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Sport

Terrore in pista a Shanghai, la Ferrari si trasforma in un rogo: il coraggio del pilota olandese che salva la vita a Ollie Millroy

Durante la prova del China GT a Shanghai, un terribile incidente ha avvolto tra le fiamme la Ferrari di Ollie Millroy. Mentre gli altri proseguivano, il collega olandese Loek Hartog si è fermato, ha affrontato il fuoco e lo ha tirato fuori dall’abitacolo salvandogli la vita

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Terrore in pista a Shanghai, la Ferrari si trasforma in un rogo: il coraggio del pilota olandese che salva la vita a Ollie Millroy

    A volte il termine “eroe” viene speso in maniera leggera, sovrastimando il gesto compiuto dalla persona cui viene attribuito. Non è decisamente il caso di Loek Hartog, che ha salvato letteralmente la vita al collega pilota Ollie Millroy, la cui Ferrari era andata in fiamme dopo un incidente occorso in una competizione China GT a Shanghai. Commovente il post con cui poi il 36enne inglese ha ringraziato Hartog qualche ora dopo: «Ricorderò l’incredibile atto di coraggio per il resto della mia vita. Un giorno racconterò questa storia ai miei tre figli e Loek sarà ai loro occhi il più grande supereroe della storia».

    Lo scontro spaventoso e l’auto divorata dal rogo

    La carambola potenzialmente fatale è stata innescata da altre due vetture che si sono toccate, coinvolgendo l’accorrente macchina di Millroy, che immediatamente ha preso fuoco venendo scaraventata fuori dal tracciato. La scena è apparsa subito drammatica: fiamme intense e fumo nero hanno avvolto l’auto, nella quale non si vedeva alcun segnale di presenza di spirito né tanto meno di uscita dalla medesima. Sono stati secondi interminabili, nella speranza che il pilota sbucasse finalmente dall’abitacolo. Non c’è stato niente di tutto questo, evidentemente Ollie non era in grado di farlo.

    Il destino ha tuttavia deciso che non era ancora il suo momento, facendo transitare poco dopo Hartog, che ha capito all’istante cosa stava accadendo e soprattutto cosa doveva fare. Altri piloti non si sono fermati, lui no, è andato dritto fuori pista per accostare alla vettura in fiamme: il 23enne olandese si è slacciato in tutta fretta la cintura di sicurezza ed è saltato fuori, senza pensare neanche per un attimo alla sua gara.

    Il disperato tentativo di salvataggio tra il fuoco e le polemiche

    Il 23enne si lancia sul lato guidatore, ma capisce subito che il fuoco da lì è troppo forte per poter estrarre Millroy, allora corre dall’altra parte e svelle la portiera destra, ma neanche in quel caso riesce ad arrivare al pilota britannico, intrappolato nella palla di fuoco.

    Nell’assenza abbastanza assurda di commissari di pista, scatta allora la ricerca disperata di un estintore: trovatolo, l’olandese ne fa abbondante uso prima di riuscire finalmente a tirare fuori il collega, che appare esanime. Ma vivo, vivo. Poco dopo lo si vede in piedi, piegato sulle ginocchia, mentre Hartog lo conforta, a sua volta stravolto: anche per lui uno shock emotivo devastante.

    Solo a quel punto arrivano i vigili del fuoco per domare l’incendio, mentre Hartog e il personale della pista portano Millroy in sicurezza, lontano dall’incidente. L’inglese – che nell’impatto ha riportato diverse ferite – ha poi postato una foto dall’ospedale con la sua compagna di squadra Betty Chen: si sono classificati terzi nella classe Pro-Am International, visto che il risultato della gara è stato congelato al giro prima dell’incidente.

    Il messaggio dall’ospedale e la risposta del campione

    Millroy ha dedicato un toccante post ad Hartog: «Stasera sono ancora vivo solo ed esclusivamente grazie a un uomo. Loek Hartog si è fermato all’istante, senza commissari di pista né squadre antincendio in vista, e ha rischiato la propria vita per tirarmi fuori dall’auto. Non ricordo nulla tra i 30 secondi prima dell’incidente e un’ora dopo, ma ricorderò il suo incredibile gesto di coraggio per il resto della mia vita».

    «Sono steso qui stasera con cinque costole rotte, la clavicola fratturata, una mano e un dito rotti e un polmone contuso, ma sarebbe potuta andare molto peggio. Grazie Loek. Ti devo la vita per il tuo gesto altruista di oggi. E grazie alla Ferrari per aver costruito un’auto capace di reggere un simile impatto», ha concluso Millroy.

    Tra i tantissimi commenti sotto il post, gli ha risposto anche Hartog: «Non devi ringraziarmi di nulla. Vorrei vivere in un mondo in cui questo non venisse considerato coraggio, ma l’istinto di chiunque. Sono così grato di essermi trovato esattamente nel posto in cui dovevo essere nello spazio e nel tempo. Buona guarigione e rimaniamo in stretto contatto». Parole bellissime, che gli hanno fatto tributare ulteriori applausi: Loek ha evitato una tragedia che si stava consumando in diretta.

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      Sport

      “A 40 anni concedono di giocare, io ne ho 36”: la provocazione di Mario Balotelli che sogna ancora la Nazionale italiana

      Mario Balotelli torna a far parlare di sé lanciando una provocatoria autocandidatura per la Nazionale italiana attraverso una storia su Instagram. L’attaccante trentaseienne, attualmente in forza all’Al-Ittifaq negli Emirati Arabi Uniti dopo la parentesi al Genoa, ha pubblicato uno scatto iconico di Euro 2012 accompagnato da una frase polemica.

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      "A 40 anni concedono di giocare, io ne ho 36": la provocazione di Mario Balotelli che sogna ancora la Nazionale italiana

        Ci sono sensazioni, emozioni, momenti che ogni atleta vuole o meglio vorrebbe vivere all’infinito. Super Mario Balotelli gioca negli Emirati da un annetto, la maglia della Nazionale non la indossa da otto anni esatti, ma ancora la sogna, e dagli Emirati con una stories si candida per l’ennesimo ritorno, che pare totalmente impraticabile. Il messaggio, però, dell’ex di Inter e Milan non lascia dubbi interpretativi e dimostra quanto il legame con la selezione italiana rimanga vivo nella sua mente.

        Un segnale chiaro lanciato attraverso i propri canali social per riaccendere l’attenzione sulla propria carriera.

        Il messaggio social e il paragone con i grandi campioni del calcio

        A fare da sfondo alla sua candidatura è un’immagine iconica della sua carriera: la celebre esultanza a muscoli tesi durante la semifinale di Euro 2012 contro la Germania, quando a ventidue anni visse il momento più alto della sua parabola calcistica dopo il successo in Premier League con il Manchester City. Sotto la foto risalente a quattordici anni fa, l’attaccante ha inserito una frase dal significato inequivocabile: «Eppure a 40 e rotti anni c’è chi ancora gioca per il suo paese o meglio gli viene concesso! Ne ho 36».

        Il riferimento esplicito sembra rivolto a fuoriclasse della longevità come Cristiano Ronaldo, attivo col Portogallo a oltre quarantuno anni, e Luka Modric, ancora perno della Croazia.

        La nuova vita negli Emirati Arabi tra l’Al-Ittifaq e la Serie A

        Dopo la conclusione della parentesi in Serie A con la maglia del Genoa, il centravanti ha scelto di intraprendere l’avventura nel campionato emiratino firmando per l’Al-Ittifaq, società di proprietà dell’italiano Pietro Laterza, già patron del Chievo. Nella sua prima stagione con il club ha collezionato 14 presenze mettendo a segno 6 reti, prima di essere rallentato da un problema fisico che ne ha condizionato l’avvio della nuova annata calcistica.

        L’obiettivo principale dell’attaccante resta quello di ritrovare la continuità sul terreno di gioco e la via del gol, senza escludere del tutto l’ipotesi di un futuro rientro nel campionato italiano.

        Il quotidiano a Dubai tra sport estremi e momenti in famiglia

        In attesa di ritrovare la piena forma agonistica e il ritmo partita, Balotelli si gode le opportunità offerte dalla città di Dubai dividendo il proprio tempo libero tra relax ed esperienze all’aperto.

        Le sue giornate si alternano tra uscite in mare sulla moto d’acqua insieme al fratello Enock e sessioni sulla neve indoor nell’impianto sciistico cittadino insieme al figlio, combinando la preparazione atletica con la vita familiare negli Emirati.

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          Tennis

          Sinner, la notizia che nessuno voleva: stagione finita per il ginocchio, salta anche le Atp Finals di Torino

          Doccia fredda per i tifosi di Jannik Sinner: il numero uno del mondo deve sottoporsi a un ciclo di trattamenti e non giocherà più nel 2026.

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            La speranza era rimasta accesa fino all’ultimo, soprattutto pensando alle Atp Finals di Torino. Adesso, però, è arrivata la notizia che i tifosi di Jannik Sinner non avrebbero mai voluto ricevere: il numero uno del mondo non giocherà più nel 2026. Il problema al ginocchio che lo tormenta richiede un ciclo di trattamenti e lo staff medico ha deciso di fermarlo definitivamente per questa stagione.

            A comunicarlo è stato lo stesso Sinner attraverso un reel pubblicato su Instagram. «Ciao a tutti, insieme ai medici abbiamo deciso che ho bisogno di un ciclo di trattamenti per il mio ginocchio che significa che la stagione 2026 è ufficialmente finita», ha spiegato Jannik ai suoi tifosi.

            Sinner costretto a fermarsi: cosa succede al ginocchio

            Dietro la decisione c’è un’infiammazione al ginocchio che non permette a Sinner di proseguire normalmente l’attività agonistica. Il suo entourage ha scelto di iniziare subito il trattamento, in modo da concedergli il tempo necessario per recuperare completamente prima della preparazione per il 2027.

            La scelta cancella così tutti gli appuntamenti rimasti nel calendario di Jannik. Negli ultimi giorni si era sperato che il problema potesse essere gestito almeno fino agli ultimi grandi tornei dell’anno. Le valutazioni mediche hanno invece portato a una conclusione diversa: continuare a giocare avrebbe significato rinviare le cure e correre rischi inutili.

            Addio alle Atp Finals: Torino perde il suo campione

            La rinuncia che fa più male al pubblico italiano riguarda inevitabilmente le Atp Finals di Torino. Sinner non sarà in campo nel torneo che riunisce i migliori giocatori della stagione e che avrebbe rappresentato uno dei momenti più attesi dell’anno.

            Per giorni i tifosi avevano sperato di rivederlo proprio a Torino, magari dopo un periodo di riposo. L’annuncio dello stop definitivo spegne anche quest’ultima possibilità. Il ginocchio viene prima di tutto e il numero uno del mondo ha scelto, insieme ai medici, di non forzare ulteriormente.

            Per Sinner il 2026 finisce qui: ora si pensa al ritorno

            Il programma cambia quindi completamente. Sinner dedicherà le prossime settimane alle cure e al recupero, mentre soltanto in seguito potrà cominciare la preparazione per la nuova stagione.

            Il messaggio del campione azzurro è stato breve ma definitivo: «La stagione 2026 è ufficialmente finita». Una frase che chiude anticipatamente il suo anno e lascia l’amaro in bocca soprattutto ai tifosi italiani che aspettavano Torino. Adesso l’obiettivo è uno solo: ritrovare un Sinner completamente recuperato nel 2027.

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              Calcio

              Gattuso e la malattia che combatte da 15 anni: «Prendo cortisone ogni giorno, mi costa. C’è chi resta a letto per mesi»

              «Ho smesso di giocare per questo. La malattia l’ho accettata, ci lavoro, ma prendere cortisone tutti i giorni non è facile». E racconta perché ha eliminato completamente l’alcol

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              Gattuso

                Gennaro Gattuso parla senza filtri della malattia autoimmune con cui combatte da anni e racconta per la prima volta fino a che punto abbia condizionato la sua vita. Una battaglia quotidiana che lo accompagna da circa quindici anni e che lo costringe ad assumere cortisone ogni giorno. L’allenatore ha raccontato la sua esperienza durante un intervento al Festival dello Sport di Trento, spiegando anche come abbia imparato a convivere con la miastenia oculare.

                «Ho smesso di giocare per la malattia autoimmune che ho preso. Ed è da quindici anni che prendo il cortisone», ha spiegato Gattuso. Una confessione che restituisce una dimensione molto diversa dell’uomo che il pubblico ha conosciuto prima come centrocampista e poi come allenatore, sempre associato all’immagine del combattente capace di non arrendersi davanti a nulla.

                «C’è gente che con la mia malattia resta a letto per mesi»

                Gattuso non nasconde la serietà della patologia e soprattutto evita di presentare la propria esperienza come qualcosa di eccezionale. Al contrario, ricorda che esistono pazienti costretti ad affrontare conseguenze molto più pesanti.

                «In tutti questi anni ho detto che c’è gente che con la mia malattia sta a letto quattro o cinque mesi perché non riesce a muoversi. La malattia l’ho accettata, ci lavoro. Ma mi costa, perché prendere il cortisone tutti i giorni non è facile».

                Parole che raccontano una convivenza lunga e complessa con la patologia. Gattuso aveva già parlato pubblicamente dei problemi agli occhi che in alcuni periodi lo avevano costretto anche a comparire in panchina con una benda, ma adesso mette l’accento soprattutto sulla quotidianità della cura.

                Quindici anni di cortisone e la rinuncia all’alcol

                Nel suo racconto c’è anche un’altra scelta legata alla salute e allo stile di vita. «Sono sei o sette anni che non bevo nessun tipo di alcolico», ha spiegato.

                Gattuso affronta la questione con il linguaggio diretto che lo ha sempre caratterizzato, senza nascondere la fatica della terapia ma neppure trasformandola in un motivo per fermarsi. «Si va avanti fino a quando Dio ci dà la forza di continuare», ha concluso.

                Una frase che riassume il modo con cui l’ex centrocampista ha deciso di affrontare una condizione cronica: accettarla, curarsi e continuare a lavorare.

                Cos’è la miastenia oculare

                La miastenia oculare è una forma di miastenia gravis, patologia autoimmune che interferisce con la corretta comunicazione tra nervi e muscoli. Quando la malattia interessa prevalentemente i muscoli oculari può provocare debolezza e affaticamento, con sintomi caratteristici come l’abbassamento di una o entrambe le palpebre e la visione doppia.

                La gravità e l’evoluzione possono variare da persona a persona e la gestione della malattia richiede una valutazione specialistica. Nel caso di Gattuso, è stato lui stesso a spiegare di seguire da quindici anni una terapia a base di cortisone.

                Dietro l’immagine di Ringhio, insomma, c’è da molto tempo anche una battaglia meno visibile. Gattuso non la nasconde e non cerca scorciatoie nel raccontarla: «La malattia l’ho accettata». Ma subito dopo aggiunge le parole che spiegano meglio di tutte quanto possa pesare: «Mi costa».

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