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Spettacolo

Eleganza, business e glamour: Christopher Aleo e Simona Jakstaite protagonisti assoluti al Monte-Carlo Film Festival

Tra presenze sceniche, sinergie internazionali e nuovi progetti nel cinema e nel lusso, la partecipazione di Aleo e Jakstaite alla XXII edizione del Monte-Carlo Film Festival segna un punto di svolta nell’espansione culturale e mediatica del gruppo.

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    Un’apparizione da manuale. Christopher Aleo e Simona Jakstaite sono stati tra i nomi più fotografati e commentati della XXII edizione del Monte-Carlo Film Festival de la Comédie, la rassegna firmata da Ezio Greggio che ogni anno richiama volti internazionali del cinema e dello spettacolo. Una passerella che ha visto la coppia iSwiss distinguersi per presenza, eleganza e una strategia di immagine molto precisa.

    Aleo, fondatore del gruppo bancario iSwiss, ha preso parte all’evento come partner ufficiale attraverso la divisione iSwiss Media, impegnata a costruire un dialogo ambizioso tra cultura, cinema e industria finanziaria. «Sostenere la commedia di qualità è un investimento culturale che guarda al futuro», ha dichiarato, sottolineando l’importanza di legare il nome del gruppo a una rassegna dal respiro internazionale.

    Accanto a lui, Simona Jakstaite ha ribadito il suo ruolo nel mondo del lifestyle e della comunicazione visiva. Reduce dai red carpet di Venezia e Parigi, ha illuminato anche Montecarlo con uno stile raffinato e un carisma che l’ha resa una delle figure più ricercate dai fotografi della serata. Una presenza ormai familiare ai grandi eventi, dove moda, arte e business dialogano senza attrito.

    L’edizione 2025 del Monte-Carlo Film Festival ha riunito nomi di primo piano come Franco Nero, Madalina Ghenea, Paolo Genovese, Giovanni Veronesi, Lino Banfi e Gerry Scotti. A presiedere la giuria è stata Claudia Gerini, mentre sul palco si sono alternati momenti musicali e performance, tra cui quella dei Gipsy Kings by Pablo Reyes.

    Dietro le luci del red carpet, resta il piano industriale. Aleo ha confermato l’avvio di trattative per una coproduzione internazionale con l’Arabia Saudita e una crescente attenzione del gruppo ai settori moda e lusso: un’espansione parallela che punta a consolidare una presenza trasversale nei centri strategici della cultura globale.

    Un equilibrio studiato tra glamour, visione imprenditoriale e posizionamento mediatico. Il Monte-Carlo Film Festival ne è stato la prova. E, con ogni probabilità, l’inizio di un percorso ancora più ambizioso.

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      Speciale Sanremo 2026

      Sotto Sanremo, il Festival segreto conquista RaiPlay: il dietro le quinte parla il linguaggio dei social

      In un’epoca in cui tutto viene condiviso, anche il segreto diventa spettacolo. E così Sanremo, simbolo della tradizione televisiva, scopre una nuova identità: quella nascosta, fragile e sorprendentemente vicina ai giovani che lo guardano da sotto, e forse per questo lo sentono più loro che mai.

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        Il Festival più famoso d’Italia raddoppia e, per la prima volta, si guarda da sotto. Non è un gioco di parole ma la nuova scommessa di RaiPlay, che dal 23 febbraio al 1° marzo propone “Sotto Sanremo”, un racconto parallelo pensato per il pubblico digitale. Mentre Carlo Conti conduce il tradizionale spettacolo sul palco del Teatro Ariston, tre giovani voci femminili aprono una porta rimasta finora chiusa: quella delle emozioni prima del debutto.

        Anna Lou, Elisa e Nicole non conducono dal palco né dalla sala stampa, ma da un luogo volutamente misterioso, descritto come uno spazio nascosto e abbandonato sotto il teatro. Una scelta narrativa precisa, che trasforma il dietro le quinte in un vero e proprio set, dove il Festival diventa racconto intimo più che spettacolo.

        Qui arrivano artisti e ospiti per mostrare il lato più fragile della gara. Tra loro il cantautore Michele Bravi, la performer Ditonellapiaga e la giovane Angelica Bove. Non si parla solo di musica, ma di attese, scaramanzie, paure e sogni. Confessioni lontane dalle luci ufficiali, che restituiscono la dimensione più umana di un evento seguito da milioni di spettatori.

        Il progetto nasce all’interno della struttura digitale della Rai. “È un prodotto fresco, spontaneo, che rappresenta il nostro pubblico”, ha spiegato Marcello Ciannamea, direttore Rai Contenuti Digitali e Transmediali. Non una semplice cronaca, ma un’immersione creativa che utilizza il linguaggio diretto dei social per intercettare le nuove generazioni, sempre più lontane dalla televisione tradizionale.

        La regia è affidata a Massimiliano Sabini, che costruisce una narrazione quasi cinematografica, fatta di corridoi, attese e silenzi. Il risultato è una sorta di “Festival parallelo”, dove il tempo scorre in modo diverso rispetto alla diretta ufficiale.

        Il Festival di Sanremo, nato nel 1951 e diventato il principale evento musicale italiano, negli ultimi anni ha già avviato una trasformazione digitale, con clip virali e contenuti esclusivi online. “Sotto Sanremo” rappresenta però un passo ulteriore: non più solo estensione, ma racconto autonomo.

        Il pubblico non vede soltanto ciò che accade, ma ciò che si prova. Il momento prima di salire sul palco, l’ultimo respiro, la tensione che precede la prima nota. È lì che il Festival cambia volto e diventa esperienza personale.

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          Speciale Sanremo 2026

          A cena con Elettra Lamborghini: un sondaggio elegge lei come commensale perfetta

          A dircelo non è un critico musicale in piena estasi armonica, ma una ricerca di mercato firmata TheFork con YouGov

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            C’è stato un tempo in cui il Festival di Sanremo era, banalmente, una gara di canzoni. Sembra incredibile, ma accadeva davvero: si discuteva di arrangiamenti, di modulazioni ardite, di finali in crescendo e di quelle stecche così clamorose da diventare leggenda. Le polemiche nascevano su un cambio di tonalità, non su un cambio d’abito. I giornali il giorno dopo titolavano sulle performance, non sui follower guadagnati durante la diretta. Era un’epoca quasi mitologica, in cui il dibattito verteva su chi meritasse il podio e chi fosse stato penalizzato dall’orchestra. Il Festival continua a essere un gigantesco rito collettivo, un appuntamento che ferma il Paese e accende discussioni nei bar, nei salotti e sui social. Ma tra monologhi, ospiti internazionali, outfit passati al microscopio e share analizzati come bollettini di guerra, la canzone è diventata un intermezzo tra uno spot e un meme. Si aspetta il momento virale più del ritornello. Si commenta la mimica più della melodia. Il Festival continua a essere un gigantesco rito collettivo, un appuntamento che ferma il Paese e accende discussioni nei bar, nei salotti e sui social. Ma la vera notizia è un’altra: con chi andremmo a cena durante la settimana del Festival!

            A dircelo non è un critico musicale in piena estasi armonica, ma una ricerca firmata TheFork con YouGov. Perché se c’è una cosa che la kermesse ha mantenuto intatta negli anni, è la capacità di farci venire fame. Non di note, ma di carboidrati. Non di armonie, ma di antipasti condivisi.

            Secondo il sondaggio, la cantante con cui gli italiani over 24 sceglierebbero più volentieri di condividere una cena è – udite udite – Elettra Lamborghini. Il 20% la indica come compagna perfetta per una serata informale, percentuale che sale al 28% tra gli utenti della piattaforma gastronomica. Un trionfo culinario più che canoro. D’altronde, in un Festival dove le polemiche durano più delle canzoni in classifica, è comprensibile voler puntare su qualcuno che prometta almeno un dessert esplosivo, se non altro per coerenza scenica.

            La classifica continua con Arisa, Francesco Renga e Malika Ayane. Tutti artisti di spessore, certo. Voci riconoscibili, carriere solide, brani che hanno segnato stagioni radiofoniche. Ma il punto non è chi canterebbe meglio tra una portata e l’altra, né chi saprebbe reggere un duetto tra primo e secondo. Il punto è che la conversazione si è spostata definitivamente dal palco alla tavola.

            Un tempo si dibatteva su chi avesse osato di più con l’orchestrazione; oggi su chi ordinerebbe il vino giusto. Una volta si analizzavano i testi riga per riga; adesso si valuta la simpatia da condividere in una “serata informale e non convenzionale” – che tradotto significa: speriamo almeno sia divertente. La musica “capace di unire generazioni”, recita il comunicato di TheFork. Ed è vero: unisce tutti nella fila per il ristorante, mentre si commenta l’outfit visto pochi minuti prima in TV.

            Sanremo resta Sanremo, certo. Un palco che amplifica tutto: carriere, polemiche, cadute e rinascite. Ma se il momento più discusso è con chi divideremmo l’antipasto, forse è il caso di ammetterlo: più che una gara musicale, è diventato il più lungo aperitivo d’Italia, con sottofondo live. E a giudicare dal sondaggio, la colonna sonora è ormai solo un contorno. Il piatto forte? La compagnia. Con o senza bis.

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              Speciale Sanremo 2026

              Prove generali all’Ariston, la vigilia che non perdona: primi “verdetti” dei giornalisti accreditato

              Alla vigilia di Sanremo, l’Ariston si riempie per le prove generali: non è ancora gara, ma l’aria è già quella dei giudizi. Tra sedute “clandestine” nelle prime file, scenografie che cambiano volto al palco e un’orchestra distribuita su tre piani, arrivano anche i primi segnali sui brani: Ditonellapiaga costretta a ripetere per problemi di acustica, standing ovation per Sal Da Vinci, veterani freddi e debuttanti appesi a un parere.

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                “Vi preghiamo di restare seduti e non lasciare oggetti nei corridoi.” Se perfino una frase così da aeroporto diventa necessaria, significa che la vigilia di Sanremo è ufficialmente iniziata. All’Ariston, nelle prove generali, la musica conta già. Ma contano anche le sedie. Soprattutto le sedie. Perché le prime nove file sono riservate ai discografici, mentre lo spazio dietro è dedicato ai giornalisti. Eppure, chissà perché, quelle prime file esercitano un magnetismo irresistibile: qualcuno prova a sedersi davanti “clandestinamente”, con quella faccia innocente di chi si è perso e si è ritrovato proprio lì, nel posto migliore. È una delle poche trasgressioni fin qui tentate in un Festival che, almeno a sensazione, sembra più rilassato del solito.

                Il teatro, alla fine, è quasi pieno. E l’effetto è quello che Sanremo produce sempre quando smette di essere un programma e torna a essere un luogo: la platea respira, reagisce, misura. Gli applausi – quelli potenti e quelli di cortesia, quelli convinti e quelli un po’ dimessi – diventano un termometro immediato dell’accoglienza dei brani. Non è ancora la serata dei “paganti”, ma il pubblico accreditato anticipa già qualcosa: una specie di prova generale del giudizio, un assaggio di come potrebbe andare nelle cinque serate al via stasera alle 20,40

                Chi non c’è mai stato spesso resta sorpreso: l’Ariston dal vivo sembra più piccolo di come appare in televisione. È tutta una questione di prospettive, ma anche di regia: in tv il teatro si dilata, dal vivo si capisce quanto ogni dettaglio sia incastrato al millimetro. E infatti le certezze di questa vigilia passano soprattutto dalle “diavolerie” sceniche: sfondi che cambiano pelle, video, giochi di luce ad altezza cantante, pannelli e schermi che fanno sparire le celebri scale all’inizio delle performance. Qualcuno porterà anche dei ballerini, ma quella – come direbbe la scaletta – è un’altra storia.

                Poi c’è l’orchestra, che quest’anno è sistemata ai due lati del palco e suddivisa su tre piani. Una scelta che modifica l’impatto visivo e, per molti, aumenta anche l’ansia da prestazione: l’orchestra non è solo accompagnamento, è un mare che può esaltarti o travolgerti. E la grande preoccupazione di tanti artisti, in queste ore, è proprio quell’interazione: entrare, reggere il pezzo, non farsi mangiare dal suono.

                I cantanti arrivano sul palco a un ritmo non esattamente frenetico, e non per colpa loro: tempi organizzativi, incastri tecnici, la macchina che deve girare senza strappi. La prima è stata Arisa, poi via via tutti gli altri. E qui Sanremo mostra il suo lato più umano, quello che la diretta tende a lucidare: la mimica tradisce tutto. C’è chi non riesce a nascondere la tensione, chi la vive con una rilassatezza quasi provocatoria, e chi è ancora in quel limbo tipico delle vigilie importanti: non ha deciso se essere terrorizzato o euforico.

                Ogni prova è anche un piccolo romanzo. Per problemi di acustica, Ditonellapiaga è costretta a ripetere la performance: il classico intoppo che non spacca il Festival, ma ti ricorda che la perfezione è una superstizione. Per Sal Da Vinci, invece, scatta una sorta di standing ovation. E a quel punto lo schema si ripete: discografici e uffici stampa dei vari artisti non trattengono la tensione e chiedono ai giornalisti un parere, possibilmente confortevole. È un rito parallelo, fatto di sguardi e domande buttate lì con finta nonchalance: “Com’è andata?” “Ti è piaciuta?” “Funziona?” Come se bastasse una frase detta nel foyer per spostare l’asse di un Festival.

                I veterani, com’è prevedibile, mostrano spesso un distacco da professionisti: l’aria di chi queste cose le ha viste e riviste, e sa che tra prova e diretta c’è di mezzo il caos controllato di Sanremo. Tra quelli meno strutturati, invece, il pendolo oscilla: un minuto scetticismo, un minuto dopo euforia. È la psicologia dell’Ariston, che non cambia mai: ti fa sentire enorme e minuscolo nello stesso istante.

                E poi c’è il nodo artistico: non tutti i brani vivono allo stesso modo su quel palco. C’è chi sembra aver scelto il pezzo perfetto per esaltare la vocalità, costruito apposta per far capire “chi sono” in tre minuti. E chi, al contrario, appare un po’ a disagio, troppo lontano dalle situazioni live in cui è cresciuto artisticamente. Il palco dell’Ariston è un ambiente a parte: non perdona l’abitudine al playback mentale, non ti regala nulla se sei nato per un altro tipo di performance.

                Tra i più rilassati, si nota Francesco Renga. Probabilmente è solo questione di abitudine: quando hai macinato anni di palchi e di dirette, l’Ariston resta importante, ma smette di sembrare un tribunale. Non saranno più i tempi delle pellicce strappate e dei disturbatori alla Cavallo Pazzo, ma la tensione qui resta sempre un’ombra defilata sullo sfondo. Perché Sanremo è Sanremo: cambia l’epoca, cambiano le polemiche, cambiano i look e le scalette. Ma quel momento, la vigilia, conserva la stessa verità. Tutti fanno finta di essere tranquilli. E quasi nessuno lo è davvero.

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