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Punti di svista

Nel nome di Satnam

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    Aveva un nome, Satnam, e un cognome, Singh. E sarebbe bello che tutti se lo ricordassero. Non soltanto ora che giornali e tv hanno puntato i riflettori sulla sua vicenda perché la sua morte, anzi, la sua uccisione, fa notizia. Sarebbe bello se di questo ragazzo indiano ci si ricordasse a lungo. Perché l’unico modo che la sua morte, anzi, la sua uccisione, non sia inutile, è che qualcosa cambi nel suo nome.

    Costretto a farsi sfruttare

    Perché lui, non era solo un bracciante, un immigrato, uno degli ultimi anelli della nostra società di cui quando ci fa comodo andiamo tanto fieri. Lui non era uno dei pochi derelitti che sopravvivono come possono. Era uno dei tanti che invisibili che non sono. Lui lavorava, si dava da fare e sognava un futuro per se e la sua famiglia. Era nel nostro Paese perché di lui il nostro Paese aveva bisogno per fare un lavoraccio che pochi riescono a fare. Ed era costretto a farsi sfruttare, perché lavorare nei campi per 4 euro all’ora è sfruttamento.

    Una vergogna

    È illegale. È disumano. Fa ribrezzo. Specie per chi adesso ha la faccia tosta di dire “che la sua leggerezza ci costerà tanto”. No, caricatura di imprenditore e sottospecie di uomo. L’abitudine criminale di chi sfrutta essere umani gli è costata la vita. E chi se ne frega quanto costerà a te.

    Cerchiamo di ricordarci di lui

    Dall’Agro pontino alla Calabria a chissà quanti altri posti, come lui ce ne sono tanti. Troppi. Sotto gli occhi di tutti, probabilmente ignorati di proposito. Ma sarebbe bello se la sua morte, anzi, la sua uccisione, diventasse utile. Se nel suo nome, qualcosa potesse finalmente cambiare. Sì, nel suo nome. Perché aveva un nome, Satnam, e un cognome, Singh. E dopo una vita da invisibile, ora che è morto, anzi, che è stato ucciso, sarebbe bello se tutti lo ricordassero.

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      Il tempo dell’ignavia è finito

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        Ci sono momenti della storia in cui l’ignavia non è ammessa. Momenti in cui bisogna prendere per forza posizione, decidere da quale parte stare. Perché di qua o di là non è la stessa cosa. Nemmeno un po’.

        Pane al pane e vino al vino

        E allora, per chi non l’avesse già fatto prima, per quanti avessero mantenuto dei dubbi e per tutti quelli che la pensavano differentemente, è arrivato il momento di dire le cose come stanno: la Russia di Putin è uno stato terrorista. E chi appoggia il suo regime è complice.

        Un lungo elenco

        Se non fosse stato sufficientemente chiaro con l’inizio della guerra di invasione dell’Ucraina ma anche con l’eliminazione degli avversari politici, le elezioni farsa, gli accordi con i dittatori sparsi per il pianeta e il mandato di cattura per crimini di guerra spiccato dalla Corte Penale Internazionale contro Putin, il raid che l’altro giorno ha distrutto un ospedale pediatrico a Kiev (un ospedale pediatrico!) ha eliminato ogni possibile dubbio.

        L’impellenza di schierarsi

        Adesso basta! Va detto. La Russia di Putin è uno stato terrorista. E non ha nessun titolo per trattare da pari con gli altri Stati democratici. Non è facile dire come ma il mondo libero e civile deve compattarsi contro questo abominio. Adesso basta. Il momento storico impone di schierarsi. O di qua o di là.

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          Tifo dilagante: dal calcio alla politica

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            C’è un malcostume tutto italiano che parte dal calcio e arriva dritto sino alla politica: il tifo acritico. Niente obiettività, nessuna razionalità. È sempre colpa di qualcun altro, sia il giudice, l’arbitro o l’avversario di turno.


            Un parallelismo quantomeno bizzarro

            Se a fare questo ragionamento è l’allenatore della squadra che ne ha beccati tre, o il segretario di partito che ha preso una batosta elettorale, ci sta, fa parte del gioco e della dialettica. Ma quando lo spettatore o l’elettore non parte in causa, assumono lo stesso atteggiamento, abbiamo un problema.

            Quando “vale tutto”… sono guai

            Perché se nel calcio il tifoso male che vada assiste alla sconfitta della propria squadra, in politica l’affare si complica. Complice l’appiattimento causato dai social, cresce clamorosamente la schiera di quelli che «l’ha detto lui, quindi è vero», dove lui è il leader del proprio partito. Non conta quali nefandezze sostenga, non importa che dica fesserie, chi se ne frega se calpesta ogni logica o buonsenso. E allora via, vale tutto. Eh no, guai a perdere il senso critico. Guai. Ne va della propria dignità ma anche della stessa democrazia. Due più due non fa 5, a prescindere da chi lo dica.

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              In campo e nella vita, così fan (quasi) tutti

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                “In campo come nella vita”, diceva il mitico Nereo Rocco spiegando che in fondo il calcio è un po’ una metafora della vita. E allora, in un Paese come il nostro in cui il pallone è quasi una religione, all’indomani dell’ennesimo flop della Nazionale italiana degli ultimi anni, questa metafora del “Paron” spiega molto. Specie alla luce di chi di questi flop è stato protagonista.

                Senza ammissione di responsabilità

                In perfetto stile italiano, dopo una figuraccia, il cliché è sempre lo stesso: è colpa di qualcun altro. Meglio trovare un alibi, una scusa banale o una giustificazione puerile. Tutto pur di non assumersi le proprie responsabilità. E rinunciare a qualche bell’assegno. Pur con alcuni alibi, così fan tutti. O quasi.

                E non se ne vanno

                Mancini da Ct falli l’accesso ai mondiali 2022 ma non si fece da parte. Lui però aveva appena vinto l’Europeo e aveva un po’ di credito. Spalletti a questo giro ha fatto uguale, anche senza successi nel curriculum, anzi rilanciando la sua carriera in azzurro. E che dire di Ventura, crocifisso per quel primo fallimento del 2018 che evidentemente non era tutta colpa sua.

                Un esempio all’opposto: quello di Zoff

                Sono tutti uguali? No. Prendete Dino Zoff. Lui, uomo tutto d’un pezzo, rassegnò le dimissioni all’indomani degli Europei del 2000. Differenza piccola piccola: la sua Nazionale perse in finale, a un passo dal trionfo, ai supplementari, dopo aver fatto entusiasmare l’Italia. Maestro Dino, in campo come nella vita. Eh no, non sono tutti uguali.


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