Benessere
Addio punturine: la dieta mima-digiuno di Valter Longo promette di ringiovanire il corpo (e la mente) in soli cinque giorni
Niente iniezioni, niente digiuno estremo: solo un metodo calibrato per perdere peso, ridurre i rischi cardiovascolari e migliorare le funzioni vitali. “Il vero segreto è allenare il corpo a vivere meglio e più a lungo.”
Altro che punturine miracolose. Valter Longo, 57 anni, biochimico e ricercatore di fama mondiale, da anni studia un modo naturale per dimagrire e vivere più a lungo. Il suo protocollo, la dieta mima-digiuno, è ormai un caso internazionale: cinque giorni di alimentazione controllata che “ingannano” il corpo, simulando gli effetti del digiuno senza rinunciare completamente al cibo.
«Il piatto principale, a pranzo e cena, è una zuppa a scelta tra funghi, pomodoro o minestrone quinoa», spiega Longo. «Come spuntini ci sono cracker al kale, barrette di cioccolato, olive salate o all’aglio. Infine, drink all’arancia. Dura cinque giorni e può essere ripetuta ogni tre o sei mesi».
Un piano tanto semplice quanto rigoroso, nato per rallentare l’invecchiamento cellulare e non per inseguire l’ossessione della bilancia. «L’obiettivo non è la perdita di peso — chiarisce — ma ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e oncologiche». Gli effetti collaterali? «Un po’ di mal di testa o stanchezza verso il quarto giorno, ma sono segnali di adattamento del corpo».
Dai laboratori alle vite reali, i risultati hanno stupito anche la comunità scientifica. «Con La Sapienza abbiamo studiato pazienti affetti da malattie renali croniche e, dopo la dieta mima-digiuno, si è verificata una riduzione della proteinuria», racconta il professore. «Abbiamo osservato un restart generale: fegato, muscoli, pancreas e sistema nervoso. Dopo tre cicli, l’età biologica risultava più giovane di due anni e mezzo rispetto a quella anagrafica».
Nel frattempo, molti inseguono soluzioni rapide come i farmaci iniettabili a base di agonisti GLP-1. Longo mette in guardia: «Dovrebbero essere usati solo quando tutto il resto ha fallito. Causano perdita di massa muscolare fino al 40%, pancreatiti, problemi gastrointestinali e disturbi dell’umore. Quando si smette, si tende a riprendere il doppio del peso perso».
Il suo approccio, invece, si basa sulla logica del buon senso: il cibo come medicina, non come nemico. «Non serve rinunciare alla felicità — dice sorridendo —. Tre bicchieri di vino alla settimana sono concessi, a meno che non ci sia familiarità con il tumore al seno. E due caffè al giorno fanno bene: riducono il rischio di Alzheimer e Parkinson».
E lo sport? Nessuna ossessione da palestra: «Un’ora al giorno tra camminata e bicicletta basta. E non prendo mai l’ascensore».
Nel suo nuovo libro, Il peso della longevità, Longo scrive che «allenare il corpo alla sobrietà alimentare è la forma più alta di prevenzione». E aggiunge: «Chi segue la dieta mima-digiuno con regolarità migliora la funzione dei mitocondri, rigenera le cellule e stabilizza i livelli ormonali».
Alla base c’è una filosofia chiara: rallentare per vivere meglio. Il pranzo tipo di Longo è una frisella integrale di Altamura con crema di cioccolato fatta in casa a base di cacao e mandorle; la sera, pesce e 70 grammi di pasta con legumi. «Il corpo va educato alla varietà e al ritmo», spiega. «Siamo progettati per alternare abbondanza e scarsità, non per mangiare in modo costante e disordinato».
Quanto agli eccessi, il professore non ha dubbi: «Le proteine animali non fanno dimagrire. Studi di Harvard dimostrano che chi ne consuma troppe rischia di ingrassare e sviluppare diabete». E sui luoghi comuni dell’idratazione chiarisce: «Un litro e mezzo d’acqua al giorno è sufficiente».
Alla domanda su quale sia la sua debolezza, sorride: «Il panettone. Ma la trasgressione, una volta ogni tanto, serve all’anima». Poi si lascia andare a una riflessione più ampia: «Il mio obiettivo è arrivare a 120 anni, ma con dignità e lucidità. Credo che la longevità non sia solo una questione di cellule, ma di curiosità. Bisogna voler restare vivi davvero».
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Benessere
Perché non sopportiamo il silenzio in casa? La scienza svela cosa significa dover accendere sempre la musica o la TV di sottofondo
Per molte persone restare in una stanza completamente silenziosa genera disagio, spingendole ad accendere la televisione o una playlist anche senza prestarvi attenzione. Dietro l’abitudine al “rumore di compagnia” si celano precisi meccanismi di regolazione emotiva e ansia
Rientrare a casa e accendere immediatamente la televisione, far partire un podcast o avviare una playlist musicale prima ancora di togliere le scarpe è una consuetudine condivisa da milioni di persone. In molti casi questi contenuti non vengono fruiti con attenzione, ma lasciati scorrere a basso volume come presenza di sottofondo. Quando l’assenza di suoni viene percepita come un vuoto fastidioso o angosciante, la ricerca del rumore costante smette di essere un semplice vizio domestico e rivela precise dinamiche psicologiche legate alla gestione dei propri stati d’animo.
Il rumore di fondo come barriera contro l’introspezione
La motivazione principale che spinge a rifiutare il silenzio risiede nel desiderio inconscio di evitare l’iperattivazione dei pensieri spontanei. In uno spazio privo di stimoli acustici, la mente tende naturalmente a rivolgere l’attenzione verso l’interno, facendo riaffiorare preoccupazioni quotidiane, ansie irrisolte o ricordi spiacevoli rimasti sopiti durante le ore lavorative.
Accendere un dispositivo multimediale crea una barriera sensoriale capace di distrarre il cervello dai propri monologhi interiori. Il suono della voce umana emesso dal televisore o il ritmo della musica funzionano come uno scudo protettivo, mantenendo l’attenzione agganciata all’esterno e impedendo la comparsa di stati d’animo negativi o riflessioni malinconiche.
La ricerca di compagnia e la lotta alla solitudine percepita
Il ricorso alla TV o alla radio svela spesso una richiesta di connessione sociale. Per chi vive da solo o trascorre molte ore in casa, il silenzio prolungato enfatizza l’isolamento, amplificando il senso di solitudine.
Le frequenze vocali e le battute di un programma di intrattenimento simulano una presenza umana nello spazio domestico, inducendo una sensazione di conforto e protezione nota come “compagnia parassociale”. Il rumore bianco o d’ambiente agisce in questi casi come una coperta di salvataggio emotiva, capace di rendere gli spazi abitativi più caldi, familiari e rassicuranti.
Come riabituarsi gradualmente al valore del silenzio
Sebbene utilizzare un sottofondo sonoro non costituisca un disturbo in sé, l’incapacità totale di tollerare l’assenza di rumore può limitare la capacità di concentrazione e aumentare l’affaticamento cognitivo a lungo termine. Il cervello umano necessita infatti di pause prive di sovrastimolazione per elaborare le informazioni e rigenerare le proprie risorse attentive.
Per riavvicinarsi al silenzio senza avvertire ansia, gli esperti suggeriscono di procedere a piccoli passi. È possibile iniziare riducendo progressivamente il volume dei dispositivi fino a spegnerli per brevi intervalli temporali durante le attività manuali. Imparare a vivere l’assenza di suoni come un’opportunità di riposo, anziché come una minaccia, permette di ritrovare la calma interiore e un contatto autentico con le proprie emozioni.
Benessere
Perché ci capita di parlare da soli? La spiegazione degli esperti che trasforma un’abitudine strana in un’arma per la concentrazione
Molti considerano il soliloquio una bizzarria da nascondere per timore del giudizio altrui. La neuropsicologia dimostra invece che parlare da soli a voce alta rappresenta uno strumento naturale per organizzare i pensieri, migliorare la memoria e controllare lo stress quotidiano
Capita a chiunque, tra le mura domestiche o al volante della propria auto, di cimentarsi in un vero e proprio discorso ad alta voce rivolto a se stessi. Nonostante sia un comportamento estremamente diffuso nella popolazione, il soliloquio porta con sé un antico stigma sociale che spinge spesso a considerarlo un segnale di eccentricità o di squilibrio mentale. Gli studi condotti nell’ambito delle neuroscienze e della psicologia cognitiva ribaltano tuttavia questo pregiudizio: articolare i pensieri a voce alta non è un sintomo di follia, ma una sofisticata strategia funzionale con cui il cervello ottimizza le proprie prestazioni umane ed emotive.
Una guida verbale per stimolare attenzione e memoria
La pratica di parlare da soli agisce come una sorta di assistente vocale interno capace di focalizzare l’attenzione sugli obiettivi immediati. Quando si pronuncia il nome di un oggetto smarrito o si ripassano i passaggi di una procedura complessa, il sistema visivo e quello motorio ricevono un doppio stimolo sensoriale.
Questo meccanismo di rinforzo acustico permette di eliminare le distrazioni ambientali e di reperire le informazioni nella memoria di lavoro con maggiore velocità. L’atto di dare una forma sonora a un pensiero astratto velocizza l’elaborazione dei dati, aiutando la mente a risolvere i problemi con una lucidità superiore rispetto alla semplice riflessione silenziosa.
La gestione delle emozioni e il self-talk motivazionale
Il dialogo ad alta voce gioca un ruolo cruciale nella regolazione degli stati emotivi, in particolare durante le situazioni di forte pressione o ansia prestazionale. La psicologia dello sport e della prestazione fa da tempo perno sul cosiddetto “self-talk”, ovvero la capacità di formulare frasi motivazionali per guidare le proprie azioni.
Rivolgersi a se stessi utilizzando il proprio nome di battesimo o la seconda persona singolare permette di creare un distanziamento psicologico dalla situazione di stress. Guardarsi dall’esterno con un tono distaccato riduce l’impatto della paura, trasforma la confusione in ragionamento logico e favorisce l’autocontrollo nei momenti critici.
Lo sviluppo del pensiero dall’infanzia all’età adulta
La tendenza a verbalizzare i ragionamenti affonda le sue radici nei primissimi anni di vita. I bambini utilizzano costantemente il linguaggio privato per guidare l’apprendimento, esplorare l’ambiente e metabolizzare le regole sociali apprese dagli adulti.
Con la crescita, questa abitudine si interiorizza gradualmente trasformandosi nel classico pensiero silenzioso, ma non scompare mai del tutto. In età adulta, fare ricorso al dialogo vocale con se stessi nei momenti di grande sforzo mentale rappresenta la naturale prosecuzione di quel meccanismo evolutivo, a dimostrazione di come la parola rimanga lo strumento più potente per ordinare il proprio mondo interiore.
Benessere
Rientro dalle ferie e voglia di isolamento: i sintomi della sindrome della capanna e le strategie pratiche per riaprirsi agli altri
Mentre per molti il rientro dalle ferie significa ritrovare colleghi e amici, per altri l’idea di riprendere la vita sociale genera ansia e desiderio di isolamento. Riconoscere la sindrome della capanna permette di affrontare il ritorno alla routine con i giusti tempi
Il rientro dalle vacanze estive viene tradizionalmente associato alla ripartenza, ai buoni propositi e alla ripresa delle consuete relazioni personali e professionali. Per molte persone, tuttavia, la prospettiva di abbandonare la propria dimensione protetta per reimmergersi nella frenesia quotidiana provoca un profondo senso di disagio. Questo stato emotivo, caratterizzato dalla tentazione di rifugiarsi tra le mura domestiche ed evitare uscite o conversazioni con colleghi e conoscenti, è noto in ambito psicologico come sindrome della capanna o “cave syndrome”.
Le radici psicologiche della paura del rientro
Durante le ferie estive l’organismo e la mente modificano i propri ritmi biologici, staccando dalle pressioni e dalle aspettative sociali che caratterizzano il resto dell’anno. La casa o il luogo di villeggiatura diventano uno spazio sicuro in cui la persona recupera il controllo totale del proprio tempo.
Quando il periodo di riposo giunge al termine, la prospettiva di dover rispondere alle richieste esterne viene percepita dal cervello come una potenziale minaccia. Il desiderio di isolamento non nasce da una mancanza di affetto verso gli altri, ma rappresenta una reazione difensiva inconscia di fronte all’imminente perdita di tranquillità e al ritorno agli stimoli stressanti della routine.
Come si manifesta il blocco sociale e i segnali principali
La sindrome della capanna si manifesta attraverso sintomi sia fisici che emotivi ben definiti. Sul piano psicologico prevalgono l’irritabilità, la demotivazione, l’ansia anticipatoria all’idea di dover partecipare a eventi di gruppo e una spiccata tendenza a posporre gli impegni già fissati.
Dal punto di vista somatico possono comparire stanchezza cronica, disturbi del sonno, emicrania e sensazione di oppressione al petto poco prima di uscire di casa. Se trascurate, queste reazioni rischiano di prolungare l’isolamento e rendere ancora più faticoso il graduale reinserimento nella vita di tutti i giorni.
Strategie pratiche per riaprirsi agli altri senza stress
Superare la paura di tornare alla vita sociale richiede gradualità e rispetto per i propri tempi biologici ed emotivi. Imporre a se stessi un’agenda ricca di impegni fin dai primi giorni dal rientro rischia soltanto di accentuare il senso di sopraffazione.
È consigliabile pianificare i primi incontri sociali all’interno di contesti intimi e con poche persone fidate, evitando inizialmente i luoghi eccessivamente affollati e rumorosi. Imparare a ritagliarsi piccoli spazi di solitudine rigenerante anche durante la settimana lavorativa e praticare un’attività fisica leggera aiuta a scaricare le tensioni, permettendo di riallacciare i contatti con l’esterno in modo naturale e senza ansia.
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