Lifestyle
Quando la maternità travolge: perché una vita “perfetta” può crollare dopo la nascita di un figlio
Carriera solida, salute stabile, una quotidianità in equilibrio: eppure, per molte donne, tutto cambia con l’arrivo di un bambino. Dietro il tracollo emotivo e fisico che talvolta segue il parto c’è un fenomeno naturale, spesso ignorato.
Come può una donna abituata a gestire impegni, scadenze e responsabilità professionali ritrovarsi improvvisamente sopraffatta dopo la nascita di un figlio? È la domanda che si è posta Laura Guckian, life coach specializzata nel supporto alle madri, ripensando alla sua storia: da manager di successo a neomamma disorientata, priva di energie e con la sensazione di aver perso il controllo della propria vita.
La sua esperienza non è un’eccezione. Molte donne passano, in poche settimane, da un equilibrio apparentemente perfetto a un vortice di ansia, stanchezza estrema e confusione identitaria. La ragione non è debolezza personale, ma un processo fisiologico: la matrescenza, un termine coniato negli anni ’70 dall’antropologa Dana Raphael e tornato al centro del dibattito grazie al libro di Lucy Jones, Matrescenza (2023).
La matrescenza: un cambiamento paragonabile all’adolescenza
Il paragone non è casuale: come l’adolescenza, anche la matrescenza è un periodo di transizione profonda, in cui ormoni, responsabilità e aspettative sociali creano un territorio nuovo da esplorare. Il corpo cambia, così come la percezione di sé.
Studi scientifici confermano che il cervello materno attraversa modificazioni significative. Una ricerca pubblicata su Nature Neuroscience nel 2016 ha rilevato che, dopo la gravidanza, alcune aree della materia grigia si riducono temporaneamente. Queste regioni sono coinvolte nella regolazione emotiva e nei processi decisionali: un adattamento che sembra favorire l’empatia e la cura del neonato, ma che può rendere la madre più vulnerabile allo stress.
Non si tratta di “perdere lucidità”, ma di una riorganizzazione funzionale. Per alcune donne, questo cambiamento coincide con un senso rinnovato di identità; per altre, può diventare fonte di fatica emotiva e disorientamento.
Quando la trasformazione diventa difficile
Le pressioni sociali non aiutano. In una cultura che idealizza la maternità perfetta — e la espone continuamente sui social — molte madri vivono in silenzio il timore di “non essere all’altezza”. Il risultato è una spirale di sensi di colpa, autosvalutazione e isolamento, che può aprire la strada a disturbi come ansia e depressione postpartum.
Secondo Guckian, il problema principale è che la maternità è ancora raccontata come un istinto naturale, un passaggio immediato e lineare. In realtà, diventare madre richiede un adattamento complesso che può durare anni: gli esperti stimano che la matrescenza possa estendersi fino a un decennio dopo il parto.
Quattro strategie per attraversare la matrescenza
Non esiste una ricetta valida per tutte, ma alcune indicazioni possono aiutare a rendere questo passaggio meno turbolento.
1. Sospendere il giudizio verso se stesse
Il perfezionismo materno è un nemico potente. Accettare che la maternità non sia sempre naturale né immediata è il primo passo per alleggerire il carico emotivo. La vergogna e l’autocritica sono spesso alla base dei pensieri più oscuri delle neomamme: riconoscerlo è fondamentale.
2. Mettere la salute mentale al centro
Dormire, riposare, chiedere aiuto, prendere spazi personali: non sono lussi, ma bisogni primari. Una madre emotivamente stabile e sostenuta è più capace di affrontare le esigenze del bambino.
3. Costruire una rete di supporto reale
Il proverbio africano “ci vuole un villaggio per crescere un bambino” resta attualissimo. Oltre alla famiglia, servono servizi pubblici efficienti, comunità, reti di mutuo aiuto. Le madri non devono affrontare tutto da sole: condivisione e solidarietà fanno la differenza.
4. Ridurre l’esposizione ai modelli irrealistici
La “mamma perfetta” dei social non esiste. Limitare i confronti tossici, evitare consigli non richiesti e proteggere il proprio spazio mentale sono atti di autodifesa emotiva.
La matrescenza non è un fallimento, ma una trasformazione fisiologica e identitaria che merita di essere riconosciuta e compresa. Raccontarla significa rompere i tabù che ancora avvolgono la salute mentale delle madri e restituire dignità a un percorso complesso, ricco, a volte faticoso — ma profondamente umano.
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Cucina
Marshmallow fatti in casa: la ricetta, la storia e i segreti per un risultato perfetto
Dalla pianta di altea alle cucine moderne: come preparare i celebri dolcetti soffici con pochi ingredienti e qualche attenzione tecnica.
Soffici, elastici e irresistibilmente dolci: i marshmallow sono tra i dolci più riconoscibili al mondo. Simbolo di falò, bevande calde e dessert americani, nascondono però una storia antica e una preparazione che, se ben eseguita, può essere replicata anche a casa con risultati sorprendenti.
Un dolce dalle origini antiche
Il nome “marshmallow” deriva dalla malva palustre (Althaea officinalis), una pianta utilizzata già nell’antico Egitto per preparare rimedi dolci a base di miele e linfa, destinati soprattutto a lenire il mal di gola. Nel XIX secolo, in Francia, questa preparazione si è evoluta in una versione più simile a quella attuale, con albumi montati e zucchero. La produzione industriale moderna ha poi sostituito la radice di altea con gelatina, rendendo il processo più stabile e riproducibile su larga scala.
Gli ingredienti (per circa 40 marshmallow)
- 12 g di gelatina in fogli (o in polvere)
- 150 ml di acqua (divisa in due parti)
- 250 g di zucchero semolato
- 100 g di sciroppo di glucosio (o miele chiaro)
- 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
- Zucchero a velo e amido di mais q.b. per la finitura
(Nota: nella versione classica non sono previsti albumi; alcune varianti artigianali li utilizzano, ma non sono indispensabili.)
Il procedimento passo dopo passo
- Preparare la gelatina
Mettere la gelatina in ammollo in 75 ml di acqua fredda (o reidratarla secondo le istruzioni se in polvere). - Cuocere lo sciroppo
In un pentolino unire lo zucchero, il glucosio e i restanti 75 ml di acqua. Portare a ebollizione senza mescolare, fino a raggiungere circa 115-118 °C (fase di “palla morbida”), utilizzando un termometro da cucina. - Montare la massa
Sciogliere la gelatina ammollata nello sciroppo caldo, poi trasferire il composto in una ciotola capiente. Montare con le fruste elettriche a velocità medio-alta per 8–10 minuti, finché il composto diventa bianco, lucido e triplica di volume. Aggiungere la vaniglia negli ultimi secondi. - Colare e far rassodare
Versare il composto in una teglia rivestita di carta forno e spolverata con un mix di zucchero a velo e amido. Livellare e lasciare riposare a temperatura ambiente per almeno 4 ore (meglio tutta la notte). - Tagliare e rifinire
Sformare, tagliare a cubetti con un coltello leggermente unto e passare ogni marshmallow nel mix di zucchero e amido per evitare che si attacchino.
Consigli pratici e conservazione
- La precisione della temperatura è fondamentale per ottenere la consistenza corretta.
- I marshmallow fatti in casa si conservano fino a 2 settimane in un contenitore ermetico, lontano dall’umidità.
- È possibile aromatizzarli con cacao, caffè o coloranti alimentari, aggiungendoli durante la fase di montaggio.
Preparare i marshmallow in casa significa riscoprire un dolce iconico nella sua versione più autentica, senza conservanti e con ingredienti controllati. Un piccolo laboratorio di pasticceria domestica che trasforma pochi elementi di base in una nuvola di zucchero dal fascino intramontabile.
Animali
Quando lanciare la palla non basta più: i cani “dipendenti da gioco” esistono davvero
Studio su oltre 100 cani mostra che alcuni sviluppano un attaccamento patologico a giocattoli o palline, ignorando cibo e contatti sociali. Cosa significa per chi ha un cane e come intervenire per non sbagliare.
Un gesto ormai familiare per tantissimi proprietari: lanciare una palla, vederla rincorsa con gioia e ricevere in cambio un coraggioso riporto. È una scena che definisce l’amicizia tra cane e padrone. Ma secondo una ricerca pubblicata di recente, in alcuni casi quell’entusiasmo può trasformarsi in qualcosa di molto diverso: un attaccamento esasperato al gioco, addirittura paragonabile a una forma di dipendenza.
Lo studio, condotto da ricercatori della Vetmeduni Vienna e dell’Università di Berna, e pubblicato su Scientific Reports, ha coinvolto 105 cani — di varie razze, età e sesso — considerati fortemente motivati al gioco.
Cosa hanno scoperto i ricercatori
Attraverso una serie di prove — chiamata “Addictive-like Behaviour Test” (AB-Test) — gli scienziati hanno osservato come i cani reagivano quando il loro giocattolo preferito veniva reso inaccessibile (posto su uno scaffale, dentro una scatola, tolto momentaneamente). Risultato: 33 su 105 hanno mostrato comportamenti riconducibili a una “dipendenza da gioco”, con caratteristiche simili a quelle delle dipendenze comportamentali negli esseri umani.
Tra questi segnali:
- ossessione per il giocattolo: fissazione sull’oggetto anche se indisponibile;
- ignorare altri stimoli: cibo, coccole o distrazioni non intervenivano come alternative;
- tentativi persistenti di recupero: abbai, piagnucolii, agitazione, anche a fronte della privazione;
- difficoltà a calmarsi dopo la rimozione del giocattolo, con ansia o agitazione protratta.
Non si tratta però di una condanna universale: molti cani amano giocare senza sviluppare queste tendenze “compulsive”. Secondo gli autori, la casistica indica che solo una minoranza — ma significativa — può essere definita “a rischio”.
Le razze più rappresentate nel gruppo con comportamenti “addict-like” sono state quelle selezionate per lavoro, resistenza e “drive” elevato: pastori (soprattutto) e terrier.
Da dove nasce il fenomeno
Secondo i ricercatori, alla base ci sarebbe una combinazione di fattori genetici e ambientali. Alcune razze — per istinto selezionato nei secoli — sono predisposte a un forte impulso a inseguire, catturare e riportare: caratteristiche utili per la caccia, la guardia o il lavoro agricolo. In una famiglia moderna, senza pecore da rincorrere né prede da stanare, quella spinta può concentrarsi su una palla o un giocattolo, trasformando un’attività sana in un’ossessione.
Inoltre, la natura stessa del gioco per il cane — attivazione, rincorsa, stimolo motorio — può innescare una reazione neurochimica che stimola un circolo di ricerca continua di piacere, simile al meccanismo delle dipendenze comportamentali.
Quando “gioco” diventa un problema
Non tutti i cani che adorano giocare hanno un disturbo, ma chi lo sviluppa rischia conseguenze concrete:
- stress cronico, agitazione, incapacità di rilassarsi;
- trascurare bisogni fondamentali come cibo, riposo o interazione sociale;
- difficoltà nell’obbedienza e nell’apprendimento, perché la fissazione sul giocattolo prevale su ogni cosa;
- potenziale aumento di comportamenti distruttivi se l’oggetto è inaccessibile.
Gli esperti avvertono: è sbagliato demonizzare il gioco, ma è importante riconoscere quando il gioco non è più un piacere, ma una compulsione.
Cosa può fare un proprietario responsabile
La buona notizia è che il comportamento può essere gestito o mitigato. Alcuni consigli pratici suggeriti dagli stessi autori dello studio:
- alternare il gioco con altri tipi di attività: passeggiate, esercizi di obbedienza, giochi di ricerca o masticazione;
- evitare di usare la palla in modo esclusivo come “ricompensa” continua: giochi cooperativi e variegati aiutano a diversificare gli stimoli.
- stabilire un rituale chiaro di “inizio–fine gioco”: quando il giocattolo torna in borsa o in armadio, il cane capisce che è terminato.
- in caso di stress, ansia o difficoltà evidenti (rifiuto del cibo, agitazione, distruttività), consultare un educatore cinofilo o un comportamentalista: potrebbe essere necessario un percorso personalizzato.
Una scoperta che apre interrogativi
Lo studio rappresenta il primo passo verso la comprensione scientifica di un fenomeno lungo tempo solo aneddotico. I ricercatori sottolineano però che non è ancora corretto parlare di “dipendenza patologica” nel senso clinico del termine. Serve ulteriore lavoro per capire quanto questi comportamenti incidano a lungo termine sul benessere psicofisico dei cani, e per verificare se certe razze o condizioni particolari siano più vulnerabili.
Ciononostante, la scoperta offre nuovi strumenti e consapevolezza ai proprietari: un invito a guardare con attenzione non solo al comportamento felice e affettuoso del cane, ma anche ai suoi momenti di fissazione, stress o ansia. Perché l’amore per il proprio compagno a quattro zampe significa anche saper riconoscere quando un gioco non è più sano.
Lifestyle
Quando i figli diventano genitori: come accogliere la notizia di un nipote in arrivo
Arriva quel momento in cui i figli, ormai adulti, chiedono di parlare “seriamente”. Il tono è diverso, l’attesa carica di significa
Arriva quel momento in cui i figli, ormai adulti, chiedono di parlare “seriamente”. Il tono è diverso, l’attesa carica di significato. E poi la frase che segna un prima e un dopo: “Diventerai nonno” o “Diventerai nonna”. Una notizia che spesso porta con sé felicità immediata, ma anche un turbinio di emozioni contrastanti, tutte legittime.
Una gioia che può spiazzare
Diventare nonni è tradizionalmente associato a un evento felice, e nella maggior parte dei casi lo è davvero. Tuttavia, secondo psicologi e studiosi delle dinamiche familiari, non è raro provare anche sorpresa, commozione, senso di responsabilità o persino un leggero smarrimento. L’annuncio segna simbolicamente il passaggio a una nuova fase della vita, in cui il ruolo genitoriale si trasforma senza scomparire.
Accogliere l’annuncio con ascolto e rispetto
Il primo passo è ascoltare. I figli che comunicano una gravidanza cercano approvazione, sostegno e rassicurazione. Anche se la notizia arriva in un momento inatteso o solleva dubbi pratici, è importante evitare reazioni impulsive. Un atteggiamento aperto e rispettoso rafforza il legame e trasmette fiducia.
Gli esperti sottolineano che il modo in cui viene accolta la notizia può influenzare il rapporto futuro tra nonni, figli e nipoti. Un sorriso, una parola di incoraggiamento o un semplice “sono felice per voi” hanno un valore profondo.
Emozioni contrastanti: normalizzarle è fondamentale
Accanto alla felicità possono emergere pensieri più complessi: il tempo che passa, il timore di non sentirsi pronti, le preoccupazioni economiche o di salute. Tutto questo è normale. Riconoscere le proprie emozioni, senza giudicarle, aiuta a elaborarle e a trasformarle in consapevolezza.
Molti studi sul benessere psicologico mostrano che accettare i cambiamenti di ruolo favorisce un invecchiamento più sereno e una migliore qualità della vita.
Il ruolo dei nonni oggi
Essere nonni nel XXI secolo è molto diverso dal passato. Non si tratta solo di “aiutare”, ma di costruire una relazione affettiva unica con i nipoti, senza sostituirsi ai genitori. Le linee guida in ambito educativo suggeriscono un equilibrio tra presenza e rispetto dei confini: supporto quando richiesto, discrezione quando necessario.
Parlare apertamente delle aspettative
Dopo l’annuncio iniziale, può essere utile affrontare con calma temi pratici: che tipo di aiuto sarà gradito? Quanto coinvolgimento ci si aspetta? Chiarire questi aspetti previene incomprensioni future e rafforza la fiducia reciproca.
Un nuovo capitolo da vivere con consapevolezza
Diventare nonni non significa “fare un passo indietro”, ma aprire una nuova pagina della propria storia personale e familiare. È un’occasione per riscoprire il valore delle relazioni, trasmettere esperienze e creare ricordi.
Accogliere la notizia con empatia, apertura e autenticità permette di trasformare l’annuncio in un momento fondativo, capace di unire le generazioni e dare nuovo significato al tempo che viene.
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