Speciale Sanremo 2026
Salvini si complimenta con Ermal Meta perché “parla perfettamente l’italiano”: quando l’integrazione si misura a colpi di congiuntivo
Matteo Salvini si congratula con Ermal Meta perché parla bene l’italiano. E non si tratta di una battuta o, peggio, di una fake news. Nel 2026, il Vicepremier della Repubblica Italiana diffonde una nota ufficiale per elogiare un artista. Non per la qualità della sua musica. Non per il successo al Festival. Non per il fatto che l’Accademia della Crusca abbia definito il suo testo uno dei migliori dell’edizione. No.
Perché parla bene l’italiano.
Ermal Meta è arrivato in Italia dall’Albania a 13 anni. Ha frequentato le scuole a Bari. È cresciuto qui. Ha costruito qui la sua carriera musicale, la sua famiglia, la sua identità pubblica e privata. Ha la cittadinanza italiana. Vive in Italia da oltre trent’anni. È, a tutti gli effetti, un artista italiano.
Eppure il riconoscimento politico che riceve non riguarda il talento, la scrittura, l’interpretazione o il contributo culturale. Riguarda la dizione. L’articolazione. Il corretto uso del congiuntivo. Una promozione linguistica, insomma.
Durante la conferenza stampa, Meta ironizza: «Sono straniero, non fatelo sapere a Salvini, sennò si sente male…» È una battuta. Autoironica, leggera, per la quale i giornalisti presenti in sala stampa ridono. Perché la maturità di una democrazia si misura anche dalla capacità di ridere delle proprie ossessioni identitarie. Salvini lo viene a sapere. E invece di cogliere l’ironia — cosa che avrebbe fatto chiunque dotato di un minimo di sensibilità istituzionale — risponde con una nota ufficiale in cui definisce Ermal Meta un “bell’esempio di integrazione”.
E perché sarebbe un esempio? Perché parla bene l’italiano. Trent’anni in Italia, cittadino italiano, premiato dall’Accademia della Crusca, artista affermato. E il massimo che riesce a dirti il Ministro è: “bravo, parli bene”. Non è un complimento. È una pagella.
È il riflesso di un’idea di integrazione che non considera le persone parte del “noi”, ma le mantiene in una perenne prova orale. Sei italiano? Dimostralo. Articola meglio. Attento agli accenti. Non sbagliare il condizionale. Il paradosso è evidente: un artista riconosciuto come eccellenza linguistica viene trattato come uno studente Erasmus al primo giorno di scuola.
Questa non è gaffe. È una visione culturale precisa, quella che potremmo definire la forma più raffinata e socialmente accettabile di paternalismo identitario: il “razzismo gentile”. Non ti attacco. Non ti escludo apertamente, ti faccio i complimenti. Ma per qualcosa che non avrei mai sottolineato se ti fossi chiamato Mario Rossi.
Nessuno ha mai elogiato un cantante nato a Milano perché “parla un italiano impeccabile”. Nessun politico ha mai diffuso una nota stampa per congratularsi con un artista veneto per l’uso corretto dei congiuntivi. Perché è dato per scontato. È la base. Quando invece sottolinei che Ermal Meta parla “perfettamente” italiano, stai implicitamente dicendo che non sarebbe stato scontato. Che rimane, in fondo, un’eccezione riuscita. Un caso studio. Un bravo alunno straniero. La cosa più interessante è che Meta non aveva bisogno di essere promosso da nessuno. La sua carriera, il pubblico, la critica e perfino l’Accademia della Crusca avevano già parlato. Il suo talento era già stato riconosciuto.
Ma nella narrazione politica dell’integrazione permanente, la cittadinanza non basta mai. Serve sempre una certificazione morale. Una patente di italianità rinnovabile. Meglio se con timbro ufficiale. Alla fine resta una domanda semplice: se dopo trent’anni, una vita costruita qui e una cittadinanza acquisita, il complimento più alto che ricevi è “parli bene”, cosa bisogna fare per smettere di essere percepiti come ospiti? Forse vincere il Festival non basta. Forse servirebbe nascere altrove. Nel frattempo, prendiamo atto: nel 2026, l’integrazione si misura ancora a colpi di grammatica. E il problema, evidentemente, non è il congiuntivo.
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Speciale Sanremo 2026
Mai dire mai: il riscatto swingante di TonyPitony nella serata dei duetti
La serata dedicata alle cover di ieri sera ha acceso il palco dell’Ariston con uno dei momenti più commentati di questa edizione. Tra omaggi internazionali, riletture sorprendenti e messaggi sociali, la quarta serata ha trasformato classici intramontabili in performance capaci di dividere, emozionare e far riflettere. A noi ne sono piaciute tre in particolare.
Ditonellapiaga e Tony Pitony: chi è l’artista virale visto sul palco
Durante l’esibizione di Ditonellapiaga, molti telespettatori si sono chiesti chi fosse l’artista dagli occhialoni vistosi e dal look teatrale al suo fianco. La risposta è TonyPitony, fenomeno nato sul web e diventato in pochi mesi uno dei nomi più discussi del panorama pop alternativo.
Insieme hanno reinterpretato “The Lady is a Tramp”, celebre standard reso immortale da Frank Sinatra. La versione proposta all’Ariston ha giocato con ironia, teatralità e destrutturazione, trasformando il celebra brano swing di Frank Sinatra in un numero contemporaneo, volutamente sopra le righe. Una cover che ha fatto parlare, nel pieno spirito della serata dedicata alle reinterpretazioni.
TonyPitony: identità, provocazione e successo social
Dietro il personaggio si cela Ettore Ballarino, classe 1996, siciliano, artista che ha costruito una vera e propria “maschera” scenica. Dopo l’esperienza a X Factor Italia — dove aveva diviso i giudici con una versione personale di “Hallelujah” di Leonard Cohen — ha continuato a lavorare su un linguaggio musicale che mescola funk, satira e provocazione.
Il suo brano più discusso, “Mi piacciono le nere”, ha acceso il dibattito per il testo ironico e volutamente ambiguo. TonyPitony si muove in quell’area della canzone italiana che richiama la vena surreale e dissacrante di Elio e le Storie Tese e degli Skiantos, con un’estetica funk che ricorda — in chiave aggiornata e provocatoria — il compianto Pino D’Angiò.
Numeri alla mano, il suo successo è tangibile: milioni di stream, tour sold out e una forte presenza social. La sua cifra stilistica? Smontare il politicamente corretto e giocare con le contraddizioni del mercato musicale, rimanendone però perfettamente inserito.
Arisa e il coro: l’emozione collettiva che conquista l’Ariston
Se la provocazione ha segnato uno dei momenti più discussi, l’emozione pura è arrivata con Arisa. Accompagnata da un coro potente e avvolgente, l’artista ha costruito una performance intensa, capace di trasformare la cover in un’esperienza quasi spirituale.
La coralità ha amplificato ogni sfumatura interpretativa, creando un dialogo tra voce solista e insieme vocale che ha emozionato pubblico in sla e spettatori a casa. In una serata dedicata alla rilettura dei classici, Arisa ha dimostrato come una cover possa diventare un momento di condivisione collettiva e autentica.
Dargen D’Amico: da Pupo a un manifesto pacifista
Tra le performance più sorprendenti della serata cover del Festival spicca quella di Dargen D’Amico, che ha scelto di reinterpretare un brano di Pupo trasformandolo in un potente inno pacifista. Attraverso una riscrittura incisiva e una messa in scena simbolica, Dargen ha spostato il significato originario della canzone verso un messaggio universale contro la guerra. Il riferimento ideale richiama lo spirito antimilitarista di Boris Vian e del suo celebre canto contro il conflitto, capace ancora oggi di risuonare con forza.
Non solo: nella narrazione evocata sul palco si innesta perfettamente anche l’eco del canto Gam Gam, attraverso il quale la musica può farsi luce nel buio.
Serata cover Festival: tra ironia, impegno e cultura pop
La serata delle cover di ieri sera al Festival non è stata semplice nostalgia musicale. È stata un viaggio tra linguaggi diversi: la satira pop di TonyPitony con Ditonellapiaga, l’intensità corale di Arisa, l’impegno civile di Dargen D’Amico.
Tra standard made in USA, provocazioni funk e richiami letterari, il palco dell’Ariston ha dimostrato ancora una volta che le cover non sono copie del passato, ma strumenti per rileggere il presente. E in un’epoca segnata da tensioni e polarizzazioni, trasformare una canzone in un messaggio di pace può essere il gesto più rivoluzionario della serata.
Speciale Sanremo 2026
Sanremo 2026, il bacio tra Levante e Gaia infiamma la serata delle cover e riapre il dibattito sulla regia Rai
Durante l’esibizione sulle note di “I maschi” di Gianna Nannini, Levante e Gaia chiudono il duetto con un bacio sulle labbra. La regia allarga l’inquadratura e sui social esplode la polemica.
Non è stata soltanto una serata di omaggi e riletture musicali. La quarta notte del Festival di Sanremo 2026, tradizionalmente dedicata alle cover, ha trovato il suo punto di massima tensione emotiva in un gesto che ha superato la dimensione artistica. Protagoniste Levante e Gaia, impegnate nella reinterpretazione di I maschi di Gianna Nannini.
Il brano, manifesto di emancipazione femminile e ironica critica agli stereotipi di genere, è stato proposto in una versione intensa, costruita su un dialogo vocale serrato e su una presenza scenica calibrata nei dettagli. All’inizio dell’esibizione le due artiste hanno mantenuto una distanza quasi narrativa, come a voler raccontare due prospettive distinte. Con il procedere della canzone, però, il linguaggio del corpo ha preso il sopravvento: passi sincronizzati, contatti misurati, sguardi insistiti.
Il momento culminante è arrivato sul finale. Dopo l’ultima strofa, Levante e Gaia si sono avvicinate fino a sfiorarsi e si sono scambiate un bacio sulle labbra, breve ma inequivocabile. Una scelta scenica netta, che ha colto di sorpresa parte del pubblico in sala e davanti agli schermi. Subito dopo, la regia ha allargato l’inquadratura, passando da un primo piano a un campo lungo sull’intero palco dell’Ariston. Una decisione tecnica che ha immediatamente acceso il dibattito online.
Sui social network, il gesto è diventato virale nel giro di pochi minuti. C’è chi ha parlato di un atto spontaneo e coerente con lo spirito della performance, chi invece ha interpretato l’allontanamento della telecamera come una forma di prudenza eccessiva. Alcuni utenti hanno evocato il termine “censura”, mentre dalla produzione è arrivata la spiegazione di un normale cambio d’inquadratura legato ai tempi televisivi e alla preparazione del palco per l’artista successivo.
Al di là delle interpretazioni, il bacio ha finito per catalizzare l’attenzione più della stessa competizione. La serata delle cover, che ogni anno rappresenta uno dei momenti più seguiti del Festival, si è così trasformata in un terreno di confronto più ampio sul tema della rappresentazione televisiva e della libertà espressiva. In un contesto mediatico in cui i gesti simbolici hanno un peso amplificato, quell’istante ha assunto un valore che va oltre la dimensione dello spettacolo.
Dal punto di vista artistico, la scelta di reinterpretare “I maschi” con una chiave contemporanea ha rafforzato il messaggio originario del brano, attualizzandolo. Levante, in gara con il suo pezzo solista, e Gaia, ospite della serata, hanno costruito un duetto che ha unito teatralità e controllo tecnico. Il bacio finale si è inserito in questa narrazione come atto conclusivo di una tensione scenica progressivamente costruita.
Resta il fatto che, tra classifiche e votazioni, l’immagine destinata a rimanere impressa nella memoria collettiva di questa edizione sarà proprio quella: due artiste al centro del palco che scelgono di chiudere la loro esibizione con un gesto diretto, senza dichiarazioni preventive né spiegazioni immediate. Un momento che ha diviso, emozionato e fatto discutere, confermando ancora una volta come il Festival non sia soltanto una gara musicale, ma uno specchio sensibile dei cambiamenti culturali del Paese.
Speciale Sanremo 2026
J-Ax e Fedez nemici amici si incontrano nel dietro le quinte e scende il gelo sull’Ariston
J-Ax e Fedez nemici amici si incontrano nel dietro le quinte e scende il gelo sull’Ariston. Tra ex e canzoni ecco i segreti del festival
C’è chi invece canta solo il minimo indispensabile. Fedez e J-Ax, un tempo coppia d’oro, oggi sono l’immagine plastica del “c’eravamo tanto amati”. Collaborazioni, amicizia, rottura, reunion una tantum. E adesso? Dietro le quinte si incrociano, si guardano, si salutano con educazione. Solo quello. Nessuna scena, nessun abbraccio. Non amici, non nemici. Gelo controllato, protocollo rispettato.
Nel frattempo, fuori dal perimetro strettamente musicale, scoppia il caso fiction. Alessandro Gassmann dal 9 marzo sarà su Rai1 con “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”, tratto dai romanzi di Gianrico Carofoglio. Perché non lanciare la serie durante Sanremo 2026? L’attore all’Ansa spiega che “esiste una regola che dice che se c’è un cantante a Sanremo, i suoi parenti non possono andare, nemmeno come ospiti, sul palco dell’Ariston”. Ma tra i maligni serpeggia un’altra ipotesi: la sua posizione pubblica sul referendum della giustizia, schierato per il no, potrebbe aver inciso? Domande che rimbalzano nei corridoi, senza risposta ufficiale ma con parecchie alzate di sopracciglio.
E poi c’è l’intreccio professionale che in pochi conoscono: nella serata delle cover Michele Bravi duetterà con Fiorella Mannoia su “Domani è un altro giorno”. Il marito di Mannoia, Carlo Di Francesco, è manager e produttore del brano che Bravi porta in gara, “Prima o poi”. Sanremo è anche questo: le relazioni che si intrecciano tra palco e scrivania.
Spazio anche a Miss Italia. Francesca Bergesio, eletta nel 2023, intervista i cantanti nella social room di Radio 2. Un dettaglio che diventa politico per qualcuno: è la figlia di Giorgio Maria Bergesio, senatore della Lega. Coincidenze? Opportunità? Il Festival non si fa mai mancare il retrogusto istituzionale.
Nel sottobosco della Riviera, intanto, si moltiplicano le scene da film. Carlo Conti in onda è un metronomo umano, attento al ritmo e all’orologio. Ma durante le pubblicità, si racconta, si diverte su Whatsapp commentando il “Festivalone” nella chat con Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello e Massimo Ceccherini. Comicità toscana in tempo reale mentre l’orchestra accorda.
Ieri sera si sono incrociati anche due ex: Ubaldo Pantani, nei panni di Lapo Elkann, e Virginia Raffaele, arrivata per lanciare il suo film con Fabio De Luigi. Sguardi, professionalità, ognuno per la sua strada. Sanremo è anche una piazza sentimentale.
E poi c’è chi punta tutto sull’immagine. Rebecca Baglini, stylist che preferisce definirsi Founder & Executive creative director di StyleByMe, veste Malika Ayane, Arisa e Dargen D’Amico. In un’intervista ha dichiarato: “Utilizzo la moda per fare la storia del costume”. Ambizione massima, visione totale. Ellamadonna.
Così scorre il Festival 2026, tra cartoon che tornano adulti, ex che non si parlano, fiction che restano fuori, manager che sono mariti e chat che esplodono mentre in platea si applaude. L’Ariston è un teatro. Ma il vero copione, come sempre, si scrive dietro le quinte.
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