.

        Tra loro Lucia Ilardo, diventata nota grazie alla partecipazione a Temptation Island, e Raul Dumitras, anche lui passato dal celebre reality delle coppie.

        Completano il cast Nicolò Brigante, ex tronista di Uomini e Donne, l’imprenditore romano Giovanni Calvario, la modella Ibiza Altea e la modella di origini albanesi Blu Barbara Prezya.

        Tra i concorrenti anche Marco Berry, conduttore, illusionista ed ex inviato de Le Iene.

        Un mix di personalità molto diverse tra loro che promette di accendere dinamiche imprevedibili dentro la casa più spiata d’Italia.

        Il Grande Fratello Vip riparte così con una nuova edizione che punta su scontri, alleanze e colpi di scena. E con un cast così eterogeneo, lo spettacolo sembra assicurato fin dalla prima puntata.

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          Speciale Sanremo 2026

          Sal Da Vinci dice sì all’Eurovision: “L’ho desiderato tutta la vita”. E sul caso Israele taglia corto: “La musica non tiene colori”

          In conferenza stampa Sal Da Vinci apre all’Eurovision Song Contest 2026: “Non perdo certo l’occasione”. Nel pieno delle polemiche sulla presenza di Israele e tra ipotesi di boicottaggi, rivendica una linea netta: musica come ponte, non come confine.

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            Il Festival è finito, le luci si sono abbassate, ma le domande vere arrivano sempre dopo: che cosa succede adesso. Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo 2026 con “Per sempre sì”, ha scelto di non girarci intorno e ha già messo sul tavolo la risposta più attesa: Eurovision, sì. E lo ha detto nel modo più diretto possibile, con una frase che sembra un promemoria personale prima ancora che un titolo da cronaca: “L’ho desiderato tutta la vita, non perdo certo l’occasione”.

            L’Eurovision Song Contest 2026 quest’anno si svolgerà a Vienna e, come spesso accade quando la musica diventa gigantesca, la musica smette di essere solo musica. Attorno alla gara, infatti, si è riacceso il tema più delicato: la presenza di Israele, confermata dalla European Broadcasting Union nonostante obiezioni, tensioni e scelte drastiche annunciate da alcune nazioni, tra cui – secondo quanto circola in queste ore – Irlanda, Paesi Bassi, Spagna, Slovenia e Islanda.

            “L’ho desiderato tutta la vita”: il sì che cambia la settimana dopo Sanremo
            Nel suo intervento Sal Da Vinci ha insistito su un’idea semplice: la musica come trasmettitore di pace, accoglienza, aggregazione. Portare la canzone italiana sul palco europeo, per lui, sarebbe “giusto” proprio per quei valori, nonostante il clima complicato e le inevitabili letture politiche. Ha anche ammesso di non aver ancora pensato ai dettagli pratici dell’Eurovision, ma lo ha fatto con quella leggerezza che smorza la tensione e allo stesso tempo la rende notizia: ha scherzato dicendo che potrebbe persino celebrare “un matrimonio all’Eurovision”.

            “Israele? La musica non tiene colori”: la linea netta di Sal Da Vinci
            È qui che la frase “La musica non tiene colori” diventa più di uno slogan. Perché arriva nel mezzo di un dibattito che, in Italia, si è trasformato in una faglia: partecipare significa normalizzare, oppure significa usare la cultura come terreno di dialogo? Sal Da Vinci ha scelto la seconda strada, spiegando che non gli interessa boicottare e che, semmai, la musica può essere uno strumento di connessione tra culture diverse. Una posizione che, nel contesto attuale, suona come una presa di responsabilità e insieme come una sfida comunicativa: dire “vado” oggi non è un gesto neutro, anche se lui rivendica che debba esserlo.

            Levante ed Ermal Meta: il dibattito che divide anche gli artisti
            La sua scelta spicca anche perché arriva dopo settimane in cui altri artisti avevano già posizionato il proprio “sì” o il proprio “no” in modo opposto. Il caso più citato è quello di Levante: prima del Festival aveva dichiarato apertamente che, se avesse vinto Sanremo, non avrebbe voluto andare all’Eurovision proprio per la presenza di Israele, definendo la competizione “troppo politicizzata” e sostenendo che l’Italia non avrebbe dovuto prendere parte all’evento in questa situazione. Dall’altra parte, l’idea attribuita a Ermal Meta era speculare: partecipare comunque, perché portare la propria musica sul palco europeo avrebbe ancora più significato proprio “se c’è Israele”.

            Nel mezzo, la linea di Sal Da Vinci si distingue per la rapidità e l’assenza di esitazioni: sì all’Eurovision, sì all’idea che la musica resti un luogo di incontro. E mentre il dibattito continua a rimbalzare tra social, interviste e tifoserie contrapposte, lui resta aggrappato a una frase che, nel bene o nel male, ora lo rappresenta: la musica non divide, la musica passa.

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              Speciale Sanremo 2026

              Finale tra sospetti, percentuali choc e ribaltoni: cosa è successo davvero nell’ultima notte dell’Ariston.

              Primo al televoto, poi sparito dalle classifiche decisive e infine di nuovo sul gradino più alto. Intanto Ditonellapiaga domina in sala stampa, Sayf avrebbe vinto con il solo voto popolare e un dato inquieta: 31% di preferenze annullate contro il 3% dell’anno scorso.

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                Ci sono Festival che si decidono su un acuto. E Festival che si decidono su una percentuale. A SanA volte il Festival si decide con un ritornello che resta in testa. Altre volte con una percentuale che resta sul tavolo. A Sanremo 2026 il numero che pesa più di tutti è 31%. Trentuno per cento di voti non validi nella serata finale. Un’enormità, soprattutto se confrontata con il 3% registrato appena un anno fa. Non è una sfumatura statistica: è il dettaglio che cambia la percezione di un’intera notte.

                Il primo televoto della finale aveva tracciato una linea chiara. Il pubblico aveva scelto Sal Da Vinci, portandolo in testa senza mediazioni. Un consenso diretto, quasi istintivo, che sembrava scrivere la sceneggiatura dell’ultimo atto. Poi, nella fase decisiva a cinque, il quadro si è complicato.

                Quando entrano in gioco tutte le componenti di voto, l’equilibrio si sposta. Sal Da Vinci non risulta primo in nessuna delle classifiche determinanti. Non domina la sala stampa, non guida le giurie, non appare in testa nel mix conclusivo. È competitivo, resta in corsa, ma non è il leader assoluto di alcuna categoria. Ed è in quel momento che, tra corridoi e messaggi privati, comincia a circolare una parola sussurrata: ribaltone.

                In sala stampa l’indicazione è diversa. I giornalisti premiano Ditonellapiaga, nonostante – o forse proprio per – le ironie contenute nella sua canzone. Una scelta interpretata da alcuni come affermazione di indipendenza, da altri come risposta orgogliosa a chi li aveva messi nel mirino. Il peso della stampa incide, riequilibra, riapre i giochi.

                C’è poi un altro scenario che resta sullo sfondo ma che avrebbe potuto accendere polemiche roventi. Con il solo voto popolare, la vittoria sarebbe andata a Sayf. Una fotografia diversa del Festival, più netta, più immediata. Il sistema misto, invece, costruisce un risultato più articolato, meno lineare.

                E qui torna il 31%. Perché una percentuale così alta di voti annullati impone domande. Nel 2025, con un impianto regolamentare simile, i voti non validi nella finale erano stati appena il 3%. Cosa è cambiato? Nella fase conclusiva a cinque, lo scorso anno da ogni telefono si potevano esprimere tre preferenze. Quest’anno una sola chiamata, un solo voto. Un dettaglio tecnico che riduce drasticamente il margine di errore: se sbagli, non puoi rimediare.

                Non solo. I codici associati ai cantanti sono stati modificati rispetto all’edizione precedente. Molti spettatori, abituati a numeri ormai memorizzati, potrebbero aver digitato automaticamente il codice dell’anno prima. Un gesto meccanico, una distrazione di pochi secondi, e la preferenza evapora. Se l’errore si è ripetuto su larga scala, quel 31% diventa meno sorprendente, ma non meno rilevante.

                È stata solo una questione tecnica? O la tensione della finale, la fretta, la comunicazione frammentata hanno amplificato la confusione? La sensazione diffusa è che una parte del pubblico non abbia interiorizzato fino in fondo la modifica, contribuendo a gonfiare una percentuale che ora pesa come un macigno nel dibattito post-Festival.

                Eppure, al momento del verdetto finale, la somma delle componenti riporta Sal Da Vinci esattamente dove il primo televoto lo aveva collocato. Non è primo ovunque, ma è forte ovunque. Non domina ogni graduatoria, ma tiene su tutte. È il candidato più solido nel complesso. E alla fine è il suo nome a restare.

                Il paradosso è evidente. Per ore sembra che la vittoria possa sfuggirgli, dispersa tra strategie e percentuali. Poi la matematica restituisce lo stesso risultato che il pubblico aveva indicato all’inizio. La musica e i numeri, per una volta, coincidono.

                Resta però l’immagine di una finale che non è stata solo spettacolo. È stata regolamento, tecnica, interpretazione. È stata la dimostrazione che a Sanremo il palco racconta una storia, ma le percentuali ne raccontano un’altra. E che basta un numero fuori scala per trasformare una notte di canzoni in un caso che continuerà a far discutere.

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