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Cinema

Notte degli Oscar 2026: Rai1 in diretta dal Dolby Theatre, 24 statuette in palio e “Sinners – I peccatori” record con 16 nomination

Gli Academy Awards 2026 celebrano i migliori film usciti nel 2025. La cerimonia si svolge al Dolby Theatre di Los Angeles e assegna 24 statuette. Il grande favorito è “Sinners – I peccatori” di Ryan Coogler, che ha ottenuto 16 nomination, un record nella storia degli Oscar.

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    Hollywood accende i riflettori sulla notte più importante del cinema mondiale. Tornano gli Academy Awards, i premi più prestigiosi dell’industria cinematografica internazionale. La cerimonia degli Oscar 2026 si svolge come da tradizione al Dolby Theatre di Los Angeles e assegna 24 statuette ai migliori film usciti nel corso del 2025.

    Per il pubblico italiano l’appuntamento è fissato alle 23.30. La serata sarà trasmessa in diretta su Rai1 con collegamenti e speciali dedicati all’evento, mentre lo streaming sarà disponibile su RaiPlay. La maratona televisiva accompagnerà gli spettatori fino alle prime ore del mattino, con la conclusione prevista tra le 4.30 e le 5.

    Il film favorito: “Sinners – I peccatori”

    A dominare questa edizione degli Oscar è “Sinners – I peccatori”, il film diretto dal regista statunitense Ryan Coogler. La pellicola ha conquistato ben 16 nomination, il numero più alto mai registrato nella storia degli Academy Awards.

    Un risultato che la rende la candidata principale alla statuetta più prestigiosa, quella per il miglior film. Secondo molti analisti della stagione dei premi, la corsa potrebbe trasformarsi in un duello con “Una battaglia dopo l’altra”, uno dei titoli che ha raccolto maggiore attenzione nelle ultime settimane.

    Tra gli altri film che puntano alle categorie principali figurano anche “Bugonia”, “Frankenstein” e “Sentimental Value”, opere che hanno conquistato nomination in diverse categorie tecniche e artistiche.

    I film candidati al miglior film

    La categoria più attesa, quella per il miglior film, presenta una lista ampia e variegata che fotografa il panorama cinematografico internazionale dell’ultimo anno.

    I titoli in gara sono “Train Dreams”, “Bugonia”, “F1 – Il film”, “Frankenstein”, “Hamnet – Nel nome del figlio”, “Marty Supreme”, “Una battaglia dopo l’altra”, “The Secret Agent”, “Sentimental Value” e “Sinners – I peccatori”.

    La selezione unisce produzioni indipendenti, blockbuster e cinema d’autore, confermando la tendenza degli Oscar a premiare opere molto diverse tra loro per stile e provenienza.

    La sfida per regia e interpretazioni

    Nella categoria miglior regia la competizione vede alcuni dei nomi più importanti del cinema contemporaneo. Tra i candidati figurano Chloé Zhao per “Hamnet – Nel nome del figlio”, Josh Safdie per “Marty Supreme”, Paul Thomas Anderson per “Una battaglia dopo l’altra”, Joachim Trier per “Sentimental Value” e Ryan Coogler per “Sinners – I peccatori”.

    Grande attenzione anche per le categorie dedicate agli attori protagonisti. Tra gli uomini spiccano Timothée Chalamet per “Marty Supreme”, Leonardo DiCaprio per “Una battaglia dopo l’altra”, Ethan Hawke per “Blue Moon”, Michael B. Jordan per “Sinners – I peccatori” e Wagner Moura per “The Secret Agent”.

    Nella categoria miglior attrice protagonista sono candidate Jessie Buckley per “Hamnet – Nel nome del figlio”, Rose Byrne per “If I Had Legs I’d Kick You”, Kate Hudson per “Song Sung Blue”, Renate Reinsve per “Sentimental Value” ed Emma Stone per “Bugonia”.

    Documentari e nuove categorie

    Gli Oscar 2026 assegnano premi anche nelle categorie dedicate al cinema documentario e tecnico. Tra i candidati per il miglior documentario figurano “The Alabama Solution”, “Come See Me In The Good Light”, “Cutting Through Rocks”, “Mr. Nobody Against Putin” e “The Perfect Neighbor”.

    Tra le categorie più seguite negli ultimi anni c’è anche quella dedicata al miglior casting, che vede in gara “Hamnet – Nel nome del figlio”, “Marty Supreme”, “Una battaglia dopo l’altra”, “The Secret Agent” e “Sinners – I peccatori”.

    La notte più importante del cinema

    La notte degli Oscar resta uno degli eventi mediatici più seguiti al mondo. Tra red carpet, discorsi, premi e momenti spettacolari, la cerimonia rappresenta il culmine della stagione cinematografica internazionale.

    Quest’anno l’attenzione è concentrata soprattutto su “Sinners – I peccatori”, il film che arriva alla cerimonia con il numero record di nomination e che potrebbe scrivere una nuova pagina nella storia degli Academy Awards.

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      Cinema

      Nicole Kidman ricorda le scene di sesso di Babygirl: «Non volevo più essere toccata». Il racconto di un’esperienza che l’ha lasciata a pezzi

      L’attrice Nicole Kidman ha di recente raccontato ai media perché ha sentito il bisogno di interrompere le riprese delle scene di sesso nel suo ultimo film Babygirl…

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        «Non voglio più raggiungere l’orgasmo. Non avvicinarti a me. Odio farlo. Non mi interessa se non sarò mai più toccata in vita mia! Non ne posso più». Nicole Kidman ricorda così uno dei momenti più difficili della lavorazione di Babygirl, il thriller erotico uscito nel 2024 che le regalò la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia. Un’esperienza cinematografica che, a distanza di tempo, l’attrice descrive soprattutto attraverso la stanchezza fisica ed emotiva accumulata durante le numerose scene di sesso.

        «Non ne potevo più, ero esausta»

        Nell’intervista, Kidman torna sulle riprese del film diretto da Halina Reijn, già autrice di Bodies Bodies Bodies, e racconta quanto fosse diventato difficile affrontare le continue sequenze intime.

        «Ho fatto alcuni film piuttosto espliciti, ma mai così», ammette, ricordando una lavorazione caratterizzata da «un’enorme quantità di condivisione e fiducia e poi frustrazione».

        Il coinvolgimento richiesto dal personaggio finì per metterla a dura prova. «Mi ha lasciato a pezzi e devastata. Ad un certo punto ho pensato: “Non voglio essere toccata. Non voglio più farlo”».

        Non era la prima volta che l’attrice affrontava scene erotiche, ma la frequenza e l’intensità di quelle previste dalla sceneggiatura le provocarono una sensazione di saturazione che lei stessa ha paragonato a un esaurimento.

        In Babygirl tradiva il marito con uno stagista

        Nel film del 2024, Nicole Kidman interpreta Romy, un’amministratrice delegata di successo che conduce una vita apparentemente perfetta. È sposata con Jacob, interpretato da Antonio Banderas, ma intraprende una relazione clandestina con Samuel, un giovane stagista al quale presta il volto Harris Dickinson.

        Il rapporto mette in discussione gli equilibri della protagonista e affronta temi come il desiderio, il potere e il controllo, attraverso una serie di incontri carichi di tensione sessuale.

        Kidman aveva spiegato di aver accettato il ruolo proprio perché la sceneggiatura le permetteva di esplorare «un’area in cui non era mai stata». Una sfida artistica che si rivelò più impegnativa di quanto avesse immaginato.

        Il ricordo di Keith Urban e della vita fuori dal set

        Nel ripercorrere quell’esperienza, l’attrice aveva parlato anche di Keith Urban, all’epoca suo marito, e del modo in cui il musicista affrontava le sue interpretazioni più esplicite.

        «Mio marito è un artista, quindi capisce tutto, non si lascia coinvolgere», aveva spiegato, sottolineando la distinzione tra il lavoro sul set e la vita privata.

        Le scene di Babygirl, naturalmente, erano frutto della finzione cinematografica, ma il loro impatto emotivo risultò comunque molto intenso per la protagonista.

        La fatica ripagata dalla Coppa Volpi

        Nonostante le difficoltà, quel ruolo rappresentò uno dei momenti più importanti della carriera recente di Kidman. Alla Mostra del Cinema di Venezia del 2024, la giuria le assegnò la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

        Un riconoscimento che premiò la sua capacità di interpretare una donna divisa tra desiderio, ambizione e paura di perdere il controllo.

        Resta però il ricordo di quelle giornate sul set, quando anche un’attrice abituata alle sfide più complesse arrivò a desiderare soltanto una cosa: che nessuno la toccasse più.

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          Cinema

          Winona Ryder compie 55 anni, da Beetlejuice a Stranger Things: la ragazza dark che ha conquistato Hollywood senza diventare come le altre

          Da Beetlejuice a Edward mani di forbice, da Dracula di Bram Stoker a Stranger Things, Winona Ryder ha attraversato quattro decenni di cinema senza perdere il suo fascino anticonformista. Musa di Tim Burton e simbolo della generazione alternative degli anni Novanta, compie 55 anni.

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          Winona Ryder compie 55 anni, da Beetlejuice a Stranger Things: la ragazza dark che ha conquistato Hollywood senza diventare come le altre

            Winona Ryder compie 55 anni e, per chi è cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta, continua a essere molto più di un’attrice. È il volto di una generazione che preferiva il nero ai colori pastello, i personaggi tormentati alle principesse e le storie fuori dagli schemi alle favole con il lieto fine. Nata il 29 ottobre 1971 a Winona, nel Minnesota, ha trasformato la sua aria fragile, lo sguardo malinconico e il talento fuori dal comune in un marchio di fabbrica che Hollywood non è mai riuscita ad addomesticare completamente.

            Da Beetlejuice a Edward mani di forbice, la musa dark di Tim Burton

            Il grande pubblico la scopre nel 1988 con Beetlejuice, dove interpreta Lydia Deetz, adolescente gotica che si trova decisamente più a suo agio con i fantasmi che con i vivi. Il personaggio diventa un manifesto dell’estetica dark e consacra il sodalizio con Tim Burton, che nel 1990 la sceglie per Edward mani di forbice, accanto a Johnny Depp.

            Tra i due nasce anche una delle storie d’amore più celebri di Hollywood, mentre la carriera dell’attrice decolla. Nel 1992 Francis Ford Coppola la vuole nel suo Dracula di Bram Stoker, dove interpreta Mina Harker, confermando quella capacità di unire romanticismo, inquietudine e sensualità che diventerà una delle sue caratteristiche più riconoscibili.

            Gli anni Novanta e il successo di una diva anticonformista

            Con Schegge di follia, Giovani, carini e disoccupati, L’età dell’innocenza e Piccole donne, Winona Ryder diventa il simbolo di un cinema che racconta ragazze intelligenti, irrequiete e allergiche alle convenzioni. Arrivano due candidature agli Oscar, ma soprattutto un’identità artistica che la distingue dalle altre star della sua generazione.

            La sua popolarità attraversa anche momenti difficili, compreso l’arresto per taccheggio nel 2001, che contribuisce a rallentare una carriera fino ad allora travolgente. Hollywood sembra progressivamente dimenticarla, ma il pubblico conserva un legame speciale con quell’attrice capace di rendere affascinanti anche le fragilità dei suoi personaggi.

            Stranger Things e il ritorno della regina dell’alternative

            Nel 2016 Stranger Things le regala una seconda giovinezza artistica. Nei panni di Joyce Byers, madre determinata a ritrovare il figlio scomparso, Winona conquista una nuova generazione di spettatori e dimostra che il suo talento non appartiene soltanto alla nostalgia degli anni Novanta.

            Il ritorno nell’universo di Beetlejuice nel 2024 chiude idealmente un cerchio, riportandola nei panni della Lydia che l’aveva resa famosa. A 55 anni Winona Ryder conserva qualcosa di raro nel mondo dello spettacolo: il fascino di chi non ha mai avuto bisogno di somigliare a nessun’altra per diventare un’icona.

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              Cinema

              Vanessa Scalera nega il circolino degli attori e tira in ballo Berlusconi: ma perché i soliti quindici lavorano in tre o quattro film all’anno?

              Vanessa Scalera respinge le accuse sul circolino del cinema italiano e sposta il discorso sulla televisione di Berlusconi. Ma resta la domanda: perché le stesse facce monopolizzano film e serie?

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              Vanessa Scalera nega il circolino degli attori e tira in ballo Berlusconi: ma perché i soliti quindici lavorano in tre o quattro film all'anno?

                Il circolino del cinema italiano? A Vanessa Scalera dà fastidio persino sentirne parlare. L’attrice, intervistata da Vanity Fair, respinge l’idea che nel mondo dello spettacolo esista un gruppo ristretto di interpreti capace di monopolizzare film, serie televisive e opportunità professionali. Ma anziché affrontare direttamente la questione, preferisce spostare il discorso sulla televisione degli anni Duemila e sui modelli femminili imposti durante l’epoca berlusconiana. Una risposta che solleva un interrogativo piuttosto semplice: che cosa c’entra la televisione di Berlusconi con il fatto che nel cinema italiano continuino a lavorare sempre gli stessi attori?

                La questione non riguarda il talento di Vanessa Scalera, che ha dimostrato ampiamente le proprie capacità interpretative, né quello dei colleghi che occupano stabilmente le locandine delle produzioni italiane. Riguarda piuttosto un sistema nel quale un numero limitato di nomi sembra concentrare una quantità considerevole di ruoli, mentre molti altri professionisti faticano a ottenere occasioni comparabili. Ed è proprio su questo meccanismo che sarebbe interessante ascoltare una risposta.

                Vanessa Scalera: «La storia del circolino mi infastidisce»

                Nell’intervista a Vanity Fair, Vanessa Scalera affronta il tema con parole che non lasciano dubbi sul suo fastidio nei confronti dell’espressione utilizzata per descrivere una parte dell’industria cinematografica italiana. «La storia del circolino mi infastidisce: è giudicante. Negli anni Duemila c’era la tv di Berlusconi, con un’idea di femminile che mi infastidiva molto: imposta, disponibile, accomodante. Quello sì che ha impedito a molti talenti di emergere».

                Il ragionamento contiene due questioni differenti. La prima riguarda l’esistenza di un gruppo ristretto di attori che riceve ripetutamente proposte di lavoro; la seconda chiama in causa il modello femminile promosso da una parte della televisione commerciale italiana negli anni Duemila. Si può discutere a lungo dell’influenza culturale esercitata dalla televisione berlusconiana, ma quel riferimento non risponde alla domanda sulla distribuzione attuale dei ruoli nel cinema e nelle serie televisive. Le due questioni possono anche convivere, senza che una cancelli automaticamente l’altra.

                I soliti quindici attori e il problema dei ruoli che si concentrano sempre sugli stessi

                Il cosiddetto circolino non è necessariamente un’organizzazione segreta, un’associazione formalizzata o un gruppo di persone che si riunisce per decidere chi debba lavorare. È piuttosto un’espressione polemica che descrive la percezione di un mercato nel quale alcuni interpreti sembrano godere di un accesso privilegiato alle produzioni più importanti. Il dato che alimenta la discussione è la frequenza con cui gli stessi nomi ricompaiono nei cast. Secondo la critica rivolta al sistema, una quindicina di attori arriverebbe a partecipare mediamente a tre o quattro film all’anno, una concentrazione che meriterebbe un’analisi concreta delle produzioni, dei ruoli assegnati e delle opportunità disponibili per gli altri interpreti.

                Non basta, naturalmente, contare le apparizioni per dimostrare l’esistenza di favoritismi. Un attore può lavorare molto perché richiesto dal pubblico, apprezzato dai registi o considerato affidabile dai produttori. Ma quando la ripetizione dei nomi diventa una caratteristica riconoscibile dell’intero settore, liquidare ogni critica come un giudizio ingeneroso rischia di evitare il problema anziché affrontarlo. La questione è tanto più importante in un mercato nel quale numerosi attori, anche con una lunga formazione e una solida esperienza teatrale, incontrano difficoltà a ottenere ruoli cinematografici significativi.

                Berlusconi diventa il bersaglio, ma la domanda resta senza risposta

                Il riferimento di Scalera alla televisione di Silvio Berlusconi introduce un tema che appartiene a un’altra discussione: il modo in cui il piccolo schermo ha rappresentato le donne e quanto quella rappresentazione abbia condizionato le opportunità professionali delle interpreti. È una critica legittima, ma non spiega perché il cinema italiano contemporaneo continui ad affidarsi con tanta frequenza a un gruppo relativamente ristretto di volti. Soprattutto, non chiarisce quali meccanismi determinino l’accesso ai ruoli più importanti e quanto spazio rimanga per chi non appartiene alla cerchia degli interpreti più richiesti.

                Il problema non è stabilire se quei quindici attori siano bravi. Il problema è capire perché sembrino esserci così poche alternative. La qualità artistica non esclude la possibilità che il sistema produttivo favorisca la ripetizione delle stesse scelte, magari per ragioni commerciali, rapporti professionali consolidati o semplice prudenza economica. Per i produttori, puntare su un volto conosciuto può rappresentare una garanzia. Per il pubblico, però, ritrovare continuamente gli stessi interpreti in storie e personaggi differenti può diventare un limite alla varietà dell’offerta cinematografica.

                Il circolino esiste davvero? Servono numeri, non dichiarazioni di fastidio

                La polemica potrebbe trovare una risposta molto più interessante attraverso un’analisi delle produzioni italiane: quanti film vengono realizzati ogni anno, quanti attori occupano i ruoli principali, quante volte ricorrono gli stessi nomi e quale percentuale delle opportunità finisce nelle mani degli interpreti più presenti sul mercato. Sarebbe altrettanto utile confrontare questi dati con quelli degli anni precedenti, distinguendo tra cinema, fiction televisiva e piattaforme streaming. Solo così si potrebbe stabilire se la concentrazione denunciata sia effettivamente aumentata e quanto incida sulle possibilità di emergere per nuovi talenti.

                Vanessa Scalera ha tutto il diritto di considerare offensiva l’espressione «circolino», ma il fastidio per una parola non basta a smentire il fenomeno che quella parola intende descrivere. E il richiamo alla televisione berlusconiana, per quanto possa riflettere una convinzione sincera dell’attrice, non offre una spiegazione della situazione attuale. Resta dunque una domanda alla quale il mondo del cinema italiano dovrebbe rispondere senza rifugiarsi nelle polemiche personali: se il talento non manca, perché le opportunità sembrano concentrarsi così spesso sugli stessi nomi?

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