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Speciale Sanremo 2026

Luca Jurman boccia il Sanremo dei Big: «Festival sottotono, sembra un’involuzione». E promuove Fedez con Masini

Per Luca Jurman il Festival appare più debole del previsto sul piano artistico e musicale. L’ex insegnante di canto di Amici riconosce però a Fedez un netto miglioramento tecnico, difende la bontà del duetto con Marco Masini e distribuisce promozioni e stroncature con il bisturi del professionista.

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    Sanremo visto da un tecnico della voce suona molto diverso rispetto a quello raccontato dai social, dai fandom e dall’entusiasmo da conferenza stampa. Luca Jurman, vocal coach ed ex professore di canto di Amici, guarda il Festival con l’occhio di chi ascolta il fiato, la tenuta, la scrittura melodica, il peso delle parole, la coerenza tra interpretazione e brano. E il suo giudizio complessivo, questa volta, non è morbido.

    «In generale posso dire che Sanremo mi sembra un po’ sottotono: a livello artistico e musicale sembra un’involuzione», osserva Jurman, tracciando subito il perimetro della sua analisi. Non una stroncatura totale, ma certo un ridimensionamento netto rispetto alla narrazione trionfale che accompagna ogni edizione del Festival.

    Tra i brani che lo hanno colpito di più, però, ce n’è uno che indica senza esitazioni. Ed è anche quello che, per ragioni professionali, ha seguito più da vicino. Si tratta del duetto tra Fedez e Marco Masini in “Male necessario”, una collaborazione sulla quale, ammette lui stesso, all’inizio nutriva più di una perplessità. «Quando mi è stata chiesta una mano non sapevo che ci fosse questa accoppiata. Avevo dei dubbi. Sono molto pignolo e meticoloso, ma ascoltando il brano ho trovato che fosse scritto molto bene: ci sono parti, ganci di testo e una melodia davvero efficaci».

    Jurman entra poi nel merito della costruzione vocale del pezzo e sottolinea come proprio il contrasto tra i due interpreti ne rappresenti il punto di forza. «Masini è messo alla prova costantemente dai “la” del brano. Il contrasto con Fedez, unito alla crescita personale che si percepisce in quello che scrive, ha reso il lavoro sulla voce particolarmente sfidante. Tirare fuori il timbro naturale di Federico e farlo cantare al meglio in pochissimo tempo è stato impegnativo, ma con dedizione si possono ottenere grandi risultati».

    Parole che, nel giudizio di Jurman, diventano anche una promozione personale per il rapper milanese. «Il miglioramento di Fedez è evidente. Tra tutti gli artisti che ho aiutato, è stato l’unico a ringraziarmi». Non è solo una carezza. È anche un modo per sottolineare che, dietro una performance televisiva, esiste un lavoro tecnico spesso invisibile, fatto di correzioni, ascolto e disciplina. E su questo, a suo dire, Federico Lucia avrebbe mostrato una disponibilità non scontata.

    Alla domanda se la performance sanremese lo abbia convinto davvero, Jurman mantiene il suo stile, che non è mai quello dell’applauso automatico. «Ho seguito la preparazione di Federico e cerco di continuare a farlo anche a distanza. Io non sono mai soddisfatto delle mie performance, di conseguenza cerco di rimanere sempre molto obiettivo su tutti, allievi compresi, ma Federico si sta impegnando molto e questo fa sì che ci siano dei risultati di evidente miglioramento». E aggiunge: «Il rapporto che c’è tra Federico e me è tra insegnante e allievo, sono molto soddisfatto a livello professionale, è un rapporto che ci permette di affrontare anche in breve tempo una modalità di uso della voce che non aveva ancora affrontato».

    Tra i Big, oltre alla coppia Masini-Fedez, Jurman riconosce anche l’efficacia di un altro nome molto diverso per stile e pubblico. «La canzone che funzionerà da un punto di vista nazional popolare, scritta in maniera molto furba ed efficace, è quella di Sal Da Vinci». Il giudizio è doppio: da una parte c’è il riconoscimento di un mestiere che conosce perfettamente il proprio pubblico, dall’altra c’è l’idea di una costruzione studiata con intelligenza, quasi chirurgica, per arrivare subito.

    Non tutto però lo convince fino in fondo. Su Serena Brancale, per esempio, il suo sguardo si fa più affettuoso ma non meno severo. «Sono rimasto toccato, perché Serena è un’amica e la conosco molto bene artisticamente. Ci sono, però, alcuni punti un po’ strani nella scrittura del brano». E quando gli si chiede di spiegarsi meglio, entra ancora più nel dettaglio: «Secondo me è stato scritto da troppe mani e si è persa un po’ quella capacità di creare lo stesso pathos delle parole all’interno della tessitura melodica. Pensavo spingesse di più nel momento di massima richiesta interpretativa. C’è da dire che l’emozione può causare una debolezza di power vocale, ma so che se la caverà bene».

    Più tagliente il commento su Ermal Meta e sul suo brano dedicato a una bambina vittima della guerra. Qui Jurman non mette in discussione l’importanza del tema, ma la sua resa artistica. «Si poteva fare meglio. Il tema è molto importante, ma lo sviluppo si poteva fare meglio. Secondo me è un tema che meritava frasi più poetiche e ricercate». È una critica precisa, che colpisce il cuore della scrittura e non l’intenzione. In altre parole, il messaggio da solo non basta, se poi la canzone non riesce a trasformarlo in vera emozione musicale.

    Ancora più asciutto il suo commento su J-Ax. Alla richiesta di una valutazione, Jurman risponde con una sola domanda: «La mia domanda principale, al di là dei discorsi retorici, è: “Perché?”». Una stilettata breve, ma chiarissima.

    Poi c’è il capitolo figli d’arte, sempre delicatissimo a Sanremo, dove il cognome pesa, aiuta, ingombra e spesso scatena polemiche. Jurman liquida subito la questione del pedigree. «Il fatto che siano “figli di” a me non interessa, perché se sono veramente bravi, non ha senso considerarlo». Ma subito dopo entra nel merito e qui la musica cambia. «Sono del parere che Tredici Pietro non sia da Sanremo, nei Big assolutamente no». Non molto più morbido il passaggio su LDA e Aka7even: «Hanno uno storico da talent show che li ha portati a emergere nel panorama pop contemporaneo, ma “big” è un’altra cosa». Su Leo Gassmann il giudizio resta sospeso, ma non certo entusiasta: «Non riesco ancora a considerarlo una valida alternativa ad altri nel mondo musicale».

    Eppure, persino nelle sue bocciature, Jurman evita quasi sempre il tono da ghigliottina social. Su Aka7even, per esempio, pur ricordando frizioni personali pesanti, separa il piano umano da quello artistico. «Ha usato parole gravemente offensive nei miei confronti, ma lo reputo un talento». Un modo per ribadire che il mestiere dell’insegnante, quando è serio, non coincide con la simpatia.

    Tra le presenze più attese del Festival c’era anche Patty Pravo, simbolo di una storia musicale che da sola basterebbe a occupare una serata intera. Jurman, anche qui, distingue l’icona dalla performance. «Patty Pravo è un’icona, il brano è scritto sull’onda dei suoi successi. L’esibizione è stata abbastanza sottotono: non è stata una presenza importante per la canzone, ma una presenza importante per il Festival». Tradotto: il nome resta enorme, ma il rendimento artistico non ha avuto la stessa forza del suo mito.

    Non manca infine uno sguardo sulle Nuove Proposte, terreno su cui il tecnico sembra trovare materiale più stimolante. «Premetto che ho apprezzato le canzoni dei due finalisti delle Nuove Proposte, Angelica Bove e Nicolò Filippucci, anche se quella di Nicolò era meno originale ma più costruita per la sua voce». Un giudizio più incoraggiante, che sembra suggerire come il ricambio, forse, stia crescendo altrove.

    Il Sanremo raccontato da Luca Jurman è dunque un Festival con poche vere sorprese, qualche canzone costruita bene, molte scelte discutibili e un generale appannamento della qualità. Ma dentro questo quadro, il caso Fedez-Masini emerge come un’eccezione. Non per moda, non per hype, non per strategia televisiva. Semplicemente perché, a sentire lui, lì dentro c’è stato lavoro vero. E in un Festival che ai suoi occhi appare «sottotono», già questo è abbastanza per farsi notare.

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      Speciale Sanremo 2026

      Sal Da Vinci dice sì all’Eurovision: “L’ho desiderato tutta la vita”. E sul caso Israele taglia corto: “La musica non tiene colori”

      In conferenza stampa Sal Da Vinci apre all’Eurovision Song Contest 2026: “Non perdo certo l’occasione”. Nel pieno delle polemiche sulla presenza di Israele e tra ipotesi di boicottaggi, rivendica una linea netta: musica come ponte, non come confine.

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        Il Festival è finito, le luci si sono abbassate, ma le domande vere arrivano sempre dopo: che cosa succede adesso. Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo 2026 con “Per sempre sì”, ha scelto di non girarci intorno e ha già messo sul tavolo la risposta più attesa: Eurovision, sì. E lo ha detto nel modo più diretto possibile, con una frase che sembra un promemoria personale prima ancora che un titolo da cronaca: “L’ho desiderato tutta la vita, non perdo certo l’occasione”.

        L’Eurovision Song Contest 2026 quest’anno si svolgerà a Vienna e, come spesso accade quando la musica diventa gigantesca, la musica smette di essere solo musica. Attorno alla gara, infatti, si è riacceso il tema più delicato: la presenza di Israele, confermata dalla European Broadcasting Union nonostante obiezioni, tensioni e scelte drastiche annunciate da alcune nazioni, tra cui – secondo quanto circola in queste ore – Irlanda, Paesi Bassi, Spagna, Slovenia e Islanda.

        “L’ho desiderato tutta la vita”: il sì che cambia la settimana dopo Sanremo
        Nel suo intervento Sal Da Vinci ha insistito su un’idea semplice: la musica come trasmettitore di pace, accoglienza, aggregazione. Portare la canzone italiana sul palco europeo, per lui, sarebbe “giusto” proprio per quei valori, nonostante il clima complicato e le inevitabili letture politiche. Ha anche ammesso di non aver ancora pensato ai dettagli pratici dell’Eurovision, ma lo ha fatto con quella leggerezza che smorza la tensione e allo stesso tempo la rende notizia: ha scherzato dicendo che potrebbe persino celebrare “un matrimonio all’Eurovision”.

        “Israele? La musica non tiene colori”: la linea netta di Sal Da Vinci
        È qui che la frase “La musica non tiene colori” diventa più di uno slogan. Perché arriva nel mezzo di un dibattito che, in Italia, si è trasformato in una faglia: partecipare significa normalizzare, oppure significa usare la cultura come terreno di dialogo? Sal Da Vinci ha scelto la seconda strada, spiegando che non gli interessa boicottare e che, semmai, la musica può essere uno strumento di connessione tra culture diverse. Una posizione che, nel contesto attuale, suona come una presa di responsabilità e insieme come una sfida comunicativa: dire “vado” oggi non è un gesto neutro, anche se lui rivendica che debba esserlo.

        Levante ed Ermal Meta: il dibattito che divide anche gli artisti
        La sua scelta spicca anche perché arriva dopo settimane in cui altri artisti avevano già posizionato il proprio “sì” o il proprio “no” in modo opposto. Il caso più citato è quello di Levante: prima del Festival aveva dichiarato apertamente che, se avesse vinto Sanremo, non avrebbe voluto andare all’Eurovision proprio per la presenza di Israele, definendo la competizione “troppo politicizzata” e sostenendo che l’Italia non avrebbe dovuto prendere parte all’evento in questa situazione. Dall’altra parte, l’idea attribuita a Ermal Meta era speculare: partecipare comunque, perché portare la propria musica sul palco europeo avrebbe ancora più significato proprio “se c’è Israele”.

        Nel mezzo, la linea di Sal Da Vinci si distingue per la rapidità e l’assenza di esitazioni: sì all’Eurovision, sì all’idea che la musica resti un luogo di incontro. E mentre il dibattito continua a rimbalzare tra social, interviste e tifoserie contrapposte, lui resta aggrappato a una frase che, nel bene o nel male, ora lo rappresenta: la musica non divide, la musica passa.

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          Speciale Sanremo 2026

          Finale tra sospetti, percentuali choc e ribaltoni: cosa è successo davvero nell’ultima notte dell’Ariston.

          Primo al televoto, poi sparito dalle classifiche decisive e infine di nuovo sul gradino più alto. Intanto Ditonellapiaga domina in sala stampa, Sayf avrebbe vinto con il solo voto popolare e un dato inquieta: 31% di preferenze annullate contro il 3% dell’anno scorso.

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            Ci sono Festival che si decidono su un acuto. E Festival che si decidono su una percentuale. A SanA volte il Festival si decide con un ritornello che resta in testa. Altre volte con una percentuale che resta sul tavolo. A Sanremo 2026 il numero che pesa più di tutti è 31%. Trentuno per cento di voti non validi nella serata finale. Un’enormità, soprattutto se confrontata con il 3% registrato appena un anno fa. Non è una sfumatura statistica: è il dettaglio che cambia la percezione di un’intera notte.

            Il primo televoto della finale aveva tracciato una linea chiara. Il pubblico aveva scelto Sal Da Vinci, portandolo in testa senza mediazioni. Un consenso diretto, quasi istintivo, che sembrava scrivere la sceneggiatura dell’ultimo atto. Poi, nella fase decisiva a cinque, il quadro si è complicato.

            Quando entrano in gioco tutte le componenti di voto, l’equilibrio si sposta. Sal Da Vinci non risulta primo in nessuna delle classifiche determinanti. Non domina la sala stampa, non guida le giurie, non appare in testa nel mix conclusivo. È competitivo, resta in corsa, ma non è il leader assoluto di alcuna categoria. Ed è in quel momento che, tra corridoi e messaggi privati, comincia a circolare una parola sussurrata: ribaltone.

            In sala stampa l’indicazione è diversa. I giornalisti premiano Ditonellapiaga, nonostante – o forse proprio per – le ironie contenute nella sua canzone. Una scelta interpretata da alcuni come affermazione di indipendenza, da altri come risposta orgogliosa a chi li aveva messi nel mirino. Il peso della stampa incide, riequilibra, riapre i giochi.

            C’è poi un altro scenario che resta sullo sfondo ma che avrebbe potuto accendere polemiche roventi. Con il solo voto popolare, la vittoria sarebbe andata a Sayf. Una fotografia diversa del Festival, più netta, più immediata. Il sistema misto, invece, costruisce un risultato più articolato, meno lineare.

            E qui torna il 31%. Perché una percentuale così alta di voti annullati impone domande. Nel 2025, con un impianto regolamentare simile, i voti non validi nella finale erano stati appena il 3%. Cosa è cambiato? Nella fase conclusiva a cinque, lo scorso anno da ogni telefono si potevano esprimere tre preferenze. Quest’anno una sola chiamata, un solo voto. Un dettaglio tecnico che riduce drasticamente il margine di errore: se sbagli, non puoi rimediare.

            Non solo. I codici associati ai cantanti sono stati modificati rispetto all’edizione precedente. Molti spettatori, abituati a numeri ormai memorizzati, potrebbero aver digitato automaticamente il codice dell’anno prima. Un gesto meccanico, una distrazione di pochi secondi, e la preferenza evapora. Se l’errore si è ripetuto su larga scala, quel 31% diventa meno sorprendente, ma non meno rilevante.

            È stata solo una questione tecnica? O la tensione della finale, la fretta, la comunicazione frammentata hanno amplificato la confusione? La sensazione diffusa è che una parte del pubblico non abbia interiorizzato fino in fondo la modifica, contribuendo a gonfiare una percentuale che ora pesa come un macigno nel dibattito post-Festival.

            Eppure, al momento del verdetto finale, la somma delle componenti riporta Sal Da Vinci esattamente dove il primo televoto lo aveva collocato. Non è primo ovunque, ma è forte ovunque. Non domina ogni graduatoria, ma tiene su tutte. È il candidato più solido nel complesso. E alla fine è il suo nome a restare.

            Il paradosso è evidente. Per ore sembra che la vittoria possa sfuggirgli, dispersa tra strategie e percentuali. Poi la matematica restituisce lo stesso risultato che il pubblico aveva indicato all’inizio. La musica e i numeri, per una volta, coincidono.

            Resta però l’immagine di una finale che non è stata solo spettacolo. È stata regolamento, tecnica, interpretazione. È stata la dimostrazione che a Sanremo il palco racconta una storia, ma le percentuali ne raccontano un’altra. E che basta un numero fuori scala per trasformare una notte di canzoni in un caso che continuerà a far discutere.

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              Speciale Sanremo 2026

              Figli, nipoti e momenti di dolore. Quella di Sal Da Vinci non è certo stata una vita facile, vi raccontiamo perchè…

              Dietro il volto di uno dei cantanti più amati della scena musicale italiana contemporanea si intrecciano carriera musicale e storie di vita quotidiana, spesso travolta da vicissitudini e turbamenti familiari che spesso hanno “ostacolato” la crescita artistica del cantante napoletano.

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                di Chiara Alviano

                Dietro il volto di uno dei cantanti più amati della scena musicale italiana contemporanea si intrecciano carriera musicale e storie di vita quotidiana, spesso travolta da vicissitudini e turbamenti familiari che spesso hanno “ostacolato” la crescita artistica del cantante napoletano.

                Sal Da Vinci è sposato dal 1992 con Paola Pugliese, la donna che condivide con lui oltre trent’anni di vita, sacrifici e traguardi. Dalla loro unione sono nati Francesco nel 1993 e Annachiara nel 1998. È una storia familiare molto solida fatta di legami profondi, prove difficili superate insieme e l’orgoglio per la crescita dei suoi due figli, Francesco e Annachiara.

                In un’intervista a Repubblica del dicembre 2025, Sal Da Vinci aveva parlato proprio di questi momenti complicati: “Sono caduto e risalito, ho vissuto periodi in cui non avevo neanche la possibilità di comprare il latte per i miei figli. Ma ho creduto in quello che facevo, mi dicevo: resisti. Mi sono rifugiato in teatro, andavo a suonare nei club, guadagnavo meno dei miei musicisti. Rifarei tutto, ho perseverato sempre, e sono sopravvissuto”.

                Francesco, tra musica e famiglia

                Francesco ha seguito le orme artistiche del padre, infatti ha partecipato a programmi Rai come The Voice of Italy nel 2019, arrivando in semifinale. Ha poi intrapreso esperienze nel mondo della recitazione, ad esempio ha preso parte alla serie tv Gomorra con Alessandro Siani nello spettacolo teatrale Stelle a metà. Oggi è anche padre di due bambini avuti con la moglie Riccarda Ambrosio, sposata nel 2018, una vita che coniuga arte e affetti, e non manca di condividere momenti di quotidianità sui social, dove mostra con affetto la sua famiglia e la sua musica. Il suo ultimo disco si chiama Partenope ed è uscito nel 2024. Da anni calca con suo padre i palchi più importanti d’Italia e insieme a lui si sta godendo questo bel successo sanremese.

                Annachiara, tra moda, amore e social

                Anna Chiara ha scelto una strada diversa rispetto al fratello, ha fatto del mondo della moda e dei social media la sua arena espressiva, dove condivide il proprio stile, parte della sua quotidianità e alcuni momenti di famiglia. Nel 2022 si è sposata con il calciatore Salvatore Santoro, dall’unione è nato il figlio Antonio. La gioia di nonno Sal insieme agli altri due nipoti: Nina e Salvatore. Sal Da Vinci parla spesso dell’amore per i suoi nipoti come della sua “canzone più bella”.

                Il giorno del matrimonio di Annachiara

                Il cantante sui social ha condiviso con grande commozione il giorno delle nozze della figlia, ribadendo il profondo legame che li unisce: “Sento nel mio petto, il cuor battere forte per un’emozione che forse non ho mai raccontato così nelle mie canzoni. Ho sempre desiderato vederti insieme ad un uomo che ti amasse quanto me… (un po’ difficile). Ho sempre desiderato vederti insieme ad un uomo che ti apprezzasse per la donna che sei. Perché nonostante tu ormai sia una donna che sta per incamminarsi per la sua strada, io ti vedo sempre la mia piccola bambina. Desidero che vi perdiate negli occhi l’uno e dell’altro… amandovi incondizionatamente. Insomma Annachiara… rendimi felice con la tua felicità”.

                I momenti di dolore

                A proposito di momenti difficili, il cantante, sempre in un’intervista, aveva ricordato due episodi legati ai suoi due figli, entrambi colpiti da malattie poi superate e anche loro ora genitori. “Mia figlia Annachiara è nata con un brutto angioma alla carotide” confessa Sal. Un altro momento drammatico per la famiglia Da Vinci è stato anche l’incidente in motorino che ha coinvolto Anna Chiara a 20 anni. Aveva rischiato di perdere la mano.

                Il primogenito Francesco, invece, da piccolo lottò contro una forma grave di meningite, una prova che Sal Da Vinci ha spesso ricordato come uno dei momenti più drammatici della sua vita genitoriale: “Pregavo la Madonnina del reparto, all’ospedale Santobono: ‘Se lo salvi smetto di cantare’. Stavo per giurare e mi hanno chiamato per firmare, dovevano fargli la puntura lombare. E Dio lo ha salvato”. In entrambi i casi, il sostegno reciproco è stato fondamentale. Soprattutto quello dell’amore della sua vita, Paola.

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