Salute
Meglio starnutire oppure trattenersi?
Meglio starnutire oppure trattenersi? I consigli dell’esperto e i rischi che si possono correre
Starnutire: un atto naturale ma potenzialmente pericoloso
Trattenere lo starnuto fa male? Starnutire fragorosamente fa bene al cuore? Quali rischi possiamo correre? Non ci pensiamo mai ma starnutire è un un atto naturale ma potenzialmente nasconde alcuni pericoli.
Un gesto potenzialmente pericoloso
E’ un meccanismo naturale che serve a espellere oggetti potenzialmente dannosi dal nostro sistema respiratorio. Tuttavia, può comportare rischi sia quando lo si lascia libero sia quando lo si trattiene. Secondo il professor Massimo Torre, Direttore del Dipartimento Cardiotoracovascolare dell’Ospedale Niguarda di Milano, lo starnuto può causare danni se non gestito correttamente. Vediamo quali.
Che rischi ci sono nel trattenere uno starnuto
Trattenere uno starnuto può avere gravi conseguenze come una iperespansione dei polmoni. La pressione dell’aria trattenuta può provocare la rottura dei polmoni, con fuoriuscita d’aria e collasso degli stessi. Il primo sintomo è il dolore toracico acuto e violento, con possibile dispnea. Può causare anche la lacerazione della trachea la sua distensione acuta con fuoriuscita dell’aria nei tessuti molli, provocando gonfiore al collo e cambiamento di tono della voce. Un altra conseguenza nel trattenere lo starnuto potrebbe essere l’ipertensione endotoracica. Ovvero la pressione interna può causare ernie e dilatazione della muscolatura addominale. E ancora la pressione interna del naso può provocare la lesione alla membrana timpanica.
E se starnutisco a tutto volume?
Anche liberare uno starnuto può comportare rischi come la lacerazione dei muscoli intercostali. Le contrazioni violente, infatti, possono causare addirittura mini fratture costali. Emorragie congiuntivali con la rottura dei capillari negli occhi, oppure può causare la rottura di un aneurisma intracranico. In casi molto estremi estremi, può causare la dissecazione della parete dell’aorta.
Un consiglio? Starnutire fa bene
Il nostro organismo è in grado di adattarsi benissimo a questo atto naturale per cui è bene starnutire liberamente rispetto a trattenere. Magari è bene anche coprire naso e bocca per contenere la dispersione delle particelle aeree. E starnutire nel gomito? Mah in assenza di un fazzoletto è un’ottima alternativa purché non sia nel gomito del nostro vicino.
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Salute
Perché mangiare le zucchine fa bene al cuore? Il segreto delle fibre solubili capaci di catturare il colesterolo cattivo a tavola
Spesso considerate un semplice contorno leggero, le zucchine racchiudono importanti benefici per la salute cardiovascolare. Grazie all’elevato contenuto di acqua, potassio e fibre solubili come la pectina, questo ortaggio contribuisce a catturare ed eliminare il colesterolo in eccesso
All’interno di una dieta equilibrata orientata alla prevenzione cardiovascolare, la scelta degli alimenti da portare in tavola gioca un ruolo determinante. Tra gli ortaggi più comuni e stagionali della tradizione culinaria mediterranea, le zucchine vengono spesso considerate un semplice contorno ipocalorico, ideale soltanto per chi cerca di perdere peso. Tuttavia, la ricerca nutrizionale evidenzia come questo ortaggio nasconda proprietà preziose per la salute, rivelandosi un vero e proprio alleato naturale nella gestione e nella riduzione del colesterolo ematico.
Il ruolo della pectina e delle fibre solubili nell’assorbimento dei grassi
Il meccanismo principale attraverso cui le zucchine aiutano a contrastare l’ipercolesterolemia risiede nella loro composizione chimica, in particolare nell’elevata presenza di fibre solubili come la pectina. Quando vengono ingerite, queste fibre a contatto con i liquidi presenti nello stomaco e nell’intestino formano un composto gelatinoso.
Questa sostanza viscosa avvolge le molecole di grasso e i sali biliari ricchi di colesterolo presenti nel tratto digestivo, ostacolandone il riassorbimento da parte delle pareti intestinali. Di conseguenza, una quota significativa di colesterolo viene catturata ed espulsa naturalmente attraverso l’evacuazione prima di poter entrare nel circolo sanguigno.
L’impatto sul colesterolo LDL e la protezione delle arterie
L’azione delle zucchine si concentra in modo specifico sul colesterolo LDL, comunemente definito “colesterolo cattivo”, le cui concentrazioni elevate favoriscono la formazione di placche aterosclerotiche all’interno dei vasi sanguigni. Riducono l’assorbimento del colesterolo alimentare e stimolano il fegato a utilizzare le riserve interne di colesterolo per produrre nuovi acidi biliari.
Accanto all’azione meccanica delle fibre, le zucchine apportano un significativo quantitativo di antiossidanti come la luteina, la zeassantina e la vitamina C. Questi composti fitochimici proteggono le pareti arteriose dai processi ossidativi, prevenendo l’infiammazione dei tessuti vascolari e migliorando l’elasticità dell’apparato cardiocircolatorio.
Metodi di cottura ideali per preservare i principi nutritivi
Per beneficiare appieno dell’effetto ipocostesterolemizzante e protettivo delle zucchine è essenziale prestare attenzione alle modalità di preparazione in cucina. L’altissima percentuale di acqua contenuta nell’ortaggio, unita al basso apporto calorico, rischia di essere vanificata da fritture o condimenti eccessivamente ricchi di grassi saturi.
I nutrizionisti consigliano di consumare le zucchine crude, tagliate a julienne o a fette sottili in insalata, oppure di sottoporle a cotture brevi e delicate come la cottura al vapore, la grigliatura rapida o il salto in padella con un filo d’olio extravergine d’oliva a crudo. Mantenere la buccia esterna ben lavata è altrettanto fondamentale, poiché proprio nell’involucro verde si concentra la maggior parte delle fibre e dei nutrienti attivi.
Salute
Succo di pompelmo: alleato della linea o falso amico della salute?
Può aiutare a controllare l’appetito e l’apporto calorico, ma in alcune persone il succo di pompelmo può influire su pressione e farmaci: ecco cosa dicono gli esperti.
Negli ultimi anni il succo di pompelmo è tornato al centro dell’attenzione come possibile supporto per il dimagrimento. Merito del suo basso contenuto calorico, del sapore amarognolo che riduce la voglia di dolce e di alcune ricerche che lo collegano a un miglior controllo del peso. Ma dietro l’immagine di bevanda “light” si nascondono anche aspetti meno noti, che meritano attenzione, soprattutto per chi soffre di pressione alta o assume determinati farmaci.
Perché il succo di pompelmo viene associato al dimagrimento
Il pompelmo è composto in gran parte da acqua ed è ricco di vitamina C, fibre solubili (se consumato intero o con polpa) e antiossidanti come i flavonoidi. Bere succo di pompelmo non zuccherato prima dei pasti può contribuire ad aumentare il senso di sazietà, portando alcune persone a mangiare meno. Inoltre, il suo indice glicemico relativamente basso lo rende una scelta migliore rispetto ad altre bevande zuccherate.
Alcuni studi osservazionali hanno suggerito che il consumo regolare di pompelmo o del suo succo possa essere associato a una lieve riduzione del peso corporeo e della circonferenza vita, soprattutto se inserito in un’alimentazione equilibrata. Tuttavia, gli specialisti chiariscono che non esistono alimenti miracolosi: il dimagrimento resta il risultato di un bilancio calorico controllato e di uno stile di vita attivo.
I possibili effetti sulla pressione arteriosa
Il pompelmo contiene potassio, un minerale generalmente utile per la salute cardiovascolare, perché contribuisce a contrastare l’eccesso di sodio. In questo senso, per molte persone il consumo moderato non rappresenta un problema. Tuttavia, il succo di pompelmo può avere effetti indiretti sulla pressione, soprattutto attraverso le sue interazioni farmacologiche.
Il frutto, infatti, contiene sostanze come le furanocumarine, che interferiscono con gli enzimi intestinali responsabili del metabolismo di numerosi farmaci. Questo meccanismo può aumentare la concentrazione nel sangue di alcuni medicinali, inclusi quelli per l’ipertensione, con il rischio di effetti indesiderati come sbalzi pressori, tachicardia o capogiri. In altri casi, l’interazione può ridurre l’efficacia del farmaco, rendendo il controllo della pressione meno stabile.
Attenzione se assumi farmaci
Medici e farmacologi raccomandano cautela a chi assume statine, antipertensivi, antiaritmici, ansiolitici o alcuni immunosoppressori. In questi casi, bere succo di pompelmo anche a distanza di ore dall’assunzione del farmaco può non essere sicuro, perché l’effetto sull’enzima intestinale può durare a lungo.
Per questo motivo, chi segue una terapia cronica dovrebbe consultare il proprio medico o farmacista prima di inserire regolarmente il succo di pompelmo nella dieta.
Come consumarlo in sicurezza
Per le persone sane, senza particolari patologie o terapie in corso, il succo di pompelmo può essere consumato con moderazione, preferendo quello fresco e senza zuccheri aggiunti. Meglio alternarlo ad altri frutti e non farne un’abitudine quotidiana “obbligata” con l’idea di dimagrire più in fretta.
Il messaggio chiave resta uno: il succo di pompelmo può essere un supporto all’interno di uno stile di vita sano, ma non è una scorciatoia per perdere peso e, in alcuni casi, può diventare un rischio se sottovalutato. Conoscere i suoi effetti è il primo passo per usarlo in modo consapevole.
Salute
Addormentarsi subito dopo aver mangiato: la spiegazione della fisiologia sulla sonnolenza pomeridiana e come gestirla a tavola
Capita a chiunque, specialmente dopo i pranzi abbondanti della domenica, delle festività o delle giornate calde: una volta terminato di mangiare, gli occhi iniziano a farsi pesanti, l’attenzione crolla e si avverte un’irresistibile necessità di fare un riposino. Questa sensazione di torpore, nota comunemente come “coma da cibo” o sonnolenza postprandiale, non rappresenta una semplice abitudine di pigrizia, ma costituisce una risposta fisiologica precisa ed evolutiva del nostro organismo.
Il ruolo del sistema nervoso e l’afflusso di sangue all’apparato digerente
La spiegazione principale risiede nell’equilibrio tra le due branche del nostro sistema nervoso autonomo: il simpatico e il parasimpatico. Durante la fase di digiuno o di attività fisica, predomina il sistema simpatico, responsabile dello stato di allerta. Subito dopo l’ingestione di cibo, la situazione si capovolge radicalmente con l’attivazione del sistema parasimpatico, noto per regolare la fase di riposo e digestione.
Per permettere allo stomaco e all’intestino di scindere ed assorbire i nutrienti introdotti, l’organismo redistribuisce il flusso sanguigno. Una quota rilevante di sangue viene convogliata verso l’apparato digerente, riducendo temporaneamente l’irrorazione e l’ossigenazione ad altri distretti corpordi, compresi i muscoli e il cervello. Questo spostamento idraulico genera la tipica sensazione di stanchezza e spossatezza motoria.
Zuccheri, insulina e la produzione degli ormoni del sonno
Un altro fattore determinante riguarda la composizione chimica del pasto e la risposta ormonale del corpo. Pranzi ricchi di carboidrati ad alto indice glicemico — come pasta, pane, dolci e bevande zuccherate — causano un picco rapido di glucosio nel sangue. Per gestire questo afflusso, il pancreas secerna elevate quantità di insulina.
L’insulina non solo abbassa la glicemia (provocando talvolta un leggero calo zuccherino successivo che aumenta la stanchezza), ma facilita anche l’ingresso di vari amminoacidi nei muscoli, lasciando il triptofano libero di circolare nel sangue. Giunto al cervello, il triptofano viene convertito prima in serotonina, l’ormone del buonumore e del relax, e successivamente in melatonina, l’ormone che regola e induce direttamente il sonno.
Come gestire il crollo senza rinunciare alla produttività
Sebbene la pennichella postprandiale risponda a un’esigenza biologica reale, non sempre il tempo a disposizione permette di concedersi un sonno ristoratore. Per limitare l’impatto della sonnolenza, i fisiologi suggeriscono di bilanciare i pasti inserendo una quota idonea di proteine, grassi sani e fibre, utili a rallentare l’assorbimento degli zuccheri ed evitare picchi d’insulina.
Anche una camminata leggera di dieci o quindici minuti subito dopo aver alzato da tavola aiuta a riattivare la circolazione periferica, stimolando la concentrazione e riducendo l’effetto della sonnolenza pomeridiana.
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