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Benessere

Benessere tossico: se non mediti almeno tre volte al giorno, sei una brutta persona

La ricerca del benessere è diventata un’ossessione da manuale. Tra acque alcaline, docce fredde e coach motivazionali, ci siamo dimenticati come si vive senza cronometrare ogni respiro. E chi osa dire che è stanco, viene guardato come un peccatore.

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    Se ti svegli dopo le 7:00, bevi un caffè e non hai ancora fatto un respiro profondo consapevole… sei già in ritardo sulla tua giornata da essere umano evoluto. Perché oggi il benessere non è più una scelta: è un obbligo. E chi non lo persegue con fanatismo, rischia la pubblica gogna da parte dei nuovi sacerdoti del wellness.

    Il mantra è chiaro: devi dormire almeno 8 ore, ma svegliarti comunque presto per fare esercizio a digiuno. Devi meditare, ma anche correre, ma anche ascoltare i podcast motivazionali mentre bevi acqua con limone e zenzero. Devi mangiare anti-infiammatorio, ma senza stressarti troppo (che poi ti infiammi).

    Il paradosso? Ci stanno dicendo che per rilassarci dobbiamo impegnarci come per una maratona. E se non segui la dieta perfetta, se non fai yoga almeno due volte a settimana, se non misuri i tuoi livelli di stress con una smartband che costa quanto un affitto… sei fuori. Sei tossico. Sei un caso umano.

    Nel frattempo i social pullulano di influencer che sembrano appena scesi da un ritiro spirituale in Himalaya, ma in realtà hanno solo fatto sei stories nella vasca piena di petali finti. E tu, che magari hai solo voglia di startene in pigiama senza masticare semi di chia, vieni preso da un senso di colpa cosmico.

    C’è chi si fa la doccia ghiacciata all’alba e chi pubblica foto di barrette proteiche accanto al diario della gratitudine. Ma se dici che hai avuto una giornata di merda, la risposta sarà: “Hai provato a ringraziare l’Universo per le difficoltà?”

    No, grazie. A volte uno vuole solo lamentarsi, magari con un panino in mano e il frigo pieno di colpe. E sì, va bene il benessere, va bene la cura di sé. Ma siamo arrivati al punto che non si può più essere normali. Che se non prendi almeno due integratori al giorno non sei abbastanza. Che se non vai in palestra ti dicono che “non ti vuoi bene”.

    Forse è il caso di ricordare che il benessere vero è quello che non ti fa sentire in difetto. Che ti lascia respirare senza contare fino a dieci. Che non ti giudica se ogni tanto vuoi solo una pizza e una serie tv senza sensi di colpa.

    Perché se la ricerca della salute ti fa venire l’ansia, allora non è benessere. È marketing. E pure tossico.

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      Dieci segnali che indicano quando chiedere aiuto a uno psicologo: la salute mentale è (anche) una questione di forza

      Il dottor Marco Piantanida, psicologo e psicoterapeuta degli Istituti Clinici Zucchi, spiega quali sono i dieci segnali da non sottovalutare e perché rivolgersi a un professionista non è segno di debolezza, ma di consapevolezza.

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        La salute psicologica è una dimensione fondamentale del benessere generale, al pari di quella fisica. Eppure, ancora oggi, parlarne apertamente è per molti motivo di imbarazzo o timore. L’idea di “dovercela fare da soli” resta radicata, ma la scienza psicologica insegna che chiedere aiuto è un atto di forza e non di fragilità.

        Lo conferma il dottor Marco Piantanida, psicologo e psicoterapeuta dell’Unità Operativa di Riabilitazione Psichiatrica degli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza e della Zucchi Wellness Clinic di Monza, che ha individuato dieci campanelli d’allarme da non ignorare.

        1. Emozioni troppo intense o assenza di emozioni

        Quando emozioni come tristezza, ansia o rabbia diventano troppo forti e costanti, tanto da impedire di gestire la quotidianità, è il momento di fermarsi e chiedere supporto. Allo stesso modo, uno stato prolungato di apatia o di disinteresse per ciò che prima dava piacere può segnalare una forma di esaurimento emotivo o depressivo.

        2. Disturbi del sonno e dell’appetito

        Il sonno è un indicatore sensibile del nostro equilibrio interno. Insonnia, risvegli notturni o sonno agitato possono avere radici psicologiche, così come cambiamenti improvvisi nell’appetito — perdita di fame o, al contrario, fame compulsiva. Anche problemi gastrointestinali ricorrenti possono essere la manifestazione fisica di un disagio emotivo.

        3. Difficoltà relazionali

        Litigi frequenti, incomprensioni o tendenza a isolarsi sono spesso spie di un malessere interiore. Quando il contatto con gli altri diventa fonte di stress o quando ci si sente incapaci di comunicare efficacemente, è utile riflettere sulle proprie dinamiche emotive e, se necessario, farsi guidare da uno specialista.

        4. Mancanza di interesse e perdita di motivazione

        Un altro segnale da non sottovalutare è la perdita di interesse verso attività che un tempo erano gratificanti. Se il piacere di leggere, uscire o coltivare passioni svanisce, e nulla sembra più suscitare entusiasmo, potrebbe trattarsi di un sintomo di disturbo dell’umore o di stress cronico.

        5. Attacchi di panico e ansia senza motivo apparente

        Un singolo episodio di panico non è di per sé preoccupante, ma quando gli attacchi diventano ricorrenti o immotivati, è importante chiedere aiuto. L’ansia patologica tende a paralizzare la vita quotidiana, generando paura di uscire, guidare o affrontare situazioni sociali.

        6. Mancanza di una causa evidente per il malessere

        Quando si prova un disagio profondo senza riuscire a identificarne la causa, il rischio è quello di restare intrappolati in un circolo di confusione e colpa. In questi casi, la psicoterapia aiuta a dare un nome alle emozioni e a ricostruire il senso di ciò che si prova.

        7. Pensieri ossessivi o negativi ricorrenti

        Avere pensieri ripetitivi, pessimisti o catastrofici può diventare una vera prigione mentale. Quando si fatica a “staccare” la mente da una preoccupazione o un dubbio, e questo influisce su concentrazione e sonno, è il momento di chiedere sostegno professionale.

        8. Eccessivo consumo di alcol o fumo

        Quando alcol, tabacco o altre sostanze vengono usati non per piacere ma per sedare emozioni spiacevoli, ci si trova di fronte a un segnale di allarme. Come spiega Piantanida, “l’uso di sostanze per alleviare la tensione emotiva è un modo disfunzionale di gestire lo stress e merita attenzione psicologica”.

        9. Sensazione di sopraffazione costante

        Sentirsi sempre stanchi, svuotati o incapaci di reagire può essere un segnale di stress accumulato. Quando anche i compiti più semplici sembrano montagne da scalare, è necessario fermarsi e ridefinire le proprie risorse con l’aiuto di un terapeuta.

        10. Ritiro sociale e perdita di contatto con la realtà

        Chi soffre di disagio psichico tende spesso a chiudersi in se stesso, evitando amici, colleghi e familiari. Questo isolamento alimenta la solitudine e può aggravare i sintomi. Intervenire precocemente è essenziale per evitare che la sofferenza diventi cronica.

        Il valore del chiedere aiuto

        Come sottolinea Piantanida, “riconoscere di avere bisogno di aiuto è il primo passo verso la guarigione. È un atto di coraggio e consapevolezza, non di debolezza”.

        Oggi, fortunatamente, cresce la sensibilità verso la salute mentale e l’idea che rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta sia una scelta di cura, non di stigma. La mente, esattamente come il corpo, ha bisogno di essere ascoltata e curata.

        Perché, come ricordano gli esperti, “la forza non è non cadere mai, ma sapere quando tendere la mano per rialzarsi”.

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          Quando la gelosia diventa una trappola cieca e violenta: come riconoscere l’ossessione e a chi rivolgersi prima che sia troppo tardi

          La tragedia della morte di Federico Venco riaccende i riflettori sui rischi delle relazioni tossiche. Esistono strutture specializzate e percorsi di sostegno per chi avverte di perdere il controllo sui propri sentimenti.

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          Quando la gelosia diventa una trappola cieca e violenta: come riconoscere l'ossessione e a chi rivolgersi prima che sia troppo tardi

            La drammatica vicenda che ha portato all’uccisione di Federico Venco ha riaperto con violenza il dibattito sulle conseguenze estreme della gelosia ossessiva. Quando l’insicurezza e la paura dell’abbandono degenerano in un desiderio irrazionale di possesso, il confine tra sofferenza emotiva e impulso violento rischia di assottigliarsi pericolosamente. Riconoscere che le proprie emozioni stanno travalicando i limiti del rispetto reciproco rappresenta il primo e più difficile passo per spezzare una catena di pensieri che può condurre a esiti irreversibili.

            I campanelli d’allarme dell’ossessione e la perdita di controllo

            La gelosia non è un indice d’amore, ma una risposta ansiosa che nei casi più gravi assume i connotati di una vera e propria patologia. Gli psicologi e gli esperti di dinamiche relazionali spiegano che «quando il pensiero verso il partner diventa fisso, pervasivo e sordo a qualsiasi rassicurazione razionale, ci si trova di fronte a uno stato d’alterazione che richiede un intervento esterno immediato». Controllare costantemente gli spostamenti altrui, cedere a scatti d’ira incontrollabili, provare rancore cieco o fantasticare su ritorsioni fisiche sono segnali d’allarme vertiginosi che indicano una marcata perdita di lucidità emotiva.

            A chi chiedere aiuto: i centri dedicati agli uomini e i servizi territoriali

            Nessuno è costretto ad affrontare da solo una spirale d’ansia e rabbia. Su tutto il territorio nazionale sono attivi i Centri di Ascolto per Uomini Maltrattanti (CAM) e i servizi dedicati alla gestione della violenza relazionale. Si tratta di strutture pubbliche e del terzo settore dove équipe di psicologi, psicoterapeuti ed educatori offrono spazi d’ascolto riservati, non giudicanti e completamente gratuiti. Rivolgersi a questi centri permette di intraprendere percorsi individuali o di gruppo pensati per decostruire l’impulsività, elaborare il rifiuto e apprendere modalità sane di gestione dello stress emotivo.

            Contatti d’emergenza e l’importanza della prevenzione tempestiva

            Per chi avverte un’urgenza immediata o teme di compiere azioni irrazionali, esistono canali d’accesso rapido e riservato. È possibile contattare i Consultori Familiari delle ASL locali, i servizi di salute mentale (CSM) oppure comporre i numeri d’emergenza nazionali come il 112 per situazioni di crisi acuta. Gli operatori del settore ricordano con forza che «chiedere aiuto tempestivamente non è un segno di debolezza, ma un gesto di profonda responsabilità verso se stessi e verso gli altri». Interrompere la spirale del possesso prima che si trasformi in violenza è possibile, a patto di affidarsi con fiducia a professionisti preparati.

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              Paura di volare e attacchi di panico ad alta quota: cos’è davvero l’aerofobia e come prepararsi al meglio prima di salire a bordo

              Il timore dell’aereo colpisce più di due italiani su dieci e può trasformarsi in un ostacolo insormontabile. Dalla comprensione dei sintomi fisici alle tecniche di respirazione, le strategie degli esperti per sconfiggere l’ansia da decollo.

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              Paura di volare e attacchi di panico ad alta quota: cos’è davvero l’aerofobia e come prepararsi al meglio prima di salire a bordo

                La prospettiva di salire su un aereo e staccare l’ombra da terra genera in molte persone una sottile inquietudine, ma quando questo timore sfocia in un blocco paralizzante ci si trova di fronte all’aerofobia, nota anche come aviofobia. Non si tratta di semplice apprensione, bensì di una fobia specifica che manifesta una risposta ansiosa sproporzionata rispetto al rischio reale. Secondo indagini recenti del settore, più del 50% dei viaggiatori dichiara di provare uno stato d’ansia prima o durante il volo, mentre circa il 10% della popolazione rinuncia del tutto agli spostamenti aerei. Il disturbo si presenta spesso settimane prima della partenza tramite la cosiddetta ansia anticipatoria, accompagnata da manifestazioni fisiche quali sudorazione fredda, tachicardia, sensazione di soffocamento e pensieri catastrofici legati alla perdita di controllo del velivolo.

                Le cause profonde del blocco: tra controllo negato e disinformazione

                L’origine dell’aerofobia risiede raramente nel mezzo di trasporto in sé, intrecciandosi piuttosto con altre manifestazioni ansiose preesistenti, quali la claustrofobia o la paura delle altezze. La dottoressa Fiorenza Perris, in un recente approfondimento clinico sul tema, chiarisce che «coloro che soffrono di claustrofobia possono, per esempio, sperimentare una sensazione di forte ansia legata alla combinazione del trovarsi in alta quota e in uno spazio ristretto».

                A questo elemento psicologico si aggiunge l’illusione del controllo: a differenza dell’automobile, dove l’individuo percepisce di poter agire direttamente sul tragitto, in aereo il passeggero deve affidarsi completamente all’equipaggio. Molti timori derivano anche da una scarsa conoscenza delle dinamiche del volo, dove rumori di routine o normali turbolenze vengono erroneamente interpretati come segnali d’allarme imminente.

                Preparare il corpo e la mente nei giorni antecedenti alla partenza

                Affrontare l’aerofobia richiede una preparazione strutturata che inizia ben prima del giorno dell’imbarco. Gli psicologi suggeriscono di contrastare l’ansia attraverso la corretta informazione scientifica: i dati redatti dall’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) confermano costantemente come l’aereo sia lo strumento di spostamento statisticamente più sicuro al mondo, con tassi di rischio infinitamente inferiori rispetto alla circolazione stradale.

                Nei giorni precedenti al viaggio è consigliabile familiarizzare con i suoni e le fasi del decollo visionando materiale informativo e praticando tecniche di rilassamento progressivo o di respirazione diaframmatica. Evitare l’assunzione massiccia di caffeina o stimolanti nelle 24 ore prima del volo rappresenta un ulteriore passo fondamentale per non alterare la frequenza cardiaca e prevenire lo scatenarsi di uno stato di allerta ingiustificato.

                Le strategie di gestione in cabina per mantenere la calma a bordo

                Una volta varco il gate e arrivati alla propria poltrona, la gestione immediata del disagio si sposta sulla regolazione dell’attenzione. È molto utile informare subito il personale di bordo del proprio stato emotivo: le hostess e gli steward ricevono un addestramento specifico per rassicurare i passeggeri ansiosi e monitorare il loro benessere durante la traversata.

                Durante le fasi di decollo o in presenza di turbolenze, gli esperti consigliano di evitare di fissare i segnali luminosi o le reazioni degli altri passeggeri, concentrandosi invece su stimoli distraenti a forte impatto visivo o auditivo, come la visione di un film, l’ascolto di musica a basso volume o la lettura. Focalizzare il pensiero sull’obiettivo finale del viaggio e sul piacere della destinazione aiuta la corteccia cerebrale razionale a riprendere il sopravvento sulla risposta emotiva della paura.

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