Cronaca
Caso Gintoneria, la figlia di Wanna Marchi e Davide Lacerenza si avvalgono della facoltà di non rispondere
Stefania Nobile e Davide Lacerenza restano in silenzio davanti ai magistrati, mentre nuove testimonianze confermano il giro di prostituzione e droga alla Gintoneria. Il locale è stato sequestrato, emergono sospetti su legami con la criminalità romana.
Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, scegliendo il silenzio davanti alla gip Alessandra Di Fazio. È questa la linea adottata da Stefania Nobile e Davide Lacerenza nel corso dell’interrogatorio dopo la misura cautelare degli arresti domiciliari, eseguita il 4 marzo nell’ambito dell’inchiesta sulla Gintoneria di Milano. Un’indagine che ha già portato alla luce un presunto giro di prostituzione e droga tra le mura del locale, con testimonianze che sembrano confermare il quadro accusatorio.
L’avvocato Liborio Cataliotti, difensore di Nobile, aveva anticipato la decisione di non rispondere alle domande dei magistrati e ha spiegato che presenterà istanza al Riesame per chiedere la revoca della misura cautelare per la sua assistita. Nessuna richiesta in tal senso, invece, per Lacerenza. Il legale ha dichiarato ai cronisti che la strategia difensiva non implica un’opposizione all’inchiesta, ma piuttosto la necessità di esaminare a fondo gli atti prima di prendere una posizione. “Abbiamo la massima fiducia e il massimo rispetto per questa indagine, sia nei confronti della Procura sia della Guardia di Finanza”, ha detto Cataliotti, aggiungendo che i suoi assistiti “oggi hanno preso atto delle accuse” ma senza ancora conoscerne il dettaglio probatorio.
L’inchiesta, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Gdf di Milano sotto il coordinamento della pm Francesca Crupi, si regge su una serie di testimonianze dirette, in particolare quelle delle giovani che lavoravano alla Gintoneria e nel privé La Malmaison. Secondo quanto emerso, le ragazze sarebbero state parte di un sistema ben strutturato: alcune si rapportavano direttamente con i clienti all’interno del locale, altre venivano chiamate appositamente per soddisfare richieste particolari. Un “pacchetto completo” che, stando alle accuse, prevedeva bottiglie di pregio, cocaina ed escort.
I verbali raccolti dagli inquirenti descrivono un meccanismo consolidato in cui Lacerenza avrebbe gestito i rapporti con le ragazze – arrivando anche a richiedere rapporti personali come “test” prima di proporle ai clienti – mentre Nobile si occupava della parte finanziaria, assicurandosi che i guadagni venissero incassati e redistribuiti. Anche alcuni dipendenti della Gintoneria sono stati ascoltati dagli investigatori e hanno confermato l’esistenza di un’organizzazione che andava oltre la semplice gestione di un locale notturno.
Le accuse contro i due imprenditori si sono ulteriormente aggravate negli ultimi giorni con nuove audizioni che hanno confermato il presunto sistema di sfruttamento della prostituzione. Le ragazze hanno ribadito che dietro la facciata esclusiva del locale si celava un vero e proprio mercato di incontri e droga, regolato da precise dinamiche interne. Le dichiarazioni delle testimoni sono state integrate con ulteriori riscontri, tra cui intercettazioni telefoniche e chat acquisite nel corso delle indagini.
Ma non è solo la prostituzione a preoccupare gli inquirenti. Negli atti dell’indagine è comparso anche il nome del clan dei Casamonica, una delle organizzazioni criminali più potenti della Capitale. In alcuni video pubblicati sui social dallo stesso Lacerenza e dai suoi sodali, tra cui Filippo Romeo, alias Filippo Champagne, si sentono riferimenti espliciti a legami con il clan romano. In una clip, Lacerenza dedica un brindisi a diversi esponenti della famiglia Casamonica, salutandoli con una promessa piuttosto inquietante: “Un giorno arriviamo a Roma e facciamo il manicomio”.
Questi legami sospetti hanno acceso un nuovo faro investigativo: la Gintoneria aveva contatti diretti con la criminalità organizzata? Per ora non ci sono elementi che lo dimostrino in modo inequivocabile, ma il sospetto che il locale potesse essere più di un semplice ritrovo per la movida milanese è sempre più forte.
La gip Alessandra Di Fazio ha convalidato il sequestro preventivo d’urgenza del locale e del privé La Malmaison per evitare che possano essere riaperti sotto la gestione di prestanome. Gli spazi, situati in via Napo Torriani, nel cuore della movida di Milano, erano ormai diventati il centro di un’inchiesta che ha messo in luce sfruttamento della prostituzione, spaccio di droga e autoriciclaggio.
Lacerenza, noto nel mondo della ristorazione milanese e con qualche piccolo precedente alle spalle, è da tempo legato a Stefania Nobile, sua ex compagna e attuale socia in affari. Il nome della figlia di Wanna Marchi non è certo nuovo alle cronache giudiziarie: in passato è stata coinvolta insieme alla madre nel noto scandalo delle televendite truffaldine, che le è costato una condanna definitiva per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata.
Oggi, il suo nome torna al centro di un’indagine che potrebbe rivelarsi ancora più pesante. Con il sequestro del locale e le accuse di sfruttamento della prostituzione e spaccio, l’inchiesta sulla Gintoneria potrebbe essere solo all’inizio. Le autorità stanno analizzando flussi di denaro e possibili connessioni con ambienti criminali, mentre nuove testimonianze potrebbero emergere nei prossimi giorni.
La difesa di Stefania Nobile ha già annunciato che chiederà la revoca dei domiciliari, ma gli elementi raccolti dagli inquirenti sembrano solidi. Resta da capire se le indagini porteranno a ulteriori sviluppi o se, come spesso accade in questi casi, qualcuno cercherà di insabbiare tutto.
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Cronaca Nera
Garlasco, Angela Taccia si gioca tutto su Sempio: «Se ha ucciso Chiara smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne»
Angela Taccia affida a Oggi la difesa più personale di Andrea Sempio: ricostruisce il rapporto nato nel gruppo di Marco Poggi, descrive un ragazzo incapace di sopportare la violenza e respinge ogni sospetto. «Quando tutto finirà, spero che gli chiederanno scusa».
Angela Taccia non usa formule prudenti, non cerca ripari e non lascia aperta alcuna via di fuga.Anzi, rilancia e mette sul tavolo la propria carriera, la propria credibilità e quasi una vita intera di ricordi condivisi. «Se Andrea Sempio ha ucciso Chiara, io smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne», afferma. Non è soltanto una dichiarazione di fiducia professionale nell’uomo che oggi difende nell’inchiesta sul delitto di Garlasco. È una presa di posizione assoluta, fondata sulla convinzione di conoscere Sempio meglio di chiunque altro e di poter escludere che dietro il ragazzo frequentato per anni si nascondesse un assassino.
Taccia parla come avvocato, ma soprattutto come persona che faceva parte dello stesso gruppo di amici che ruotava intorno a Marco Poggi, fratello minore di Chiara. «Quei ragazzi erano una seconda famiglia per me», racconta a Oggi. È proprio da questa vicinanza che nasce una difesa costruita non soltanto sugli atti, ma su quasi vent’anni di rapporti, confidenze, litigi, serate trascorse insieme e momenti difficili. Nel racconto della legale, Andrea Sempio non appare come un conoscente occasionale, ma come uno dei punti fermi della sua vita.
«Eravamo una seconda famiglia»
Angela Taccia ricorda con precisione il momento in cui entrò in quel gruppo. Era Halloween del 2005, aveva sedici anni ed era fidanzata con Alessandro Biasibetti, suo compagno di liceo. Fu lui a portarla a Garlasco, al pub Punto Zero, e a presentarle gli amici: Andrea Sempio, Marco Poggi, Mattia Capra e Roberto Freddi. Da quel momento iniziarono i sabati sera trascorsi insieme, tra cene, birre e poche fughe in discoteca.
«Ho detto in tv che eravamo degli “sfigatelli” perché non ci sfasciavamo di alcol come gli altri e andavamo in discoteca al massimo una volta al mese», spiega.Taccia proveniva da un ambiente molto diverso. Racconta una famiglia legata all’Università Cattolica, la danza classica, il pianoforte, le vacanze a Stresa e i golf club frequentati da persone che «avevano castelli in Scozia». In quel contesto, persino chi viveva una normalità borghese cercava spesso di mostrarsi diverso da ciò che era.
I ragazzi di Garlasco, invece, la conquistarono proprio perché non avevano bisogno di costruirsi un personaggio. «Erano genuini, diretti, schietti, non avevano bisogno di fingere di essere quello che non erano e non gli importava niente di giudicare gli altri», racconta. Biasibetti era brillante, parlava con lei di musica e letteratura, mentre la sua famiglia le offriva quella stabilità che Taccia cercava dopo la separazione dei genitori. «Sembrava quella del Mulino Bianco, quasi mi adottarono. Ero proprio innamorata e lo era pure lui, mi scriveva poesie».
Andrea Sempio, invece, all’inizio mantenne le distanze. «Mi chiamava “la randagia da divano”, ci ha messo tre anni a diventare mio amico», ricorda. Taccia decise però che prima o poi avrebbe abbattuto quella barriera. «Un giorno gli dissi: “Cascasse il mondo, io diventerò la tua migliore amica e tu ringrazierai Dio per questo”. Non sembrava felice all’idea».
Il rapporto con Chiara Poggi e il giorno dell’omicidio
Angela Taccia conosceva Chiara Poggi, ma il rapporto tra loro restò sempre superficiale. «Ogni tanto veniva fuori ad aprirci. “Ciao, c’è Marco? ”. “Sì, arriva”. Tutto qui». La legale precisa di non essere mai entrata a giocare ai videogiochi con gli altri perché era negata. Non descrive quindi una frequentazione diretta con la vittima, ma una presenza legata soprattutto all’amicizia con il fratello.
Il 13 agosto 2007 Angela Taccia si trovava a Stresa.Alessandro Biasibetti era invece in Trentino con Marco Poggi. Fu lui a telefonarle per comunicarle che qualcosa di terribile era accaduto a Garlasco. «Mi chiamò: “È successa una cosa terribile, forse una tragedia, dobbiamo tornare subito a Garlasco, la sorella di Marco sta malissimo, non capiamo se sia morta o no, forse è caduta dalle scale, forse una rapina, siamo tutti nel panico”».
Quella telefonata segna il punto in cui l’adolescenza del gruppo finisce bruscamente. Dopo l’omicidio di Chiara, gli amici si strinsero ancora di più intorno a Marco. «La tragedia ci unì ancora di più», racconta Taccia. Lei e Biasibetti andavano a prenderlo a casa della nonna, cercavano di proteggerlo e soprattutto evitavano di tempestarlo di domande. Quando Marco riusciva a uscire, nonostante i giornalisti, le convocazioni dei carabinieri e la pressione delle indagini, gli amici sentivano il dovere di distrarlo.
«Lo chiamavamo “il Panda” perché era pacioso e voleva starsene nel suo ambiente», ricorda Taccia, che però respinge l’immagine di un ragazzo fragile o incapace di reagire. «Ha una forte personalità, è un ragazzo che sa quello che vuole, intelligente». Nonostante il trauma, Marco iniziò l’università, si laureò e trovò lavoro.
«Andrea non sopportava la violenza»
Il ritratto che Angela Taccia consegna a Oggi di Andrea Sempio si scontra frontalmente con quello che emerge da mesi nel dibattito intorno al caso. La legale ricorda un ragazzo dall’aspetto duro, con capelli lunghi, magliette di gruppi metal e anfibi, ma descrive comportamenti che considera incompatibili con la brutalità dell’omicidio di Chiara Poggi.
«Usciva dai locali chiedendo “permesso” e “scusi”, cedeva il passo agli anziani», racconta.In un’occasione Sempio si accorse di un grillo in difficoltà e rimase indietro per sistemarlo su una pianta. Notava persino le formiche in fila e chiedeva agli amici di non calpestarle. «Leggeva, ascoltava Tom Waits. Era un po’ burbero ma, mentre borbottava, aiutava gli altri».
Taccia ricorda soprattutto ciò che accadde tra il 2009 e il 2010, quando attraversò un periodo familiare particolarmente difficile e smise per qualche tempo di frequentare il gruppo. Sempio fu l’unico ad accorgersi immediatamente della sua assenza. «Mi scrisse un messaggio, era la prima volta: “Come mai non mi rompi più le scatole? Qualcosa non va? ”. Nessun altro se n’era accorto».
Da quel momento Sempio cercò di aiutarla con consigli concreti. Le suggerì libri, canzoni, liste di cose che avrebbe voluto fare e attività capaci di farle ritrovare equilibrio. Fu lui a consigliarle lo yoga dopo averne letto i benefici. «Lo pratico ancora oggi», racconta.
«So riconoscere chi ha una doppia vita»
Uno dei passaggi più netti dell’intervista riguarda l’ipotesi che Andrea Sempio potesse mostrare agli amici un volto e nasconderne un altro. Angela Taccia respinge questa possibilità e chiama in causa un’esperienza personale molto dolorosa. «Io l’ho vista una persona insospettabile che aveva una doppia vita», spiega riferendosi a un proprio familiare.
Secondo la legale, chi conduce un’esistenza nascosta lascia inevitabilmente tracce: contraddizioni, nervosismi immotivati, sparizioni, spiegazioni offerte senza che nessuno le abbia chieste.«So cogliere i segnali», afferma. Nel comportamento di Sempio non avrebbe mai notato nulla di simile.
«Andrea non poteva avere una doppia vita, né essere un assassino. Non sopportava la violenza, si turbava persino se qualcuno si azzuffava fuori dai locali», insiste. Intorno al 2014 iniziò a praticare Krav Maga, una tecnica di lotta e difesa personale, proprio per superare la paura dello scontro fisico. «Tornava pieno di lividi», racconta Taccia, che interpreta quella scelta come il tentativo di affrontare una fragilità e non come l’espressione di una natura aggressiva.
La legale risponde anche alla domanda sull’assenza di ex fidanzate disposte a parlare pubblicamente. «Non si impegnava con nessuna, non si sentiva abbastanza maturo», spiega, escludendo che dietro il silenzio delle donne possa nascondersi qualcosa di oscuro.
La fine della storia con Biasibetti e la scelta del convento
L’intervista a Oggi ricostruisce anche il rapporto tra Angela Taccia e Alessandro Biasibetti, uno dei protagonisti indiretti della storia del gruppo. La loro relazione terminò intorno al 2013. «Lui cambiò. Non so cosa successe, frequentava la facoltà di legge, ma sembrava che non gli interessasse più. Si allontanò da noi sempre di più, finché un giorno ci lasciammo».
Taccia confessa di non avere mai compreso fino in fondo quella trasformazione. Quando gli amici scoprirono che Biasibetti era diventato frate domenicano, rimasero tutti disorientati. «Ancora non mi capacito che sia potuto cambiare così tanto», afferma.
Con gli altri membri del gruppo, invece, la legale ha mantenuto i rapporti.Dopo avere assunto la difesa di Sempio, però, ha deciso di prendere le distanze per non confondere il ruolo professionale con quello personale. «Ho detto a tutti che avrei preso le distanze perché non voglio confondere i piani». Anche Marco Poggi avrebbe manifestato preoccupazione per lei, temendo che l’esposizione mediatica potesse schiacciarla.
Le critiche per la felpa, i jeans e i post sui social
Angela Taccia affronta anche le polemiche che l’hanno investita dopo le perquisizioni nella casa di Sempio. Alcuni commentatori criticarono il suo abbigliamento, jeans e felpa, mentre altri attaccarono alcune frasi pubblicate sui social, tra cui «Lotta dura senza paura» e «Cpp I love you».
La legale respinge ogni accusa. «Mi chiamarono alle cinque del mattino per le perquisizioni, cosa avrei dovuto indossare? », domanda. La frase «Lotta dura senza paura» proveniva dal suo profilo privato e, secondo Taccia, qualcuno inventò persino un richiamo dell’Ordine degli avvocati. «Falso. Non ho mai ricevuto richiami».
Quanto al riferimento al Codice di procedura penale, la legale lo lega alla propria formazione alla Cattolica e al professor Angelo Giarda, che guidò la difesa di Alberto Stasi nei processi. Taccia ricorda le parole che il docente le rivolse durante un esame: «Si ricordi di andare avanti fregandosene dei commenti degli altri. Prenda il Codice di procedura penale come la Bibbia, lei deve amarlo».
«Neanche morta. Andrea è innocente»
Alla domanda se abbia mai pensato di lasciare la difesa, Angela Taccia risponde senza esitazioni: «Neanche morta».Il marito, racconta, comprende quello che prova e la sostiene. La legale non nasconde il coinvolgimento personale, ma lo trasforma nella ragione stessa per cui intende andare fino in fondo.
«Andrea è innocente», afferma. Per Taccia non esistono margini, distinguo o possibilità alternative. La convinzione nasce dalla conoscenza dell’uomo, dalla frequentazione quotidiana, dai ricordi di un’intera vita e dalla lettura degli atti. È consapevole del peso di una dichiarazione tanto assoluta, ma decide ugualmente di pronunciarla.
L’intervista a Oggi si chiude con un auspicio che contiene insieme rabbia, fiducia e desiderio di riscatto: «Quando questa storia finirà, spero che gli chiederanno tutti scusa». Per Angela Taccia, dunque, il futuro di Andrea Sempio non dipende soltanto dalla conclusione di un’indagine. Riguarda la possibilità di restituire dignità a un uomo che considera innocente e al quale sente di dovere molto più di una difesa tecnica.
La sua scommessa è totale. Se sbaglia, ha già annunciato che abbandonerà la professione. Se ha ragione, pretende che chi oggi associa il nome di Andrea Sempio all’omicidio di Chiara Poggi trovi il coraggio di fare un passo indietro. Nel frattempo, Angela Taccia resta al suo fianco e affida al settimanale Oggi la dichiarazione più forte pronunciata finora: «Se Andrea ha ucciso Chiara, io smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne».
Cronaca Nera
Garlasco, spunta l’audio di Sempio sul «sistema»: «Se mi dai i soldi ti aiuto». E fa il nome di un carabiniere
Un’intercettazione del 2017 di Andrea Sempio sarà trasmessa da Massimo Giletti a Lo Stato delle Cose. L’indagato parla di un presunto meccanismo attraverso il quale persone finite sotto indagine avrebbero potuto ricevere «aiuto» in cambio di denaro e cita l’ex responsabile della polizia giudiziaria Silvio Sapone.
Un nuovo audio di Andrea Sempio riporta il caso Garlasco al centro dell’attenzione. La registrazione risale al 2017, quando la Procura di Pavia indagava per la prima volta sull’amico di Marco Poggi, e contiene una frase destinata a sollevare nuovi interrogativi: «Mi hanno detto che c’era un sistema: se mi dai i soldi ti aiuto».
Massimo Giletti trasmetterà l’intercettazione lunedì 21 settembre durante Lo Stato delle Cose, su Rai 3, ma le anticipazioni hanno già rivelato il passaggio più delicato. Sempio non parla soltanto di un presunto sistema per aiutare chi finiva sotto indagine. Nella stessa conversazione cita anche Silvio Sapone, all’epoca responsabile della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia.
Il contenuto dell’audio assume oggi un significato particolare proprio perché gli investigatori stanno ricostruendo ciò che accadde durante le indagini del 2017 su Sempio.
Garlasco, cosa dice Andrea Sempio nel nuovo audio
Il passaggio anticipato contiene parole molto precise. Andrea Sempio dice: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine e… se mi dai i soldi ti aiuto».
La frase richiede però cautela. Sempio usa infatti le parole «a quanto mi hanno detto» e riferisce quindi una circostanza che sostiene di avere appreso da altre persone. Nel frammento finora diffuso non dice di avere pagato qualcuno e non afferma neppure che la sua famiglia abbia consegnato denaro a Sapone.
L’audio, dunque, non prova da solo l’esistenza di un sistema corruttivo. Mostra però che già nel 2017 Sempio parlava di un presunto meccanismo attraverso il quale qualcuno avrebbe potuto aiutare persone coinvolte in un’indagine in cambio di denaro.
Ed è proprio questo particolare a rendere oggi quella conversazione particolarmente interessante.
Chi è Silvio Sapone e perché Sempio lo cita
Il nome di Silvio Sapone non compare per la prima volta nelle nuove verifiche sul caso Garlasco. Nel 2017 Sapone guidava la sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia e gli investigatori hanno riesaminato i suoi contatti con Andrea Sempio nel periodo della prima inchiesta.
Sapone ha sempre negato qualsiasi favore nei confronti di Sempio o della sua famiglia. Agli investigatori ha spiegato che le telefonate servivano a organizzare la convocazione del giovane e ha dichiarato di non ricordare nei dettagli il contenuto di alcuni contatti.
Il nuovo audio aggiunge però un elemento: è Andrea Sempio stesso a pronunciare il nome di Sapone e subito dopo parla di ciò che gli avrebbero raccontato su un presunto sistema di aiuti alle persone indagate.
Questo non permette di attribuire automaticamente quel «se mi dai i soldi ti aiuto» a Sapone. Per capire esattamente a chi si riferisse Sempio bisognerà conoscere il contesto completo della conversazione e confrontarlo con gli altri atti dell’inchiesta.
Il caso Venditti e il nodo dei soldi
Il nuovo audio arriva mentre gli inquirenti continuano a ricostruire ciò che accadde nel 2017 attorno alla prima indagine su Andrea Sempio.
Uno dei filoni più delicati aveva coinvolto l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, accusato nell’ipotesi investigativa di avere ricevuto denaro per favorire l’archiviazione di Sempio. La giustizia ha però archiviato la sua posizione.
Questo passaggio ha escluso, sul piano giudiziario, l’ipotesi accusatoria formulata nei suoi confronti, ma le verifiche sulle vicende che circondarono l’indagine del 2017 hanno acceso l’attenzione anche sui rapporti e sui contatti di alcuni uomini della polizia giudiziaria.
In questo scenario entra adesso la registrazione di Sempio.
Il punto non consiste nel trasformare quella frase in una prova che oggi non rappresenta. Il vero elemento di interesse sta nel fatto che Sempio parlava già allora di soldi, persone indagate e di un presunto «sistema» capace di offrire aiuto.
Le telefonate a Sempio prima dell’interrogatorio
Gli investigatori hanno inoltre riesaminato i contatti avvenuti prima dell’interrogatorio di Andrea Sempio del 10 febbraio 2017.
Gli inquirenti vogliono ricostruire perché alcuni appartenenti alla polizia giudiziaria entrarono in contatto con lui prima della convocazione formale e quale fosse il contenuto di quelle comunicazioni.
Sapone ha spiegato che la Procura stava valutando di sentire Sempio a verbale e che i contatti servivano proprio a organizzare la convocazione. In seguito i magistrati avrebbero deciso di cambiare strategia e di intercettarlo prima di procedere all’interrogatorio.
Ora il nuovo audio offre un altro elemento da confrontare con quella sequenza di telefonate e con gli atti dell’inchiesta del 2017.
Giletti: «Nuovi interrogativi sulle indagini del 2017»
Massimo Giletti ha anticipato sui social parte della registrazione e sostiene che il contenuto apra «nuovi interrogativi sulle indagini condotte dalla Procura di Pavia nel 2017».
Il conduttore ha anche ricordato un elemento fondamentale per leggere correttamente la vicenda: l’indagine non ha dimostrato che Mario Venditti abbia ricevuto denaro dalla famiglia Sempio per ottenere l’archiviazione di Andrea e la giustizia ha archiviato la posizione dell’ex procuratore.
L’attenzione si concentra quindi su ciò che accadde attorno alla prima inchiesta e sui rapporti tra Sempio e alcuni uomini che lavoravano nella polizia giudiziaria.
Durante la puntata di Lo Stato delle Cose si discuterà proprio di questi aspetti e del significato dell’intercettazione.
Andrea Sempio verso la chiusura delle nuove indagini
L’audio arriva inoltre in una fase decisiva della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco.
Andrea Sempio è tornato sotto indagine per l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia in via Pascoli. Per quel delitto la giustizia ha condannato definitivamente Alberto Stasi a 16 anni di carcere.
La difesa di Sempio attende adesso la conclusione delle indagini e l’accesso agli atti raccolti dagli inquirenti. Il suo avvocato Liborio Cataliotti ha spiegato di voler aspettare la notifica dell’avviso di fine indagini e la successiva discovery prima di esprimere valutazioni.
Nel frattempo, la registrazione del 2017 aggiunge un nuovo tassello alla ricostruzione di quegli anni.
L’audio non dimostra che qualcuno abbia pagato per ottenere favori e non prova l’esistenza del «sistema» descritto nella conversazione. Ma consegna agli investigatori e all’opinione pubblica un dato preciso: mentre la Procura di Pavia indagava su di lui nel 2017, Andrea Sempio parlava di un presunto meccanismo nel quale denaro e aiuto alle persone indagate comparivano nella stessa frase: «Se mi dai i soldi ti aiuto».
Mistero
La nuova vita del misteriosissimo Manoscritto di Voynich: il testo è stato decifrato dopo 600 anni!
Finalmente decifrato dopo 600 anni il manoscritto di Voynich: il ‘libro più misterioso del mondo’ conservato nell’università americana di Yale. Si compone di quattro trattati. A tradurlo l’italiana Eleonora Matarrese,
E’ stato decifrato il Manoscritto di Voynich, noto come il “libro più misterioso del mondo“. Conservato all’Università di Yale, il manoscritto ha 600 anni ed è composto da quattro trattati. A decifrarlo la professoressa italiana Eleonora Matarrese, docente dell’Università di Bari. Questo codice illustrato del XV secolo, fu acquistato nel 1912 dal mercante di libri rari Wilfrid Voynich dal Collegio Romano dei Gesuiti di Villa Mondragone, a Frascati.
Cosa nasconde il Manoscritto
All’interno del manoscritto il mercante di libri rinvenne una lettera del rettore dell’Università di Praga indirizzata allo storico tedesco del XVII secolo Athanasius Kircher. Nella lettera il rettore chiedeva la decrittazione del codice. Ma nel corso dei secoli nessuno è riuscito a decifrare, disegni, messaggi e parole. E per questo anni dopo fu donato alla Biblioteca dell’Università di Yale.
Cosa ha scoperto la docente di Bari
La botanica Eleonora Matarrese ha scoperto che il manoscritto è scritto in un dialetto medio-alto tedesco usato in Carnia, Friuli-Venezia Giulia. Il piccolo volume include un erbario, un lunario, un trattato di scienza idraulica e uno agronomico. Nella sua ricerca la docente di Bari si è avvalsa della consultazione degli incunaboli della Biblioteca Universitaria di Pavia e del “Gart der Gesundheit” volume del 1485 opera di Johann Wonnecke von Kaubes. Uno dei primi erbari stampati che con il manoscritto condivide caratteristiche linguistiche.
Un mistero svelato con passione e tanta ricerca
Matarrese è riuscita a decifrare questo codice illustrato dopo 16 anni di ricerche. tentativi che avevano persino coinvolto i crittografi di Hitler. Su una serie di pagine ingiallite campeggiano strane scritture, disegni di foglie, fiori e lune. Il Manoscritto è scritto su una sottile pergamena di capretto e si compone di circa 240 pagine (ne mancherebbero alcune e altre sono ripiegate). Misura 23,5 cm per 16,2 cm e ha uno spessore di 5 centimetri. Al suo interno contiene centinaia di disegni e 37.919 parole con 25 lettere o caratteri distinti.
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