Benessere
Quando “non digerisco bene” non è solo un modo di dire: capire e risolvere la dispepsia
Pesantezza, gonfiore, bruciore o nausea dopo i pasti: i disturbi digestivi sono tra i più comuni, ma spesso sottovalutati. Dietro una “digestione difficile” possono nascondersi cattive abitudini, stress o patologie come gastrite e reflusso.
A chi non è mai capitato di dire “oggi non digerisco”? Senso di pesantezza, gonfiore addominale, eruttazioni, bruciore o fastidio allo stomaco sono sintomi frequenti che rientrano in quella che i medici definiscono dispepsia. Si tratta di una condizione molto diffusa, che può comparire in modo occasionale dopo un pasto abbondante oppure diventare un problema cronico, indipendentemente da cosa o quanto si mangi.
Secondo gli specialisti, la dispepsia non ha una sola causa ma nasce da un insieme di fattori legati allo stile di vita, all’alimentazione e, in alcuni casi, a malattie del tratto gastrointestinale.
Le cause più frequenti: stile di vita e cattive abitudini
«Spesso i disturbi digestivi sono collegati a comportamenti quotidiani scorretti», spiega Anna Ludovica Fracanzani, direttrice della Struttura complessa di Medicina a indirizzo metabolico del Policlinico di Milano.
Mangiare in fretta, masticare poco, scegliere cibi troppo grassi, fritti o piccanti, ma anche sdraiarsi subito dopo i pasti o vivere sotto stress sono tutti fattori che rallentano la digestione.
A questi si aggiungono il consumo eccessivo di alcol, caffè e bevande gassate, che irritano la mucosa gastrica, e l’uso di alcuni farmaci che possono interferire con il funzionamento dello stomaco.
Quando il disagio dura oltre due o tre settimane, è consigliabile rivolgersi al medico: dietro i sintomi possono nascondersi patologie come gastrite, ulcera, reflusso gastroesofageo o un’infezione da Helicobacter pylori.
Helicobacter pylori, il batterio “invisibile” che causa problemi
L’Helicobacter pylori è un batterio che vive nella mucosa dello stomaco: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un terzo della popolazione mondiale ne è portatore. Nella maggior parte dei casi non provoca sintomi, ma quando diventa patogeno può causare gastrite cronica, ulcera duodenale e, nei casi più gravi, aumentare il rischio di tumore gastrico.
Per diagnosticarlo si ricorre a test del respiro o delle feci, mentre la terapia consiste in una combinazione di antibiotici e inibitori della secrezione acida, da seguire per un periodo di alcune settimane.
Intolleranze alimentari: cosa è davvero dimostrato
Non sempre la cattiva digestione è colpa dello stomaco. Talvolta la causa risiede nell’intestino e riguarda le intolleranze alimentari.
«Solo due sono scientificamente dimostrabili con test affidabili: celiachia e intolleranza al lattosio», precisa Alessandro Repici, direttore di Gastroenterologia e Endoscopia Digestiva di Humanitas Milano.
Gli altri test diffusi sul mercato non hanno validazione scientifica.
In particolare, togliere il latte senza una diagnosi certa può essere dannoso: i latticini sono una fonte importante di calcio e proteine, e molti prodotti, come alcuni formaggi stagionati, sono naturalmente privi di lattosio.
Il ruolo del fegato e dei segnali da non ignorare
Anche il fegato può contribuire alla sensazione di digestione lenta o pesantezza post-prandiale. «Alterazioni delle transaminasi o anomalie individuate tramite ecografia possono rivelare disturbi metabolici o biliari», aggiunge Fracanzani.
I campanelli d’allarme che meritano un controllo medico sono:
- dimagrimento inspiegabile,
- difficoltà a deglutire,
- dolore addominale persistente,
- ittero (occhi o pelle gialla),
- sangue nelle feci,
- cambiamenti improvvisi del ritmo intestinale.
Disturbi che si presentano anche di notte o dopo pasti leggeri non vanno trascurati.
Gastroprotettori: tra abuso e paura infondata
Un altro tema spesso frainteso riguarda i gastroprotettori, cioè i farmaci che riducono l’acidità gastrica. In Italia rappresentano una delle principali voci di spesa sanitaria, ma, come spiega Repici, «vengono usati troppo spesso senza necessità o, al contrario, evitati per paura degli effetti collaterali».
In realtà, se prescritti dal medico e usati correttamente, sono sicuri e indispensabili per chi soffre di patologie come l’esofago di Barrett, una condizione che può predisporre al tumore dell’esofago e che richiede un trattamento continuativo.
Prevenire è meglio che digerire
La buona notizia è che molti disturbi digestivi si possono prevenire con semplici accorgimenti quotidiani:
- mangiare lentamente, dedicando tempo ai pasti;
- privilegiare cibi leggeri e poco grassi;
- evitare alcol e fumo;
- non sdraiarsi subito dopo aver mangiato;
- gestire lo stress con attività fisica o tecniche di rilassamento.
Seguendo queste regole, nella maggior parte dei casi la digestione torna fisiologica. Ma quando i sintomi persistono, non bisogna rassegnarsi: una diagnosi precoce è la chiave per curare efficacemente le cause profonde del problema.
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Benessere
Sempre freddo? Potrebbe non essere solo una sensazione: quando il corpo manda segnali da ascoltare
Capire le cause di questa ipersensibilità è fondamentale per intervenire correttamente. Ecco cosa sapere, quali esami fare e come affrontare la vita quotidiana quando il freddo diventa un vero nemico.
Quando il freddo diventa un segnale d’allarme
Tremare mentre gli altri sembrano a proprio agio può essere un semplice tratto personale. Ma se la sensazione di freddo è costante — soprattutto a mani e piedi — potrebbe trattarsi di intolleranza al freddo, una condizione che va oltre la normale percezione termica.
Il corpo umano, grazie a un sofisticato sistema di termoregolazione, mantiene la temperatura interna intorno ai 37 gradi. Quando questo equilibrio si altera, anche un modesto abbassamento della temperatura esterna può provocare reazioni intense: brividi, dolore, formicolii o cambiamenti di colore della pelle.
Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha individuato i sintomi più comuni: mani o piedi freddi anche in ambienti temperati, rigidità muscolare, formicolii e alterazioni del colore cutaneo, che può diventare bianco, bluastro o rosso.
Le possibili cause: più di un semplice disagio
L’intolleranza al freddo non è una malattia in sé, ma un sintomo che può derivare da varie condizioni fisiche. Tra le più comuni troviamo:
Ipotiroidismo:
Quando la tiroide lavora “al rallentatore”, il metabolismo rallenta e la produzione di calore corporeo diminuisce. È una delle cause più frequenti di intolleranza al freddo.
Anemia:
Un numero ridotto di globuli rossi o bassi livelli di emoglobina limitano il trasporto di ossigeno e calore ai tessuti, causando una sensazione di freddo costante.
Fenomeno di Raynaud:
Si tratta di un disturbo della circolazione periferica che colpisce le dita di mani e piedi. In risposta al freddo o allo stress, i vasi sanguigni si restringono, provocando cambiamenti di colore e dolore.
Lesioni nervose o interventi chirurgici:
Danni ai nervi — dovuti a traumi o operazioni — possono rendere alcune zone del corpo più sensibili agli sbalzi di temperatura.
Basso peso corporeo:
Chi ha una percentuale ridotta di massa grassa ha meno isolamento naturale contro il freddo. È un fattore frequente soprattutto nelle persone molto magre.
Fattore ormonale e di genere:
Le donne risultano statisticamente più predisposte all’intolleranza al freddo, complice una minore massa muscolare e le variazioni ormonali legate al ciclo e alla tiroide.
Come affrontare l’intolleranza al freddo
Non esiste un’unica cura, poiché tutto dipende dalla causa sottostante. Tuttavia, alcuni accorgimenti e abitudini possono aiutare a ridurre i sintomi e migliorare la qualità di vita.
1. Consultare un medico:
È il primo passo fondamentale. Solo una valutazione medica può chiarire se dietro la sensibilità al freddo si nasconde un disturbo metabolico o ormonale. Gli esami del sangue — in particolare TSH, emocromo e ferritina — aiutano a individuare le cause.
2. Curare la causa primaria:
Se l’intolleranza è legata a ipotiroidismo, l’assunzione di ormoni tiroidei sintetici può normalizzare la temperatura corporea. In caso di anemia, la terapia a base di ferro o vitamine può migliorare il trasporto di ossigeno.
3. Migliorare la circolazione:
L’attività fisica regolare favorisce la vasodilatazione e l’ossigenazione dei tessuti. Anche semplici esercizi quotidiani, come camminare o fare stretching, possono aiutare.
4. Abbigliamento adeguato:
Vestirsi “a strati”, indossare tessuti termici e proteggere mani e piedi è essenziale. Le estremità sono le prime parti del corpo a disperdere calore.
5. Alimentazione equilibrata:
Un regime ricco di ferro, vitamina B12 e omega-3 contribuisce a mantenere una buona circolazione e una corretta produzione di energia.
Non sottovalutare i segnali del corpo
Ignorare un’intolleranza al freddo persistente può significare trascurare un disturbo più serio. Come ricorda la American Occupational and Environmental Medicine Association, il freddo cronico è un sintomo da valutare con attenzione, specialmente se accompagnato da debolezza, dolori o variazioni cutanee.
«Il corpo ci parla attraverso i sintomi – spiega la dottoressa Giulia Ferri, endocrinologa –. Una sensibilità eccessiva al freddo può segnalare un problema ormonale o metabolico. Intervenire tempestivamente è fondamentale per evitare complicazioni».
Lo sapevi che…
- Le donne sono fino a due volte più predisposte a sviluppare intolleranza al freddo rispetto agli uomini (fonte: The Lancet).
- Il fenomeno di Raynaud interessa circa il 5% della popolazione mondiale, ma resta spesso non diagnosticato.
- Alcuni farmaci antidepressivi o betabloccanti possono aumentare la sensibilità al freddo come effetto collaterale.
Ascoltare il proprio termostato interno
Tremare più del normale non è sempre una semplice questione di “freddolosità”. Se mani e piedi restano ghiacciati anche in ambienti caldi, o se il freddo provoca dolore, vale la pena indagare.
Con l’aiuto di un medico e piccoli accorgimenti quotidiani — dal movimento all’alimentazione — è possibile ritrovare equilibrio e benessere, anche nelle giornate più gelide.
Benessere
La “celiachia immaginaria”: perché sempre più persone si inventano un’intolleranza che non hanno
Mentre la celiachia è una malattia autoimmune seria e diagnosticabile solo tramite esami specifici, aumentano i casi di chi si dichiara intollerante al glutine senza basi cliniche. Un comportamento che rivela fragilità, pressioni sociali e desiderio di distinguersi.
Negli ultimi anni la celiachia è diventata uno dei temi più discussi in campo alimentare. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, si tratta di una malattia autoimmune che colpisce circa l’1% della popolazione e che richiede diagnosi accurate, come analisi del sangue e biopsia intestinale. Eppure, parallelamente ai dati scientifici, cresce un fenomeno molto diverso: quello delle persone che si definiscono “celiache” o “intolleranti al glutine” senza alcuna conferma medica.
Non si parla qui della sensibilità al glutine non celiaca, una condizione studiata e riconosciuta, che però necessita comunque di valutazioni cliniche. Il fenomeno riguarda invece chi decide autonomamente di eliminare il glutine per sentirsi “più sano”, diverso o semplicemente in controllo della propria vita.
La domanda sorge spontanea: cosa porta qualcuno a inventarsi un’intolleranza che non ha?
Il ruolo delle mode alimentari e dei social
Negli ultimi anni la dieta “gluten free” è stata spesso presentata come sinonimo di benessere generale, nonostante non ci siano prove scientifiche che eliminarlo faccia bene a chi non è celiaco. Influencer, celebrità e guru del wellness hanno contribuito alla diffusione dell’idea che togliere il glutine migliori energia, umore e forma fisica.
Questo ha portato molte persone a identificarsi in un’etichetta che dà l’impressione di seguire uno stile di vita più “puro” e controllato. Ma senza evidenze cliniche, questa scelta rischia di diventare solo un gesto simbolico.
Il bisogno di “non essere come gli altri”
C’è un aspetto più profondo che gli psicologi riconoscono da tempo: il desiderio di differenziarsi. In un contesto in cui tutto sembra omologato, dichiararsi portatori di un’intolleranza — reale o presunta — può diventare un modo per sentirsi speciali.
Non è un caso che molte persone raccontino con orgoglio la propria alimentazione “speciale”, quasi fosse una parte identitaria. Il problema nasce quando questa narrazione sostituisce la realtà medica, riducendo una patologia seria a una scelta estetica.
Ansie corporee e ipocondria moderna
La falsa celiachia è anche figlia della società iperconnessa, dove ogni sintomo viene immediatamente cercato online. Un leggero gonfiore addominale o una giornata di stanchezza bastano per convincersi di avere un’intolleranza. L’autodiagnosi, però, può peggiorare lo stato emotivo: ci si convince di essere fragili, di dover eliminare alimenti, di essere “diversi”, finendo in una spirale di restrizioni inutili.
Il rischio concreto: banalizzare una vera malattia
La comunità dei celiaci segnala da tempo un problema reale: la tendenza a confondere una malattia autoimmune con una moda alimentare rischia di far percepire la celiachia come un capriccio. Nei ristoranti, per esempio, chi afferma di essere “intollerante” senza basi mediche può portare a sottovalutare i protocolli di sicurezza necessari per i celiaci veri, che devono evitare ogni contaminazione.
Ritrovare equilibrio: il valore della diagnosi
Gli esperti ricordano che eliminare il glutine senza motivo non solo non fa bene, ma può complicare una diagnosi successiva. L’invito è sempre lo stesso: rivolgersi a un medico, fare gli esami necessari e non affidarsi al fai-da-te.
E se dietro la finta intolleranza si nasconde un bisogno di attenzione o di controllo, riconoscerlo è già un primo passo per affrontarlo. Non serve un’etichetta alimentare per sentirsi unici: serve ascoltare davvero ciò che il corpo — e la mente — cercano di comunicarci.
Benessere
Dieta vichinga: il ritorno all’alimentazione “ancestrale” che conquista i social e i nutrizionisti
Tra tendenza virale e approccio scientifico, la “Viking diet” si impone come modello equilibrato e naturale, in contrasto con l’eccesso di cibi ultraprocessati della società moderna. Gli esperti ne apprezzano la varietà e il rispetto per la stagionalità, ma invitano alla moderazione.
Il ritorno alle origini
Negli ultimi anni, complice la crescente consapevolezza sui rischi legati ai cibi ultraprocessati, si è diffuso un rinnovato interesse per le diete ispirate al passato. Sempre più persone cercano un’alimentazione più semplice e genuina, basata su ingredienti locali e poco manipolati.
C’è chi sceglie di acquistare solo da piccoli produttori e chi, invece, si spinge oltre, abbracciando veri e propri modelli “ancestrali”. In questo panorama si inserisce la dieta vichinga, una versione moderna e bilanciata delle antiche abitudini dei popoli scandinavi.
Non si tratta solo di moda: dietro questo stile alimentare c’è un crescente interesse scientifico. Secondo gli esperti, il suo equilibrio tra proteine magre, cereali integrali, frutta e pesce la rende una delle diete più complete e sostenibili del momento.
Cosa mangiavano (davvero) i vichinghi
Storicamente, l’alimentazione vichinga era molto più varia di quanto si immagini. Gli studi dell’archeologo culinario Daniel Serra, che da oltre vent’anni ricostruisce la cucina nordica altomedievale, rivelano un regime ricco e bilanciato.
La base era costituita da pesce – soprattutto aringhe, merluzzi, salmoni e halibut –, accompagnato da verdure a radice come rape, carote, porri e cipolle, legumi, frutta selvatica, noci e cereali come orzo, segale e avena. Non mancavano latticini, uova e carne, utilizzata però con parsimonia rispetto alla nostra dieta moderna.
Gli scavi archeologici hanno confermato questa varietà, restituendo tracce di semi, cereali e utensili per la trasformazione del latte. Serra ha persino ricreato una ricetta tipica dei viaggiatori vichinghi: il Traveller’s Fish Porridge, un porridge salato a base di pesce essiccato, orzo e spezie, simbolo di un modo di nutrirsi pratico, ma sorprendentemente raffinato.
Perché è tornata di moda
Oggi la “Viking diet” vive una seconda giovinezza grazie ai social media, dove TikTok e Instagram pullulano di ricette “nordiche”: pane d’avena, zuppe di pesce, verdure fermentate e yogurt artigianale.
Secondo la dietista americana Lauren Harris-Pincus, “questa dieta si basa su alimenti freschi, stagionali e locali, gli stessi principi che oggi definiscono un’alimentazione sana e sostenibile”. È, di fatto, una versione nordica della dieta mediterranea, con un’enfasi maggiore sul pesce e i cereali integrali.
In Scandinavia è persino diventata un modello ufficiale di salute pubblica, sostenuto dal Nordic Nutrition Council, che ne promuove la diffusione nelle mense e nelle scuole come alternativa salutare alle diete occidentali ricche di zuccheri e grassi saturi.
I benefici secondo la scienza
Le evidenze scientifiche sono incoraggianti. Studi pubblicati su riviste come The American Journal of Clinical Nutrition hanno mostrato che una dieta in stile nordico – ricca di pesce azzurro, fibre, frutti di bosco e cereali integrali – può ridurre i livelli di colesterolo, migliorare la sensibilità all’insulina e abbassare il rischio di malattie cardiovascolari fino al 36%.
Come spiega la nutrizionista Karine Patel, “il punto di forza della dieta vichinga è la varietà: i cereali integrali forniscono energia a lento rilascio, il pesce apporta omega-3 benefici per il cuore e il cervello, le verdure di stagione garantiscono fibre e antiossidanti”.
Inoltre, si tratta di un modello ecologico, basato su prodotti locali e stagionali, che riduce l’impatto ambientale rispetto a un’alimentazione globalizzata e industriale.
Il parere degli esperti
Molti nutrizionisti invitano, però, a non idealizzare troppo il passato. “Non serve mangiare come un guerriero norreno per stare bene – precisa Patel –. L’importante è prendere spunto dai principi chiave: semplicità, freschezza e varietà”.
Anche il fitness coach Tristan Bonner e la personal trainer Chloe Thomas raccontano di aver adottato la dieta vichinga per motivi di salute e performance: “Ci ha aiutato a ridurre gli alimenti processati e a riscoprire la soddisfazione di cucinare piatti genuini”, spiegano.
Il loro menu tipo prevede piatti come sgombro affumicato con verdure arrosto, pane d’avena fatto in casa, stufato di cervo, bowl di yogurt e frutti di bosco. Un equilibrio perfetto tra nutrienti, gusto e semplicità.
Una dieta antica, ma moderna
In definitiva, la dieta vichinga non è un nostalgico ritorno al passato, ma una reinterpretazione attuale di un modello alimentare naturale e sostenibile.
Come conclude la dietista Patel: “Il segreto non è escludere, ma scegliere con consapevolezza. La dieta vichinga ci ricorda che mangiare bene significa rispettare il corpo e l’ambiente, proprio come facevano i nostri antenati – ma con la consapevolezza scientifica di oggi”.
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