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Salute

Senza zuccheri ma anche senza energie? Come ritrovare la carica senza ingrassare

Dalla scelta dei carboidrati “giusti” alle proteine leggere, fino alle abitudini quotidiane che aiutano a mantenere energia e lucidità senza aumentare l’apporto calorico.

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Senza zuccheri ma anche senza energie

    Tagliare gli zuccheri aggiunti è spesso il primo passo di chi vuole mangiare in modo più sano o perdere peso. Eppure, dopo le prime settimane, molte persone riferiscono una sensazione comune: meno gonfiori e meno fame improvvisa, ma anche meno energia. Un paradosso solo apparente, che ha una spiegazione fisiologica precisa.

    Lo zucchero è una fonte rapida di glucosio, il carburante principale per cervello e muscoli. Quando viene eliminato bruscamente, l’organismo deve imparare a utilizzare meglio altre fonti energetiche. Durante questa fase di adattamento, possono comparire stanchezza, irritabilità e difficoltà di concentrazione.

    Perché ci si sente scarichi

    Il problema non è l’assenza di zuccheri in sé, ma una dieta sbilanciata. Spesso, togliendo dolci, bevande zuccherate e snack industriali, si riducono anche i carboidrati complessi, fondamentali per garantire energia costante. Il risultato è un’alimentazione povera di calorie ma anche di nutrienti chiave.

    Un altro fattore è il consumo insufficiente di proteine e grassi “buoni”, che contribuiscono a stabilizzare la glicemia e a evitare i cali improvvisi.

    Cosa mangiare a poche calorie per sentirsi più attivi

    La soluzione non è tornare allo zucchero, ma scegliere alimenti a basso impatto calorico e ad alto valore nutrizionale. Le verdure, soprattutto quelle a foglia verde, apportano vitamine del gruppo B e magnesio, utili contro la stanchezza. Zucchine, spinaci, broccoli e bietole sono alleati preziosi.

    I carboidrati complessi, se consumati nelle giuste quantità, non vanno demonizzati: avena, riso integrale, farro e legumi rilasciano energia in modo graduale. Anche una piccola porzione può fare la differenza.

    Le proteine magre – come uova, pesce azzurro, yogurt greco magro, legumi e carni bianche – aiutano a mantenere la massa muscolare e a sentirsi sazi più a lungo. A completare il quadro ci sono i grassi buoni, come quelli contenuti in olio extravergine d’oliva, frutta secca e semi, da usare con moderazione.

    Abitudini che aiutano a ritrovare energia

    Oltre a cosa si mangia, conta come e quando. Saltare i pasti o mangiare troppo poco può accentuare la sensazione di spossatezza. Meglio distribuire l’apporto calorico in modo regolare durante la giornata.

    L’idratazione è spesso sottovalutata: anche una lieve disidratazione può causare affaticamento. Bere acqua a sufficienza e limitare alcol e bevande stimolanti la sera favorisce un riposo migliore.

    Infine, il movimento leggero e costante – come camminare ogni giorno – migliora l’utilizzo dell’energia e riduce la sensazione di stanchezza cronica.

    Il giusto equilibrio

    Eliminare gli zuccheri aggiunti è una scelta salutare, ma non deve tradursi in una dieta punitiva. L’energia non arriva solo dalle calorie, ma dalla qualità degli alimenti e dalle abitudini quotidiane. Ritrovare l’equilibrio giusto permette di sentirsi più leggeri, ma anche più vitali, senza rinunciare al benessere.

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      Salute

      Attacchi di panico: riconoscerli, affrontarli e prevenirli

      Gli esperti spiegano come distinguere l’attacco di panico da altre crisi d’ansia e quali strategie adottare per gestirlo. Dal respiro controllato al supporto psicologico, fino a uno stile di vita equilibrato: ecco le armi per riprendere il controllo.

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      Attacchi di panico

        Un cuore che batte all’impazzata, la sensazione di non riuscire a respirare, un’ondata di paura incontrollabile. Sono alcuni dei segnali tipici dell’attacco di panico, un disturbo d’ansia che può colpire all’improvviso e paralizzare chi ne soffre. In media dura tra i 20 e i 30 minuti, ma la percezione soggettiva è spesso quella di un tempo infinito. A differenza della crisi d’angoscia acuta, che si manifesta con sintomi più intensi e numerosi. L’attacco di panico si caratterizza per la rapidità con cui emerge e per l’effetto destabilizzante.

        Tra le manifestazioni più comuni compaiono palpitazioni, dolore o fastidio al petto, vertigini, nausea, vampate di calore, tremori e la sensazione di soffocamento. Sintomi che possono ricordare altre condizioni, come la spasmofilia, che però si diagnostica attraverso un elettromiogramma. Non stupisce quindi che, durante un episodio, molti temano di essere vittima di un infarto o di perdere completamente il controllo.

        Gli specialisti sottolineano però che l’attacco, pur essendo spaventoso, non mette in pericolo la vita e può essere gestito con alcune tecniche mirate. Prima di tutto è utile allontanarsi dal contesto che genera ansia – un luogo affollato, un mezzo di trasporto, una situazione percepita come insicura – e cercare un ambiente tranquillo in cui attendere la fine della crisi. Se si è in auto, meglio fermarsi e non ripartire finché i sintomi non si attenuano.

        Fondamentale anche concentrarsi sul respiro. L’iperventilazione è una reazione tipica durante l’attacco e rischia di amplificare la paura. Respirare lentamente, con la bocca chiusa e usando il diaframma, aiuta a ristabilire un ritmo più regolare. Un altro accorgimento è osservare l’orologio: il tempo oggettivo aiuta a ricordare che la crisi dura pochi minuti, non ore, e sposta l’attenzione dai sintomi a un dato concreto.

        Non meno importante il ruolo delle relazioni. Essere accompagnati da una persona cara o chiedere supporto in caso di bisogno può ridurre l’ansia e dare la sensazione di non affrontare tutto da soli. Alcuni trovano utile focalizzarsi su immagini positive, su ricordi felici o immaginare un luogo rilassante, per distrarre la mente dal vortice di pensieri negativi.

        La prevenzione è altrettanto cruciale. Attività fisica regolare, tecniche di rilassamento e una routine equilibrata tra sonno e alimentazione riducono il rischio di ricadute. Al contrario, il consumo di alcol, cannabis o alcune sostanze stimolanti può diventare un fattore scatenante.

        Quando gli episodi diventano ricorrenti o troppo invalidanti, è raccomandata la consulenza di uno psicologo o di uno psichiatra. Le terapie comportamentali e cognitive hanno dimostrato una particolare efficacia nel fornire strumenti pratici per gestire l’ansia e ridurre la frequenza degli attacchi.

        Gli attacchi di panico, spiegano gli esperti, non vanno banalizzati né demonizzati: sono un campanello d’allarme che invita a rallentare e ad ascoltare il proprio corpo e la propria mente. Affrontarli significa anche imparare a prendersi cura di sé, trasformando un’esperienza traumatica in un’occasione di crescita personale.

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          Salute

          Centrifughe fatte in casa: quando sono un alleato per la salute e quando è meglio fare attenzione

          Tra benefici nutrizionali, falsi miti detox e possibili controindicazioni, ecco cosa sapere prima di trasformare la centrifuga in un’abitudine quotidiana.

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          centrifughe

            Colorate, veloci da preparare e apparentemente salutari: le centrifughe fatte in casa sono entrate stabilmente nelle cucine di molti italiani. Spesso associate a regimi detox o a diete “light”, vengono consumate come sostituti di pasti o come integratori naturali di vitamine. Ma sono davvero sempre benefiche? La risposta, come spesso accade quando si parla di alimentazione, è più articolata.

            Dal punto di vista nutrizionale, una centrifuga di frutta e verdura fresca può rappresentare un buon modo per aumentare l’apporto di micronutrienti, in particolare vitamine idrosolubili come la vitamina C e alcuni antiossidanti presenti negli ortaggi. Bere una centrifuga può essere utile per chi fatica a consumare le classiche cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida nutrizionali.

            Tuttavia, il processo di centrifugazione separa il succo dalla polpa, eliminando gran parte delle fibre. Ed è proprio questo uno dei punti critici. Le fibre alimentari rallentano l’assorbimento degli zuccheri, favoriscono il senso di sazietà e contribuiscono al buon funzionamento dell’intestino. Senza fibre, anche una bevanda naturale può provocare un rapido innalzamento della glicemia, soprattutto se preparata prevalentemente con frutta.

            Per questo motivo, le centrifughe possono non essere indicate per chi soffre di diabete, insulino-resistenza o sindrome metabolica, se consumate con frequenza o in grandi quantità. Anche chi ha problemi gastrointestinali, come colon irritabile o gastrite, dovrebbe prestare attenzione: l’elevata concentrazione di zuccheri e acidi può peggiorare i sintomi.

            Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l’idea di “detox”. Il nostro organismo possiede già sistemi efficienti di depurazione, affidati principalmente a fegato e reni. Nessuna centrifuga, per quanto ricca di ingredienti naturali, può “disintossicare” il corpo in senso medico. Inserirle in una dieta equilibrata può essere positivo, ma affidare loro proprietà miracolose è fuorviante.

            Ci sono però situazioni in cui le centrifughe possono rivelarsi utili. Possono essere una buona soluzione per reintegrare liquidi e sali minerali dopo un’attività fisica moderata, oppure per stimolare l’appetito in persone anziane o convalescenti, purché non sostituiscano pasti completi. L’ideale è privilegiare le verdure, limitare la frutta più zuccherina e consumarle subito dopo la preparazione, per evitare la perdita di vitamine sensibili all’ossidazione.

            In conclusione, la centrifuga fatta in casa non è né un toccasana universale né un alimento da demonizzare. Può far bene se inserita con criterio in uno stile alimentare vario ed equilibrato. Come sempre, la differenza la fanno le quantità, la frequenza e le esigenze individuali: trasformarla in un’abitudine consapevole è il vero segreto per trarne beneficio senza rischi.

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              Salute

              Piercing Daith, il mito virale che promette meno emicrania e più dimagrimento: cosa dice davvero la scienza

              Tra moda, suggestione e ricerca di soluzioni rapide, il piercing Daith racconta il nostro bisogno di stare meglio con gesti semplici. Ma quando si parla di salute, la scorciatoia più sicura resta sempre una sola: affidarsi alla medicina, non ai miti virali.

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                Un piccolo anello nascosto nella piega interna dell’orecchio e una promessa enorme: far sparire l’emicrania e perfino aiutare a perdere peso. Il cosiddetto piercing Daith è diventato virale su TikTok e Instagram, dove viene raccontato come una scorciatoia per il benessere. Ma dietro la moda, spiegano gli specialisti, non c’è alcuna evidenza clinica.

                Il Daith è un foro praticato nella cartilagine più spessa del padiglione auricolare, appena sopra l’ingresso del condotto uditivo. È una zona difficile da perforare, che richiede precisione e tempi lunghi di guarigione. Il suo successo recente è legato a una teoria: stimolerebbe un punto collegato al nervo vago, coinvolto in diverse funzioni del corpo, tra cui la regolazione del dolore.

                È vero che la stimolazione del nervo vago è utilizzata in medicina. Dispositivi specifici sono stati approvati dalla Food and Drug Administration per trattare alcune forme di cefalea, come la cefalea a grappolo. Tuttavia, si tratta di strumenti medici controllati e non di piercing estetici.

                Secondo i neurologi, non esistono studi scientifici solidi che dimostrino che il piercing Daith riduca la frequenza o l’intensità dell’emicrania. La percezione di beneficio, spiegano, potrebbe dipendere dall’effetto placebo, cioè dal miglioramento legato alle aspettative personali e non a un reale effetto fisiologico.

                Anche l’idea che il foro possa aiutare a dimagrire non trova riscontri. Il controllo dell’appetito e del metabolismo coinvolge sistemi complessi, dal cervello agli ormoni, e non può essere modificato dalla stimolazione di un singolo punto dell’orecchio. La perdita di peso, ricordano nutrizionisti e medici, dipende principalmente dall’equilibrio tra calorie introdotte e consumate.

                Non solo: il piercing alla cartilagine comporta rischi concreti. A differenza del lobo, questa zona è meno irrorata dal sangue e guarisce più lentamente. Infezioni, gonfiore, cicatrici e reazioni allergiche ai metalli sono complicanze possibili. Nei casi più gravi si può arrivare alla deformazione permanente dell’orecchio.

                L’emicrania, inoltre, non è un semplice mal di testa ma una patologia neurologica riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra le principali cause di disabilità. Le cure efficaci esistono e comprendono farmaci specifici per bloccare gli attacchi e terapie preventive, che devono essere prescritte da uno specialista.

                Il fascino del Daith resta soprattutto estetico. Originale e discreto, continua a conquistare chi cerca un dettaglio diverso. Ma trasformarlo in una terapia è un’altra storia.

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