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Speciale Sanremo 2026

Popolo o élite? Sanremo cambia il televoto dopo i casi Giorgia e Achille Lauro e prova a riequilibrare pubblico, stampa e radio

Giorgia e Achille Lauro, sesta e settimo ma poi protagonisti assoluti dell’anno, riaprono il dibattito sul peso del televoto. In finale si potrà votare una sola volta da casa, mentre nelle altre serate restano tre preferenze per cellulare. Strategia o compromesso?

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Achille Lauro

    Popolo o élite? È attorno a questa domanda che ruota l’ennesimo ritocco al sistema di voto del Festival di Sanremo.

    Dopo un’edizione in cui Giorgia e Achille Lauro hanno chiuso rispettivamente sesta e settimo, salvo poi rivelarsi nei mesi successivi tra gli artisti più ascoltati, trasmessi e celebrati, la macchina organizzativa prova a intervenire sui pesi della bilancia.

    Il nodo è sempre lo stesso: quanto deve contare il televoto rispetto alla sala stampa e alle radio?

    Negli ultimi anni il voto da casa è diventato un’onda capace di ribaltare classifiche e accendere polemiche. Per alcuni è la voce autentica del Paese. Per altri è un fattore emotivo, influenzato dalle fanbase più organizzate e aggressive.

    Il nodo del televoto

    La novità più significativa riguarda la serata conclusiva.

    Quando resteranno in gara cinque artisti, da casa si potrà esprimere una sola preferenza per utenza telefonica, non più tre come accadeva in passato. Una stretta evidente, pensata per limitare il voto seriale e contenere l’effetto “mobilitazione di massa” nel momento decisivo.

    Al di fuori del rush finale, però, il sistema resta invariato: per ciascun cellulare saranno ancora disponibili tre voti. Una soluzione a doppio binario che prova a tenere insieme partecipazione popolare e controllo dell’impatto finale.

    Il precedente che brucia ancora

    Il caso Giorgia–Achille Lauro ha lasciato il segno.

    Entrambi fuori dalla top five ufficiale, entrambi capaci di dominare streaming, classifiche e passaggi radio nei mesi successivi. È qui che nasce il cortocircuito: può un artista che non trionfa all’Ariston diventare poi il vero vincitore dell’anno musicale?

    La risposta, numeri alla mano, è sì.

    E questo mette pressione al sistema di voto. La classifica finale fotografa una settimana televisiva o anticipa davvero ciò che resterà nel tempo? Sanremo è il trionfo del gusto immediato o un laboratorio dove anche stampa e radio devono pesare per garantire equilibrio?

    Equilibrio o nuova polemica?

    Ridurre il peso del televoto nella finalissima è una scelta che inevitabilmente farà discutere.

    C’è chi la leggerà come un tentativo di riequilibrare il Festival, riportandolo verso una dimensione più “tecnica”. C’è chi parlerà di limitazione della volontà popolare. In mezzo resta la consapevolezza che Sanremo vive anche di queste tensioni.

    Il Festival non è solo una gara canora, ma un termometro culturale. Ogni modifica al regolamento racconta qualcosa del momento storico: la forza delle community digitali, il ruolo crescente delle radio, il peso dell’informazione musicale.

    Sabato, quando il televoto sarà ridotto a una sola telefonata nella finalissima a cinque, si capirà se la nuova formula avrà davvero riequilibrato i pesi o se avrà semplicemente spostato il centro delle polemiche.

    Perché a Sanremo non si vota soltanto una canzone. Si vota un’idea di musica. E, forse, un’idea di Paese.

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      Speciale Sanremo 2026

      Atto di Fedez, niente annunci e solo musica: il rapper frena sul presunto terzo figlio e sorprende per il nuovo equilibrio

      Dopo settimane di indiscrezioni su una presunta nuova paternità, Fedez mette fine ai rumors con una frase netta. Nessun annuncio, solo palco e canzoni. Colpisce la sua trasformazione: meno provocatorio, più misurato, quasi defilato rispetto al passato.

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      Fedez

        Atto di Fedez.

        Bastano poche parole per spazzare via una tempesta di voci. “Nessun annuncio, non farò annunci di nessun tipo, mi limiterò a cantare”. Così Fedez ha scelto di chiudere – almeno per ora – la ridda di indiscrezioni su un presunto terzo figlio in arrivo. Una frase asciutta, quasi burocratica, che suona come una pietra tombale su settimane di gossip.

        Il tono è quello di chi vuole sottrarsi al circo mediatico. E la domanda ironica che circola sottovoce – “ce la fa?” – racconta bene lo scetticismo di chi è abituato a vedere in lui il protagonista assoluto, capace di trasformare ogni apparizione in un evento.

        Stop ai rumors

        Le voci su una nuova paternità avevano iniziato a rincorrersi tra social e retroscena. Nessuna conferma ufficiale, ma abbastanza suggestioni da alimentare titoli e supposizioni. Fedez, invece, ha scelto la linea del silenzio attivo: non smentire nei dettagli, ma togliere ossigeno al racconto.

        “Mi limiterò a cantare” è una dichiarazione d’intenti che suona quasi programmatica. In un’epoca in cui la vita privata diventa contenuto e il contenuto diventa strategia, il rapper sembra voler riportare il focus sulla musica.

        Una trasformazione evidente

        Colpisce la trasformazione del personaggio. Negli anni Fedez è stato spesso al centro della scena, tra provocazioni, battaglie pubbliche, scontri e confessioni. Oggi appare più equilibrato, più disponibile al confronto, meno incline alla primadonna.

        Non è un cambio di pelle improvviso, ma un processo che si intravede da tempo. Il linguaggio si è fatto meno incendiario, l’atteggiamento più misurato. Anche nei momenti di maggiore esposizione, il tono è sembrato più controllato.

        È maturità? Strategia? O semplice necessità di respirare lontano dal rumore?

        Solo palco, almeno per ora

        Il punto resta la musica. “Mi limiterò a cantare” significa scegliere il palco come unico spazio di espressione, senza sovrastrutture narrative. Una promessa che sarà messa alla prova dal pubblico e dai media, sempre pronti a cercare il sottotesto dietro ogni parola.

        Il presunto terzo figlio, per ora, resta nel territorio delle chiacchiere. Fedez ha tracciato un confine.

        Se riuscirà davvero a restare dentro quella linea lo diranno le prossime settimane. Intanto l’“atto” è compiuto: niente annunci, niente rivelazioni. Solo canzoni. E un’immagine nuova, più composta, che sorprende chi lo aveva incasellato per sempre nel ruolo del protagonista rumoroso.

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          Speciale Sanremo 2026

          Olly scalda l’Ariston, Pausini inciampa, Sal Da Vinci sorprende: Sanremo 2026 parte tra nostalgia e maratona

          Da “Balorda Nostalgia” al ricordo di Pippo Baudo, dal bacio tra i due Sandokan al colpo partenopeo di Sal Da Vinci: Conti tiene il ritmo, ma la maratona lascia aperta la domanda. Questo Festival troverà lo sprint finale?

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            di Lorenza Sebastiani

            La prima puntata parte con un colpo al cuore e un colpo alla memoria. È Olly ad aprire le danze, e lo fa con “Balorda Nostalgia”, il brano che lo scorso anno ha conquistato tutto e tutti. In sala stampa si canta, e quando cantano i giornalisti significa che qualcosa è entrato sotto pelle. È un inizio che sa di celebrazione e di passaggio di testimone: il Festival che guarda al presente senza dimenticare il passato.

            Poi si entra nel vivo della gara dei Big. La prima a rompere il ghiaccio è Ditonellapiaga: proposta interessante, identità chiara, una cifra dance che disturba quanto basta per farsi notare. Peccato che sui social il mantra sia già partito: “Non si capiscono le parole”. È il destino di chi osa giocare con suoni e produzione. Eppure è passata. Con lei, Arisa, con un brano dal tono quasi disneyano, Fulminacci, orgoglioso rappresentante della scena indie romana con un pezzo che ha il sapore di una passeggiata al Testaccio, Serena Brancale, che firma il momento più autenticamente commovente della serata con un omaggio alla madre scomparsa nel 2020, e il duo Fedez & Masini, autori e interpreti di “Male necessario”, cucito addosso al passato del rapper, con Masini a mettere la firma vocale e interpretativa. Sono loro cinque a passare il turno.

            Nel mezzo, un ricordo che pesa come un macigno: il primo Festival senza Pippo Baudo. Il suo nome aleggia tra le poltrone dell’Ariston, come un fantasma gentile. E poi c’è Lei. Laura Pausini. Visibilmente emozionata, scende le scale accolta da un affetto quasi protettivo del teatro. In sala stampa, nei giorni precedenti, si era parlato di haters e del suo rapporto complicato con una parte del pubblico italiano. Nessuno è profeta in patria, si dice. Ma l’abbraccio dell’Ariston racconta un’altra storia. La sua perla? Dimentica un biglietto mentre deve recitare una filastrocca in turco con Can Yaman. Un inciampo tenero, che la rende ancora più umana. Promossa a pieni voti: preparata, naturale, bellissima.

            Carlo Conti guida la macchina con l’aria di chi sta giocando una partita di calcetto tra amici. Rilassato, concreto, quasi chirurgico. Poco varietà? Sì, ma è la struttura della prima puntata a imporre il ritmo. Trenta canzoni non sono una passeggiata. Si corre, e Conti parte addirittura con tre minuti di anticipo sulla scaletta, riuscendo a mantenerli per gran parte della serata. È un Festival che bada alla sostanza, forse a scapito del guizzo.

            Tra le sorprese, Can Yaman: parla italiano meglio di molti artisti in gara e tenta persino di far cantare la Pausini in turco. Disinvolto, leggero, perfettamente a suo agio. Poi il gesto simbolico: bacia la mano a Kabir Bedi, il Sandokan originale. Un passaggio di testimone pop, che funziona più di tante gag scritte a tavolino.

            Il momento più potente? Gianna Pratesi, 105 anni, che ricorda di aver votato per la Repubblica nel 1946, a 26 anni. Racconta di avere una famiglia di sinistra. Per un attimo Conti sembra disorientato. Poi il Festival riparte, come sempre: tradizione e innovazione che si alternano senza mai fondersi davvero.

            Tra i tradizionalisti brillano Patty Pravo e il super ospite Tiziano Ferro. Medley dei suoi successi, commozione autentica, e una battuta che è già titolo: «Il prossimo anno lo facciamo insieme Sanremo», dice rivolgendosi alla Pausini. Candidatura lanciata. Vedremo se sarà raccolta.

            C’è spazio anche per l’incrocio generazionale: Samurai Jay tra gli innovatori, con un brano che odora già di tormentone estivo. Il cerimoniale resta immutato, ma manca quel passo di varietà che renda la serata memorabile. Domani si capirà meglio la natura di questo Festival. Se la libertà sarà davvero libertà o solo una forma elegante di vacuità.

            La sala stampa applaude poco, ma quando lo fa è per Serena Brancale. E poi per Sal Da Vinci, sorprendentemente. Il pezzo del cantante napoletano, disimpegnato quanto basta per diventare eterno nei matrimoni dei prossimi trecento anni, raccoglie un’ovazione all’Ariston e, cosa più inattesa, anche tra i giornalisti. Con il televoto partenopeo dalla sua parte, potrebbe tentare il colpaccio.

            Unico incidente tecnico: il microfono di Tredici Pietro non parte. Esibizione da rifare. Immaginiamo papà Morandi sul divano di casa in piena apnea. Ma è il male minore.

            Resta una sensazione di fondo: un terzo dei cantanti è praticamente sconosciuto al pubblico più agé e popolare. Il risultato è un Festival a tratti ostico da leggere e un po’ lento da digerire. La prima puntata è sempre una maratona. La vera domanda è se, nelle prossime sere, questa maratona troverà anche uno scatto finale.

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              Speciale Sanremo 2026

              Sanremo 2026, la lezione di Gianna Pratesi: a 105 anni sul palco per ricordare la nascita della Repubblica

              Tra luci, canzoni e scenografie, la prima serata di Sanremo si è fermata per qualche istante. E in quel silenzio carico di rispetto, la storia della Repubblica è tornata a parlare con la voce e il sorriso di una donna di 105 anni.

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                Non ha cantato, ma è stata tra le protagoniste più intense della prima serata del Festival di Sanremo 2026. Gianna Pratesi, 105 anni e una vitalità sorprendente, è salita sul palco dell’Ariston su invito del direttore artistico e conduttore Carlo Conti, che ha voluto renderla simbolo vivente della memoria repubblicana.

                Nata il 16 marzo 1920 a Chiavari, Pratesi aveva già vissuto gli anni difficili della guerra quando, il 2 giugno 1946, gli italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. Quel voto cambiò per sempre il volto della Italia e segnò una svolta storica anche per la partecipazione femminile: fu infatti la prima consultazione politica nazionale aperta alle donne, dopo il riconoscimento del suffragio universale nel 1945.

                «La sua presenza doveva far riflettere i nostri giovani», aveva spiegato Conti alla vigilia. E così è stato. L’ingresso della centenaria ha suscitato un lungo applauso, trasformando per qualche minuto il Festival in un momento di riflessione collettiva. La sua figura ha rappresentato la generazione che aveva vissuto il conflitto, la caduta del fascismo e la nascita della democrazia.

                La sua esistenza è stata segnata da esperienze intense. Rimasta orfana a 28 anni, si era trasferita in Scozia con la sorella. Lì aveva conosciuto il marito e insieme avevano gestito una gelateria per oltre vent’anni, prima del ritorno definitivo in Liguria. Un percorso fatto di sacrifici, lavoro e ripartenze.

                Nonostante l’età, Gianna Pratesi aveva continuato a coltivare le sue passioni. Studiava pianoforte, dipingeva e si manteneva attiva, dimostrando una curiosità rimasta intatta nel tempo. La musica, in particolare, aveva accompagnato tutta la sua vita, rendendo ancora più simbolica la sua presenza sul palco più importante della canzone italiana.

                La sua partecipazione aveva assunto un valore che andava oltre lo spettacolo. Nell’anno dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, la sua testimonianza aveva reso concreta una pagina di storia spesso percepita come lontana. Non un ricordo astratto, ma il volto di chi quel passaggio lo aveva vissuto davvero.

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