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Speciale Sanremo 2026

Sayf, il secondo posto che vale un debutto da protagonista: il figlio del rap sale sul podio di Sanremo e abbraccia la mamma sull’Ariston

Con “Tu mi piaci tanto” Sayf chiude secondo a Sanremo e porta l’urban in alto senza travestimenti. Ventisei anni, radici tra Genova e Tunisia, tromba studiata da ragazzo e rap come linguaggio: il suo Festival è una storia di identità, gavetta e famiglia.

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    Fino a poche settimane fa la domanda rimbalzava tra addetti ai lavori e pubblico generalista con la stessa curiosità con cui si pronuncia un nome nuovo: “Chi è Sayf?”. Dopo la finale di Sanremo, la risposta non serve più. È il ragazzo che ha portato il rap sul podio senza snaturarlo, che ha mischiato cantautorato e urban con naturalezza, che ha chiuso al secondo posto con “Tu mi piaci tanto” e ha trasformato un abbraccio alla madre nell’immagine più potente del suo Festival.

    Ventisei anni, nato a Genova nel 1996 come Adam Sayf Viacava, padre italiano e madre tunisina, un’infanzia divisa tra Genova, Rapallo e Santa Margherita Ligure. Una biografia che sa di mare e di periferia, di identità doppie e di sogni coltivati lontano dai riflettori. Quando i genitori si separano lui ha nove anni e cresce con la musica come rifugio, ma anche come promessa.

    La tromba, prima del rap: un musicista prima che performer
    Alle scuole medie impara a suonare la tromba. A quattordici anni si avvicina al rap, non come imitazione ma come linguaggio. È un dettaglio che spiega molto di lui: Sayf non nasce “personaggio”, nasce musicista. Conosce lo studio, gli arrangiamenti, la disciplina di chi deve imparare a stare nel tempo, a respirare, a tenere una linea. E quando poi entra nell’urban, lo fa con una base tecnica che raramente passa in tv, ma si sente.

    È anche da qui che arriva la sua cifra più riconoscibile: saltare dal rap al cantautorato senza perdere identità. Lo ha detto lui stesso: “Io non ero troppo fan del rap… però sono molto fan della musica italiana. E Sanremo, per me, è una roba che mi piace davvero”. Dentro questa frase c’è rispetto per la tradizione e, insieme, la voglia di portarla altrove.

    Gino Paoli e Califano nel DNA: perché il suo urban non è “di plastica”
    I riferimenti di Sayf spiazzano chi si aspetta l’elenco standard da artista urban. Lui cita Gino Paoli, Adriano Celentano, Franco Califano, Vinicio Capossela. Un pantheon fatto di parole, malinconia, ironia, radici. Ed è forse proprio questo incrocio a spiegare perché “Tu mi piaci tanto” non sia stata soltanto una hit generazionale, ma un brano capace di allargare il pubblico: dentro c’è una scrittura che ammicca alla canzone italiana e un’attitudine che resta contemporanea.

    La sua ascesa non nasce all’Ariston. Dopo mixtape e singoli, nel 2025 pubblica l’album “Se Dio vuole”, titolo che già racconta un livello più profondo. Sayf si definisce credente “a modo suo”, una spiritualità personale, non incasellata. Anche questo lo distingue: in un panorama spesso rumoroso, lui sembra lavorare per sottrazione, senza urlare la propria identità ma lasciandola emergere.

    Dalle cover al podio: il Festival che lo ha svelato al grande pubblico
    Sanremo è stato il banco di prova definitivo. Secondo posto nella classifica finale, e un segnale forte anche nella serata delle cover: con Alex Britti e Mario Biondi ha portato “Hit the Road Jack” di Ray Charles in una chiave Blues Brothers ed è arrivato sul podio. Un’esibizione che ha mostrato tecnica, groove e una maturità scenica che non sembra quella di un esordiente.

    Ma più della classifica, è rimasto quel gesto semplice. Sayf che chiama la mamma sul palco dell’Ariston. Niente sceneggiata, niente dramma costruito: un figlio che stringe la donna che lo ha cresciuto, davanti a milioni di persone. In quell’abbraccio c’era la gavetta, i treni presi per andare a suonare, le notti passate a scrivere, la paura di non farcela e la promessa mantenuta.

    Per molti ragazzi che lo seguono, Sayf è “uno di loro”. Non il rapper irraggiungibile, ma il tipo che ha mischiato identità diverse senza rinnegarne nessuna. Il secondo posto a Sanremo non è solo un risultato: è la certificazione che una certa idea di musica può stare sul podio senza chiedere scusa. E mentre qualcuno ieri chiedeva ancora chi fosse, lui oggi è già una risposta.

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      Speciale Sanremo 2026

      Sanremo 2026 flop in classifica: metà dei Big sparita e Carlo Conti finisce nel mirino

      Rispetto al 2025, quando i Big dominavano la Top 10, quest’anno restano solo in sette. Un segnale che riaccende il dibattito sul peso reale del Festival.

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        Sanremo 2026 accende le luci, fa ascolti, domina i social… e poi si spegne in classifica. A un mese dalla finale, i dati FIMI raccontano una realtà meno brillante del previsto: circa la metà dei Big in gara è già uscita dalla Top 200 dei singoli più venduti. Un segnale chiaro, che riporta subito Carlo Conti al centro delle critiche. Perché il Festival può anche funzionare in tv, ma se le canzoni non restano, qualcosa si inceppa.

        I numeri che fanno discutere

        Il confronto con il 2025 è impietoso. L’anno scorso i Big occupavano tutte le prime dieci posizioni della classifica, monopolizzando il mercato per settimane. Oggi, invece, nella Top 10 ne restano solo sette. Una differenza che pesa, soprattutto per un evento che dovrebbe essere il motore della musica italiana. Il problema non è solo chi manca, ma la velocità con cui alcuni brani sono scomparsi.

        Successo televisivo, ma le canzoni non reggono

        Sanremo continua a essere una macchina perfetta dal punto di vista televisivo. Share alti, attenzione mediatica, dibattito costante. Ma il vero banco di prova, come sempre, è la durata delle canzoni nel tempo. E qui emergono le crepe. Se i brani non entrano davvero nelle playlist del pubblico, il Festival rischia di diventare un evento effimero, più legato al momento che alla musica.

        Carlo Conti nel mirino del dibattito

        I numeri inevitabilmente riportano il focus sulla direzione artistica. Carlo Conti finisce sotto osservazione, anche se il discorso è più ampio e riguarda scelte musicali, tendenze e gusti del pubblico. Il punto, però, resta uno: Sanremo non può permettersi di essere solo uno spettacolo televisivo. Deve continuare a lanciare canzoni che restano. E quest’anno, almeno per ora, il segnale sembra andare in un’altra direzione.

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          Grignani, Pausini e la canzone più famosa degli anni ’90: il gossip su Destinazione Paradiso riaccende una vecchia storia

          Il settimanale Diva e Donna riporta la voce di una persona che avrebbe lavorato in una casa discografica milanese: tra Gianluca Grignani e Laura Pausini, negli anni Novanta, non ci sarebbe stata soltanto amicizia. E la canzone Destinazione Paradiso, diventata un classico della musica italiana, sarebbe stata scritta pensando proprio a lei.

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            Ci sono canzoni che segnano un’epoca e diventano quasi parte della memoria collettiva. Destinazione Paradiso, pubblicata da Gianluca Grignani nel 1995, è una di queste. Il brano è diventato uno dei simboli della musica italiana degli anni Novanta e ancora oggi continua a essere cantato da generazioni diverse.

            Ora però quella canzone torna a far parlare di sé per un motivo completamente diverso dalla musica. Il settimanale Diva e Donna ha rilanciato infatti un’indiscrezione che riguarda proprio l’origine del brano e un possibile legame con Laura Pausini.

            Il gossip su Grignani e Laura Pausini

            Secondo quanto riportato dal settimanale, Gianluca Grignani avrebbe scritto Destinazione Paradiso pensando a Laura Pausini. Non si tratterebbe soltanto di un’ispirazione artistica, ma di un sentimento personale.

            L’indiscrezione nasce dal racconto di una persona che sostiene di aver lavorato in una casa discografica milanese negli anni Novanta. Secondo questa testimonianza, tra i due artisti non ci sarebbe stata soltanto una conoscenza professionale o una semplice amicizia.

            La fonte, rimasta anonima, parla infatti di “una storia vissuta lontano dai riflettori”, un rapporto che sarebbe rimasto sempre lontano dall’attenzione del pubblico e dei media.

            Gli anni Novanta della musica italiana

            Negli anni in cui Destinazione Paradiso diventava una hit, la scena musicale italiana stava vivendo una fase di grande fermento. Gianluca Grignani era uno dei cantautori più promettenti della sua generazione, mentre Laura Pausini stava costruendo una carriera internazionale che l’avrebbe portata a diventare una delle artiste italiane più conosciute nel mondo.

            Entrambi erano protagonisti di una stagione musicale che mescolava pop e cantautorato, con un pubblico sempre più vasto anche fuori dai confini italiani.

            In quel contesto non sarebbe sorprendente che i due artisti si siano incrociati più volte negli ambienti discografici e televisivi dell’epoca.

            Tra musica e leggenda

            Al momento si tratta soltanto di un gossip, senza conferme ufficiali da parte dei diretti interessati. Né Gianluca Grignani né Laura Pausini hanno mai parlato pubblicamente di una relazione tra loro.

            Eppure l’idea che Destinazione Paradiso possa essere nata da una storia d’amore segreta aggiunge un nuovo livello di fascino a una canzone che, per molti fan, rappresenta già una colonna sonora sentimentale degli anni Novanta.

            Nel mondo della musica succede spesso: le canzoni diventano leggenda, e attorno a loro nascono racconti che finiscono per mescolare realtà, ricordi e suggestioni.

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              Speciale Sanremo 2026

              Parla Levante: “Quel bacio sulle labbra con Gaia sul palco di Sanremo era solo un gesto di affetto, non certo un manifesto ideale”

              L’artista chiarisce il gesto condiviso con Gaia nella serata cover e racconta un Festival vissuto con leggerezza e maturità.

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              Sanremo 2026, il bacio tra Levante e Gaia infiamma la serata delle cover e riapre il dibattito sulla regia Rai

                Nella sala stampa del Festival di Sanremo, Levante sceglie la via della chiarezza. Dopo la serata delle cover, il bacio scambiato sul palco con Gaia ha acceso il dibattito sui social e nei media. Ma per la cantautrice non c’è alcuna strategia dietro quel gesto: solo spontaneità.

                Tra bilanci artistici, nuovi progetti discografici e uno sguardo più ampio sul sistema musicale, Levante racconta un’edizione che definisce la più luminosa delle sue tre partecipazioni.

                Il “bacio non ripreso”: nessuna provocazione

                L’episodio che ha fatto discutere riguarda il mancato primo piano televisivo del bacio durante l’esibizione. La spiegazione, precisa l’artista, è tecnica: il sistema automatizzato di regia – programmato sulle prove – non è stato in grado di intercettare un momento nato sul momento.

                Levante ridimensiona subito la questione: nessun messaggio cifrato, nessuna intenzione polemica. “È stato un gesto naturale, come quello che si darebbe a un’amica o a una sorella”, lascia intendere. Più che sorpresa per l’inquadratura mancata, ha confessato di essere rimasta colpita dal clamore suscitato da un atto così semplice. Il suo auspicio? Poter vivere certe espressioni d’affetto senza sovrastrutture.

                Autrice unica: una scelta identitaria

                Sul fronte creativo, Levante sottolinea di essere l’unica firmataria – testo e musica – del brano presentato in gara. Non un vessillo da sbandierare, ma una condizione coerente con il suo percorso.

                L’artista apre anche una riflessione più ampia sui crediti nel panorama musicale contemporaneo, evidenziando quanto il tema della paternità delle opere sia spesso complesso, specie quando entrano in gioco produttori e team di scrittura.

                Quanto alla presenza femminile sul palco dell’Ariston, non punta il dito contro il Festival in sé, ma contro una questione più radicata: la sottorappresentazione delle donne in vari ambiti professionali. E cita con entusiasmo alcune colleghe che le piacerebbe vedere in futuro a Sanremo, da Emma Nolde a Ginevra.

                Il nuovo album e il ritorno dal vivo

                Archiviata l’esperienza sanremese, Levante guarda avanti. In programma un tour primaverile nei club, che anticiperà una stagione estiva e autunnale più estesa.

                Il nuovo disco, dal titolo evocativo Dell’amore e il fallimento d’altri passi di danza, è pronto ma non ha ancora una data ufficiale. La scelta, spiega, è strategica: in un mercato che consuma musica a ritmo rapidissimo, preferisce pubblicare i brani con gradualità.

                Il filo conduttore del progetto è l’amore quando si interrompe o resta inespresso, come nel caso di “Sei tu”, la canzone portata in gara, che racconta un sentimento mai dichiarato. Musicalmente sarà un lavoro sfaccettato: dalle atmosfere intime e orchestrali a incursioni elettroniche e ritmi più danzerecci.

                Una Sanremo più leggera

                Rispetto alle precedenti partecipazioni, Levante descrive questa come la più serena. Parla di sorriso, di luce, di una centratura raggiunta nel tempo. Meno pressione, più consapevolezza.

                Sente la responsabilità di salire su un palco così esposto, ma oggi la vive come un’opportunità per offrire un esempio positivo, prima ancora che artistico.

                Voce, cinema e nuove consapevolezze

                Nel dialogo con i giornalisti emerge anche un rapporto rinnovato con la propria voce. Per anni vissuta in modo istintivo, oggi è compresa meglio anche dal punto di vista tecnico: una particolarità delle corde vocali le conferisce quella timbrica ariosa e leggermente graffiata che la distingue. Una caratteristica che sta imparando ad accogliere come unicità.

                Positiva anche l’esperienza da attrice nel film L’Invisibile, esperienza che non esclude di ripetere, magari con una preparazione ancora più approfondita.

                Chiusura in musica

                La conferenza si conclude come meglio non potrebbe: con qualche nota dal vivo. Il ritornello di “Sei tu” risuona nella sala stampa, accompagnato dal pianoforte di Alessandro Trabace e dal violoncello di Angelo Trabace.

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