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Musica

Max Pezzali e Claudio Cecchetto, perché hanno litigato? L’addio dopo 30 anni, l’accusa di ingratitudine e il dolore di Jody

Claudio Cecchetto scoprì gli 883 da una musicassetta nel 1991 e accompagnò Max Pezzali fino ai concerti di San Siro del 2022. Poi lo strappo definitivo, gli avvocati e le accuse. Il figlio Jody confessa: «A un suo concerto non andrei», ma quando sente quelle canzoni prova nostalgia.

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    Non è stato un divorzio sentimentale, ma gli assomiglia parecchio. Max Pezzali e Claudio Cecchetto hanno condiviso oltre trent’anni di musica, successi e vita professionale. Poi, nel 2022, il cantante ha chiuso il rapporto con l’uomo che aveva scoperto gli 883 e con lo storico manager Pier Paolo Peroni.

    Da allora le versioni si sono rincorse senza mai produrre una spiegazione definitiva. Max ha parlato di autonomia, controllo creativo e desiderio di diventare finalmente indipendente. Cecchetto, invece, ha pronunciato parole molto più amare: ingratitudine, irriconoscenza e una separazione arrivata senza alcun preavviso.

    Il risultato è uno dei misteri ancora irrisolti della musica italiana. Che cosa è accaduto davvero tra l’autore di Gli anni e l’uomo che trasformò una cassetta arrivata dalla provincia in un fenomeno generazionale?

    Max Pezzali e Claudio Cecchetto, tutto cominciò da una cassetta

    La storia inizia nel 1991, quando Max Pezzali e Mauro Repetto fanno arrivare a Radio Deejay una musicassetta con alcune canzoni. Cecchetto ascolta quel materiale, convoca i due ragazzi di Pavia e decide di investire su di loro quando nessun altro sembra disposto a farlo.

    Nel 1992 Hanno ucciso l’Uomo Ragno diventa un successo clamoroso. Gli 883 dividono immediatamente il pubblico: troppo semplici per alcuni, irresistibili per milioni di ragazzi che si riconoscono nei bar, nei motorini, nelle compagnie di provincia e negli amori raccontati da Max.

    Cecchetto non si limita a scoprire il gruppo. Insieme a Pier Paolo Peroni costruisce attorno agli 883 una macchina discografica, manageriale e promozionale. Quando Repetto lascia il progetto nel 1994, il sodalizio prosegue con Pezzali e attraversa gli anni Novanta, la trasformazione della band e la successiva carriera solista.

    Per oltre trent’anni Max e Claudio restano dalla stessa parte. Almeno fino all’estate del 2022.

    Lo strappo prima dei concerti a San Siro

    La separazione diventa pubblica alla vigilia dei due grandi concerti di Max Pezzali allo stadio di San Siro. Il cantante annuncia di aver interrotto il rapporto con Cecchetto e Peroni e spiega la decisione con una metafora familiare: anche a 54 anni può arrivare il momento di «andare via di casa».

    Pezzali riconosce ai suoi collaboratori il ruolo di «perfetti allenatori», ma ricorda che il materiale alla base di quel successo era costituito dalle sue canzoni. Vuole controllare direttamente la propria carriera, dal punto di vista creativo e gestionale, e sentirsi libero persino di sbagliare.

    Non parla apertamente di una guerra. Definisce consensuale la separazione, pur ammettendo la presenza degli avvocati. Peroni, invece, si limita a spiegare di non poter entrare nei dettagli per «questioni legali».

    Quel riferimento ha alimentato ipotesi economiche e contrattuali mai dimostrate. Nessuno dei protagonisti ha chiarito se esistesse una vertenza precisa né quali interessi fossero in discussione.

    Cecchetto accusa Max Pezzali di ingratitudine

    Se Max racconta un’emancipazione, Claudio Cecchetto descrive una ferita. Il produttore ha più volte definito Pezzali l’artista che gli ha lasciato maggiore amarezza e ha sostenuto che la gratitudine, per lui, fosse diventata «un optional».

    Dal suo punto di vista, il successo degli 883 non appartiene soltanto all’autore delle canzoni, ma anche a chi lo scoprì, lo produsse e costruì intorno a lui un progetto capace di resistere per decenni.

    Cecchetto ha detto di non aver iniziato alcuna guerra, ma di essersi soltanto difeso. In altre occasioni ha preferito evitare l’argomento oppure ha liquidato Max come un autore indimenticabile, «come persona un po’ meno».

    Le due versioni non sono necessariamente incompatibili. Pezzali può avere desiderato sinceramente maggiore libertà e Cecchetto può avere vissuto quella scelta come un abbandono. Il punto ancora oscuro è il modo in cui si arrivò alla rottura: quali parole furono pronunciate, che cosa venne contestato e perché, dopo trent’anni, non fu possibile salutarsi senza rancore.

    Jody Cecchetto: «Gli chiederei perché»

    A rendere la vicenda ancora più malinconica è Jody Cecchetto, figlio di Claudio. Lui e il fratello Leo sono cresciuti «a pane e 883», ascoltando quelle canzoni come parte della colonna sonora familiare.

    Oggi Jody ammette che non andrebbe a un concerto di Pezzali. La ferita del padre ha inevitabilmente modificato anche il suo rapporto con quella musica. Eppure Claudio continua a utilizzare le tracce degli 883 durante i propri dj set: la separazione ha spezzato il sodalizio, non ha cancellato ciò che hanno costruito insieme.

    Quando dalla sua casa di Milano Jody sente arrivare la voce di Max dai concerti a San Siro, prova nostalgia. Quelle canzoni gli ricordano quanto fossero felici quando le ascoltavano tutti insieme. E immagina che la stessa sensazione possa raggiungere suo padre, che abita nella medesima strada.

    Se avesse Pezzali davanti, Jody gli rivolgerebbe una sola domanda: «Perché?». Non conosce tutti i dettagli dello strappo, ma sa che per Claudio arrivò come un fulmine a ciel sereno. La risposta, quattro anni dopo, continua a essere nascosta tra avvocati, silenzi e vecchie canzoni che nessuna separazione è riuscita a dividere davvero.

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      Musica

      Arriva il K-pop all’italiana: quattro ragazzine di 14 anni scelte tra 5.000, milioni investiti e una serie Rai. E dietro le Fourteen c’è Paolo Meneguzzi

      Viola, Deegee, Cahaya e Sofy cantano, ballano, rappano e recitano: sono le Fourteen, primo gruppo K-pop italo-europeo, costruito con un progetto che mette insieme musica, televisione e social. Il direttore artistico è Paolo Meneguzzi: «Il K-pop ormai è uno stile più che una provenienza geografica».

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        La K di K-pop significa Korean, coreano. Loro però sono italiane ed europee, hanno appena 14 anni di media, sono state selezionate fra circa 5.000 candidate e dietro il loro debutto c’è un progetto da qualche milione di euro che coinvolge musica, televisione, formazione e mondo digitale. Se l’operazione funzionerà, potremmo essere davanti al tentativo più ambizioso fatto finora in Italia per importare non soltanto la musica coreana, ma l’intera macchina che costruisce le sue giovanissime star.

        Si chiamano Viola, Deegee, Cahaya e Sofy e insieme sono le Fourteen, presentate come il primo gruppo K-pop italo-europeo. Cantano, ballano, rappano e recitano, hanno già pubblicato il primo singolo in inglese, “One More Kiss”, e nel 2027 diventeranno anche protagoniste di una serie televisiva destinata al nuovo canale Rai Kids V/Be.

        Dietro l’operazione compare un nome che chi ha vissuto il pop italiano dei primi anni Duemila conosce benissimo: Paolo Meneguzzi, oggi direttore artistico delle Fourteen.

        Ma come può esistere un gruppo K-pop senza neppure una coreana?

        È la prima domanda che viene spontanea e Meneguzzi ha già pronta la risposta. Secondo lui bisogna smettere di considerare il K-pop esclusivamente come una definizione geografica.

        «Ormai il K-pop è uno stile più che una provenienza geografica, da qualche anno lo considero come il reggaeton o come era l’hip hop», spiega.

        In effetti, ciò che fino a dieci o quindici anni fa in Italia interessava soprattutto una nicchia è diventato un gigantesco fenomeno culturale. Milioni di adolescenti seguono le star coreane, imparano le coreografie, ne imitano i look e conoscono perfettamente linguaggi e rituali di un’industria che ha trasformato i propri “idol” in celebrità mondiali.

        Ed è precisamente quel pubblico che il progetto Fourteen vuole intercettare, adattando il modello a quattro ragazze cresciute da questa parte del mondo.

        Cinquemila candidate per trovare Viola, Deegee, Cahaya e Sofy

        La selezione è stata tutt’altro che improvvisata. Ai provini avrebbero partecipato circa 5.000 ragazze provenienti da tutta Italia, alcune spinte dai genitori e altre iscritte quasi di nascosto. Alla fine ne sono rimaste quattro.

        L’età media ha fornito anche il nome alla band: Fourteen, quattordici.

        Una di loro, Deegee, pseudonimo della quattordicenne romana Sofia Di Giamberardino, ha già spiegato quale rapporto vorrebbero costruire con chi le seguirà: «Ci piacerebbe diventare un posto sicuro per i nostri fan, come lo sono gli Idols».

        Il riferimento è proprio al modello sudcoreano, nel quale le future star trascorrono spesso anni come “trainee”, sottoponendosi a una preparazione intensissima prima di debuttare.

        Le Fourteen non stanno affrontando il medesimo sistema, ma anche per loro la preparazione occupa una parte fondamentale del progetto.

        Canto, danza, recitazione e freestyle: e intanto devono andare a scuola

        Le quattro ragazze seguono lezioni di canto, danza, dizione, freestyle e recitazione, oltre a incontrarsi nei fine settimana per provare insieme le coreografie. Il tutto mentre continuano normalmente gli studi.

        L’obiettivo, quindi, non sembra quello di mettere insieme quattro adolescenti, incidere una canzone e vedere cosa succede. Si vuole costruire un prodotto capace di vivere contemporaneamente su piattaforme diverse.

        Meneguzzi lo definisce esplicitamente «un esperimento transmediale, unico nel settore, che nasce dalla musica e poi mette insieme televisione, formazione, mondo digitale».

        E per farlo non si è badato troppo al risparmio.

        Un progetto da «qualche milione» tra Warner e Rai

        Il budget viene definito «importante, di qualche milione» e il progetto mette insieme una casa discografica come Warner, la Rai sul versante televisivo e produttori internazionali, tra i quali gli svedesi Andreas Carlsson ed Erik Lidbom.

        L’ispirazione dichiarata guarda anche alle Katseye, il girl group internazionale costruito applicando su scala globale alcuni meccanismi tipici dell’industria K-pop. Sul versante televisivo, invece, Meneguzzi pensa a serie per adolescenti capaci di intrecciare personaggi, musica e racconto, sul modello di “Hannah Montana”, naturalmente aggiornato ai linguaggi di oggi.

        Il risultato dovrà essere qualcosa di molto più grande di una semplice band.

        “One More Kiss” è il primo assaggio

        La macchina, intanto, è già partita. Il primo singolo delle Fourteen si intitola “One More Kiss” ed è interamente in inglese. Nel videoclip Viola, Deegee, Cahaya e Sofy mostrano canto e coreografie mentre anche l’estetica guarda esplicitamente alla Corea: capelli colorati, minigonne a pieghe, calzettoni sopra il ginocchio, crop top e look costruiti secondo i codici della K-fashion.

        A fine ottobre arriverà poi una vetrina particolarmente importante con la partecipazione al Lucca Comics, mentre il rapporto con la Rai potrebbe aprire la strada ad altre apparizioni televisive.

        Nel 2027 arriverà infine la serie su Rai Kids V/Be, completando almeno la prima fase dell’esperimento: canzoni, videoclip, social, televisione e racconto seriale dovranno alimentarsi reciprocamente e trasformare le quattro adolescenti in personaggi riconoscibili anche fuori dalla musica.

        Paolo Meneguzzi torna, ma questa volta resta dietro le quinte

        Curiosamente, a tentare l’esperimento è proprio Paolo Meneguzzi, uno dei volti del pop italiano dei primi Duemila, che questa volta ha scelto di restare dietro le quinte e lavorare sui giovanissimi.

        La scommessa è notevole: prendere un fenomeno nato in Corea del Sud, ormai diventato globale, e dimostrare che quella K può indicare un linguaggio musicale ed estetico anche quando chi canta non arriva da Seul.

        Se funzionerà lo diranno soprattutto le ragazzine e i ragazzini ai quali l’intero progetto si rivolge. Per ora una cosa è certa: le Fourteen non sono quattro amiche che hanno deciso di mettere su una band dopo scuola. Dietro di loro ci sono cinquemila provini, mesi di preparazione, produttori internazionali, una major discografica, la Rai e qualche milione di euro.

        Altro che Tu vuo’ fa’ l’americano. Nel 2026, evidentemente, tu vuo’ fa’ il coreano.

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          Musica

          «Il manager mi disse che ero finita»: Madonna batte tutti agli MTV VMAs e celebra quarant’anni di carriera straordinaria

          Nella serata condotta da Snoop Dogg, la popstar celebra il successo di Confessions II e invita il pubblico a credere in se stesso, mentre si registrano primati storici per il pop internazionale.

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          «Il manager mi disse che ero finita»: Madonna batte tutti agli MTV VMAs e celebra quarant'anni di carriera straordinaria

            L’immagine del vestito sollevato sul palco e le profezie catastrofiche dei discografici appartengono a un passato ormai lontano, smentito da oltre quattro decenni di successi ininterrotti. A ventitré anni di distanza dalla sua ultima apparizione su quella scena, Madonna è tornata da protagonista assoluta agli MTV Video Music Awards, conquistando il titolo di artista dell’anno e aggiudicandosi altri sei riconoscimenti su undici candidature complessive. Durante la cerimonia condotta da Snoop Dogg a Los Angeles, la popstar ha rievocato gli esordi del 1984 con lucidità e ironia, ricordando come un imprevisto tecnico avesse rischiato di compromettere i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo.

            Il racconto dell’incidente del 1984 e la rinascita artistica

            Sul palco della manifestazione, la cantante ha condiviso con la platea i dettagli del suo primissimo show: «Alcuni di voi probabilmente non erano ancora nati, ma mi sono esibita per la prima volta agli Mtv Awards nel 1984. Ho avuto un piccolo problema con le scarpe, mi sono tuffata sul palco cercando di essere bella e sexy come volevo essere. Il mio vestito si è alzato, mi si vedeva il sedere – e a quei tempi, non si mostrava il sedere». Una svista che all’epoca sembrò fatale per i vertici del suo entourage: «il mio manager mi disse che la mia carriera era finita».

            A distanza di tempo, la risposta è arrivata con i fatti e con il riscontro dell’album Confessions II, ideale seguito del disco del 2005 Confessions on a Dance Floor, che la cantante ha difeso con forza nel suo intervento: «Voglio che sappiate che ho passato l’ultimo anno e mezzo cercando me stessa, credendo in me e facendo davvero la musica che volevo fare. La mia speranza per tutti voi questa sera è che passiate il prossimo anno o i prossimi 10 o il resto della vostra vita facendo lo stesso. Cercando voi stessi e credendo in voi stessi».

            Il record assoluto di Taylor Swift nella storia dei premi

            La serata californiana ha consacrato anche altre figure di primo piano della scena musicale globale. Taylor Swift è entrata ancora una volta nella storia, diventando l’artista più premiata di sempre ai VMAs. Oltre a ricevere il nuovo riconoscimento Artist Director Honors, la cantante ha conquistato il premio principale per il Miglior video dell’anno, dedicando la vittoria a Dolly Parton. Grazie a questo ennesimo traguardo, la popstar ha staccato definitivamente Beyoncé, con la quale condivideva fino a quel momento il primato per il maggior numero di statuette accumulate.

            Il riconoscimento a Lisa e l’affermazione del K-pop globale

            Tra i momenti più significativi dello show si segnala anche la vittoria di Lisa, componente del celebre gruppo coreano Blackpink, che ha ricevuto il premio per il Miglior video pop. L’affermazione della cantante conferma la sua evoluzione in qualità di artista solista di respiro internazionale, capace di superare i confini della formazione d’origine. La manifestazione si chiude così nel segno di una continuità tra la grande tradizione del pop americano e le nuove traiettorie della musica globale.

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              Musica

              Laura Pausini scuote il pomeriggio di Rai 1: le paure durante la pandemia, il ricordo di Baudo e la forza delle donne

              A un passo dal debutto del nuovo tour europeo, la cantautrice ripercorre il matrimonio con Paolo Carta, la paura di non farcela durante il lockdown e l’impegno concreto contro la violenza sulle donne.

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              Laura Pausini scuote il pomeriggio di Rai 1: le paure durante la pandemia, il ricordo di Baudo e la forza delle donne

                Domenica 27 settembre, alle 14 su Rai 1, in diretta dagli Studi “Fabrizio Frizzi” di Roma, è andata in onda la prima puntata della nuova stagione di “Domenica In”, condotta da Mara Venier in compagnia di Tommaso Cerno ed Enzo Miccio. Prima super ospite della puntata è stata Laura Pausini, protagonista di un’intensa intervista con la storica conduttrice del programma. L’artista italiana, tra le più conosciute e premiate al mondo, è reduce dal successo del nuovo album Io Canto 2, pubblicato anche nella versione spagnola Yo Canto 2, recentemente nominata ai Latin Grammy, ed è attualmente in radio con il nuovo singolo Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è, cover di Raf.

                Dalla Romagna ai palcoscenici internazionali senza perdere l’identità

                Nel corso della conversazione, la cantante ha ripercorso le proprie origini mantenendo uno sguardo lucido sul cammino percorso: «Oggi mi sento molto simile a quella che era partita da Solarolo. Ho studiato, mi sono data tanto da fare, ho cercato di prendere al volo delle opportunità nella mia vita. Sono stata coraggiosa. A volte ho pensato in questi ultimi anni che nonostante io fossi più timida all’inizio, in realtà ero già molto sicura di me sono del segno del Toro».

                Un passaggio toccante ha riguardato le emozioni provate nel ricantare i brani dei colleghi, abitudine coltivata fin dagli esordi: «Ero adolescente ad uno dei miei primi concerti, Raf uscì sul palco con questa canzone. Difficile scegliere le canzoni di Raf, mi piacciono tutte. Come tanti miei colleghi. Oggi è imbarazzante dire perché ho fatto 10 anni di pianobar prima di Sanremo e li ho cantati tutti. Prima di fare la cantante professionista, sono una fan. Lo resto. A me ogni tanto mi manca cantare le canzoni degli altri. Quando si cantano le canzoni degli altri con tanto amore e ricevere lo stesso da loro che le hanno scritte interpretate e cambiato le parti della mia vita come persona, ti scoppia il cuore di felicità. Le mie lacrime sono di gioia e di ringraziamento».

                I momenti critici della pandemia e il legame speciale con le donne

                La popstar non ha nascosto i periodi di forte smarrimento interiore, come quello vissuto durante l’emergenza sanitaria globale: «Durante la pandemia inizialmente mi piaceva essere ordinata, mettere in ordine, sistemare l’armadio. Dopo una settimana della pandemia sono andata in down. Non sono abituata a stare ferma una settimana. Alcuni amici molto cari perdevano delle persone a loro care, mentre io venivo nominata agli Oscar e al Golden Globe. Mi sentivo in colpa. Volevo smettere, poi i miei amici mi hanno dato la forza di rifare un album che è piaciuto molto ai fan e mi sono caricata».

                Ampio spazio è stato dedicato alla complicità con altre icone della musica mondiale e all’impegno sociale. «Io e Shakira abbiamo iniziato tutti e due giovanissime. Il suo grande successo è stato a 18 anni, come me a Sanremo. Ha un figlio che ha l’età di mia figlia Paola. Abbiamo dei legami con i nostri amori passati che ci legano molto. L’ammiro perché manda sempre un messaggio di forza di volontà. Quando hai tanto successo non è così semplice ricevere il vero affetto dalle donne. Proprio perché sono le donne che ci hanno cercato, ci fa sentire quasi in dovere di essere paladine. Di dimostrare che dentro un po’ di paura ce l’abbiamo ma abbiamo la forza di andare avanti». Un’attenzione costante che si traduce in gesti concreti durante i live: «Attraverso le mie canzoni mi hanno scritto tante donne. Ai miei concerti faccio sempre il gesto per denunciare le violenze e invito a usarlo in caso ci fosse bisogno. Anche un ragazzo mi ha detto aveva riconosciuto il gesto di aiuto, dopo averlo visto a un mio concerto. Ha chiamato la polizia ed è riuscita a denunciare».

                I ricordi indelebili, gli affetti familiari e la ripartenza dei concerti

                L’intervista si è arricchita di aneddoti legati alle figure chiave della sua vita, da Pippo Baudo — definito determinante per la sua carriera — fino al rapporto solido con il marito Paolo Carta: «Marco è mio marito da poco, ma stiamo insieme da 21». Una parentesi affettuosa è stata riservata anche alla figlia tredicenne Paola e alle dinamiche quotidiane in casa.

                A breve la cantante tornerà a riabbracciare il pubblico dal vivo con la leg italiana ed europea dell’Io Canto World Tour 2026/2027, la sua undicesima tournée mondiale che ha già venduto oltre 450.000 biglietti a livello globale e che vedrà il suo debutto italiano l’1 e il 2 ottobre a Mantova.

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