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Sic transit gloria mundi

Con Giannini e Baracoa capiamo perché il piccolo cinema italiano affonda: la crisi nasce soprattutto dall’invisibilità dei suoi titoli più belli.

Dopo aver visto un’opera intensa come Baracoa, con uno straordinario Giancarlo Giannini, diventa chiaro quanto il sistema continui a privilegiare sempre gli stessi nomi mentre i film più autentici restano confinati in rassegne e passaggi marginali. E mentre gioielli come In Vino Veritas faticano a trovare una sala, il pubblico si allontana, non per disamore ma per mancanza di ciò che l’Italia sa ancora raccontare.

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    Ieri sera ho avuto l’occasione di vedere in anteprima un film italiano davvero bello. Di quelli che ti lasciano gli occhi e il cuore pieni di immagini che ti restano addosso come profumo buono, non riuscivo a pensare ad altro: la crisi del nostro cinema non è una questione di talento mancante, ma di spazi mancati. In sala arrivano sempre gli stessi, i soliti noti, quelli che garantiscono un minimo di visibilità anche quando non portano grandi film. E intanto le opere più sorprendenti, più intime, più originali, restano intrappolate nei festival, nelle rassegne, nei desideri degli autori.

    Lo vediamo tutti: siamo qui a magnificare il Dracula di Luc Besson campione al botteghino, ma lasciatemelo dire, sfigura di fronte al vampiro di Coppola nel Dracula di Bram Stoker. E mentre applaudiamo i soliti blockbuster, nel nostro cinema di casa accadono piccole meraviglie che rischiano di non arrivare mai a destinazione. Prendete In Vino Veritas, carinissimo, con uno straordinario Joe Pantoliano: un attore cult amato da mezzo mondo, volto dei Soprano, di Matrix, di Memento. Un film che meriterebbe un suo spazio naturale, e invece appare e scompare come un frammento di un sogno visto di sfuggita.

    E poi c’è Baracoa. Lasciatemelo dire: un film bellissimo. Uno di quelli che solo noi italiani, quando ci ricordiamo chi siamo, sappiamo fare. Con un Giancarlo Giannini strepitoso, capace di riempire lo schermo anche solo camminando. La sceneggiatura di Filippo Ascione e la regia di Luis Ernesto Doñas costruiscono un racconto che parla di identità, maschere, libertà, famiglia, relazioni. È un film che parla di persone, senza scuse e senza scorciatoie.

    C’è il Generale, interpretato da Giannini, in conflitto con il figlio Pepe (Carlos Luis González), uomo ombroso che vive sul confine dell’illecito, tra il disincanto e il naufragio. C’è un diario scritto in russo, c’è un’amicizia che nasce dalla cura: lo straordinario Yadier Fernández, nel ruolo del medico Jimmi, visita ogni giorno il Generale, lo ascolta, gli parla, si ritrova custode di segreti più grandi di lui. Lo lava. Gli fa compagnia. Gli fa persino tornare il sorriso.

    Alla morte del Generale, Jimmi promette di portare le sue ceneri a Baracoa, nella casa di famiglia, accanto a quelle della moglie. Parte con Pepe. Ne nasce un on the road dolente e luminoso, una storia di formazione ma anche di riparazione, di pacificazione con ciò che siamo e che, volenti o nolenti, può sempre tornare. È un film che racconta la riscoperta dei legami, vecchi e nuovi, perché — come dice una battuta memorabile — “le rivoluzioni non finiscono mai”.

    Certo, non è un filmone di Hollywood o un episodio di qualche saga di supereroi ipervitaminizzati, ma spero con tutto me stesso che trovi spazio, che venga distribuita, che qualcuno si prenda la responsabilità di farlo arrivare al pubblico. Come accadde a Moccia, che trovò fama nelle fotocopie che i ragazzi si scambiavano a scuola. Ma Baracoa non è Moccia. Ha un pizzico di Almodóvar, un po’ Özpetek, un tanto se stesso. Un gran bel film, insomma.

    E allora mi viene naturale guardare i numeri: solo nel 2024, la Rai ha trasmesso 4.500 film — 1.800 italiani, 1.700 americani, 500 francesi, 150 inglesi, 100 tedeschi. Una mappa immensa. E dentro questa mappa, i nostri piccoli grandi film non trovano più spazio né in sala né in tv. Non trovano casa, non trovano pubblico, non trovano il tempo di esistere davvero.

    Poi ci stupiamo che la gente non vada più al cinema. E invece la risposta è lì, semplice e testarda: il pubblico c’è. Manca ciò che dovremmo offrirgli. Manca la possibilità di vedere le storie che sappiamo ancora raccontare. Buone, vere, nostre.

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      Personaggi

      Belén, la vergogna siamo noi: dietro quei commenti c’è un Paese che non ha capito nulla della salute mentale

      La vicenda di Belén Rodríguez e le reazioni feroci online raccontano una verità inquietante: in Italia la salute mentale viene ancora derisa, soprattutto se a soffrire è una persona famosa e di successo.

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        Lo dico sinceramente: leggere certi commenti su Belén Rodríguez mi ha fatto schifo. Non indignazione social da due minuti, non la solita rabbia usa e getta che dura il tempo di una story. Schifo vero. Quello che ti resta addosso quando ti rendi conto che, dietro le campagne sulla salute mentale, dietro gli hashtag pieni di cuoricini e dietro le frasi motivazionali condivise sui social, esiste ancora un Paese che davanti alla fragilità ride. Peggio: gode.

        Mercoledì mattina una donna di 41 anni ha urlato aiuto dalla finestra di casa sua. I vicini hanno chiamato il 112. Sono arrivate le volanti, l’ambulanza, i vigili del fuoco. Per ore quella donna non è riuscita ad aprire la porta. Era agitata, confusa, in evidente difficoltà. Poi è stata accompagnata al Policlinico.

        Quella donna si chiama Belen Rodriguez. E improvvisamente, per una parte di questo Paese, la sofferenza è diventata una barzelletta.

        Se sei famosa, allora non hai diritto a stare male

        Perché è famosa, perché è bella. , perché è ricca. Perché è Belén.

        Ho letto commenti disgustosi. Gente che parlava di “sceneggiata”, di “ricerca di attenzione”, di “rottamazione”. Persone convinte che il dolore mentale abbia bisogno di una patente di autenticità. E quella patente, evidentemente, non viene concessa a chi ha successo.

        È questa la verità più orrenda che emerge da tutta questa storia: noi accettiamo la fragilità solo quando ci fa comodo. Solo quando la persona che soffre corrisponde all’immagine che consideriamo “degna” di compassione. Se sei povero, sfortunato, invisibile, allora il tuo dolore ci commuove. Se invece sei famoso, bello e hai soldi, allora no. Allora devi essere per forza un manipolatore, un narcisista, uno che “lo fa per visibilità”.

        La salute mentale non è una colpa

        È una forma di violenza culturale gigantesca, eppure ancora normalizzata.

        Nessuno direbbe mai a una persona colpita da un infarto: “Lo fai per attirare l’attenzione”. Nessuno guarderebbe un diabetico dicendo: “Con tutti i soldi che hai, come ti permetti di stare male?”. Eppure con la salute mentale succede continuamente. Ansia, depressione, attacchi di panico, crolli psicologici: tutto viene ridotto a debolezza, capriccio o spettacolo mediatico. Soprattutto se a viverli è qualcuno che il pubblico ha trasformato in personaggio.

        E Belén questa cosa l’aveva detta chiaramente già tempo fa. Aveva raccontato i suoi attacchi di panico, le sue fragilità, la paura di essere derisa proprio a causa della sua esposizione pubblica. E sapete qual è la parte più tragica? Che aveva ragione.

        Perché alla fine è successo esattamente questo.

        Il problema non è Belén. Siamo noi

        Io continuo a pensare che ci sia qualcosa di profondamente malato in una società che pretende empatia a comando ma poi si diverte davanti al crollo emotivo di una donna solo perché quella donna appare in televisione. Come se il successo cancellasse automaticamente il diritto di stare male. Come se soldi e notorietà fossero una specie di vaccino contro la sofferenza.

        Non lo sono. Non lo sono mai stati. La storia dello spettacolo è piena di persone bellissime, famose, idolatrate e profondamente infelici. Da Marilyn Monroe in poi avremmo dovuto impararlo. E invece siamo ancora qui, a misurare il dolore con il conto in banca.

        E allora forse il problema non è Belén. Forse il problema siamo noi.

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          Sic transit gloria mundi

          Sal Da Vinci ha vinto Sanremo. Ma all’Eurovision 2026 rischiamo la figuraccia: siamo sicuri di presentarci così in Europa?

          Nessun attacco a Sal Da Vinci, che ha voce, mestiere e pubblico. Il punto è il contesto: l’Eurovision non premia solo la canzone, ma concept, regia, impatto visivo e contemporaneità. E l’Italia, quando confonde Ariston e Vienna, spesso paga dazio.

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            Sal ha vinto. Bene. Viva Sal. Il pubblico ha parlato, l’Ariston ha tremato, le zie hanno pianto e le mamme hanno mandato il vocale nel gruppo WhatsApp: “Finalmente una bella canzone!”. Tutto legittimo, tutto molto italiano. Poi però arriva quel dettaglio che rovina sempre la poesia: l’Eurovision.

            Perché Sanremo è il nostro salotto buono, con i centrini all’uncinetto e il divano coperto “che non si sa mai”. L’Eurovision, invece, è un rave diplomatico in 4K: droni, laser, coreografie millimetriche, outfit che sembrano progettati da architetti spaziali e performer che in trenta secondi devono diventare meme, trend e reaction. E lì non basta essere bravi: devi essere leggibile al primo colpo, senza traduttore emotivo.

            Sanremo non è Eurovision con i sottotitoli
            Qui il punto non è la qualità di Sal Da Vinci. Sal è un professionista vero: voce, mestiere, pubblico, carriera. Ma l’Eurovision non è il Festival della canzone italiana “con l’Europa collegata”. È una gara dove la musica è metà del pacchetto e l’altra metà è regia, immaginario, suono internazionale, impatto social. In un contesto così, un brano neomelodico, romanticone e orgogliosamente tradizionale rischia di diventare più “cartolina” che competizione.

            Non è snobismo, è grammatica del format. L’Europa non trema: scrolla. Se non entri con un concept che buca lo schermo e con una produzione che regge i confronti, ti ritrovi parcheggiato a metà classifica mentre qualcuno canta in latex e qualcun altro ti fa sembrare un karaoke, anche se tu stai cantando benissimo.

            L’Europa vota l’impatto, non la nostalgia
            “Per sempre sì” profuma di casa, di famiglia, di sentimento condiviso. E in Italia questa idea di canzone funziona ancora: melodia, cuore, tradizione. Tutte parole bellissime. Solo che l’Eurovision non è una sagra patronale con mazzi di fiori e platea commossa. È una macchina scenica feroce: se non hai un suono contemporaneo e una regia che spacca, finisci fuori tempo massimo.

            Possiamo davvero pensare che in Estonia si commuovano allo stesso modo? Che in Norvegia si alzino dal divano gridando “Mamma mia che passione!”? Forse sì, forse no. Ma il rischio è concreto: non perdere, ma sembrare “local” nel senso peggiore, cioè non esportabile.

            Chi vince Sanremo non è sempre l’ambasciatore perfetto
            Il dubbio vero è strutturale: perché continuiamo a trattare Sanremo come una selezione automatica per l’Europa? Sono due mondi paralleli che ogni tanto si incrociano, ma non coincidono. L’Eurovision è politica pop, storytelling, narrazione contemporanea, anche provocazione quando serve. Sal incarna una linea rassicurante, romantica, tradizionale. In Italia è un pregio. Fuori può diventare una zavorra, se non lo accompagni con un impianto scenico e sonoro all’altezza del ring.

            E allora la domanda, più che su Sal, è su di noi: vogliamo presentarci a Vienna con il vestito della prima comunione mentre gli altri sfilano in haute couture digitale? Perché a quel punto la figuraccia non la fa la canzone. La fa l’idea che basti la “tradizione” a reggere una vetrina globale.

            Sal ha vinto, e il pubblico lo ha scelto. Ma l’Eurovision non è l’Ariston con il Wi-Fi: è un’arena dove o sei contemporaneo, o diventi nostalgia in diretta.

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              Sic transit gloria mundi

              Elodie cambia le regole del desiderio: l’amore con Franceska diventa pop (e l’Italia applaude)

              La cantante simbolo di sensualità e indipendenza affettiva archivia i vecchi schemi e vive alla luce del sole un legame che il pubblico legge come spontaneo. Social dalla sua parte, gossip spiazzato: più che uno scandalo, sembra un segno dei tempi.

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                Per anni Elodie è stata raccontata come la donna più sexy del pop italiano, icona di sensualità consapevole, corpo esibito senza pudori moralisti e femminilità mai addomesticata. Una che ha costruito la propria immagine attraversando desiderio, provocazione e talento senza chiedere permesso. Eppure, paradossalmente, la vera rottura non arriva da una copertina audace o da un video ammiccante, ma da qualcosa di molto più semplice: la normalità.

                La normalità di una presenza costante, quella della ballerina Franceska Nuredini, bionda, magnetica, presenza fissa dentro e fuori il palco. Una vicinanza che all’inizio sembrava parte della grammatica dello show business – coreografie, prove, complicità scenica – e che col tempo ha assunto i contorni di un legame più profondo. Non per dichiarazioni roboanti, non per confessioni studiate a tavolino, ma per quella sequenza di momenti condivisi che oggi, nell’era dei social, valgono più di mille interviste.

                Il punto interessante non è nemmeno stabilire che cosa siano davvero l’una per l’altra. Il punto è la reazione del pubblico. Perché se fino a qualche anno fa una storia al femminile legata a una popstar avrebbe acceso polemiche e dibattiti da salotto televisivo, oggi la risposta prevalente è un’altra: curiosità, simpatia, incoraggiamento. I social non gridano allo scandalo, semmai applaudono. Elodie e Franceska diventano trend topic in positivo, come se raccontassero qualcosa che molti avevano già interiorizzato ma che mancava ancora di un volto così popolare.

                Del resto Elodie non ha mai mostrato vocazione per i recinti comodi. Ha sempre attraversato i temi che altri sfiorano con prudenza: il corpo, la libertà sessuale, la politica dell’immagine, il diritto di cambiare pelle. Dalla musica alla televisione, dal cinema alle docuserie, ha costruito una carriera in cui l’identità non è mai stata statica. Anche nelle relazioni sentimentali ha seguito lo stesso copione: prima Marracash, poi Andrea Iannone, storie etero vissute alla luce del sole, senza l’ansia di dover sembrare perfetta.

                La fine della relazione con Iannone, riletta oggi, appare meno melodrammatica di quanto ci si potrebbe aspettare. Franceska era già presente nella vita della cantante, una figura centrale e conosciuta. Secondo le ricostruzioni circolate, l’ex pilota non sarebbe stato estraneo a questa dinamica né alla visione poco tradizionale che Elodie avrebbe dei legami. Tradotto dal linguaggio del gossip: niente scenate, niente narrazioni da tradimento, ma una gestione personale dei sentimenti. Una parola che, nel mondo delle celebrity, suona quasi rivoluzionaria: libertà.

                Le immagini raccontano più delle parole. Prima la Thailandia, poi Milano. Viaggi, prove, tempo libero. Poi la quotidianità più disarmante: dal parrucchiere, in giro per negozi, tra selfie con i fan e commissioni qualunque. Un episodio colpisce proprio per la sua banalità: Elodie che si distrae davanti a una borsa dell’acqua calda con rivestimento animalier in un negozio di accessori per la casa. È un dettaglio minuscolo, ma dice tutto. Questa storia funziona perché non viene messa in scena come una rivoluzione, ma come vita normale. Due persone che stanno bene insieme e fanno cose comuni.

                E qui sta la vera svolta culturale. Per anni l’omosessualità femminile nel pop è stata o ammiccamento studiato o dichiarazione militante. In questo caso sembra semplicemente esistenza. Non c’è manifesto, non c’è bandiera, non c’è bisogno di etichette. È forse questo che rende la vicenda digeribile a un pubblico vasto: non chiede di scegliere da che parte stare, non pretende approvazioni ideologiche. Mostra e basta.

                Elodie, da questo punto di vista, gioca un’altra partita rispetto a molte colleghe. Non ha mai cercato l’immagine della “brava ragazza”, ma nemmeno quella della ribelle a tutti i costi. Ha lavorato su un’idea di autenticità che può piacere o meno, ma appare coerente. Se una frequentazione diventa pubblica è perché, quando sei Elodie, la vita finisce inevitabilmente sotto osservazione. Non serve costruire scandali: basta uscire di casa.

                Intanto la sua carriera prende una direzione sempre più ampia. Si è concessa una pausa dai tour fino al 2027, scelta che le regala tempo e respiro. Negli ultimi anni ha alternato musica, cinema e televisione con disinvoltura, diventando uno dei volti più trasversali dello spettacolo italiano. Il Nastro d’Argento vinto per “Fuori” ha legittimato anche il percorso da attrice, e ora l’attende una serie importante come “Nemesi”, dove interpreta una donna fragile e in cerca di riconoscimento.

                Colpisce il contrasto tra il personaggio e la persona. Sullo schermo dà volto a figure insicure, nella vita reale appare padrona delle proprie scelte. Non ha mai dato l’impressione di vivere le relazioni per convenienza o strategia d’immagine. Con Marracash, con Iannone e ora con Franceska, la linea sembra la stessa: seguire ciò che sente e poi gestire il rumore che ne consegue.

                Forse è proprio questo che il pubblico percepisce. Non una mossa di marketing, ma una traiettoria personale. In un Paese che ama etichettare in fretta, Elodie sembra muoversi in anticipo, lasciando agli altri il compito di inseguire definizioni. E mentre qualcuno cerca ancora il titolo giusto per raccontarla, lei fa la cosa più semplice e insieme più spiazzante: vive. E lo fa senza chiedere il permesso di essere capita.

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