Beauty
Aloe mania: il ritorno del gel verde che cura, idrata e lenisce
Il gel d’aloe vera conquista scaffali e social grazie alla sua versatilità: una formula antica che parla il linguaggio della pelle moderna.
Trasparente, leggera, fresca: la texture del gel d’aloe vera è ormai onnipresente nei corner beauty, nei supermercati e negli scaffali virtuali dell’e-commerce. Da prodotto di nicchia relegato alle farmacie e alle erboristerie, è diventato in pochi anni un vero e proprio must-have della cura quotidiana, al punto che le ricerche online sul termine “aloe gel” sono cresciute del 200% solo nell’ultimo anno (dati Google Trends 2025).
Un successo planetario che affonda le radici nella tradizione: già gli antichi Egizi la chiamavano “pianta dell’immortalità”, mentre nella medicina ayurvedica e in quella cinese l’aloe era usata per le sue proprietà lenitive e cicatrizzanti. Oggi la scienza ne conferma i benefici, trasformando un rimedio naturale in un alleato high-tech del benessere cutaneo.
Cos’è davvero il gel d’aloe
Il gel si ottiene dalla polpa interna delle foglie di Aloe barbadensis Miller, la specie più utilizzata a scopo cosmetico. Dopo la raccolta, la parte gelatinosa viene estratta e stabilizzata con metodi che ne preservano i principi attivi: polisaccaridi, vitamine, minerali e antiossidanti.
Il risultato è un prodotto leggero, privo di grassi, adatto a tutti i tipi di pelle e caratterizzato da un’azione idratante, calmante e rigenerante.
Il suo segreto sta nell’acemannano, un polisaccaride in grado di trattenere grandi quantità di acqua e stimolare il rinnovamento cellulare. Per questo il gel d’aloe viene impiegato per idratare, lenire arrossamenti, alleviare scottature solari, irritazioni da rasatura o ceretta, e come base per il trucco o il dopobarba.
Un alleato tuttofare
Pochi prodotti possono vantare una tale versatilità. Il gel d’aloe può sostituire la crema viso nei mesi caldi, agire come impacco sui capelli per contrastare la secchezza, fungere da primer naturale prima del make-up o da siero corpo dopo la doccia.
Ne bastano poche gocce per restituire elasticità e freschezza alla pelle. In estate, conservato in frigorifero, diventa un rimedio immediato contro punture d’insetto, eritemi e scottature.
Negli ultimi anni molte aziende beauty lo hanno inserito come ingrediente base di nuove linee di skincare “green”, spesso combinato con acido ialuronico, vitamina C o oli vegetali. L’obiettivo è quello di sfruttare la naturale capacità dell’aloe di penetrare negli strati cutanei e veicolare i principi attivi.
Mercato in crescita e nuove tendenze
Secondo i dati di Cosmetic Business Europe 2024, il mercato globale dell’aloe vera cosmetica ha superato i 2,8 miliardi di dollari e continua a crescere con un ritmo medio del 7% annuo.
In Italia il boom è visibile a occhio nudo: da Sephora a Tigotà, fino ai discount e ai negozi bio, il gel è diventato un prodotto di largo consumo. Anche i marchi low cost – da Equilibra a Zuccari, fino ai brand coreani come Holika Holika – hanno costruito un successo commerciale sull’aloe pura, spesso certificata biologica.
Il trend si deve anche ai social media: su TikTok l’hashtag #aloeveragel supera i 3 miliardi di visualizzazioni, tra tutorial di bellezza e rimedi “fatti in casa”. Dermatologi e influencer spiegano come il prodotto, se di buona qualità e privo di alcol o profumi, possa ridurre rossori e mantenere la pelle idratata anche dopo procedure estetiche o peeling chimici.
Le raccomandazioni degli esperti
Non tutti i gel d’aloe sono uguali. Gli specialisti raccomandano di scegliere prodotti con aloe al 98-99%, privi di alcool denaturato, siliconi o parabeni, che possono compromettere l’effetto lenitivo.
Va evitato anche il lattice di aloe, una sostanza giallastra contenuta sotto la buccia, irritante se non correttamente eliminata durante la lavorazione.
Come ricorda la Società Italiana di Dermatologia (SIDeMaST), l’aloe è generalmente sicura, ma può causare reazioni allergiche in soggetti sensibili: meglio testare il prodotto su una piccola area prima dell’uso esteso.
Dal rimedio casalingo alla cosmetica high-tech
Oggi il gel d’aloe si trova in formule sempre più evolute: spray, mousse, sieri concentrati e patch idratanti.
Le aziende di biotecnologia estraggono i principi attivi in forma microincapsulata per una maggiore stabilità e assorbimento.
Nel frattempo, cresce anche l’interesse per l’aloe “fresca” coltivata in Italia, in particolare in Puglia, Sicilia e Sardegna, dove le piccole aziende puntano sulla filiera corta e sull’estrazione a freddo.
Un simbolo di naturalità contemporanea
Il successo del gel d’aloe non è solo una questione di efficacia, ma di filosofia. Rappresenta un ritorno alla semplicità, a un’idea di bellezza “pulita” che dialoga con la natura.
In un’epoca dominata da routine complesse e formule iperchimiche, la trasparenza dell’aloe — letteralmente e metaforicamente — conquista chi cerca un gesto di cura immediato, accessibile e sostenibile.
Non è un caso che, dalle boutique di lusso ai discount, il gel verde trovi posto ovunque: è democratico, universale, trasversale.
E mentre la scienza ne studia nuove applicazioni, dalle ustioni cliniche alle dermatiti atopiche, la sua popolarità continua a crescere.
Forse perché, in fondo, la bellezza più autentica è sempre quella che nasce da una pianta e parla la lingua della pelle.
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Salute
Sempre irritabili e nervosi? A volte la risposta è nel piatto
Se ti senti facilmente infastidito, stanco o di cattivo umore senza un motivo apparente, potrebbe non essere solo stress.
Capita di sentirsi irritabili per lunghi periodi, di reagire in modo sproporzionato a piccoli imprevisti o di vivere le giornate con una costante tensione addosso. Spesso la causa viene attribuita a stress, mancanza di sonno o problemi emotivi, ma non sempre si guarda a un fattore altrettanto decisivo: l’alimentazione. In diversi casi, infatti, uno stato di nervosismo persistente può essere legato a carenze di specifici nutrienti fondamentali per il corretto funzionamento del sistema nervoso.
Quando il cibo influenza l’umore
Il cervello è un organo ad altissimo consumo energetico e dipende in larga parte da vitamine, minerali e macronutrienti per regolare ormoni e neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina. Un’alimentazione squilibrata, troppo restrittiva o monotona può alterare questi meccanismi e riflettersi sul tono dell’umore.
Tra le carenze più frequentemente associate a irritabilità e instabilità emotiva c’è quella di magnesio, un minerale coinvolto nella regolazione dello stress e nella trasmissione degli impulsi nervosi. Livelli bassi possono favorire nervosismo, affaticamento mentale, insonnia e difficoltà di concentrazione.
Vitamine e minerali sotto accusa
Anche le vitamine del gruppo B, in particolare B6, B9 (acido folico) e B12, svolgono un ruolo chiave nel metabolismo cerebrale. Una loro carenza può manifestarsi con irritabilità, umore depresso, apatia e stanchezza cronica. Non a caso, questi deficit sono più comuni in chi segue diete molto restrittive, vegetariane o vegane non ben pianificate.
Un altro elemento spesso trascurato è il ferro. Quando i livelli sono bassi, l’ossigenazione dei tessuti diminuisce e il corpo entra in uno stato di affaticamento generale che può tradursi in nervosismo, difficoltà cognitive e scarsa tolleranza allo stress.
Attenzione anche agli zuccheri
Non solo carenze: anche un eccesso di zuccheri semplici e carboidrati raffinati può contribuire a sbalzi d’umore. I picchi glicemici seguiti da rapidi cali favoriscono stanchezza improvvisa, irritabilità e fame nervosa, creando un circolo vizioso che incide sul benessere psicofisico.
Cosa fare concretamente
Se l’irritabilità è frequente e non spiegabile con fattori evidenti, il primo passo è rivedere le proprie abitudini alimentari. Una dieta varia, ricca di verdura, frutta, cereali integrali, legumi, fonti proteiche di qualità e grassi buoni aiuta a coprire il fabbisogno di micronutrienti essenziali.
In caso di sintomi persistenti, è consigliabile rivolgersi al medico per valutare eventuali esami del sangue ed evitare integrazioni fai-da-te. Correggere una carenza in modo mirato può migliorare non solo l’energia fisica, ma anche l’equilibrio emotivo.
A volte, insomma, sentirsi “sempre irritati” non è un tratto caratteriale: può essere il segnale che il corpo sta chiedendo semplicemente di essere nutrito meglio.
Salute
Disturbi digestivi ricorrenti: quando il problema potrebbe essere un’intolleranza alimentare
Disturbi digestivi ricorrenti: quando il problema potrebbe essere un’intolleranza alimentare
Pancia gonfia, digestione lenta, mal di testa o una fastidiosa sensazione di stanchezza dopo aver mangiato: disturbi che molte persone sperimentano con regolarità e che spesso vengono sottovalutati o attribuiti allo stress. In realtà, quando questi segnali si ripetono nel tempo, potrebbero indicare una intolleranza alimentare, una condizione diversa dall’allergia ma comunque in grado di compromettere il benessere quotidiano.
A differenza delle allergie, che coinvolgono il sistema immunitario e possono provocare reazioni immediate anche gravi, le intolleranze agiscono in modo più subdolo. I sintomi compaiono spesso ore dopo l’assunzione dell’alimento e variano da persona a persona, rendendo difficile individuare la causa scatenante.
I segnali da non ignorare
Tra i disturbi più frequentemente associati alle intolleranze ci sono gonfiore addominale, meteorismo, diarrea o stipsi alternata, nausea e crampi. In alcuni casi possono comparire anche manifestazioni extra-intestinali come mal di testa, difficoltà di concentrazione, affaticamento persistente o irritazioni cutanee. Il lattosio e il glutine (in soggetti non celiaci ma sensibili) sono tra i più noti, ma anche alcuni zuccheri fermentabili, come i FODMAP, possono causare problemi digestivi.
Come capire se si tratta davvero di un’intolleranza
Il primo passo è osservare con attenzione il proprio corpo. Tenere un diario alimentare, annotando cosa si mangia e quali sintomi compaiono nelle ore successive, può offrire indicazioni preziose. È importante però evitare il fai-da-te drastico, come eliminare intere categorie di alimenti senza un criterio preciso.
Dal punto di vista medico, esistono test riconosciuti per alcune condizioni specifiche, come il breath test per l’intolleranza al lattosio o gli esami per escludere la celiachia. Al contrario, molti test commerciali basati su prelievi di sangue o capelli non hanno solide basi scientifiche e rischiano di portare a diagnosi errate e restrizioni inutili.
Il ruolo dello specialista
In presenza di disturbi persistenti, il confronto con un medico o un nutrizionista è fondamentale. Lo specialista può valutare i sintomi, prescrivere gli esami appropriati ed eventualmente impostare una dieta di esclusione temporanea, seguita da una reintroduzione controllata degli alimenti per individuare quelli problematici senza compromettere l’equilibrio nutrizionale.
Vivere meglio partendo dall’ascolto
Capire se un disturbo digestivo è legato a un’intolleranza non significa rinunciare al piacere della tavola, ma imparare a scegliere in modo più consapevole. Intervenire con metodo e informazioni corrette permette di ridurre i sintomi, migliorare la qualità della vita e ristabilire un rapporto sereno con il cibo, evitando allarmismi e soluzioni improvvisate.
Salute
Farmaci per il trattamento della depressione come funzionano
Dagli SSRI agli SNRI, fino ai triciclici: l’efficacia degli antidepressivi è dimostrata, ma non per tutti e non in ogni situazione. Ecco cosa dicono gli studi e quali sono i reali benefici e limiti.
Negli ultimi anni il ricorso ai farmaci antidepressivi è aumentato in molti Paesi, Italia compresa. Secondo dati dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), il consumo nazionale è cresciuto costantemente nell’ultimo decennio, segno di una maggiore attenzione al benessere psicologico ma anche di una persistente confusione su cosa questi medicinali facciano davvero.
Gli antidepressivi non sono semplici “regolatori dell’umore” e, soprattutto, non agiscono come una scorciatoia emotiva: sono farmaci veri e propri, che intervengono sui meccanismi neurochimici alla base della depressione e di altri disturbi correlati.
Come funzionano: il ruolo della serotonina e degli altri neurotrasmettitori
La maggior parte degli antidepressivi di nuova generazione appartiene alla categoria degli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina). Il loro compito è impedire la ricaptazione della serotonina — un neurotrasmettitore legato alla regolazione dell’umore, del sonno e dell’ansia — prolungandone la disponibilità nel cervello.
Esistono poi gli SNRI, che agiscono anche sulla noradrenalina; i triciclici e gli IMAO, più datati e oggi usati solo in casi specifici; e farmaci più recenti che modulano diversi sistemi neurochimici.
Gli studi scientifici confermano che questi medicinali sono efficaci soprattutto nelle forme moderate e gravi di depressione. Nelle forme lievi, invece, possono non essere più efficaci di un placebo, motivo per cui le linee guida internazionali raccomandano spesso un approccio psicologico come primo intervento.
Cosa curano davvero — e cosa no
Contrariamente a un’opinione diffusa, gli antidepressivi non eliminano la tristezza normale né rendono “felici”. Sono indicati per quadri clinici ben precisi:
- depressione maggiore
- disturbo d’ansia generalizzato
- disturbo ossessivo-compulsivo
- attacchi di panico
- disturbo post-traumatico da stress
- alcune forme di dolore cronico (per esempio neuropatico)
Non sono invece utili per le difficoltà emotive comuni, lo stress passeggero o le crisi relazionali. In questi casi, l’uso improprio può portare a trattamenti non necessari, mentre un supporto psicologico sarebbe più indicato.
Non agiscono subito: servono settimane
Molti pazienti credono che gli antidepressivi producano un effetto rapido, ma non è così: richiedono 2–6 settimane per manifestare benefici significativi. Questo periodo serve al cervello per adattarsi ai cambiamenti neurochimici. Proprio per questo le terapie devono essere seguite con costanza e sotto supervisione.
Effetti collaterali e miti da sfatare
Gli antidepressivi moderni sono considerati sicuri e ben tollerati, ma possono comunque causare effetti indesiderati come nausea, insonnia, alterazioni dell’appetito e riduzione della libido. Nella maggior parte dei casi questi disturbi si attenuano nelle prime settimane.
Un mito persistente riguarda la “dipendenza”: gli antidepressivi non creano dipendenza fisica come le benzodiazepine; tuttavia, una sospensione brusca può provocare sintomi da interruzione. Per questo la riduzione del dosaggio deve essere graduale e gestita da un medico.
Perché la diagnosi è fondamentale
La depressione è un disturbo complesso e multifattoriale, influenzato da genetica, ambiente, stress e vita sociale. Nessun farmaco può da solo affrontarne tutte le cause. Per questo gli specialisti raccomandano spesso una combinazione di terapia farmacologica e psicoterapia, ritenuta la più efficace nel prevenire ricadute e migliorare la qualità di vita.
La scelta più efficace è quella personalizzata
Gli antidepressivi sono strumenti preziosi per molte persone, ma la loro efficacia dipende dalla correttezza della diagnosi, dalla tipologia del farmaco e dalla risposta individuale.
In un periodo in cui la salute mentale è al centro del dibattito pubblico, conoscere come davvero funzionano — al di là dei pregiudizi — aiuta a fare scelte più consapevoli e a chiedere aiuto in modo adeguato.
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