Musica
Addio a Nei Sedaka
E’ morto a Los Angeles il cantante e autore statunitense Neil Sedaka, tra le figure più popolari del pop tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. Aveva 86 anni. La notizia è stata diffusa dalla famiglia. Con oltre 25 milioni di dischi venduti solo tra il 1959 e il 1963, Sedaka è stato uno dei protagonisti assoluti della prima grande stagione del pop americano, capace poi di reinventarsi negli anni Settanta e proseguire una lunga carriera internazionale.
Chi era Neil Sedaka: origini e formazione
Nato nel 1939 a Brooklyn, New York, in una famiglia ebrea di origine russa e polacca, Neil Sedaka mostrò fin da giovanissimo un talento straordinario per la musica. Studiò pianoforte classico alla Juilliard School preparatoria, un background che avrebbe influenzato profondamente il suo stile melodico raffinato e immediatamente riconoscibile.
Negli anni Cinquanta entrò nel circuito del Brill Building, fucina di autori e produttori che avrebbe cambiato il volto della musica pop americana. Qui iniziò a collaborare con il paroliere Howard Greenfield, firmando una serie di successi destinati a segnare un’epoca.
I grandi successi: da “Oh! Carol” a “Breaking Up Is Hard to Do”
Tra il 1959 e il 1963 Neil Sedaka dominò le classifiche statunitensi e internazionali con brani diventati classici del pop-rock:
- Oh! Carol (1959)
- Calendar Girl (1960)
- Happy Birthday Sweet Sixteen (1961)
- Breaking Up Is Hard to Do (1962)
- Laughter in the Rain (1974, nella seconda fase della carriera)
Le sue canzoni univano melodie accattivanti, testi romantici e arrangiamenti curati, diventando colonna sonora dell’adolescenza di milioni di giovani americani.
Il declino negli Stati Uniti e la rinascita in Inghilterra
L’arrivo della British Invasion e dei The Beatles sul mercato americano nei primi anni Sessanta segnò una brusca frenata per molti artisti pop tradizionali, tra cui Sedaka. I gusti del pubblico cambiarono rapidamente e la sua popolarità negli Stati Uniti diminuì.
Ma Sedaka non si arrese. Negli anni Settanta si trasferì nel Regno Unito, dove trovò nuova linfa creativa. Firmò con la Rocket Records, l’etichetta fondata da Elton John, pubblicando album di successo che lo riportarono nelle classifiche internazionali. Il brano “Laughter in the Rain” raggiunse il primo posto negli Stati Uniti nel 1975, segnando un sorprendente e brillante ritorno.
Negli anni Ottanta e Novanta continuò a scrivere e incidere, consolidando la reputazione di autore sofisticato e instancabile.
La genesi di “My Way”: il legame tra Sedaka, la Francia e Sinatra
Quando si parla di Neil Sedaka, raramente si cita un capitolo affascinante che lo collega indirettamente a una delle canzoni più celebri di sempre: My Way, resa immortale da Frank Sinatra nel 1969.
La storia inizia con il brano francese Comme d’habitude, scritto da Claude François e Jacques Revaux. La melodia venne proposta a diversi autori internazionali. Tra questi ci fu anche Neil Sedaka, che ne scrisse una versione inglese intitolata “I Did It My Way”. Tuttavia, la sua versione non fu pubblicata ufficialmente.
Successivamente il brano arrivò al cantante canadese Paul Anka, che acquistò i diritti di adattamento per il mercato anglofono. Anka riscrisse completamente il testo pensando specificamente a Frank Sinatra, trasformandolo in una riflessione intensa e autobiografica sulla vita e le scelte personali. Nacque così “My Way”, destinata a diventare uno dei brani simbolo del Novecento musicale.
Anche se la versione definitiva non porta la firma di Sedaka, il suo coinvolgimento nella fase iniziale dell’adattamento rappresenta un tassello poco noto ma significativo nella storia di questa canzone leggendaria.
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Musica
Eros Ramazzotti operato alle corde vocali, stop al tour nelle Americhe: «Ci incontreremo più forti e uniti di prima»
Eros Ramazzotti si è sottoposto a un intervento alle corde vocali e dovrà seguire un programma di riabilitazione. Saltano quindi le prossime date negli Stati Uniti, in Canada e in America Latina, riprogrammate nel 2027.
Eros Ramazzotti si è operato alle corde vocali e deve fermarsi. Il cantante 62enne ha annunciato personalmente sui social l’esito positivo dell’intervento, rassicurando i fan sulle proprie condizioni, ma contemporaneamente ha comunicato il rinvio della parte americana del tour. I tempi necessari per la riabilitazione non gli consentiranno infatti di prepararsi per le prove e partire alla volta di Stati Uniti, Canada e America Latina.
«È andato bene», ha spiegato Ramazzotti in una storia pubblicata su Instagram, ringraziando tutti per «i messaggi di affetto e vicinanza» ricevuti. La voce, però, adesso deve riposare e soprattutto recuperare completamente.
Eros Ramazzotti operato alle corde vocali
Il cantante non ha fornito ulteriori particolari sull’intervento, limitandosi a comunicare che l’operazione è riuscita. Adesso comincia la fase più delicata, quella del recupero, che dovrà avvenire seguendo scrupolosamente le indicazioni dei medici.
«Il mio medico mi ha imposto un programma di riabilitazione», ha spiegato Ramazzotti. Una necessità incompatibile con i tempi serrati imposti da prove, spostamenti e concerti di un tour internazionale.
Rinviato il tour in Usa, Canada e America Latina
La conseguenza è lo stop alle date previste oltreoceano. «Non mi permetterà di essere pronto per le prove e la partenza per le date in Usa, Canada e America Latina, per le quali purtroppo dovremo aspettare il 2027», ha annunciato Eros.
Non si tratta quindi di una cancellazione definitiva: i concerti verranno riprogrammati nel 2027, quando il cantante avrà completato la riabilitazione e potrà tornare sul palco senza mettere a rischio le corde vocali.
«Ci incontreremo più forti e uniti di prima»
Ramazzotti ha voluto soprattutto tranquillizzare il pubblico, evitando allarmismi sulle proprie condizioni. L’intervento è alle spalle e adesso la priorità diventa recuperare la voce rispettando i tempi stabiliti dai medici.
Ai fan americani costretti ad aspettarlo ancora un po’ ha lasciato una promessa: «Ci incontreremo più forti e uniti di prima». Per una volta, dunque, Eros deve rinunciare all’Eros. Almeno fino a quando le corde vocali non gli daranno nuovamente il via libera.
Musica
Kendall Jenner e Bad Bunny, gira la storia del matrimonio saltato per una clausola da capogiro. Peccato che non risulti vera
Kendall Jenner avrebbe raccontato di essere stata segretamente fidanzata con Bad Bunny e di averlo lasciato perché lui non voleva firmare una clausola sull’infedeltà. Una storia esplosiva, completa di insulto finale. Il problema? Non risulta alcuna fonte attendibile.
Kendall Jenner e Bad Bunny stavano davvero per sposarsi e il matrimonio sarebbe saltato per una clausola di infedeltà da capogiro? La storia che sta circolando attribuisce alla modella una confessione esplosiva: i due sarebbero stati fidanzati in segreto e avrebbero già cominciato a organizzare le nozze quando un accordo prematrimoniale avrebbe fatto saltare tutto.
Peccato che della presunta intervista o dichiarazione di Kendall, al momento, non risulti traccia su fonti attendibili. E considerando il contenuto, il dettaglio non è esattamente secondario.
Kendall Jenner, Bad Bunny e la clausola del 70%
Nel testo diventato virale, Kendall sostiene che durante la preparazione dell’accordo prematrimoniale avrebbe chiesto di inserire una clausola secondo la quale, in caso di tradimento, Bad Bunny avrebbe dovuto cederle il 70% delle proprie proprietà e dei propri beni.
La richiesta, sempre secondo il racconto attribuito alla Jenner, sarebbe stata soltanto un test per verificare quanto il cantante fosse realmente coinvolto nella relazione. Bad Bunny avrebbe però respinto categoricamente la clausola, provocando la definitiva perdita di fiducia della modella.
«La spazzatura si è portata via da sola»
A rendere il presunto sfogo ancora più succoso arriva il finale. Kendall avrebbe assicurato di non sentire affatto la mancanza dell’ex, liquidandolo con una frase al vetriolo: «La spazzatura si è portata via da sola».
Perfetto per diventare virale, naturalmente. Forse persino troppo perfetto. Perché una dichiarazione del genere, pronunciata da una delle modelle più famose del mondo contro una superstar come Bad Bunny, difficilmente passerebbe inosservata.
Una storia esplosiva, ma senza una fonte
La relazione tra Kendall Jenner e Bad Bunny è invece reale e ampiamente documentata. I due hanno sempre mantenuto grande riservatezza sul loro rapporto e lo stesso cantante aveva spiegato di non sentirsi obbligato a fornire chiarimenti pubblici sulla propria vita sentimentale.
Del fidanzamento segreto, delle nozze già in preparazione e soprattutto della fantomatica clausola del 70%, invece, nessuna conferma attendibile. Per ora, quindi, più che il retroscena definitivo sulla fine di un amore sembra il classico gossip confezionato per correre sui social. E corre benissimo.
Musica
Bad Bunny chiude il tour mondiale a San Juan e parla al suo Porto Rico: «Voglio darvi gioia e speranza». Sempre con la “dotazione” in movimento
Bad Bunny conclude il tour mondiale nella sua Porto Rico e dal palco di San Juan parla dei problemi quotidiani dell’isola: «Non posso portarvi acqua o elettricità, voglio donarvi un po’ di gioia e la speranza per lottare per questo Paese». Senza rinunciare al suo ormai celebre “movimento”.
Bad Bunny chiude il suo tour mondiale tornando esattamente dove tutto è cominciato: a Porto Rico. Due date all’Hiram Bithorn Stadium di San Juan per il cantautore nato a Vega Baja, che ha trasformato il gran finale in una dichiarazione d’amore alla sua isola. Sul palco musica, ospiti simbolo della cultura portoricana e un discorso molto meno leggero sulla realtà quotidiana del Paese. Il tutto, naturalmente, continuando a sballonzolare quella “dotazione” diventata ormai quasi un personaggio aggiunto dei suoi concerti.
Bad Bunny chiude il tour mondiale a Porto Rico
Per salutare il tour, Benito Antonio Martínez Ocasio ha scelto due serate nella capitale portoricana e ha condiviso il palco con artisti profondamente legati alla storia musicale dell’isola. Non un semplice concerto conclusivo, quindi, ma una festa costruita intorno all’identità di Porto Rico e alla cultura che Bad Bunny ha portato in giro per il mondo.
Una scelta coerente con il rapporto che l’artista ha sempre mantenuto con la propria terra, diventata negli anni parte integrante della sua musica, della sua immagine e anche delle sue prese di posizione pubbliche.
«Non posso portarvi acqua ed elettricità»
Dal palco Bad Bunny ha infatti ricordato problemi molto concreti che continuano a segnare la vita dei portoricani. «Non posso portare acqua a chi non ce l’ha. Non posso portare l’elettricità a chi rimane senza corrente ogni giorno», ha detto rivolgendosi al pubblico.
Poi ha spiegato quello che, almeno attraverso la musica, sente di poter fare: «Quello che voglio donarvi è un po’ di gioia e la speranza per lottare per questo Paese». Poche parole che hanno trasformato il finale del tour in qualcosa di più di un saluto ai fan.
Il messaggio serio e quella “dotazione” ormai iconica
Bad Bunny resta però Bad Bunny. E così anche mentre parla del futuro di Porto Rico continua a dominare il palco con quella fisicità esuberante che durante il tour non è certo passata inosservata.
Tra pantaloni aderenti, movimenti di bacino e una “dotazione” che sui social ha ormai conquistato una discreta autonomia narrativa, Benito non rinuncia alla componente più provocatoria dello spettacolo. Può parlare di acqua, blackout, speranza e futuro del suo Paese senza smettere di sballonzolare. D’altra parte, ognuno porta al proprio popolo quello che può.
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