Teatro
Joe Bastianich porta a teatro la sua vita tra soldi, musica e sogni
Dall’infanzia povera nel Queens al successo internazionale, l’imprenditore e volto tv debutta a teatro con Money – Il bilancio di una vita, uno spettacolo che unisce ricordi personali e riflessioni universali.
Joe Bastianich, 57 anni, non è soltanto il giudice severo e ironico visto in televisione o l’imprenditore della ristorazione di successo. È anche un musicista, un narratore e adesso – per la prima volta – un attore teatrale. Con Money – Il bilancio di una vita, scritto insieme a Tobia Rossi e Massimo Navone (che ne cura anche la regia), debutta sul palcoscenico con uno spettacolo che mescola autobiografia, musica dal vivo e riflessioni universali sul significato del denaro e delle scelte che compiamo.
La prima è fissata per il 24 ottobre al Teatro Rossetti di Trieste. Poi lo show viaggerà verso Milano, Torino e Bologna, in un tour che promette di sorprendere non solo i fan del personaggio televisivo, ma anche chi è curioso di scoprire un lato più intimo e creativo del ristoratore italoamericano.
Non un semplice monologo
“Non è un classico monologo autobiografico”, racconta Bastianich. Money è costruito come una vera narrazione teatrale, con scene, costumi e dialoghi. Sul palco con lui quattro musicisti-attori che interpretano camerieri e cuochi: la vicenda parte dal retro di un ristorante, luogo simbolo della sua vita, per trasformarsi presto in un viaggio tra memorie, confessioni e domande universali.
Il ristorante diventa metafora del teatro: entrambi vendono esperienze, entrambi cercano di trasformare passione in impresa. “Con il cibo nutri il corpo, con il teatro nutri l’anima”, spiega l’imprenditore.
Soldi, disuguaglianze e riscatto
Il filo conduttore è il denaro. “I soldi sono un tema che riguarda tutti. Io li ho guadagnati e li ho persi. Sono potere, paura, specchio delle nostre scelte”, riflette Bastianich. Attraverso episodi della sua vita, il racconto si allarga a temi come le disuguaglianze sociali, la ricerca di riscatto, la responsabilità individuale.
Figlio di immigrati istriani cresciuto nel Queens di New York, ricorda un’infanzia difficile: “Eravamo poveri, i miei lavoravano senza sosta ma non bastava mai. Quella rabbia può distruggerti o darti la forza per andare avanti. Per me è stata uno stimolo”. Durante gli studi a Boston, racconta, si è persino avvicinato a Marx per comprendere le radici delle ingiustizie che aveva vissuto.
La musica come ancora di salvezza
Un altro elemento centrale è la musica, da sempre parte della vita di Bastianich. In scena non solo recita, ma canta e suona brani originali, compreso un rap. “La musica mi ha salvato. Da ragazzo mi faceva sentire americano. Ricordo la chitarra che mia nonna mi regalò, sacrificando i suoi risparmi: da allora non ho più smesso”.
Dal piccolo schermo al palcoscenico
Dopo libri, dischi e programmi televisivi, il teatro rappresenta una nuova sfida: “È combustione pura di emozioni: ridi, rifletti, ti commuovi. È una grande responsabilità, ma voglio esserne all’altezza”.
E guarda già oltre: “Mi piacerebbe realizzare un documentario sull’emigrazione istriana, magari anche un film. A 57 anni sento di avere il privilegio di dedicarmi alla mia parte creativa. Voglio essere il regista del tempo che mi resta”.
Con Money – Il bilancio di una vita, Joe Bastianich porta sul palco un racconto che parla di lui, ma in cui ciascuno può riconoscere frammenti della propria esperienza: il valore dei soldi, la lotta contro i pregiudizi, i sacrifici dei genitori, i sogni che ci spingono a cambiare strada.
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Teatro
“La vicina di Zeffirelli” di Gaia Zucchi approda a teatro: una serata di parole, memoria e forza femminile al Manzoni di Roma
Il 18 dicembre alle 21 il Teatro Manzoni ospita un evento speciale con Gaia Zucchi: un racconto intimo e potente che intreccia arte, relazioni e consapevolezza.
In un tempo in cui il racconto pubblico è spesso dominato da parole come “crisi” e “mancanza di opportunità”, c’è chi sceglie di rispondere creando spazi di condivisione, bellezza e riflessione. È da questa esigenza che nasce l’evento in programma mercoledì 18 dicembre alle ore 21 al Teatro Manzoni di Roma (via Monte Zebio 14/C): una serata che porta sul palcoscenico La vicina di Zeffirelli, progetto ispirato all’omonimo libro di Gaia Zucchi.
Per la prima volta, questo racconto approda a teatro trasformandosi in un’esperienza dal vivo che promette di essere “uno spettacolo nello spettacolo”. Al centro, non solo la figura monumentale di Franco Zeffirelli, ma soprattutto lo sguardo di chi lo ha conosciuto da vicino, condividendone momenti, pensieri e silenzi. Un punto di vista privilegiato che evita l’agiografia e restituisce l’umanità di un maestro, colta attraverso il filtro di un’amicizia autentica.
La vicina di Zeffirelli non è un semplice memoir. È piuttosto un viaggio nella vita quotidiana di una donna che, pur immersa in ritmi frenetici e in un mondo che lascia poco spazio alla riflessione, è riuscita a conservare uno sguardo attento sulle persone e sulle relazioni. Gaia Zucchi osserva, ascolta, mette in discussione. Trasforma emozioni fugaci in pensieri strutturati, dando forma a una sorta di breviario contemporaneo: una guida sensibile che invita a rallentare e a riconsiderare il valore dei legami umani.
La presenza di Zeffirelli attraversa l’intero racconto come un filo invisibile ma costante. Non è mai invadente, eppure orienta il percorso narrativo, fino a culminare in pagine dense come il capitolo “Io, Franco e Dio”, dove emergono i tratti di una relazione fondata su rigore morale, spiritualità e rifiuto di ogni adulazione sterile. Un insegnamento che diventa anche argine contro il rischio della disillusione e della depressione, tema quanto mai attuale.
L’evento del Manzoni nasce anche dal desiderio di dare voce a un’energia femminile che, quando si esprime liberamente e in modo collettivo, sa generare cambiamenti reali. Dietro la serata c’è un lavoro corale, lungo e appassionato, fatto di professionalità, dedizione e spirito di squadra. Un esempio concreto di come l’unione possa trasformare un’idea in un appuntamento culturale capace di parlare a tutti.
Il Teatro Manzoni, luogo storico della scena romana, diventa così il contesto ideale per accogliere un racconto che unisce memoria, introspezione e futuro. Una serata pensata per chi ama il teatro, la cultura, ma anche per chi sente il bisogno di ritrovare senso e profondità nelle storie vere.
Il 18 dicembre non è solo una data sul calendario: è un invito a fermarsi, ascoltare e condividere. Il teatro è uno spazio vivo, fatto per incontrarsi. E questa occasione merita di essere vissuta dal vivo.
Venite a teatro: le storie, quando respirano insieme al pubblico, sanno lasciare tracce che durano nel tempo.
Teatro
Fuoco, scandalo e applausi: la Scala apre con “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Šostakovič
Un’opera bandita per decenni, un cast internazionale, una serata da record: la scelta di “Lady Macbeth” rilancia la Scala come palcoscenico di conflitti e bellezza — ma non mancano le ombre.
Come da tradizione, già dalle prime ore del pomeriggio del 7 dicembre decine di manifestanti si sono radunati all’esterno del teatro, dietro le transenne che delimitano gli accessi. Proteste pacifiche — per la pace, contro la guerra — che da qualche anno accompagnano l’inaugurazione della stagione, subito prima che cali il sipario.
Alle 18 in punto è cominciato lo spettacolo: l’opera scelta per inaugurare la stagione 2025-2026 è “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dmitrij Šostakovič. Un titolo forte, carico di storia e di controversie, capolavoro del Novecento che torna in scena a Milano con una produzione nuova, diretta dal maestro Riccardo Chailly e messa in scena da Vasily Barkhatov.
In sala, tra platea e palchi, si sono stretti politici, imprenditori, star dello spettacolo, giornalisti e rappresentanti dell’alta finanza: un parterre di élite che ha contribuito a trasformare la Prima della Scala in un evento mediatico con eco internazionale.
Un’opera dal passato tormentato
“Lady Macbeth del distretto di Mcensk” debutta nel 1934 a Leningrado: un’opera intensa, coraggiosa, violenta e diretta, ispirata al racconto di Nikolaj Leskov. Nel 1936 una recensione demolitiva sulla rivista ufficiale del regime sovietico — intitolata “Caos invece di musica” — la condanna, e l’opera viene bandita. Per decenni il suo messaggio forte e scomodo resta censurato.
Tornata in repertorio molti anni dopo, la Scala ha scelto di proporre ora la versione originale del 1934: un deciso ritorno alle origini, per rispettare la forza drammatica e la visione originaria di Šostakovič.
Emozioni, applausi… e dibattito
All’uscita del sipario, il pubblico si è alzato in piedi: una ovazione di circa 11 minuti, rara e fragorosa. Niente fischi, né mugugni: solo applausi lunghi, intensi, convinti.
Il soprano protagonista, Sara Jakubiak, nel ruolo di Katerina, ha scherzato: “Domani vado alle terme”, commentando con ironia e sollievo l’impegno titanico richiesto dal personaggio. Una battuta che sdrammatizza ma sottolinea la potenza vocale e drammatica offerta in scena.
Molti i commenti positivi alla regia, all’orchestra, al coro. Per l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, l’opera è “potente, drammatica, attuale”: un ritorno di un’opera controversa che apre la stagione con coraggio.
Ma non mancano le voci critiche. Alcuni — come il presidente di una commissione parlamentare — si dicono “perplessi”: ritengono l’allestimento “anti-stalinista” in conflitto con valori come la tutela delle donne, in relazione alla storia della protagonista. Un dibattito che ovviamente prosegue fuori dal teatro, come ogni Prima che decide di osare.
Record e numeri da gala
La scelta della Scala ha già pagato: secondo fonti ufficiali, l’incasso per la serata inaugurale ha superato i 2,8 milioni di euro — il più alto nella storia recente delle Prime scaligere. Un segnale forte: non solo un evento di élite, ma un vero fenomeno culturale e mediatico.
E la trasmissione in diretta su Rai1, Radio3 e RaiPlay garantirà che milioni di spettatori possano assistere a questo momento, amplificando il dibattito sull’opera, sull’arte, sulla storia.
Un’apertura che fa discutere — e riflettere
Questa Prima della Scala non sarà ricordata solo come un evento mondano. La scelta di un titolo dal passato travagliato e politicamente carico è una dichiarazione: il teatro non deve essere solo consolazione, ma anche provocazione, memoria, stimolo al dialogo.
Quando le luci si spengono e il sipario cala, resta la domanda: perché rappresentare ancora oggi un’opera censurata per decenni? Forse perché l’arte, quella vera, ha il potere di tornare a disturbare, a interrogare, a far pensare. E quando lo fa, non è un gesto nostalgico: è un atto di coraggio.
Teatro
La Fura dels Baus torna a Milano: dopo Malaga, lo spettacolo Sons – Ser o No Ser alla Fabbrica del Vapore
Dal 28 novembre al 14 dicembre la Fabbrica del Vapore ospiterà Sons – Ser o No Ser, il nuovo spettacolo de La Fura dels Baus. Un ritorno attesissimo per il collettivo catalano che negli anni ’90 sconvolse Milano con performance al limite tra teatro, installazione e incubo sensoriale.
Decenni fa incendiarono Milano — non metaforicamente, ma nello spirito. Con motoseghe, fuoco, musica industriale e un erotismo disturbante, La Fura dels Baus trasformò la scena teatrale italiana in un rito tribale. Chi c’era ricorda ancora il terrore e la fascinazione di quegli spettacoli dove gli spettatori venivano inseguiti, spruzzati, travolti, catapultati in un delirio tra eros e thanatos.
Oggi, la compagnia catalana fondata a Barcellona negli anni ’80 torna nella città che contribuì a farne un mito. Dopo il debutto a Malaga, dal 28 novembre al 14 dicembre, La Fura sarà alla Fabbrica del Vapore con Sons – Ser o No Ser (Essere o non essere), una riflessione esplosiva e visionaria sull’identità e sul corpo contemporaneo.
Una rivoluzione teatrale che continua
Per chi li ha amati o temuti, La Fura dels Baus è sinonimo di trasgressione e libertà. Hanno scardinato i confini tra palco e platea, tra arte e vita, inventando un linguaggio che mescola teatro fisico, tecnologia, suono e immersione sensoriale.
Il nuovo spettacolo mantiene intatta questa energia: Sons – Ser o No Ser intreccia musica elettronica, coreografie ipnotiche e proiezioni digitali. Al centro, come sempre, il corpo umano — esposto, frammentato, amplificato — in un continuo gioco di dissoluzione e rinascita.
Un cast di nuove leve e vecchie anime furiose
La storica compagnia si rinnova con una generazione di giovani performer che raccolgono l’eredità dei fondatori. “Non volevamo ripeterci — spiegano i creatori — ma restare fedeli alla nostra essenza: spingere il pubblico oltre il comfort, farlo vibrare, farlo pensare con la pelle”.
Milano, la città della memoria e del rischio
Tornare a Milano non è un caso. Qui, negli anni d’oro, La Fura dels Baus costruì un rapporto di amore e paura con il pubblico. Oggi la città ritrova quella stessa compagnia, più matura ma ancora pericolosa, in un luogo simbolico come la Fabbrica del Vapore: spazio industriale, materico, perfetto per la loro poetica.
Chi li ha visti allora sa che non sarà uno spettacolo qualunque. Chi li scoprirà ora, capirà perché da oltre quarant’anni La Fura dels Baus non mette mai in scena una semplice performance, ma un’esperienza totale.
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