Salute
Vacanze in hotel, il medico avverte: «Non mettete i vestiti nelle cassettiere!»
Non disfare le valigie: ecco perché è meglio evitare di mettere i vestiti nei cassetti degli alberghi
Quando si va in vacanza, ci sono abitudini che possono influenzare il modo in cui gestiamo i nostri bagagli in hotel. Mentre alcuni preferiscono sistemare tutto negli armadi e nelle cassettiere, il dottor Renato Sorge lancia un allarme: questa pratica potrebbe comportare dei rischi.
Pericolo cimici dei letti
Secondo il dottor Sorge, gli armadi e le cassettiere degli hotel, specialmente quelli in legno con giunture e fessure, possono essere infestati dalle cimici dei letti. Questi parassiti possono rovinare le vacanze, nonostante il servizio di pulizie degli alberghi si occupi di pulire i pavimenti, disinfettare i bagni e cambiare le lenzuola. Le cassettiere, però, potrebbero non ricevere la stessa attenzione.
Consigli per evitare problemi
Per evitare problemi, il dottor Sorge consiglia di usare gli armadi per appendere i vestiti oppure di lasciarli direttamente nelle valigie. Questo accorgimento semplice può prevenire il rischio di infestazioni.
Le abitudini dei viaggiatori
Diversi utenti hanno condiviso che preferiscono lasciare tutto nei bagagli nel caso la stanza non fosse pulita a dovere, mentre altri portano con sé prodotti per pulire e disinfettare la stanza.
Riflessioni finali
Seguire questi consigli può aiutare a prevenire spiacevoli sorprese durante le vacanze. Lasciando i vestiti nelle valigie o appendendoli in spazi appropriati, si riduce significativamente il rischio di portare a casa ospiti indesiderati come le cimici dei letti.
Insomma, meglio prevenire che curare: un piccolo accorgimento può fare la differenza per la serenità delle vostre vacanze.
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Salute
Sindrome del piriforme: quando il dolore ai glutei simula la sciatica
Una comune ma fastidiosa condizione muscolare può comprimere il nervo sciatico, generando sintomi simili a un’ernia del disco. Fortunatamente, è meno grave e più semplice da trattare.
La sindrome del piriforme può trasformarsi in una vera e propria spina nel fianco per chi ne soffre. Si tratta di una condizione dolorosa che coinvolge i glutei e, talvolta, si irradia lungo le gambe. I sintomi possono essere sorprendentemente simili a quelli della sciatica, che spesso è causata da un’ernia del disco o altre patologie spinali. La buona notizia, tuttavia, è che la sindrome del piriforme è generalmente meno grave e, fortunatamente, più facile da trattare.
Che cos’è e dove si trova il muscolo piriforme?
La sindrome si manifesta quando il muscolo piriforme comprime il nervo sciatico, il nervo più grande e lungo del corpo umano. Il piriforme è un muscolo lungo e piatto, posizionato trasversalmente in profondità nella regione del gluteo. Si estende dalla parte inferiore della colonna vertebrale, attraversa i glutei e si inserisce nella parte superiore del femore.
Questo muscolo, presente su entrambi i lati del corpo, gioca un ruolo fondamentale nella rotazione delle anche, influenzando di conseguenza quasi tutti i movimenti della parte inferiore del corpo. Il nervo sciatico, invece, scorre dalla parte bassa della schiena, attraverso i fianchi e i glutei, biforcandosi poi lungo ogni gamba fino ai piedi.
Come distinguere i sintomi
Quando il piriforme si infiamma o si contrae, esercita pressione sul nervo sciatico adiacente. I sintomi tipici includono:
- Dolore profondo e indolenzimento nel gluteo.
- Dolore sciatalgico (formicolio, intorpidimento o dolore lancinante) che si irradia lungo la parte posteriore della gamba.
- Aumento del dolore durante la corsa, la camminata prolungata, o stando seduti a lungo (specialmente su superfici dure).
La principale differenza clinica rispetto a una sciatica da ernia del disco è che, in genere, la sindrome del piriforme non presenta i segni neurologici più gravi tipici dei problemi spinali, come la perdita di forza muscolare significativa. La diagnosi differenziale è cruciale per impostare la terapia corretta, che spesso non richiede interventi invasivi.
Trattamento e gestione
Il trattamento della sindrome del piriforme si concentra solitamente sulla riduzione dell’infiammazione e sulla distensione del muscolo. Le opzioni includono:
- Riposo: Limitare le attività che scatenano il dolore.
- Fisioterapia: Esercizi specifici di stretching per allungare il muscolo piriforme e rafforzare i muscoli circostanti.
- Farmaci: Antinfiammatori non steroidei (FANS) per gestire il dolore e l’infiammazione.
- Terapie fisiche: Applicazioni di caldo o freddo sulla zona interessata.
In rari casi, se il dolore è persistente, possono essere considerate iniezioni locali di corticosteroidi o, in situazioni estreme, interventi minimamente invasivi per decomprimere il nervo. La prognosi è generalmente ottima, e la maggior parte delle persone recupera completamente con un trattamento conservativo.
Salute
Tecarterapia, quando il calore accelera la guarigione di muscoli e articolazioni
Sempre più utilizzata in fisioterapia e medicina riabilitativa, la Tecar sfrutta l’energia endogena del corpo per contrastare dolore e infiammazione
Negli studi di fisioterapia, nei centri di riabilitazione sportiva e persino negli ambulatori ortopedici, la Tecarterapia è diventata negli ultimi anni una delle tecniche più richieste per il trattamento del dolore muscolo-scheletrico. Il suo successo è legato a un principio semplice ma efficace: utilizzare il calore prodotto dall’organismo stesso per stimolare la guarigione dei tessuti.
Tecar è l’acronimo di Trasferimento Energetico Capacitivo e Resistivo. Si tratta di una terapia strumentale che impiega radiofrequenze a bassa intensità, in grado di attivare correnti endogene nei tessuti biologici. A differenza delle tradizionali terapie termiche, il calore non viene applicato dall’esterno, ma generato dall’interno del corpo, favorendo una risposta fisiologica più mirata e profonda.
Agisce sui tessuti molli
Il trattamento si basa su due modalità operative. La modalità capacitiva agisce principalmente sui tessuti molli più ricchi di acqua, come muscoli e sistema linfatico, risultando utile in caso di contratture, edemi e infiammazioni superficiali. La modalità resistiva, invece, concentra l’azione su strutture a maggiore resistenza elettrica, come tendini, legamenti e articolazioni, ed è indicata soprattutto nei disturbi cronici o degenerativi.
Uno degli effetti principali della Tecarterapia è l’aumento della vascolarizzazione locale. La stimolazione energetica favorisce una maggiore ossigenazione dei tessuti e un miglior drenaggio delle sostanze infiammatorie, contribuendo alla riduzione del dolore e al recupero funzionale. Per questo motivo viene frequentemente utilizzata nel trattamento di lombalgie, cervicalgie, tendiniti, distorsioni e traumi sportivi.
La Tecar trova applicazione anche nella fase post-acuta degli infortuni, quando il gonfiore iniziale si è ridotto ma persistono rigidità e limitazioni del movimento. In ambito sportivo, viene spesso integrata nei programmi di recupero per accelerare i tempi di ritorno all’attività, sempre sotto controllo di professionisti qualificati.
Dal punto di vista della sicurezza, la Tecarterapia è generalmente ben tollerata. La sensazione percepita dal paziente è quella di un calore progressivo e controllato. Tuttavia, come tutte le terapie fisiche, presenta alcune controindicazioni: non è indicata in presenza di pacemaker, gravidanza, neoplasie attive o infezioni acute, ed è sempre necessaria una valutazione clinica preventiva.
Pur non rappresentando una soluzione miracolosa, la Tecarterapia si conferma uno strumento efficace all’interno di un percorso riabilitativo più ampio. Inserita in un programma che comprenda esercizio terapeutico e terapia manuale, può contribuire in modo significativo al controllo del dolore e al recupero della funzionalità, valorizzando le capacità di autoguarigione del corpo umano.
Salute
Bypass senza bisturi: la cardiologia apre una nuova era
Grazie a una tecnica mini-invasiva basata su cateteri, i medici hanno risolto un’ostruzione coronarica altrimenti fatale, aprendo la strada a nuove possibilità terapeutiche.
Un intervento che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza segna ora un passaggio storico nella medicina cardiovascolare. Per la prima volta è stato eseguito un bypass aorto-coronarico senza ricorrere alla tradizionale apertura del torace, evitando sternotomia e chirurgia a cuore aperto. L’operazione, portata a termine con successo negli Stati Uniti, ha permesso di risolvere un’ostruzione potenzialmente letale dell’arteria coronaria sinistra mediante una procedura mini-invasiva.
A realizzare l’intervento è stata un’équipe congiunta del Centro cardiovascolare e valvolare strutturale dell’Università Emory di Atlanta e del National Heart, Lung and Blood Institute (NIH), in collaborazione con lo St. Francis Hospital and Heart Center di Roslyn. Il gruppo, coordinato dal professor Christopher G. Bruce, ha applicato una tecnica innovativa chiamata VECTOR, acronimo di ventriculo-coronary transcatheter outward navigation and re-entry.
Il paziente, un uomo di 67 anni con una storia clinica particolarmente complessa, era già stato sottoposto in passato a una sostituzione valvolare aortica transcatetere (TAVR). In rari casi, questa procedura può causare l’ostruzione delle coronarie, soprattutto quando si verifica un accumulo di calcio sulla bioprotesi valvolare. Nel suo caso, la posizione critica della valvola rispetto all’ostio della coronaria sinistra rendeva impossibile qualsiasi intervento chirurgico standard: un’operazione a cuore aperto avrebbe comportato un rischio elevatissimo di arresto del flusso sanguigno.
Tradizionalmente, il bypass aorto-coronarico viene eseguito tramite sternotomia mediana e può avvalersi o meno della circolazione extracorporea. Tuttavia, le condizioni generali del paziente — tra insufficienza cardiaca, insufficienza renale e precedenti interventi — escludevano del tutto questa possibilità. Da qui la scelta di percorrere una strada alternativa.
La tecnica VECTOR, già sperimentata in ambito veterinario, consente di raggiungere il cuore attraverso i vasi delle gambe utilizzando cateteri e fili guida. Una volta giunti in sede, gli operatori creano micro-accessi controllati attraverso le pareti cardiache e vascolari per aggirare l’ostruzione e ristabilire un flusso sanguigno efficace, realizzando di fatto un bypass “interno” senza incisioni esterne.
A sei mesi dall’intervento, il paziente non presenta più segni clinici di ischemia coronarica, confermando il pieno successo della procedura. I dettagli dell’operazione sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Circulation: Cardiovascular Interventions, dove i ricercatori sottolineano come questa strategia possa offrire una nuova speranza a molti pazienti considerati non operabili.
Pur restando una tecnica complessa e non priva di rischi, VECTOR rappresenta un cambio di paradigma: non sostituirà nell’immediato la chirurgia tradizionale, ma potrebbe diventare un’opzione decisiva per quei casi estremi in cui, finora, le alternative terapeutiche erano semplicemente inesistenti.
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