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Gossip

Francesca Tocca rompe il silenzio su Raimondo Todaro: “Ha tradito la mia fiducia più di una volta”

Dopo mesi di indiscrezioni, Francesca Tocca sceglie Verissimo per mettere in fila la sua versione: “mancanze di rispetto”, fatti scoperti da altri e una fiducia logorata nel tempo. Nel racconto spunta anche un dettaglio che pesa: mentre Todaro si dichiarava single, lei sostiene che “in realtà è stato fidanzato in casa con una ragazza catanese”. I due vivono già separati, con la figlia Jasmine al centro di un equilibrio tutto da ricostruire.

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    Non è una di quelle interviste in cui si recita il copione del “ci siamo lasciati bene” e si chiude con un sorriso di circostanza. Francesca Tocca, ospite a Verissimo, ha deciso di dire la sua sulla fine del matrimonio con Raimondo Todaro e lo ha fatto scegliendo parole nette, personali, anche dolorose. Niente dettagli pruriginosi, niente nomi buttati lì per fare rumore: ma un concetto ripetuto in forme diverse, come un chiodo fisso che non si sfila. La fiducia, dice, è stata tradita “più di una volta”. E quando succede, la convivenza diventa un terreno minato, anche se in mezzo c’è una figlia, Jasmine, e una storia che sembrava destinata a resistere.

    La sensazione, ascoltando il suo racconto, è che Tocca non sia arrivata a questo punto per capriccio o per una lite improvvisa. Al contrario: parla di tentativi, di cose scoperte tardi, di verità negate e poi confermate dai fatti. E soprattutto di una dinamica che, a un certo punto, l’ha convinta che restare sarebbe stato peggio che andarsene.

    Quando “non ero felice” diventa una scusa

    Uno dei passaggi più pungenti dell’intervista riguarda il modo in cui Francesca legge alcune dichiarazioni passate dell’ex marito. Non si limita a dire “mi ha ferita”: prova a spiegare perché quelle parole, pronunciate pubblicamente, le abbiano dato fastidio e, soprattutto, come le abbia percepite.

    “Venire qui a dire che io non ero felice non mi è piaciuto”, ha esordito, riferendosi a precedenti dichiarazioni di Todaro. Poi affonda, senza alzare la voce ma lasciando intendere tutto il peso: “Io avevo dei motivi: se tu manchi di rispetto e fai cose per le quali non posso più avere fiducia, è normale che io non sia felice. Ma non avrei mai pensato di lasciarlo: usare la scusa che non mi vedevi felice per mancarmi di nuovo di rispetto è stato troppo”.

    È un rovesciamento netto della narrazione: non la storia di una coppia che si perde “perché non c’era più l’amore”, ma quella di un rapporto in cui, secondo lei, la mancanza di rispetto ha eroso la base. E quando la base cede, anche la versione più elegante della crisi suona, appunto, come una scusa.

    “Ha tradito la mia fiducia più di una volta”: la linea rossa

    Arriva poi il punto centrale. La domanda sul tradimento aleggia, ma Tocca sceglie di non entrare nei dettagli. Non fa cronaca di letto, non si trasforma in detective davanti alle telecamere. Però non addolcisce la sostanza, anzi: la rende più pesante proprio perché resta sul concetto.

    “Ha tradito la mia fiducia più di una volta. Ci sono state mancanze ed errori che ho scoperto, che lui mi ha negato e che poi ho saputo essere veri”.

    La parola chiave qui è “negato”. Perché un errore può essere affrontato, una crisi può anche diventare materia di ricostruzione. Ma se alla frattura si aggiunge la sensazione di essere presa in giro, o di dover scoprire le cose da sola, allora non è più solo una ferita: è una crepa strutturale.

    E infatti Tocca porta un esempio preciso, legato alla prima separazione: “La prima volta che ci siamo lasciati, lui stava cercando casa a mia insaputa. L’ho saputo da altre persone, non da lui”. Tradotto: non è solo ciò che accade, è come lo vieni a sapere. E da chi.

    La “ragazza catanese” e la questione del “single”

    Il passaggio più caldo dell’intervista, quello destinato a far parlare i social e i salotti, riguarda l’attuale vita sentimentale di Todaro. Qui Tocca non usa giri di parole, ma specifica anche come avrebbe appreso quella realtà: non per spiare, non per gossipare, bensì tramite amici comuni.

    “Quando è venuto qui ha detto di essere single, ma in realtà è stato fidanzato in casa con una ragazza catanese. L’ha presentata ai suoi verso aprile e ci è stato insieme per un po’ di mesi. Ora non so come stiano le cose perché ci siamo allontanati volutamente”.

    È una frase che pesa per due ragioni. La prima è la discrepanza tra ciò che, secondo lei, è stato detto in tv e ciò che sarebbe accaduto nella vita reale. La seconda è il modo: “fidanzato in casa”, “presentata ai suoi”, quindi non una frequentazione leggera, ma una storia strutturata almeno per un periodo. Tocca non insiste, non rincara, non cerca il colpo di teatro successivo: mette sul tavolo l’informazione e si ferma lì. Anche quando aggiunge “ora non so come stiano le cose”, la precisazione sembra più un confine che un invito a scavare.

    Una separazione già nei fatti, non ancora nelle carte

    Sul piano pratico, il quadro che emerge è quello di una separazione già avvenuta nella quotidianità, anche se non ancora formalizzata. Francesca e Raimondo, racconta il testo di partenza, “non hanno ancora avviato le pratiche legali per la separazione”, ma vivono distanti. Lui è spesso a Catania per lavoro, lei è rimasta a Roma con la figlia.

    E qui si chiude, senza morale e senza prediche, con la sensazione più nitida: al netto delle parole, al netto delle versioni, la distanza ormai non è più un’ipotesi. È una condizione. E quando una coppia arriva a questo punto, il ritorno non dipende da ciò che si dice in tv, ma da ciò che si è disposti a fare quando le telecamere sono spente.

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      Gossip

      Jacob Elordi e Kendall Jenner fanno sul serio: cena con papà John da Cipriani. Poi baci infuocati e passione sui social

      Jacob Elordi e Kendall Jenner sono stati fotografati all’uscita da Cipriani dopo una cena insieme a John Elordi, padre dell’attore. Segnale che la storia diventa seria? Probabile. Intanto, tra foto e video pubblicati dalla coppia, i due continuano a baciarsi con entusiasmo travolgente.

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        Jacob Elordi e Kendall Jenner fanno sul serio. Almeno a giudicare dall’ultimo passo compiuto dalla coppia, che sembra essere entrata ufficialmente nella delicata fase delle presentazioni in famiglia. I due sono stati visti insieme all’uscita del rinomato ristorante Cipriani dopo una cena alla quale partecipava anche John Elordi, il padre dell’attore.

        Un appuntamento che ha inevitabilmente fatto salire di parecchio la temperatura del gossip sulla coppia. Perché un conto è frequentarsi, un altro è sedersi a tavola con papà. Anche se Kendall e Jacob, appena possono, sembrano preferire attività decisamente meno formali.

        Jacob Elordi presenta Kendall Jenner a papà John

        La cena da Cipriani rappresenta infatti un segnale piuttosto interessante sull’evoluzione della relazione. Al tavolo insieme a Jacob e Kendall c’era John Elordi, padre della star, e la serata ha immediatamente assunto il sapore della presentazione ufficiale.

        Nessuna dichiarazione dei diretti interessati, ma la presenza del genitore suggerisce che il rapporto abbia superato la fase del flirt leggero. La coppia, insomma, sembrerebbe intenzionata a fare sul serio.

        Kendall Jenner entra in famiglia

        Per Kendall si tratta di un ulteriore passo in una relazione che nelle ultime settimane ha attirato sempre più attenzione. Elordi e la modella non sembrano più particolarmente interessati a nascondere la loro complicità e la cena in famiglia aggiunge un altro tassello.

        Se papà John abbia promosso la nuova fidanzata del figlio non è dato sapere. Ma arrivare insieme, cenare allo stesso tavolo e uscire sotto gli occhi dei fotografi non è esattamente una missione clandestina.

        Poi Jacob e Kendall si baciano senza freni

        Finita la parte istituzionale, resta quella decisamente più movimentata. Nelle fotografie e nel video pubblicati dalla coppia, Jacob e Kendall si scambiano infatti baci con un entusiasmo che lascia ben poco spazio all’immaginazione.

        Insomma, prima la cena con papà e poi baci senza freni. La relazione si farà pure seria, ma fortunatamente i due non sembrano avere alcuna intenzione di diventare seri anche loro.

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          Personaggi

          Sfruttamento o inclusione? Paolo Ruffini rompe il silenzio sulle accuse: “Chi lavora con me ha superato i provini ed è un artista vero”

          In un’intervista rilasciata a Fanpage, l’attore e regista affronta contestazioni e polemiche sui suoi progetti con artisti affetti da sindrome di Down. Nel ribadire il rispetto per la professionalità del cast, annuncia il traguardo dei 4.000 biglietti per la data di Caserta

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          Sfruttamento o inclusione? Paolo Ruffini rompe il silenzio sulle accuse: "Chi lavora con me ha superato i provini ed è un artista vero"

            Paolo Ruffini torna a parlare delle critiche che negli ultimi anni hanno accompagnato i suoi spettacoli e alcuni dei suoi contenuti sui social, soprattutto quelli nei quali coinvolge persone con sindrome di Down. In un’intervista rilasciata a Fanpage, l’attore e regista ha affrontato direttamente le contestazioni, compresa quella di sfruttare persone con disabilità, scegliendo in alcuni passaggi di rispondere in modo volutamente provocatorio.

            Il rifiuto del consenso plenario e la gestione dei social

            Ruffini ha innanzitutto spiegato di non considerare un problema il fatto di non incontrare il consenso di tutti, soprattutto quando si parla di contenuti pubblicati sui social. «Bisogna togliersi dall’idea di avere un consenso plenario, soprattutto sui social. Perché dobbiamo piacere a tutti? Io non penso che si debba piacere a tutti, e temo chi vuole piacere a tutti: diventeresti un dittatore culturale, e lungi da me esserlo. Anzi, se non piaccio a certe persone direi anche che sto facendo la cosa giusta», ha dichiarato l’artista.

            L’attore ha poi riconosciuto la particolare delicatezza del tema della disabilità, sottolineando di non viverlo in prima persona e dicendosi disposto ad ascoltare anche chi lo critica proprio per questo motivo: «Per il resto, altra premessa: io parlo di disabilità, ma non la vivo. Se c’è una persona che vive un tema che io non vivo e che mi critica, io prendo anche uno schiaffo, ci mancherebbe altro, trattandosi di un tema così delicato. Da lì in poi, la maggior parte delle accuse che mi fanno sono anche vere».

            La risposta alle accuse di sfruttamento e le capacità professionali

            Una delle contestazioni che più frequentemente gli vengono rivolte riguarda il presunto utilizzo delle persone con disabilità all’interno dei suoi spettacoli. Ruffini ha spiegato di non vedere lo sfruttamento nel coinvolgimento professionale degli interpreti, sottolineando che si tratta di persone regolarmente retribuite. «Nel senso: “Tu sfrutti persone con disabilità”. E in che senso le sfrutto? “Ah, le fai lavorare”. E certo che le faccio lavorare. E le pago pure, ovviamente. Quindi c’è sempre sfruttamento, se intendi quello: un bel ragazzo e una bella ragazza interpretano Romeo e Giulietta e viene sfruttata la loro avvenenza per creare una storia. È quello che fa il teatro da migliaia di anni ed è quello che continuiamo a fare noi», ha precisato a Fanpage.

            Ruffini ha quindi insistito sul fatto che la presenza di persone con sindrome di Down nei suoi spettacoli non sarebbe legata semplicemente alla loro condizione, ma alle loro capacità artistiche e professionali: «Se tu mi dici che io uso delle persone, allora è sbagliato: perché non le uso, le pago, gli do un bel lavoro. E con me le persone con sindrome di Down, le persone con disabilità, non è che lavorano perché sono persone con disabilità: lavorano perché sono brave. Lavorano perché sono degli ottimi professionisti, perché hanno sostenuto dei provini, una serie di prove che avrebbero messo a dura prova anche altre persone con altre caratteristiche, e loro hanno dimostrato di saperle superare. Quindi lavorano. Poi lo spettacolo ha dodici persone sul palco, di cui sei con la sindrome di Down. “Ah, allora è uno spettacolo inclusivo”: quella è un’altra etichetta che ci metti tu».

            Le risposte sulle singole affermazioni e la risposta di Caserta

            Nel corso dell’intervista è stata affrontata anche un’altra critica rivolta a Ruffini, legata in particolare all’accusa secondo cui dire che le persone con sindrome di Down non farebbero mai la guerra significherebbe ricorrere al pietismo. «Che ti devo dire? Vuoi che ti dica che le persone con la sindrome di Down farebbero una guerra? Se vuoi te lo dico. Cosa ti devo dire? Io non lo penso. La verità è che è giusto che ci sia l’attivismo, è giustissimo che ci sia un contraddittorio, che ci sia anche una controparte. La cosa che mi dispiace è che, per loro stessa ammissione, la maggior parte delle persone che criticano non hanno visto lo spettacolo. Magari criticano un atteggiamento, però lo spettacolo va nella stessa direzione in cui vanno loro. Per cui io, la maggior parte delle volte che ricevo una critica, sono pienamente d’accordo. Noi tuteliamo assolutamente l’identità di ogni essere umano, a prescindere dalla condizione in cui versa. Io addirittura non chiamo mai una persona “down”; se l’ho fatto, l’ho fatto per una riduzione lessicale dettata dal tempo. Per me una persona ha la sindrome di Down, una persona ha una disabilità. Noi non siamo quello che abbiamo, allo stesso modo le persone non sono la disabilità che hanno. L’essere umano è l’essere umano a prescindere dalle condizioni genetiche. Per cui quella è una forma di rispetto massimo per l’identità di ognuno, che ho sempre avuto, che mantengo e che rivendico. Per cui ben venga che si sollevi un dibattito su questi temi», ha chiarito il regista.

            Intanto, il prossimo appuntamento per Ruffini sarà il 6 settembre 2026, quando porterà Din Don Down – Alla ricerca di (D)io in Piazza Carlo di Borbone, alla Reggia di Caserta. L’attore ha raccontato con entusiasmo il riscontro ottenuto dallo spettacolo e la risposta del pubblico campano, spiegando che i biglietti venduti hanno già superato quota 4.000: «Sono felicissimo. Stanno arrivando dei riscontri meravigliosi. Sai, noi che facciamo spettacoli e siamo del nord abbiamo sempre un po’ di resistenza a scendere, perché diciamo: “Là c’è sempre un pubblico un pochino più gentile con quelli che sono del posto, e magari noi che arriviamo troviamo più resistenza”. E invece ti devo dire che stiamo avendo un riscontro meraviglioso. Poi abbiamo proprio sparato in alto, perché è un posto che ha una capienza enorme: abbiamo già venduto più di 4.000 biglietti, e là ce ne puoi mettere quante ne vuoi di persone. Che bella soddisfazione».

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              Personaggi

              Diego Abatantuono e il valore della famiglia: “Ho fatto meno film per godermi i miei figli ed evitare i rimpianti dei grandi del passato”

              In un’intervista a La Repubblica, l’attore milanese traccia un bilancio tra affetti e carriera. Tra il rifugio estivo acquistato nell’82 per la sua famiglia, le insidie economiche dei primi successi e il ritorno in sala dal 3 settembre, il punto fermo resta il tempo con i figli

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              Diego Abatantuono e il valore della famiglia: "Ho fatto meno film per godermi i miei figli ed evitare i rimpianti dei grandi del passato"

                L’estate di Diego Abatantuono ha il sapore dei ricordi di famiglia e della tranquillità della campagna. L’attore milanese trascorre infatti gran parte della bella stagione nella sua dimora situata al confine tra Romagna e Marche, un luogo a cui si sente fortemente legato fin dal momento dell’acquisto. Una scelta azzeccata nel lontano 1982 che ha visto scorrere la vita di ben tre generazioni.

                Il rifugio di famiglia acquistato nel 1982

                La residenza estiva rappresenta per l’attore un punto di riferimento affettivo imprescindibile. «Sento molto questa casa: ci sono stati i miei genitori, poi i miei figli, adesso ci sono i miei nipoti. L’ho comprata nell’82 e alla fine ci ho azzeccato. È passata tutta la famiglia da qui, tre generazioni, e spero anche quella dopo», racconta Abatantuono sulle pagine de La Repubblica.

                La decisione di comprare la struttura arrivò in un momento preciso della sua vita: «L’ho comprata quando pensavo di essersi arricchito un po’ e ho fatto smettere di lavorare i miei. All’inizio erano scettici, poi hanno fatto amicizia. Mio padre si appassionò all’orto». La perdita dei genitori, avvenuta per entrambi all’età di settantatré anni, lascia un vuoto importante, ma l’attore mantiene uno sguardo filosofico sull’esistenza: «Non è proprio una micro sfiga. Però la vita è piena di piccole cose per cui dici: che sfiga, il traffico, il lavoro, la coda. Poi devi guardare dall’altra parte».

                Le difficoltà degli esordi e la priorità ai figli

                Dal 3 settembre Abatantuono torna sul grande schermo con la pellicola Il malloppo, un titolo che richiama le vicende personali dei suoi primi passi nel mondo dello spettacolo. «Ho iniziato giovane: ero ferrato sul cabaret, ma conoscevo poco il cinema e per nulla Roma. Nel primo periodo di euforia ho fatto dodici film in due anni e commesso errori», ricorda l’artista. In quel periodo emersero amanti amarezze sul piano finanziario: «Pensavo di avere tanti soldi, scoprii che non mi avevano pagato le tasse, versato l’Iva e mi avevano sottratto un libretto al portatore che avevo con mia madre. Fu difficile».

                Se orientarsi nel business fu complicato, la priorità rimase sempre la sfera affettiva. «Il vero malloppo della mia vita è la mia famiglia», dichiara con fermezza. Frequentando i colleghi illustri del passato, l’attore colse un insegnamento decisivo: «Ho avuto la fortuna di frequentare i grandi attori di un’altra epoca, da Tognazzi a Gassman, e quando chiedevo loro quale rimpianto avessero, la risposta era quasi sempre: “Sono stato troppo poco con i miei figli”. Sentendo tutto questo ho cercato di organizzare la mia vita in modo diverso: scegliendo posti dove potessi stare con i miei figli, lavorando un po’ meno, cercando tempo per loro. Arrivavo perfino a dire: “Invece di fare i compiti, giochiamo alla PlayStation, facciamo un torneo”. Se poi non prendevano il massimo a scuola andava bene lo stesso».

                I grandi incontri del cinema e i progetti futuri

                La carriera di Abatantuono è segnata da collaborazioni storiche con registi del calibro di Comencini, Risi, Scola e Pupi Avati. Con quest’ultimo l’intesa nacque per un puro caso fortuito: «Mi telefonò e mi propose Regalo di Natale. Poi mi raccontò che prima aveva chiamato Lino Banfi, che aveva rifiutato. Quindi fu un bel colpo di fortuna per me, e forse anche per Pupi, non so». Altrettanto decisivo fu il suo intuito per Marrakech Express: «Avevo 20 film alle spalle, e per Salvatores era il primo vero film di cinema. Il produttore pensava a un regista spagnolo, dissi “perché uno spagnolo? Gabriele è bravo”».

                Guardando avanti, le idee per il futuro non mancano. Insieme all’amico Alessandro Genovesi, l’attore sta valutando la realizzazione di un documentario on the road con partenza da Milano. Inoltre ammette di voler tornare sul palco teatrale a quarant’anni di distanza dal debutto per instaurare un dialogo diretto e aperto con gli spettatori su temi come cinema, vita, mondo e libertà, mantenendo costante la passione di piantare nuovi alberi.

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