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Benessere

La doccia perfetta: calda o fredda? Consigli, benefici e curiosità per una beauty routine impeccabile

Dalla temperatura ideale alla durata consigliata, tutti i segreti per trasformare la doccia in un rituale di bellezza e benessere. Accorgimenti pratici e curiosità per una routine davvero impeccabile.

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    La doccia non è solo un momento di igiene quotidiana, ma può diventare un vero alleato per la bellezza e il benessere della pelle. Scegliere la giusta temperatura, la durata e adottare alcuni accorgimenti possono fare la differenza, trasformando un gesto semplice in una coccola per il corpo.

    Doccia calda: relax e detersione profonda

    La doccia calda è l’ideale per rilassarsi dopo una giornata stressante. Il vapore aiuta ad aprire i pori, favorendo una pulizia profonda e migliorando l’assorbimento di creme e oli idratanti applicati successivamente. Inoltre, la temperatura calda stimola la circolazione sanguigna, alleviando tensioni muscolari e favorendo un sonno più sereno.

    Ma attenzione! Se troppo calda o troppo lunga, può rimuovere il film idrolipidico della pelle, causando secchezza e irritazioni. La temperatura ideale non dovrebbe superare i 37-38°C, e la durata dovrebbe essere di circa 10 minuti.

    Doccia fredda: energia e tonicità

    Per chi cerca un boost di energia o vuole combattere il caldo estivo, la doccia fredda è un toccasana. L’acqua fredda tonifica la pelle, restringe i pori, stimola il sistema linfatico e aiuta a ridurre l’infiammazione. Ottima anche per i capelli: una sciacquata fredda finale sigilla le cuticole, rendendo la chioma più lucida e resistente.

    L’effetto collaterale? Non tutti tollerano il freddo, e una doccia gelata potrebbe risultare sgradevole, soprattutto in inverno. In alternativa, puoi alternare getti caldi e freddi per un effetto stimolante sulla circolazione senza rinunciare al comfort.

    Quante docce fare al giorno?

    La tentazione di farsi più docce al giorno è forte,. Tuttavia, una doccia al giorno è sufficiente per la maggior parte delle persone, salvo situazioni particolari come allenamenti intensi o climi particolarmente caldi. Fare più docce quotidiane, soprattutto se calde, può indebolire la barriera cutanea, causando secchezza e irritazioni.

    Accorgimenti per una doccia perfetta

    • Scegli un detergente delicato: Preferisci prodotti senza solfati, arricchiti con oli naturali o idratanti, per proteggere la pelle.
    • Non esagerare con l’acqua calda: Una doccia bollente potrebbe sembrare rilassante, ma è uno dei principali nemici della pelle sana.
    • Tampona, non strofinare: Usa un asciugamano morbido per tamponare la pelle dopo la doccia, evitando sfregamenti che possono irritarla.
    • Idrata subito dopo: La pelle assorbe meglio le creme idratanti quando è ancora leggermente umida. Usa prodotti ricchi di ingredienti nutrienti, come burro di karité o olio di mandorle dolci.

    Curiosità sulla doccia

    • Docce brevi per il pianeta: Limitare la durata della doccia a 5-10 minuti non solo protegge la pelle, ma riduce anche il consumo di acqua e energia, contribuendo alla sostenibilità.
    • La doccia fredda come rimedio post-sport: Abbassa la temperatura corporea e riduce i dolori muscolari dopo l’attività fisica intensa.
    • La doccia serale favorisce il sonno: Lavarsi con acqua tiepida la sera aiuta a rilassare i muscoli e prepara il corpo per il riposo.

    La doccia non è mai stata così sofisticata! Seguendo questi accorgimenti, non solo ti prenderai cura della tua pelle, ma trasformerai questo momento in un rituale di benessere completo.

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      Benessere

      Quando il cervello adolescente “ritarda”: genetica, sviluppo e salute mentale nella genesi dei disturbi alimentari

      Uno studio su quasi 1.000 giovani europei rivela che varianti genetiche, maturazione cerebrale rallentata e problemi psichici all’adolescenza potrebbero favorire l’insorgenza di comportamenti alimentari disordinati.

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      adolescente

        Un recente studio pubblicato su Nature Mental Health propone un modello integrato per comprendere l’insorgenza dei disturbi alimentari. Non solo fattori psicologici, ma anche genetica e questo che potremmo chiamare lo “stadio di maturazione cerebrale” dell’adolescente.

        I dati emergenti sono importanti, considerato che in Europa si stima siano circa 20 milioni le persone affette da disturbi alimentari. Dall’anoressia alla bulimia fino al disturbo da alimentazione incontrollata.

        Disegno dello studio: da 14 a 23 anni
        Lo studio ha incluso quasi 1.000 individui provenienti da Inghilterra, Irlanda, Francia e Germania, partecipanti al progetto longitudinale IMAGEN.

        I partecipanti hanno fornito campioni genetici, compilato questionari su abitudini alimentari e benessere psicologico. E si sono sottoposti a risonanza magnetica cerebrale (MRI) a 14 e 23 anni.

        All’età di 23 anni, i soggetti sono stati classificati in tre profili alimentari distinti:

        • Mangia­to­ri sani (≈ 42 %)
        • Mangia­to­ri restrittivi (≈ 33 %) — che tendono a controllare peso e porzioni
        • Mangia­to­ri emotivi o incontrollati (≈ 25 %) — soggetti ad abbuffate o alimentazione impulsiva in risposta ad emozioni negative

        Procedendo “a ritroso”, il team ha osservato che tra i 14enni coloro che manifestavano sintomi come ansia, depressione o problemi di attenzione mostravano, poi, una maggiore probabilità di finire nei gruppi alimentari non salutari.

        Genetica, BMI e lo sviluppo cerebrale
        Un altro elemento cruciale del lavoro riguarda la componente genetica: chi aveva un rischio genetico elevato di indice di massa corporea (BMI) mostrava anche maggiore probabilità di sviluppare abitudini restrittive o incontrollate, agendo in sinergia con lo sviluppo cerebrale.

        Le immagini cerebrali hanno indicato che nei “mangiatori non sani” la maturazione cerebrale (in particolare nel cervelletto e nella corteccia prefrontale) tendeva a essere meno pronunciata, come se il calo normale di volume o spessore durante l’adolescenza fosse rallentato.

        In particolare, una ridotta maturazione del cervelletto — l’area implicata anche nei meccanismi di appetito e sazietà — mediava la relazione tra rischio genetico elevato di BMI e comportamenti restrittivi a 23 anni.

        In termini più generali, i ricercatori hanno interpretato questo fenomeno come uno sviluppo cerebrale “prolungato” nei gruppi alimentari a rischio. Ovvero un rallentamento nei processi ordinari di rimodellamento cerebrale che avvengono tipicamente durante l’adolescenza.

        Implicazioni pratiche e prevenzione
        Lo studio sottolinea che non basta intervenire solo sul comportamento alimentare: è fondamentale considerare la salute mentale dell’adolescente. Individuare tempestivamente ansia, depressione o difficoltà attentive, e valorizzare la consapevolezza cerebrale nei contesti educativi e familiari.

        Secondo Sylvane Desrivières (King’s College Londra). Uno dei coautori, «l’educazione su abitudini alimentari salutari e strategie di coping disadattive può essere un’arma preventiva» per ridurre la vulnerabilità alle trasformazioni patologiche.

        Un possibile passo avanti suggerito dai ricercatori è la stratificazione preventiva. Analizzando dati cerebrali, genetici e psicologici, potrebbe essere possibile identificare i giovani a rischio prima che i disturbi alimentari si manifestino.

        Limiti e prospettive future
        I risultati sono affascinanti ma non definitivi. Lo studio, pur essendo longitudinale e ben strutturato, non può affermare causa-effetto con assoluta certezza. Alcuni cambiamenti cerebrali potrebbero anche essere conseguenza del comportamento alimentare estremo.

        Inoltre, l’eterogeneità dei disturbi alimentari — diverse tipologie, gradi di gravità e percorsi — richiede che questi modelli integrati vengano verificati in campioni clinici più ampi e contestualizzati.

        Il prossimo orizzonte è estendere il follow-up oltre i vent’anni, osservare come le traiettorie si evolvono in età adulta e testare interventi mirati che tengano conto della “maturazione cerebrale” individuale.

        Questo studio getta luce sul rapporto tra genetica, sviluppo cerebrale e salute mentale nell’adolescenza come chiavi possibili per decifrare il meccanismo che porta alcuni giovani a sviluppare disturbi alimentari.

        Non è più solo una questione di “mangiare troppo poco” o “esagerare”. Ma di come un cervello in via d’evoluzione reagisca a stress, vulnerabilità interiori e predisposizioni genetiche. Un messaggio forte: ascoltare l’adolescente non solo nei suoi agiti alimentari, ma nelle sue emozioni, nei suoi pensieri e nel suo cervello in crescita.

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          Benessere

          Formaggi e intolleranza al lattosio: cosa si può davvero mangiare

          La stagionatura riduce naturalmente il lattosio, rendendo molti formaggi adatti a chi ha difficoltà a digerirlo. Ecco quali scegliere, cosa evitare e perché.

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          Formaggi e intolleranza al lattosio

            Per molte persone scoprire di essere intolleranti al lattosio significa eliminare latte e derivati in blocco. Ma non sempre è necessario. L’intolleranza, dovuta a una ridotta produzione dell’enzima lattasi, provoca disturbi gastrointestinali solo quando la quantità di lattosio supera la soglia tollerata dal singolo individuo. E la buona notizia è che alcuni formaggi, grazie ai processi di produzione e stagionatura, contengono quantità molto basse di zucchero del latte, spesso inferiori allo 0,1%.

            Perché alcuni formaggi sono naturalmente “lactose free”

            Durante la trasformazione del latte in formaggio, i batteri lattici presenti negli starter consumano il lattosio come fonte di energia, trasformandolo in acido lattico. Più lunga è la stagionatura, più completo è questo processo. È per questo che i formaggi a pasta dura e molto stagionati sono generalmente sicuri per la maggior parte degli intolleranti.

            Non si tratta di prodotti artificialmente modificati: è il metabolismo naturale dei microrganismi a far scomparire quasi del tutto il lattosio.

            I formaggi che si possono mangiare senza problemi

            Gli enti di ricerca alimentare e le associazioni internazionali dedicate alle intolleranze concordano: molti formaggi stagionati contengono tracce trascurabili di lattosio. Tra i più indicati:

            • Parmigiano Reggiano: dopo 12 mesi di stagionatura il lattosio è assente; i consorzi garantiscono ufficialmente che il prodotto è naturalmente privo di lattosio già dal nono mese.
            • Grana Padano: anche qui il lattosio viene completamente metabolizzato dai batteri durante la maturazione; il formaggio stagionato oltre 12 mesi è considerato sicuro.
            • Pecorino stagionato: le versioni oltre i 6-8 mesi hanno contenuti di lattosio praticamente nulli.
            • Gorgonzola piccante e altri erborinati maturi: la lunga fermentazione riduce drasticamente il lattosio.
            • Provolone stagionato: più è vecchio, meno lattosio contiene.
            • Emmental, Gruyère, Comté: tutti caratterizzati da lunghi tempi di stagionatura.
            • Cheddar stagionato: nelle versioni mature il lattosio è molto basso.

            Tutti questi formaggi sono normalmente tollerati dalla maggior parte dei soggetti intolleranti, poiché il contenuto di lattosio è inferiore allo 0,1%—quantità che rientra nella soglia “lactose free” riconosciuta a livello europeo.

            E quelli da evitare?

            I formaggi freschi o a breve stagionatura mantengono una quota più elevata di lattosio. Tra quelli più problematici:

            • Mozzarella (soprattutto vaccina): contiene lattosio residuo, anche se in quantità moderate.
            • Ricotta: non è un formaggio in senso stretto ma un latticino ottenuto dal siero, più ricco di lattosio.
            • Mascarpone: molto ricco di lattosio.
            • Fiocchi di latte e formaggi spalmabili: crema di formaggi freschi dove il lattosio è presente in quantità rilevanti.
            • Stracchino, crescenza, robiola fresca: la stagionatura brevissima non permette ai batteri di consumare il lattosio.

            Per chi è molto sensibile, esistono comunque versioni delattosate di quasi tutti i prodotti, ottenute tramite aggiunta di lattasi o processi enzimatici specifici.

            Il consiglio degli esperti: ascoltare la propria soglia

            L’intolleranza al lattosio non è uguale per tutti. Alcune persone digeriscono bene piccole quantità, altre devono evitarlo quasi del tutto. Le linee guida dei nutrizionisti suggeriscono di:

            • introdurre i formaggi stagionati gradualmente;
            • osservare la risposta del proprio organismo;
            • preferire piccole porzioni distribuite nella giornata;
            • evitare di consumare più prodotti freschi nello stesso pasto.

            Un’alimentazione più varia, senza rinunce

            Sapere che molti formaggi sono naturalmente privi di lattosio significa poter tornare a gustarli senza timori. La soluzione sta nell’informarsi, leggere le etichette e conoscere le differenze tra un prodotto fresco e uno stagionato.

            Per chi convive con l’intolleranza, è una libertà in più a tavola: un modo per non rinunciare al gusto, rispettando allo stesso tempo il proprio benessere.

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              Mangiare per calmare lo stress: gli alimenti che aiutano a ridurre il cortisolo

              Alcuni cibi – dal cioccolato fondente all’avena – possono aiutare a riequilibrare i livelli ormonali e favorire il rilassamento in modo naturale.

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              gli alimenti che aiutano a ridurre il cortisolo

                In un mondo che corre, anche il nostro corpo accelera. Lo stress cronico è ormai una condizione diffusa e spesso silenziosa, capace di influenzare non solo l’umore, ma anche la salute fisica. A farne le spese è soprattutto il cortisolo, l’ormone prodotto dalle ghiandole surrenali che, in condizioni normali, ci aiuta a reagire alle situazioni di emergenza.
                Quando però rimane alto per troppo tempo, il cortisolo diventa un nemico: aumenta la pressione arteriosa, favorisce l’accumulo di grasso addominale, altera il sonno e indebolisce il sistema immunitario.

                La buona notizia? Anche la tavola può diventare un’alleata per riequilibrare questo ormone.

                Come il cibo influisce sul cortisolo

                Secondo l’Harvard Medical School, ciò che mangiamo può modulare la risposta del corpo allo stress. Una dieta ricca di alimenti integrali, fibre, vitamine del gruppo B e magnesio aiuta a tenere stabile la glicemia, prevenendo i picchi che stimolano la produzione di cortisolo.
                Il meccanismo è semplice: quando il cervello percepisce uno “stress metabolico” – come la fame o un calo improvviso di zuccheri – attiva il rilascio dell’ormone per compensare.

                “Un’alimentazione regolare e bilanciata è il primo passo per ridurre il carico di stress fisiologico”, spiega la nutrizionista Francesca Branca, direttrice del Dipartimento Nutrizione dell’OMS. “Il corpo riconosce la stabilità come sicurezza, e questo si riflette anche sui livelli ormonali”.

                Gli alimenti amici dell’equilibrio ormonale

                Diversi studi confermano che alcuni alimenti hanno proprietà benefiche nel controllo del cortisolo:

                • Cioccolato fondente (almeno 70%) – Contiene flavonoidi e magnesio, minerali che riducono la tensione e migliorano l’umore stimolando la serotonina. Una piccola porzione al giorno può aiutare ad abbassare i livelli di stress percepito.
                • Avena e cereali integrali – Ricchi di fibre solubili e vitamine del gruppo B, stabilizzano la glicemia e favoriscono il rilascio graduale di energia.
                • Frutta secca e semi – Mandorle, noci e semi di zucca contengono magnesio e acidi grassi omega-3, utili per il sistema nervoso e per la riduzione dei processi infiammatori legati allo stress cronico.
                • Pesce azzurro – Tonno, sgombro e salmone sono fonti naturali di omega-3, che riducono la produzione di cortisolo e migliorano la capacità di gestione dello stress mentale.
                • Tè verde e tisane rilassanti – Il tè verde contiene teanina, un amminoacido che favorisce la concentrazione senza causare agitazione, mentre infusi di camomilla, melissa e valeriana aiutano a calmare il sistema nervoso.
                • Verdure a foglia verde – Spinaci, bietole e cavoli sono ricchi di magnesio e antiossidanti. Studi pubblicati sul Journal of the American College of Nutrition mostrano come un adeguato apporto di magnesio sia associato a una riduzione dei livelli di cortisolo nel sangue.
                • Yogurt e kefir – I probiotici favoriscono l’equilibrio del microbiota intestinale, che a sua volta comunica con il cervello attraverso l’asse intestino-cervello, riducendo ansia e stress.

                I cibi da limitare

                Allo stesso modo, ci sono alimenti che favoriscono l’aumento del cortisolo: zuccheri raffinati, snack industriali, caffeina in eccesso e alcol. Questi stimolano il rilascio di adrenalina e cortisolo, creando un circolo vizioso che peggiora la tensione e l’insonnia.
                Ridurre questi elementi non significa privarsi di tutto, ma imparare a consumarli con equilibrio.

                Lo stile di vita conta più della dieta

                La gestione del cortisolo non passa solo dal piatto. Dormire almeno 7 ore per notte, praticare attività fisica moderata e respirare consapevolmente sono abitudini che aiutano a mantenere costanti i livelli ormonali.
                “La combinazione di movimento, nutrizione e rilassamento è la chiave per il benessere duraturo”, afferma la Mayo Clinic, che raccomanda di inserire nella routine quotidiana brevi momenti di pausa mentale, anche solo cinque minuti di respirazione profonda o stretching.

                Non esistono supercibi in grado di cancellare lo stress, ma un’alimentazione equilibrata e consapevole può fare la differenza.
                Integrare nella dieta alimenti naturali, ricchi di nutrienti e poveri di zuccheri raffinati, aiuta non solo a ridurre il cortisolo, ma anche a migliorare la qualità del sonno, la concentrazione e il tono dell’umore.
                In altre parole, mangiare bene non serve solo a nutrire il corpo, ma anche a calmare la mente.

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