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Cronaca Nera

Garlasco, la chiavetta Usb e i video segreti di Chiara Poggi: perché la frase di Sempio ora spaventa gli inquirenti

Secondo la Procura di Pavia, Andrea Sempio avrebbe mostrato di conoscere un dettaglio mai reso pubblico: il trasferimento di file privati da un computer a una chiavetta Usb. Una circostanza che, insieme ad altre frasi registrate e a ricerche sul Dna, alimenta il nuovo fronte investigativo sul delitto di Garlasco.

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    Nel nuovo terremoto investigativo sul delitto di Chiara Poggi emerge ora un dettaglio che gli inquirenti considerano potenzialmente decisivo. Al centro della nuova consulenza tecnica depositata dalla Procura di Pavia ci sarebbero alcuni video intimi di Chiara Poggi e di Alberto Stasi contenuti, secondo gli esperti, in una cartella protetta da password chiamata “Albert.zip”. Quei file, stando alla relazione firmata dal consulente Paolo Del Checco, sarebbero stati copiati e trasferiti su una memoria esterna Usb.

    Fin qui un dettaglio tecnico. Ma è ciò che sarebbe accaduto dopo ad aver acceso l’attenzione dei magistrati. Durante un’intercettazione ambientale nell’auto di Andrea Sempio, l’uomo avrebbe pronunciato una frase ritenuta dagli investigatori estremamente delicata: «Ce l’ho dentro la penna». Per la Procura, quel riferimento alla chiavetta Usb potrebbe dimostrare una conoscenza di particolari mai diffusi pubblicamente.

    Secondo l’accusa, infatti, Sempio non avrebbe potuto sapere dello spostamento dei video su una memoria esterna senza un coinvolgimento diretto o comunque senza avere avuto accesso a informazioni rimaste riservate per anni.

    Le altre intercettazioni e le ricerche sul Dna

    Le cimici installate nell’auto dell’indagato avrebbero registrato anche altri passaggi considerati inquietanti dagli investigatori. In uno sfogo solitario, riportato negli atti, Sempio avrebbe pronunciato la frase: «Lì c’era sangue quando me ne sono andato». Parole che, inevitabilmente, stanno alimentando nuove interpretazioni investigative attorno al delitto di Garlasco.

    Non solo. Secondo quanto emerso dalle indagini, i Carabinieri di Milano avrebbero trovato sul suo hard disk anche alcune ricerche relative al Dna mitocondriale effettuate proprio durante il periodo delle perizie legate al processo d’appello bis contro Alberto Stasi. Per i magistrati Giuliana Rizza e Valentina De Stefano, questi elementi indicherebbero un interesse ritenuto anomalo verso dettagli tecnici e investigativi del caso.

    Il nuovo filone investigativo punta proprio su questo: verificare se Andrea Sempio potesse conoscere elementi rimasti fuori dal circuito mediatico e mai divulgati ufficialmente.

    La difesa: «Parlava di un podcast»

    La linea difensiva dei legali di Sempio, però, è completamente diversa. Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia respingono ogni interpretazione accusatoria delle intercettazioni e sostengono che il loro assistito stesse semplicemente commentando ad alta voce contenuti ascoltati in quel momento.

    Secondo la difesa, Sempio avrebbe ascoltato podcast, trasmissioni televisive o approfondimenti dedicati al delitto di Garlasco e le sue frasi sarebbero soltanto riflessioni sconnesse, estrapolate dal contesto. I legali starebbero infatti cercando di recuperare proprio il materiale audio ascoltato dall’uomo il 14 aprile 2025 per dimostrare che non si trattasse di confessioni o ammissioni indirette.

    Resta però il fatto che il caso Garlasco, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, continua a produrre nuovi dettagli, nuovi sospetti e nuovi interrogativi destinati ad alimentare ancora il dibattito giudiziario e mediatico.

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      Cronaca Nera

      Garlasco, quelle scarpe a pallini erano di Sempio? Spunta il numero 42 e quella frase: «Meglio non consegnarle»

      Andrea Sempio ha sempre detto di portare il 44, ma la misurazione del piede riporta al 42-43. E torna a pesare una vecchia intercettazione con il padre sulle scarpe mai consegnate agli investigatori.

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        C’è un numero che torna prepotentemente nel caso Garlasco: 42. È quello delle scarpe con la suola a pallini che potrebbero diventare uno dei punti più delicati della nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Perché Andrea Sempio ha sempre sostenuto di calzare il 44, ma quando Cristina Cattaneo gli ha misurato direttamente il piede il risultato avrebbe aperto uno scenario completamente diverso.

        Secondo la valutazione della consulente, infatti, il piede di Sempio sarebbe risultato compatibile con una scarpa Frau numero 42, con una possibile oscillazione tra il 42 e il 43. Ed è proprio qui che si apre lo scontro con la difesa, che contesta questa conclusione e sostiene che la larghezza del piede dell’indagato renderebbe incompatibile una calzatura di quella misura.

        Ma il numero delle scarpe è soltanto una parte del giallo. Perché dal passato torna anche una conversazione intercettata tra Sempio e suo padre nella quale si parlava della decisione, presa seguendo il consiglio degli avvocati, di non consegnare le scarpe agli investigatori.

        Quelle scarpe a pallini trovate nella villetta

        Le impronte lasciate da una scarpa con la suola a pallini compaiono in diversi punti della casa di via Pascoli. Non si tratta quindi di una traccia isolata e una di queste impronte si trova proprio sul pianerottolo sopra le scale, in una delle zone più importanti della scena del crimine.

        La domanda diventa inevitabile: quelle scarpe potevano appartenere ad Andrea Sempio?

        La Procura vuole provare a dare una risposta anche attraverso le misure del suo piede. Sempio ha sempre dichiarato di portare il 44, mentre dalla misurazione effettuata da Cristina Cattaneo sarebbe emersa una compatibilità con una Frau 42, secondo la tabella riportata nell’informativa, o comunque con una calzatura compresa tra il 42 e il 43.

        La difesa non ci sta. Il consulente Armando Palmegiani ha effettuato delle prove con scarpe numero 42 e sostiene che la pianta del piede di Sempio sarebbe troppo larga per poterle indossare. Proprio per chiarire questo punto, la Procura ha chiesto un nuovo approfondimento sulla larghezza del piede.

        La frase sulle scarpe mai consegnate

        A rendere ancora più intrigante questo capitolo dell’inchiesta c’è una vecchia intercettazione. In una conversazione con il padre, Sempio aveva parlato della decisione di seguire il consiglio dei propri avvocati e non consegnare le scarpe agli investigatori.

        Una scelta perfettamente consentita e che, da sola, non dimostra naturalmente alcun coinvolgimento nell’omicidio. Ma che oggi torna inevitabilmente sotto i riflettori proprio mentre quelle impronte a pallini diventano nuovamente centrali.

        Il punto è semplice: se le scarpe possono raccontare chi si è mosso all’interno della villetta, stabilire quale numero le abbia lasciate e se quel numero possa essere compatibile con il piede di Sempio diventa fondamentale.

        L’impronta 33 e il possibile collegamento

        E poi c’è l’altro grande mistero: l’impronta 33, quella trovata sulla parete della scala.

        Oscar Ghizzoni, consulente della difesa di Alberto Stasi, sostiene di averla analizzata con tre diversi sistemi e che alcune parti della traccia avrebbero caratteristiche cromatiche simili agli schizzi di sangue presenti sulla parete sottostante. Secondo Ghizzoni, quindi, nell’impronta potrebbero esserci residui ematici.

        Marina Baldi invita invece alla prudenza, ricordando che l’impronta appariva bagnata e che sulla parete erano presenti numerose altre tracce.

        Ma è la posizione dell’impronta a renderla particolarmente interessante. Perché proprio nella stessa zona, sul pianerottolo sopra le scale, compare anche una delle impronte lasciate dalla famosa scarpa a pallini.

        «L’impronta 33 sarà centrale»

        Ghizzoni considera il possibile collegamento fondamentale: «L’impronta 33 sarà il punto centrale in tutti i passaggi processuali, così come lo sarà la correlazione tra questa e l’impronta di scarpa a pallini presente sul pianerottolo sopra le scale».

        Due tracce diverse che potrebbero quindi finire per raccontare lo stesso momento e, forse, gli spostamenti di qualcuno all’interno della casa.

        Intanto emerge anche un altro particolare dell’interrogatorio di Sempio. Nel maggio scorso il procuratore aggiunto Andrea Civardi gli avrebbe descritto l’accanimento subito da Chiara Poggi, parlando di «overkilling», cioè di una violenza proseguita oltre quanto necessario per provocare la morte.

        Secondo quanto riferito dal medico legale Fortunato sulle valutazioni di Cristina Cattaneo, quattro o cinque colpi sarebbero stati inferti quando Chiara aveva ormai perso la capacità di reagire in maniera coordinata.

        Il numero 42 può diventare uno dei nodi dell’inchiesta

        Ora però l’attenzione torna sul pavimento della villetta e su quelle impronte rimaste lì dal 13 agosto 2007.

        Una scarpa a pallini. Un numero che potrebbe essere il 42. Un piede che deve essere misurato ancora più precisamente. Una vecchia conversazione sulle scarpe che gli investigatori non hanno mai ricevuto. E, a pochi metri, l’impronta 33 sulla quale si discute della possibile presenza di sangue.

        A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, alcuni dei misteri più importanti del nuovo caso Garlasco potrebbero nascondersi proprio lì: in una scarpa mai trovata e nelle impronte che qualcuno lasciò dentro quella casa.

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          Cronaca Nera

          Delitto della ricina, che cosa sa il parroco? Quel colloquio con il tecnico di laboratorio che può cambiare l’inchiesta

          Don Stefano avrebbe parlato con Michele, tecnico di laboratorio e marito della donna vicina a Gianni Di Vita. Ma non sarebbe stata una confessione: una differenza decisiva che potrebbe consentire agli investigatori di chiedere al sacerdote che cosa gli sia stato raccontato.

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          Giallo della ricina a Pietracatella, l'indagine ad una svolta: pronte le prime iscrizioni di indagati tra verbali e test di laboratorio

            C’è un sacerdote che potrebbe sapere qualcosa sul delitto della ricina. O, almeno, potrebbe aver ascoltato parole che adesso interessano molto agli investigatori impegnati a ricostruire la morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, avvelenate durante le festività natalizie.

            Il suo nome è don Stefano, parroco di Pietracatella, e attorno a lui si apre uno dei capitoli più delicati dell’inchiesta. Non perché esista naturalmente alcun sospetto nei suoi confronti, ma perché il sacerdote avrebbe avuto un colloquio riservato con Michele, tecnico di laboratorio dell’Istituto Agrario di Riccia e marito della donna indicata come molto vicina a Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara.

            Il punto capace di cambiare completamente il significato di quella conversazione riguarda il luogo e soprattutto il contesto nel quale avvenne: non si sarebbe trattato di una confessione sacramentale.

            Ed è proprio questa differenza a trasformare il parroco in un possibile testimone importante per l’inchiesta.

            Il mistero del colloquio tra don Stefano e Michele

            Gli investigatori cercano di capire che cosa si dissero don Stefano e Michele e soprattutto se durante quella conversazione emersero informazioni che possono avere qualche collegamento con quanto accadde alla famiglia Di Vita.

            Al momento non è noto quale fosse il contenuto del colloquio e sarebbe scorretto trasformare una circostanza ancora da chiarire in una certezza investigativa. Il particolare significativo riguarda però la natura dell’incontro.

            Se Michele avesse parlato con il sacerdote durante una confessione, ciò che don Stefano avesse appreso sarebbe coperto dal sigillo sacramentale. La ricostruzione emersa finora indica invece uno scenario diverso: i due avrebbero avuto un colloquio informale e riservato, fuori dalla confessione.

            Una distinzione tutt’altro che formale, perché apre inevitabilmente una domanda: che cosa potrebbe aver raccontato Michele al parroco?

            È questo il punto sul quale gli investigatori potrebbero cercare ulteriori chiarimenti, verificando innanzitutto se la conversazione sia avvenuta nei termini descritti e se abbia effettivamente riguardato circostanze utili all’indagine.

            Perché quel tecnico di laboratorio è entrato nell’inchiesta

            La figura di Michele interessa perché si trova all’interno della rete di rapporti che gli investigatori stanno ricostruendo attorno alla famiglia Di Vita.

            L’uomo lavora come tecnico di laboratorio all’Istituto Agrario di Riccia ed è il marito della donna indicata come un’amica particolarmente vicina a Gianni Di Vita. Secondo le ricostruzioni emerse, avrebbe inoltre avuto contatti con Antonella.

            Nessuna di queste circostanze dimostra naturalmente un suo coinvolgimento nell’avvelenamento. Le sue competenze professionali, così come i rapporti personali delle persone coinvolte, rappresentano elementi sui quali gli investigatori possono compiere verifiche, non prove di responsabilità.

            Ma il presunto colloquio con il parroco aggiunge adesso un tassello nuovo. Perché se Michele sentì la necessità di parlare con don Stefano, diventa importante stabilire per quale motivo lo fece e quale fosse l’argomento di quella conversazione.

            Il parroco potrebbe essere chiamato a raccontare ciò che sa

            È qui che la posizione di don Stefano assume un peso completamente diverso.

            Il sacerdote non entra nell’inchiesta come sospettato, ma come possibile depositario di informazioni. Se davvero ricevette confidenze al di fuori della confessione sacramentale, gli investigatori potrebbero cercare di stabilire se quelle parole abbiano qualche relazione con il duplice avvelenamento.

            Prima, però, occorre chiarire esattamente le circostanze del colloquio. Non sappiamo se Michele abbia parlato della morte di Antonella e Sara, dei rapporti interni alla famiglia oppure di questioni completamente estranee all’indagine.

            Proprio per questo il parroco può diventare una figura importante: potrebbe essere una delle poche persone in grado di spiegare che cosa accadde durante quell’incontro e perché avvenne.

            In un’inchiesta nella quale gli investigatori hanno ascoltato circa duecento persone, una conversazione apparentemente privata può quindi acquistare improvvisamente un significato diverso.

            Cinque persone sotto la lente e la pista passionale

            Sul resto dell’indagine permane grande cautela. Non risultano al momento iscrizioni nel registro degli indagati, mentre sarebbero cinque le persone sulle quali si concentra l’attenzione investigativa. Due di loro potrebbero peraltro figurare anche tra le potenziali vittime dell’avvelenamento.

            Gli investigatori stanno ricostruendo rapporti familiari, amicizie e frequentazioni e tra le ipotesi prese in considerazione ha acquistato spazio quella di un possibile movente passionale.

            Resta soprattutto una domanda enorme: chi procurò la ricina e in che modo riuscì a farla assumere ad Antonella e Sara?

            La risposta potrebbe arrivare dall’incrocio tra testimonianze, analisi scientifiche e accertamenti informatici.

            Gli esami dalla Germania e quella ricerca online sulla ricina

            Uno dei fronti riguarda il Robert Koch Institute di Berlino, dove gli esperti stanno lavorando sui reperti biologici. Gli investigatori cercano soprattutto di individuare il cosiddetto «vettore», vale a dire l’alimento o la sostanza attraverso cui il veleno entrò nell’organismo delle due vittime.

            L’attenzione continua a concentrarsi sulla cena del 23 dicembre, alla quale parteciparono Antonella, Sara e Gianni Di Vita, mentre l’altra figlia Alice si trovava fuori casa.

            Parallelamente proseguono gli accertamenti informatici su una ricerca online della parola «ricina» che sarebbe avvenuta mesi prima della morte di madre e figlia. Gli investigatori puntano a ricostruirne l’origine attraverso i dati disponibili e, se tecnicamente possibile, a identificare chi la effettuò.

            Sono tasselli molto diversi di uno stesso puzzle: il veleno, il possibile vettore, le ricerche su Internet, i rapporti personali e le testimonianze raccolte a Pietracatella.

            Adesso, però, in mezzo a questa rete di elementi compare anche quel colloquio riservato con il parroco.

            Don Stefano potrebbe non avere ascoltato nulla di importante. Oppure potrebbe aver ricevuto una confidenza capace di assumere oggi un significato che allora non aveva.

            Ed è proprio qui che si concentra il nuovo mistero del delitto della ricina: che cosa disse Michele al sacerdote e perché sentì il bisogno di parlare proprio con lui?

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              Garlasco, perché tanta furia contro Chiara? Altri cinque colpi quando non poteva più reagire: il nodo dell’«overkilling»

              Il consulente della difesa di Stasi sostiene che alcune porzioni della traccia reagiscano come gli schizzi ematici presenti sulla parete. Intanto emerge ciò che Civardi avrebbe detto a Sempio durante l’interrogatorio: quattro o cinque colpi sarebbero arrivati quando Chiara non riusciva più a reagire.

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              Chiara Poggi

                A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, una vecchia impronta sulla parete della villetta di via Pascoli torna a pesare come un macigno sulla nuova inchiesta di Garlasco. È la famosa impronta 33, quella che gli investigatori notarono già nel 2007 vicino alle scale e sulla quale adesso nuove analisi avrebbero individuato zone con una risposta cromatica analoga a quella degli schizzi di sangue presenti poco più sotto.

                Se le verifiche confermassero la natura ematica di quelle porzioni e soprattutto consentissero di attribuire con sufficiente affidabilità l’impronta a una persona, il significato di quella traccia potrebbe cambiare completamente.

                Ed è proprio mentre sulla scena del crimine torna ad accendersi questo scontro che emerge un altro particolare dell’interrogatorio di Andrea Sempio dello scorso maggio. Il procuratore aggiunto Andrea Civardi avrebbe descritto al 38enne l’«overkilling» di Chiara, soffermandosi su quattro o cinque colpi che, secondo le valutazioni medico-legali, l’assassino avrebbe inferto quando la ragazza non riusciva ormai più a reagire in maniera coordinata.

                Due fronti diversi che finiscono così per convergere sullo stesso punto: che cosa accadde realmente negli ultimi istanti di vita di Chiara e quali tracce lasciò il suo assassino dentro quella casa?

                L’impronta 33 e quelle possibili tracce di sangue

                A riportare l’attenzione sulla numero 33 è Oscar Ghizzoni, consulente della difesa di Alberto Stasi. Ghizzoni riferisce di avere sottoposto la traccia a nuove analisi attraverso tre differenti metodi di studio dello spettro del colore, confrontando poi i risultati.

                Secondo il consulente, alcune porzioni dell’impronta mostrerebbero una risposta cromatica analoga a quella degli schizzi ematici presenti sulla stessa parete. Ghizzoni ritiene quindi che all’interno della traccia possano esserci residui di sangue.

                Non significa ancora che la questione sia chiusa. L’interpretazione scientifica resta contestata e la genetista Marina Baldi ha ricordato le particolari condizioni della parete e la presenza di numerose altre tracce prima del trattamento con ninidrina.

                Ma la numero 33 ha una storia particolare.

                Quell’impronta insospettì gli investigatori fin dal primo giorno

                Gli inquirenti notarono infatti quella traccia già nelle ore successive all’omicidio. L’allora pm Rosa Muscio arrivò a chiedere ad Alberto Stasi se, entrando nella villetta, avesse appoggiato la mano proprio su quella parete.

                Gli investigatori, dunque, avevano preso in considerazione fin dall’inizio la possibilità che quell’impronta avesse un collegamento con la dinamica del delitto.

                Ghizzoni sottolinea inoltre una differenza rispetto alle altre tracce presenti nella zona: alcune sembrerebbero prodotte da contatti rapidi o strisciati, compatibili con qualcuno che utilizza la parete semplicemente per appoggiarsi mentre percorre le scale. La 33 avrebbe invece caratteristiche differenti.

                Ed è qui che la questione diventa potenzialmente esplosiva. Se quella fosse davvero un’impronta lasciata durante l’omicidio, stabilire a chi appartiene diventerebbe decisivo.

                L’«overkilling» di Chiara entra nella strategia della Procura

                Parallelamente la Procura concentra l’attenzione sulla violenza dell’aggressione. Durante l’interrogatorio dello scorso maggio Civardi avrebbe descritto direttamente a Sempio la dinamica dell’omicidio e l’accanimento subito da Chiara.

                Secondo le valutazioni attribuite alla medico legale Cristina Cattaneo, quattro o cinque colpi sarebbero arrivati quando la ragazza aveva ormai perso la capacità di reagire in maniera coordinata.

                È qui che entra in gioco il concetto di overkilling, utilizzato in medicina legale e criminologia per descrivere un’aggressione nella quale l’autore continua a esercitare violenza oltre quanto necessario per provocare la morte.

                L’avvocato Fabrizio Gallo ritiene che questa impostazione possa avere anche conseguenze giuridiche: qualora la Procura mantenesse la ricostruzione, il tema potrebbe collegarsi alla contestazione dell’aggravante della crudeltà.

                Sempio ascoltava e continuava a masticare

                C’è poi un particolare dell’interrogatorio destinato inevitabilmente a colpire l’attenzione. Mentre Civardi gli descriveva la violenza esercitata su Chiara, Sempio avrebbe continuato a masticare una caramella o una gomma.

                Un’immagine forte, ma che da sola non permette alcuna conclusione sul piano investigativo o psicologico. Marina Baldi, che ha avuto modo di conoscere Sempio, ha fornito infatti una lettura completamente diversa del suo atteggiamento: non lo avrebbe visto freddo o indifferente, bensì estremamente teso.

                Sempio, inoltre, continua a dichiararsi innocente e negli ultimi mesi ha ascoltato più volte ricostruzioni dettagliate delle lesioni riportate da Chiara.

                Il dato realmente importante per l’inchiesta resta quindi altrove: nelle prove.

                E ancora una volta quelle prove riportano tutti dentro la villetta di via Pascoli, davanti a quella scala e a quella parete che sembravano avere già raccontato tutto nel 2007 e che invece, quasi vent’anni dopo, potrebbero avere ancora qualcosa da dire.

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