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Salute

Vacanze in hotel, il medico avverte: «Non mettete i vestiti nelle cassettiere!»

Non disfare le valigie: ecco perché è meglio evitare di mettere i vestiti nei cassetti degli alberghi

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    Quando si va in vacanza, ci sono abitudini che possono influenzare il modo in cui gestiamo i nostri bagagli in hotel. Mentre alcuni preferiscono sistemare tutto negli armadi e nelle cassettiere, il dottor Renato Sorge lancia un allarme: questa pratica potrebbe comportare dei rischi.

    Pericolo cimici dei letti

    Secondo il dottor Sorge, gli armadi e le cassettiere degli hotel, specialmente quelli in legno con giunture e fessure, possono essere infestati dalle cimici dei letti. Questi parassiti possono rovinare le vacanze, nonostante il servizio di pulizie degli alberghi si occupi di pulire i pavimenti, disinfettare i bagni e cambiare le lenzuola. Le cassettiere, però, potrebbero non ricevere la stessa attenzione.

    Consigli per evitare problemi

    Per evitare problemi, il dottor Sorge consiglia di usare gli armadi per appendere i vestiti oppure di lasciarli direttamente nelle valigie. Questo accorgimento semplice può prevenire il rischio di infestazioni.

    Le abitudini dei viaggiatori

    Diversi utenti hanno condiviso che preferiscono lasciare tutto nei bagagli nel caso la stanza non fosse pulita a dovere, mentre altri portano con sé prodotti per pulire e disinfettare la stanza.

    Riflessioni finali

    Seguire questi consigli può aiutare a prevenire spiacevoli sorprese durante le vacanze. Lasciando i vestiti nelle valigie o appendendoli in spazi appropriati, si riduce significativamente il rischio di portare a casa ospiti indesiderati come le cimici dei letti.

    Insomma, meglio prevenire che curare: un piccolo accorgimento può fare la differenza per la serenità delle vostre vacanze.

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      Salute

      Ti svegli stanco anche dopo aver dormito? Potrebbe essere il fegato grasso: il sintomo mattutino che molti ignorano

      La stanchezza persistente al mattino può essere uno dei primi segnali del fegato grasso non alcolico. Ecco perché succede e quali sono i fattori di rischio da non sottovalutare.

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        Ci sono persone che dormono otto ore, spengono il telefono presto, evitano le notti folli eppure al mattino si alzano distrutte. Non parliamo della semplice sonnolenza del lunedì, ma di una stanchezza pesante, continua, quasi tossica. Un senso di esaurimento che non passa nemmeno dopo una notte intera di riposo.

        Molti la attribuiscono allo stress, all’età o alla vita frenetica. In alcuni casi, però, dietro quella spossatezza potrebbe nascondersi un problema molto più silenzioso: il fegato grasso.

        Cos’è davvero il fegato grasso

        La steatosi epatica, chiamata anche NAFLD o MASLD, è una condizione in cui il fegato accumula grasso in eccesso. Per anni è stata considerata una malattia “minore”, quasi innocua. Oggi invece viene vista come uno dei grandi problemi metabolici del mondo occidentale.

        Il fegato, in pratica, si riempie progressivamente di trigliceridi e comincia a lavorare peggio. E il problema è che spesso non fa male. Non manda segnali clamorosi, almeno all’inizio.

        Per questo i sintomi più subdoli diventano fondamentali.

        La stanchezza mattutina è il campanello più sottovalutato

        Uno dei segnali più frequenti nelle persone con fegato grasso è proprio la stanchezza al risveglio. Ci si alza già scarichi, con la sensazione di non aver recuperato energie durante la notte.

        Il motivo è legato al ruolo centrale del fegato nel metabolismo energetico e nella gestione delle tossine. Quando l’organo lavora male, il corpo fatica a smaltire sostanze infiammatorie e a mantenere un corretto equilibrio metabolico.

        Il risultato? Una fatica persistente che può accompagnare tutta la giornata.

        Il legame tra intestino e fegato

        Negli ultimi anni gli studi si stanno concentrando moltissimo sul cosiddetto “asse intestino-fegato”. In pratica intestino e fegato comunicano continuamente tra loro.

        Quando il microbioma intestinale si altera — per dieta sbagliata, stress, zuccheri eccessivi o alimentazione ultra-processata — aumenta la permeabilità intestinale. Alcune sostanze infiammatorie riescono così a raggiungere il fegato, contribuendo all’accumulo di grasso e all’infiammazione cronica.

        È uno dei motivi per cui il fegato grasso oggi non viene più considerato soltanto un problema epatico, ma una condizione metabolica molto più ampia.

        I fattori di rischio più comuni

        Il fegato grasso colpisce soprattutto chi presenta alcuni fattori molto diffusi nella vita moderna: sovrappeso addominale, sedentarietà, insulino-resistenza, glicemia alterata e alimentazione ricca di zuccheri e bevande industriali.

        Anche il consumo frequente di fruttosio e cibi ultra-processati sembra avere un ruolo importante nell’accumulo di grasso epatico.

        E il punto più inquietante è che molte persone convivono con questa condizione senza saperlo per anni.

        Come si può migliorare

        La buona notizia è che il fegato è uno degli organi più resilienti del corpo umano. In moltissimi casi il fegato grasso può migliorare sensibilmente intervenendo sullo stile di vita.

        Perdere peso gradualmente, ridurre zuccheri e alcol, aumentare l’attività fisica e migliorare la qualità del sonno sono le strategie più efficaci.

        Anche il microbioma intestinale può beneficiare di una dieta più ricca di fibre, verdure e alimenti poco processati.

        Quando fare controlli

        Chi soffre di stanchezza cronica, sonnolenza persistente, difficoltà digestive o presenta fattori di rischio metabolici dovrebbe parlarne con il proprio medico ed eventualmente approfondire con esami del sangue e un’ecografia epatica.

        Perché il fegato grasso spesso resta silenzioso per molto tempo. Ma quando il corpo inizia a mandare segnali, ignorarli può diventare un errore.

        E quella stanchezza che sembrava soltanto stress potrebbe essere molto più di una giornata iniziata male.

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          Salute

          Collagene a tavola: quali alimenti aiutano davvero la pelle e le articolazioni

          Proteina chiave per tessuti, ossa e cartilagini, il collagene non si trova solo negli integratori: alcuni cibi ne favoriscono la produzione naturale.

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          Collagene a tavola

            Negli ultimi anni il collagene è diventato uno dei protagonisti del benessere, associato a pelle elastica, capelli forti e articolazioni in salute. Spesso se ne parla come di una sostanza “da assumere”, ma la realtà scientifica è più articolata: il collagene è una proteina prodotta dal nostro organismo, che diminuisce fisiologicamente con l’età. L’alimentazione non fornisce collagene “pronto all’uso”, ma può apportare gli aminoacidi e i micronutrienti necessari alla sua sintesi.

            Cos’è il collagene e perché è importante

            Il collagene rappresenta circa il 30% delle proteine totali del corpo umano. Costituisce l’impalcatura di pelle, tendini, legamenti, cartilagini e ossa. Con il passare degli anni, e in presenza di stress ossidativo, fumo o diete squilibrate, la sua produzione rallenta, con effetti visibili e funzionali.

            Gli alimenti che apportano collagene

            Gli unici cibi che contengono collagene in senso stretto sono di origine animale. Tra i più noti:

            • Brodo di ossa, preparato con lunghe cotture di ossa e cartilagini: è una fonte tradizionale di collagene e gelatina.
            • Carni con tessuto connettivo, come stinco, coda, ossobuco e tagli meno magri.
            • Pesce con pelle, in particolare salmone e pesce azzurro: il collagene marino è studiato per la sua biodisponibilità.
            • Gelatina alimentare, derivata proprio dalla trasformazione del collagene animale.

            Va però ricordato che, una volta ingerito, il collagene viene digerito e scomposto in aminoacidi, come tutte le proteine.

            I cibi che stimolano la produzione di collagene

            Più che cercare collagene “già fatto”, gli esperti consigliano di puntare su alimenti che favoriscono la sintesi endogena. Tra i più importanti:

            • Vitamina C, indispensabile per la formazione del collagene: agrumi, kiwi, fragole, peperoni, broccoli.
            • Proteine di qualità, che forniscono aminoacidi come glicina e prolina: uova, legumi, carne magra, pesce.
            • Zinco e rame, coinvolti nei processi di riparazione dei tessuti: frutta secca, semi, cereali integrali, crostacei.
            • Antiossidanti, che proteggono il collagene dalla degradazione: frutti di bosco, tè verde, olio extravergine d’oliva.

            Cosa può ostacolare il collagene

            Un consumo eccessivo di zuccheri raffinati, alcol e cibi ultraprocessati può accelerare la degradazione del collagene attraverso processi infiammatori e di glicazione. Anche il fumo è riconosciuto come uno dei principali nemici della salute della pelle e dei tessuti connettivi.

            Alimentazione, non miracoli

            La scienza è chiara su un punto: non esiste un alimento miracoloso. Il collagene si sostiene con una dieta varia ed equilibrata, inserita in uno stile di vita sano. Gli integratori possono avere un ruolo in casi selezionati, ma non sostituiscono una corretta alimentazione.

            In definitiva, portare in tavola i cibi giusti significa offrire all’organismo gli strumenti per continuare a produrre collagene in modo naturale, con benefici che vanno ben oltre l’estetica e riguardano la salute complessiva del corpo.

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              Salute

              Lasciarsi leccare le ferite dalla lingua del cane: mito o pericolo per la salute?

              L’idea che leccare una ferita favorisca la guarigione è antica e diffusa, ma cosa dice davvero la scienza medica?

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              Ferite e lingua del cane

                Che il cane “guarisca” le ferite leccandole è una convinzione radicata nell’immaginario collettivo. L’osservazione nasce dal comportamento degli animali stessi: i cani si leccano le ferite e, spesso, sembrano guarire rapidamente. Ma trasferire questa pratica all’uomo è un errore che può avere conseguenze anche serie.

                È vero che la saliva, in generale, contiene alcune sostanze con lieve attività antibatterica, come enzimi e peptidi antimicrobici. Nel cane, inoltre, la leccatura serve soprattutto a rimuovere sporco e tessuti danneggiati. Tuttavia, questo non significa che la saliva canina sia “curativa” per le ferite umane. Al contrario, la bocca del cane ospita una grande quantità di batteri.

                Tra i microrganismi più noti presenti nella saliva canina ci sono Pasteurella, Capnocytophaga canimorsus, Staphylococcus e Streptococcus. Alcuni di questi batteri, se entrano in contatto con una ferita aperta, possono provocare infezioni locali, ma anche complicanze più gravi, soprattutto in persone anziane, immunodepresse o con malattie croniche come diabete o patologie epatiche.

                La Capnocytophaga canimorsus, in particolare, è un batterio normalmente innocuo per il cane, ma potenzialmente pericoloso per l’uomo: in rari casi può causare infezioni sistemiche, sepsi e, nei casi estremi, esiti fatali. Anche se questi eventi sono poco frequenti, il rischio esiste ed è ben documentato in letteratura medica.

                Un altro aspetto da considerare è che la leccatura mantiene la ferita umida in modo incontrollato. Se è vero che un ambiente leggermente umido può favorire la cicatrizzazione, l’eccesso di umidità e la contaminazione batterica rallentano la guarigione e aumentano il rischio di infiammazione e infezione.

                Dal punto di vista medico, quindi, non esiste alcuna evidenza scientifica che far leccare una ferita da un cane ne acceleri la guarigione. Al contrario, le linee guida sanitarie sconsigliano esplicitamente questa pratica. Le ferite, anche piccole, dovrebbero essere lavate con acqua corrente e sapone, disinfettate con prodotti adeguati e, se necessario, protette con una medicazione pulita. In presenza di arrossamento, dolore persistente, pus o febbre, è fondamentale consultare un medico.

                Il comportamento dei cani, che leccano le proprie ferite, va letto in un contesto diverso: il loro sistema immunitario, la struttura della pelle e le condizioni ambientali non sono sovrapponibili a quelle umane. Ciò che per un animale può essere una strategia naturale non è automaticamente sicuro per l’uomo.

                In conclusione, l’idea che la saliva del cane abbia poteri curativi sulle ferite umane è un mito da sfatare. L’affetto per il proprio animale non deve mai sostituire le corrette pratiche igieniche e sanitarie: la vera guarigione passa dalla prevenzione delle infezioni, non da una leccata “di troppo”.

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