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Personaggi e interviste

Mara Venier apre la villa di Fregene: la piscina dove Nicola Carraro ha ricominciato a camminare

Non è soltanto il rifugio estivo di Mara Venier e Nicola Carraro. La villa di Fregene rappresenta il luogo della rinascita del produttore, arrivato sulla sedia a rotelle dopo mesi drammatici e tornato lentamente a camminare grazie alla riabilitazione in acqua. Da sistemazione provvisoria è diventata la nuova casa del cuore.

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    Mara Venier apre le porte della sua villa di Fregene, ma dietro la piscina, il grande patio e le tavolate con gli amici si nasconde una storia molto più importante di una semplice vacanza vip. È qui che Nicola Carraro ha ricominciato lentamente a camminare dopo i gravi problemi di salute che lo avevano costretto sulla sedia a rotelle.

    La conduttrice sta trascorrendo alcune settimane sul litorale romano per recuperare energie prima del ritorno di Domenica In, previsto su Rai 1 il 27 settembre. Sui social mostra pranzi all’aperto, giornate in famiglia e serate in compagnia. Tra gli ultimi ospiti sono comparsi anche i cantanti Rosario Miraggio e Andrea Sannino.

    Il patio di Mara Venier per le tavolate con gli amici

    Il cuore della villa è il grande patio esterno, organizzato per accogliere famiglia e amici. Nelle fotografie pubblicate da Mara Venier si vede un lungo tavolo circondato da numerose sedute, con cuscini e arredi pensati per trascorrere intere giornate all’aperto.

    Non manca neppure un tavolo da ping pong, perfetto per animare i pomeriggi e le serate estive. Lo spazio rispecchia la personalità della padrona di casa, che non ha mai nascosto la propria passione per le grandi tavolate, la cucina e quella convivialità rumorosa diventata quasi un marchio personale.

    Dal patio si accede direttamente agli ambienti interni attraverso grandi aperture. Le pareti esterne della casa, dipinte sui toni caldi del giallo, rendono quasi impercettibile il confine tra la zona giorno e il giardino.

    La piscina dove Nicola Carraro ha ripreso a camminare

    Il giardino è ampio, curato e protetto da fitte siepi che garantiscono privacy alla coppia. Al centro si trova una grande piscina, elemento fondamentale non soltanto per affrontare il caldo di Fregene, ma soprattutto per il recupero fisico di Nicola Carraro.

    Il produttore era arrivato nella villa ancora in carrozzina, dopo un lungo periodo segnato dai problemi alla schiena e da una grave pancreatite. Con l’aiuto di un fisioterapista ha cominciato a camminare nell’acqua, recuperando poco alla volta mobilità e autonomia.

    «Siamo venuti qui ad agosto e Nicola ha cominciato a camminare in acqua con un fisioterapista molto bravo», ha raccontato Mara. «Ha cominciato piano piano a riprendersi. E questa casa, anche per i bei ricordi, l’abbiamo comprata». Il Fatto Quotidiano

    La grande cucina con sei fuochi

    La cucina occupa inevitabilmente un posto centrale nella casa di Mara Venier. La conduttrice ama preparare personalmente pranzi e cene per gli ospiti e considera i fornelli anche un modo per scaricare le tensioni accumulate durante il lavoro.

    L’ambiente unisce dettagli rustici ed elementi più moderni. Un grande lampadario realizzato con fibre intrecciate domina la stanza, mentre nell’arredamento prevalgono superfici e attrezzature in acciaio. Il piano cottura dispone di sei fuochi, dimensione indispensabile quando la “zia Mara” decide di riempire il tavolo del patio.

    La casa vive soprattutto attraverso questi momenti. Non appare come una villa da esibire, ma come uno spazio costruito intorno alle esigenze reali della coppia: niente sale intoccabili o arredamenti da museo, bensì ambienti nei quali cucinare, ricevere amici e trascorrere il tempo insieme.

    Perché Mara Venier ha comprato la villa di Fregene

    Mara e Nicola avevano inizialmente preso la casa in affitto. Dopo mesi trascorsi a Milano tra ospedale, riabilitazione e assistenza continua, la conduttrice aveva deciso di riportare il marito vicino a Roma. Un primo tentativo a Forte dei Marmi si era rivelato complicato perché Carraro non riusciva ancora a camminare.

    L’idea di Fregene era arrivata dal nipote Claudio. Quella che avrebbe dovuto essere soltanto una soluzione per l’estate si è trasformata nel luogo della ripresa. I miglioramenti di Nicola e i ricordi costruiti durante quei mesi hanno convinto la coppia ad acquistare il villino.

    Le nuove esigenze del marito hanno portato Mara anche a lasciare l’amato attico romano, disposto su più livelli e quindi ormai poco pratico. «Quella era la casa del mio cuore e dei miei sogni», ha confessato. La coppia si è trasferita in un appartamento tutto su un piano, più semplice da vivere.

    Dopo aver festeggiato a giugno vent’anni di matrimonio, Mara Venier e Nicola Carraro si godono adesso la loro estate a Fregene. Il vero lusso della villa non è la piscina né il grande giardino: è vedere Nicola attraversare sulle proprie gambe quegli spazi nei quali era arrivato in carrozzina.

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      Alessandro Preziosi: “La bellezza è stata un’opportunità, ma la vera sfida è farsi amare”

      Una carriera costruita tra istinto e studio, un talento raffinato che ha trovato maturità col tempo. Preziosi confessa: “All’inizio non ero pronto al successo, ma la paternità mi ha insegnato cosa conta davvero”.

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        Una laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti, poi un cambio di rotta improvviso: Alessandro Preziosi racconta di aver ascoltato il suo istinto. «Ho deciso di trasferirmi a Milano per studiare all’Accademia dei Filodrammatici. È così che è iniziato tutto», spiega al Corriere della Sera. Oggi definisce la recitazione «il mestiere più bello del mondo», anche se ammette che la sua carriera è nata più per caso che per calcolo: «Il nostro è un lavoro che si basa sull’essere scelti, e finché continueranno a farlo, continuerò a recitare».

        Il successo arriva presto e in modo travolgente. Con Elisa di Rivombrosa Preziosi diventa il volto di un’intera generazione di fiction. Ma dietro la popolarità si nasconde anche un senso di smarrimento: «Quando è arrivata Elisa di Rivombrosa non ero pronto. Non ero all’altezza di quel prodotto così ben fatto, della mia partner Vittoria Puccini, della regista. Mi sono trovato dentro qualcosa che non sapevo gestire. Per anni mi hanno proposto solo ruoli in costume, tanto che quando è arrivato Mine Vaganti ho avuto difficoltà enormi a ritrovare la mia voce nel presente».

        La bellezza, spesso considerata un’arma a doppio taglio, per lui non è mai stata un limite: «Ma quale limite? Se fossero tutti così limiti… Nei miei lavori ha contato al cinquanta per cento, l’altro cinquanta era altro: studio, lavoro, vita. Poi col tempo cambia tutto. I figli crescono, arrivano i lutti, le priorità si spostano, e anche la percezione della bellezza si trasforma».

        Sul fronte privato, Preziosi non nasconde le fragilità: «L’amore non corrisposto lo conosco bene. Ti mette davanti alle tue domande, ti obbliga a guardarti dentro. Il vero problema non è amare, ma farsi amare».

        Padre di due figli — Edoardo, nato nel 1995, ed Elena, nel 2006 — l’attore riflette sulla paternità con lucidità e rimpianto: «Essere padre mi ha fatto capire il senso della vita, ma avrei voluto essere anche genitore, vivere con loro sotto lo stesso tetto. È una dimensione che mi manca. Ho fatto il padre, ma non sempre ho potuto esserci nella quotidianità. E questo resta un rimpianto».

        Poi aggiunge, con orgoglio: «Il dato di fatto, però, è che loro sono venuti su benissimo». Un pensiero che racchiude la serenità di chi ha imparato, nel tempo, che la vera bellezza — quella che resta — è saper costruire legami autentici.

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          Robbie Williams: «Il mondo gay mi ha insegnato a essere libero». Dai club LGBTQ+ a Freddie Mercury, così è nato il suo personaggio

          Quando era ancora nei Take That, Robbie Williams trovò nei club gay un luogo nel quale sentirsi accettato e libero. Poi arrivarono i grandi modelli, da Freddie Mercury a Elton John e Boy George: artisti che gli mostrarono quanto si potesse giocare con identità, provocazione e spettacolo senza chiedere il permesso a nessuno.

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            Prima delle folle oceaniche, dei dischi venduti a milioni, di Angels e della trasformazione nel ragazzaccio più irresistibile del pop britannico, Robbie Williams ha avuto una seconda scuola oltre a quella dei Take That: i club gay. È lì che il cantante racconta di aver trovato qualcosa che gli mancava, uno spazio di libertà e accettazione nel quale poteva finalmente smettere di preoccuparsi troppo di quello che gli altri pensavano di lui.

            Williams ha ricordato con grande affetto il rapporto che mantiene con la comunità LGBTQ+, alla quale attribuisce un’influenza enorme sulla propria vita e sulla costruzione del personaggio che sarebbe poi diventato una delle più grandi popstar britanniche degli ultimi trent’anni.

            Non soltanto fan, dunque. Per Robbie quel mondo è stato parte della sua educazione sentimentale e artistica.

            Robbie Williams e quella libertà scoperta nei club gay

            Bisogna tornare agli anni dei Take That, quando Robbie era giovanissimo e si trovava improvvisamente catapultato dentro una boy band destinata a scatenare l’isteria di migliaia di adolescenti. Dietro l’immagine perfettamente confezionata del gruppo, però, c’era un ragazzo che stava ancora cercando di capire chi volesse essere.

            Proprio nei club frequentati dalla comunità gay avrebbe scoperto un ambiente completamente diverso, nel quale sentirsi accolto e soprattutto libero di esprimersi. Un’esperienza che Williams considera ancora oggi fondamentale per la propria crescita, perché gli mostrò un modo di stare al mondo molto meno preoccupato delle convenzioni e del giudizio altrui.

            Una lezione che, guardando alla carriera successiva di Robbie, sembra essere stata imparata piuttosto bene.

            Da Freddie Mercury a Elton John: i maestri di Robbie

            Ci sono poi gli artisti che hanno contribuito a costruire il suo immaginario. Williams cita Freddie Mercury, Elton John e Boy George, tre personaggi diversissimi tra loro ma accomunati dalla capacità di trasformare il palco in un luogo nel quale personalità, provocazione, ironia e libertà potevano convivere senza bisogno di giustificazioni.

            È difficile non ritrovare qualcosa di quella lezione nel Robbie Williams solista: istrionico, esagerato quando serve, capace di giocare continuamente con il pubblico e soprattutto allergico all’idea di comportarsi come una popstar educata e prevedibile.

            Da Mercury ha potuto osservare cosa significhi dominare uno stadio, da Elton John quanto l’eccesso possa diventare linguaggio artistico e da Boy George quanto sia potente fregarsene delle caselle nelle quali gli altri vorrebbero rinchiuderti.

            «Una parte enorme della mia vita»

            Per questo il legame rivendicato oggi da Robbie con la comunità LGBTQ+ va molto oltre una dichiarazione di simpatia. È il riconoscimento di un pezzo della propria storia.

            Il ragazzo dei Take That che cercava un posto nel quale sentirsi libero è diventato Robbie Williams anche grazie a quelle notti, a quelle persone e agli artisti che gli avevano mostrato che essere diversi, eccentrici o semplicemente se stessi poteva trasformarsi in una forza.

            E forse è proprio qui che si trova una delle chiavi del suo successo: Robbie Williams ha passato buona parte della carriera facendo esattamente ciò che aveva imparato allora, salire sul palco e non chiedere a nessuno il permesso di essere Robbie Williams.

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              Iva Zanicchi, corna sovietiche al primo marito: «Lo tradivo in Russia». E Katia Ricciarelli la fulmina: «Ma che troika, ragazzi!»

              Iva Zanicchi apre l’album dei ricordi e racconta senza troppi pudori la scappatella consumata ai tempi del matrimonio con Antonio Ansoldi. Ma il colpo di grazia arriva fuori campo da Katia Ricciarelli: «Ma che troika, ragazzi». E lo studio esplode.

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                Quando Iva Zanicchi comincia a raccontare il proprio passato, il rischio che la conversazione finisca tranquillamente fuori strada fa parte dello spettacolo. Questa volta, però, a La Volta Buona la strada porta direttamente in Russia, dove l’Aquila di Ligonchio ha confessato di aver tradito il suo primo marito durante uno dei suoi viaggi oltre Cortina.

                E se già il racconto bastava a trasformare il salotto televisivo in una specie di commedia sexy in salsa sovietica, a consegnare definitivamente la scena agli annali della televisione ci ha pensato Katia Ricciarelli. Mentre Iva raccontava le sue antiche corna russe, dalla sottofondo è arrivato il commento della soprano: «Ma che troika, ragazzi». Sipario.

                Iva Zanicchi e quelle corna consumate in Russia

                Zanicchi non ha mai fatto mistero di avere attraversato una vita sentimentale parecchio movimentata e anche questa volta ha raccontato l’episodio con la disinvoltura di chi, dopo tanti anni, non vede alcuna ragione per fingere di essere stata una santa.

                Il primo matrimonio della cantante fu quello con Antonio Ansoldi, sposato nel 1967 e padre della figlia Michela. Un’unione durata molti anni, fino alla separazione, dentro la quale evidentemente non mancarono deviazioni dal percorso matrimoniale ufficiale.

                Una di queste portò Iva fino in Russia. Ed è proprio rievocando quella scappatella che la cantante ha regalato al programma uno di quei momenti nei quali il racconto supera qualsiasi scaletta preparata dagli autori.

                Poi Katia Ricciarelli sgancia la bomba: «Ma che troika»

                Perché mentre Iva parlava, Katia Ricciarelli ascoltava. E a un certo punto non ha resistito.

                «Ma che troika, ragazzi».

                Tre parole, una fucilata. La gloriosa carrozza russa trainata da tre cavalli trasformata istantaneamente nel commento perfetto alle avventure sentimentali dell’amica.

                D’altra parte, quando nello stesso studio metti insieme Iva Zanicchi e Katia Ricciarelli e cominci a parlare di sesso, amanti e corna, pretendere che la conversazione rimanga sui binari è puro ottimismo.

                E forse è proprio questo il bello: Iva racconta le corna, Katia pensa alla troika e la televisione, per qualche minuto, torna meravigliosamente imprevedibile.

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