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Benessere

“Nuovi alimenti”: i cibi mai assaggiati da nessuno prima!

Come fa un alimento o un ingrediente che non è mai stato consumato da nessuna popolazione al mondo, ad arrivare sulla nostra tavola? Ecco i cibi privi di storia di consumo.

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    Quali sono i nuovi cibi?
    I “nuovi alimenti”, o novel food, sono quelli che non sono mai stati consumati in un particolare parte de mondo prima di una data specifica che deve essere autorizzata, prima che l’alimento arrivi sulle nostre tavole. In pratica: cibi mai assaggiati da nessuno prima!

    Inoltre…
    I nuovi alimenti, visti in scala mondiale includono sostanze chimiche pure, alimenti geneticamente modificati, animali clonati, alimenti integrali nuovi per una particolare regione del mondo e alimenti trasformati mediante una nuova tecnologia. La garanzia della sicurezza e della qualità nutrizionale dell’approvvigionamento alimentare sono le ragioni principali per la regolamentazione dei nuovi alimenti.

    Chi autorizza se un cibo può essere mangiato?

    L’Autorità europea per la sicurezza alimentare è responsabile della valutazione scientifica dei rischi alimentari a livello europeo, compresa la valutazione dei nuovi alimenti. Quindi, in Italia, l’EFSA svolge un ruolo chiave nella valutazione della sicurezza alimentare, fornisce pareri sui rischi alimentari, soprattutto sugli ingredienti innovativi.

    Chi autorizza l’ingresso dei nuovi cibi nei supermercati?
    In Italia, l’autorizzazione per la commercializzazione di alimenti è gestita dal ministero della Salute che stabilisce le normative e i requisiti che gli alimenti devono soddisfare per essere considerati sicuri e idonei al consumo umano. Una volta che il ministero della Salute e le autorità competenti hanno valutato il nuovo alimento e ne hanno confermato la sicurezza, possono rilasciare l’autorizzazione per la sua commercializzazione sul mercato italiano.

    L’iter di chi propone un nuovo alimento
    Le aziende alimentari che desiderano introdurre nuovi alimenti devono presentare una vasta documentazione che dimostri la sicurezza del loro prodotto. In nuce, l’autorizzazione per il consumo di nuovi alimenti è un processo rigoroso guidato da autorità normative per garantire la sicurezza e la qualità degli alimenti che arrivano sulle nostre tavole.

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      Benessere

      Ciotola tibetana, quando il suono diventa terapia

      Dalla tradizione orientale alle pratiche di benessere moderne: perché le vibrazioni sonore vengono sempre più usate per ridurre stress e tensioni

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      Ciotola tibetana, quando il suono diventa terapia

        Il suono come strumento di cura accompagna l’essere umano da millenni. Tra gli esempi più affascinanti di questa antica tradizione spicca la ciotola tibetana, un oggetto apparentemente semplice che, colpito o sfregato, produce vibrazioni profonde e avvolgenti. Oggi, ciò che un tempo apparteneva esclusivamente ai rituali spirituali dell’Asia himalayana è entrato nei centri benessere. Negli studi di yoga e perfino negli ospedali, dove viene utilizzato come supporto al rilassamento e alla gestione dello stress.

        Le origini della ciotola tibetana non sono del tutto documentate, ma si ritiene che sia stata utilizzata per secoli in Nepal, India e Tibet durante pratiche meditative e cerimonie religiose. Tradizionalmente realizzate con una lega di più metalli. Queste ciotole producono suoni ricchi di armonici, capaci di creare una sensazione di immersione sonora che coinvolge corpo e mente.

        La sound therapy

        Secondo i sostenitori della sound therapy, le vibrazioni emesse dalla ciotola agirebbero sul sistema nervoso favorendo uno stato di calma profonda. Dal punto di vista scientifico, alcuni studi suggeriscono che l’ascolto di suoni a bassa frequenza e ripetitivi può contribuire alla riduzione dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e favorire una risposta di rilassamento simile a quella indotta dalla meditazione o dalla respirazione profonda.

        Una ricerca pubblicata sul Journal of Evidence-Based Complementary & Alternative Medicine ha evidenziato come le sessioni con ciotole tibetane possano essere associate a una diminuzione dell’ansia, della tensione e dell’affaticamento mentale in soggetti sani. Pur non sostituendo trattamenti medici o psicologici, il suono viene quindi considerato un valido strumento complementare per migliorare il benessere emotivo.

        La cura nelle vibrazioni

        Durante una sessione, la persona si sdraia o si siede comodamente mentre l’operatore fa vibrare una o più ciotole, talvolta appoggiate direttamente sul corpo. Le onde sonore si propagano attraverso l’aria e i tessuti, creando una percezione fisica del suono che molti descrivono come profondamente distensiva.

        Gli esperti invitano però a mantenere un approccio equilibrato. I benefici percepiti variano da individuo a individuo e dipendono anche dal contesto, dalla predisposizione personale e dalla qualità dell’esperienza. «La ciotola tibetana non è una cura miracolosa – spiegano gli specialisti – ma può favorire il rilassamento, migliorare la consapevolezza corporea e aiutare a ritagliarsi uno spazio di pausa in una vita sempre più frenetica».

        In un’epoca dominata dal rumore costante, il successo delle ciotole tibetane racconta forse un bisogno più profondo: ritrovare armonia attraverso il suono, riscoprendo il valore terapeutico del silenzio che vibra.

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          Quando la gelosia diventa una trappola cieca e violenta: come riconoscere l’ossessione e a chi rivolgersi prima che sia troppo tardi

          La tragedia della morte di Federico Venco riaccende i riflettori sui rischi delle relazioni tossiche. Esistono strutture specializzate e percorsi di sostegno per chi avverte di perdere il controllo sui propri sentimenti.

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          Quando la gelosia diventa una trappola cieca e violenta: come riconoscere l'ossessione e a chi rivolgersi prima che sia troppo tardi

            La drammatica vicenda che ha portato all’uccisione di Federico Venco ha riaperto con violenza il dibattito sulle conseguenze estreme della gelosia ossessiva. Quando l’insicurezza e la paura dell’abbandono degenerano in un desiderio irrazionale di possesso, il confine tra sofferenza emotiva e impulso violento rischia di assottigliarsi pericolosamente. Riconoscere che le proprie emozioni stanno travalicando i limiti del rispetto reciproco rappresenta il primo e più difficile passo per spezzare una catena di pensieri che può condurre a esiti irreversibili.

            I campanelli d’allarme dell’ossessione e la perdita di controllo

            La gelosia non è un indice d’amore, ma una risposta ansiosa che nei casi più gravi assume i connotati di una vera e propria patologia. Gli psicologi e gli esperti di dinamiche relazionali spiegano che «quando il pensiero verso il partner diventa fisso, pervasivo e sordo a qualsiasi rassicurazione razionale, ci si trova di fronte a uno stato d’alterazione che richiede un intervento esterno immediato». Controllare costantemente gli spostamenti altrui, cedere a scatti d’ira incontrollabili, provare rancore cieco o fantasticare su ritorsioni fisiche sono segnali d’allarme vertiginosi che indicano una marcata perdita di lucidità emotiva.

            A chi chiedere aiuto: i centri dedicati agli uomini e i servizi territoriali

            Nessuno è costretto ad affrontare da solo una spirale d’ansia e rabbia. Su tutto il territorio nazionale sono attivi i Centri di Ascolto per Uomini Maltrattanti (CAM) e i servizi dedicati alla gestione della violenza relazionale. Si tratta di strutture pubbliche e del terzo settore dove équipe di psicologi, psicoterapeuti ed educatori offrono spazi d’ascolto riservati, non giudicanti e completamente gratuiti. Rivolgersi a questi centri permette di intraprendere percorsi individuali o di gruppo pensati per decostruire l’impulsività, elaborare il rifiuto e apprendere modalità sane di gestione dello stress emotivo.

            Contatti d’emergenza e l’importanza della prevenzione tempestiva

            Per chi avverte un’urgenza immediata o teme di compiere azioni irrazionali, esistono canali d’accesso rapido e riservato. È possibile contattare i Consultori Familiari delle ASL locali, i servizi di salute mentale (CSM) oppure comporre i numeri d’emergenza nazionali come il 112 per situazioni di crisi acuta. Gli operatori del settore ricordano con forza che «chiedere aiuto tempestivamente non è un segno di debolezza, ma un gesto di profonda responsabilità verso se stessi e verso gli altri». Interrompere la spirale del possesso prima che si trasformi in violenza è possibile, a patto di affidarsi con fiducia a professionisti preparati.

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              Benessere

              La trappola della positività tossica: perché reprimere le emozioni negative ci rende solo più fragili

              Dall’imperativo del “pensa positivo” alla negazione del dolore: la psicologia spiega perché accogliere la tristezza, la rabbia e la vulnerabilità è il primo passo per una reale salute emotiva.

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              La trappola della positività tossica: perché reprimere le emozioni negative ci rende solo più fragili

                Se apriamo un qualsiasi social network o sfogliamo un manuale di crescita personale dell’ultimo decennio, veniamo travolti da un unico, martellante imperativo: “Pensa positivo”. Mantra come “Good vibes only” (solo vibrazioni positive), “Tutto succede per una ragione” o “Non hai scuse per non essere felice” hanno colonizzato il discorso pubblico, trasformando l’ottimismo in un dovere morale. Questa tendenza, che la psicologia clinica definisce positività tossica, consiste nell’imposizione di uno stato d’animo felice e propositivo in qualsiasi circostanza, ignorando, sminuendo o invalidando l’intera gamma delle esperienze emotive umane che riteniamo “scomode” o negative.

                Ma la vita non è un feed di Instagram costantemente illuminato dal sole. Esistere comporta inevitabilmente l’incontro con il dolore, la perdita, la frustrazione e l’ansia. Imporre a se stessi — o agli altri — una felicità artificiale di fronte alle difficoltà non è una strategia di sopravvivenza efficace, bensì un meccanismo di negazione che sabota il nostro equilibrio psichico.

                Che cos’è la positività tossica e come riconoscerla

                La positività tossica si manifesta ogni volta che sostituiamo l’empatia con un ottimismo superficiale. Si esprime attraverso frasi fatte che liquidano la sofferenza altrui nel tentativo, spesso maldestro, di rassicurare. Quando diciamo a un amico che ha appena perso il lavoro “Pensa positivo, si chiude una porta e si apre un portone”, o a chi sta vivendo un lutto “Almeno non soffre più”, stiamo di fatto silenziando il loro dolore.

                Questa dinamica non si rivolge solo verso l’esterno, ma anche verso noi stessi. Ci auto-infliggiamo la positività tossica quando ci sentiamo in colpa per essere tristi, quando ci colpevolizziamo perché non riusciamo a “reagire” a una giornata storta, o quando mascheriamo la nostra stanchezza dietro un sorriso forzato per non apparire deboli o lamentosi.

                Il costo psicologico della felicità forzata

                La ricerca scientifica nel campo delle neuroscienze e della psicologia cognitiva parla chiaro: la soppressione emotiva ha un costo altissimo per l’organismo. Le emozioni non sono semplici concetti astratti, ma risposte fisiologiche complesse che coinvolgono il sistema nervoso e ormonale.

                Quando neghiamo o reprimiamo la tristezza o la rabbia, non le stiamo eliminando; le stiamo semplicemente spingendo nel profondo del nostro inconscio. Questo processo di rimozione aumenta i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), innalza la pressione sanguigna e amplifica lo stato di ansia generalizzata. Diversi studi dimostrano che le persone che tentano attivamente di sopprimere i propri sentimenti negativi finiscono per sperimentarli con un’intensità ancora maggiore nel lungo periodo, compromettendo anche la qualità delle proprie relazioni interpersonali.

                La funzione vitale delle “emozioni difficili”

                La biologia evoluzionistica ci insegna che non esistono emozioni inutili o dannose. Ognuna di esse svolge una precisa funzione adattiva e comunicativa:

                • La tristezza: Ci spinge al ritiro temporaneo, alla riflessione e alla ricarica energetica dopo una perdita, segnalando al contempo alla nostra comunità che abbiamo bisogno di supporto e protezione.
                • La rabbia: È un potente attivatore energetico che ci avverte quando un nostro confine personale è stato violato, spingendoci a difenderci e a ristabilire la giustizia.
                • La paura: È il radar ancestrale che ci protegge dai pericoli reali, focalizzando la nostra attenzione sulle minacce ambientali per garantirci la sopravvivenza.

                Senza la capacità di attraversare e decodificare queste emozioni, perdiamo la bussola che ci guida nel mondo. Privarci del diritto di stare male significa anche privarci della possibilità di capire cosa non funziona nella nostra vita e cosa richiede un cambiamento reale.

                Dalla positività tossica alla validazione emotiva

                Come uscire, dunque, da questo cortocircuito culturale? La risposta risiede nella pratica della validazione emotiva, ovvero nel riconoscimento e nell’accettazione non giudicante di ciò che stiamo provando.

                Sostituire la positività tossica con una compassione realistica significa cambiare il nostro vocabolario interiore ed esteriore. Invece di dirci “Devo essere forte a tutti i costi”, possiamo iniziare a dirci “In questo momento mi sento sopraffatto, ed è assolutamente normale data la situazione”. Nelle relazioni con gli altri, questo si traduce nel rinunciare ai consigli non richiesti per offrire, invece, una presenza accogliente: “Vedo che stai soffrendo molto, sono qui per ascoltarti se ne hai voglia”.

                La vera resilienza non consiste nel non cadere mai o nel sorridere tra le macerie, ma nella capacità di abitare le nostre crepe, accoglierle senza vergogna e concederci il tempo necessario per rimettere insieme i pezzi.

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