Cronaca
Cercasi medico in Australia: 400mila euro l’anno, una mucca da mungere e sette ore dal primo bar
In Australia cercano un medico disposto a trasferirsi a Julia Creek, villaggio rurale nel cuore del nulla. Lo stipendio è da capogiro – circa 400mila euro l’anno – con affitto pagato e macchina aziendale. Ma la città più vicina dista sette ore d’auto, e la capitale del Queensland addirittura 17. L’ultimo medico, Adam Louws, giura che ne è valsa la pena: «Ho imparato a curare… e a mungere le mucche». La solitudine? È compresa nel pacchetto.
Se pensavate che il lavoro dei sogni non esistesse, preparate le valigie (e la tanica di benzina). In Australia, più precisamente nella sperduta Julia Creek, cercano un medico di famiglia disposto a trasferirsi nella cittadina per un salario da 400mila euro l’anno, con affitto e automobile inclusi. Il rovescio della medaglia? Il primo bar degno di questo nome è a sette ore di macchina, e la capitale del Queensland, Brisbane, dista 17 ore su strada rossa e dritta come una fucilata.
L’annuncio, rimbalzato tra giornali e social, ha scatenato curiosità e meme. Ma l’offerta è reale. La comunità locale ha urgente bisogno di un medico, dopo l’addio di Adam Louws, l’unico dottore presente in zona fino a poco tempo fa. Louws, che nel 2022 aveva lasciato il caos urbano per la pace australiana più estrema, racconta senza rimpianti la sua esperienza: «I soldi sono tanti, ma non è solo quello. Qui ho imparato tantissimo. Anche a mungere le mucche». Non proprio la skill da inserire sul curriculum LinkedIn, ma nel Queensland rurale tutto fa brodo.
Julia Creek è una di quelle cittadine che sembrano uscite da un romanzo di frontiera: deserto, poche anime, un pub, un paio di mucche e tanta, tantissima quiete. Il motivo di uno stipendio così alto è presto detto: trovare qualcuno disposto a vivere da eremita – pur stipendiato – è complicato. A parità di ore lavorate, un medico in città guadagna la metà, ma può almeno ordinare un cappuccino senza guidare una mezza giornata.
Chiunque accetti, dovrà abituarsi a tutto: dai serpenti ai silenzi lunghi ore, dalla mancanza di negozi alla completa assenza di vita notturna. Ma per qualcuno, questo è il paradiso. Per altri, una quarantena ben pagata. Una cosa è certa: non ci saranno turni in Pronto Soccorso affollati, e neanche parcheggi da cercare in doppia fila. Solo un’infinita strada polverosa e qualche paziente da curare. O una vacca da mungere, se serve.
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Cronaca Nera
Garlasco, Stasi in carcere e quei test negativi rimasti nel cassetto: bufera su Garofano. «Noi del Ris non abbiamo sbagliato»
Per anni Luciano Garofano ha difeso senza esitazioni il lavoro del Ris: «Non abbiamo commesso errori». Ora emergono due controanalisi negative effettuate nel 2007 sul campione dei pedali della bicicletta di Alberto Stasi e mai riportate nella relazione. Lui è stato sentito dalla Procura e la domanda che incendia il caso è una sola: chi sapeva?
Per quasi vent’anni Luciano Garofano ha rappresentato nell’immaginario degli italiani l’uomo che faceva parlare le prove. Il generale del Ris, lo scienziato con la divisa, il volto televisivo delle investigazioni scientifiche, quello convinto che «il delitto perfetto non esiste» perché prima o poi una traccia, una cellula, una goccia di sangue o una molecola di Dna raccontano ciò che è accaduto. Oggi, però, proprio una prova scientifica torna a bussare alla porta del reparto che comandava e apre un interrogativo enorme su uno degli elementi entrati nell’indagine che avrebbe portato, molti anni dopo, alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi.
La nuova indagine della Procura di Pavia ha infatti riportato alla luce dai dati grezzi del 2007 l’esistenza di due analisi genetiche di controllo effettuate sul campione prelevato dai pedali della bicicletta di Stasi. Entrambe diedero esito negativo. Il giorno precedente, sullo stesso estratto, il Ris aveva invece ottenuto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi. La contraddizione era dunque già lì, dentro quei risultati, e oggi i consulenti della Procura sostengono che avrebbe meritato ulteriori approfondimenti.
Il problema è che di quelle due controanalisi negative, nella relazione del Ris che entrò nell’indagine, non c’era traccia. Ed è questo il punto che oggi fa esplodere la rabbia: perché? Chi conosceva quei risultati? Per quale motivo non vennero riportati insieme agli altri? E quanto sarebbe cambiata la storia giudiziaria di Alberto Stasi se quella contraddizione fosse stata messa immediatamente sul tavolo?
«Noi del Ris non abbiamo commesso errori»
Sono domande che rendono inevitabilmente pesantissime alcune dichiarazioni pronunciate negli anni proprio da Garofano. Nel 2009, dopo la prima assoluzione di Alberto Stasi, l’allora comandante del Ris difese il lavoro del proprio reparto senza lasciare molto spazio ai dubbi: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori. Tutte le procedure sono state eseguite correttamente».
Una sicurezza che non è venuta meno neppure quando, molti anni dopo, la nuova inchiesta di Pavia ha cominciato a smontare e rimontare le vecchie indagini pezzo per pezzo. Garofano ha continuato a rivendicare il lavoro svolto dai suoi uomini: «Io, come ex comandante del Ris, sono assolutamente convinto del lavoro pregevole fatto dai miei collaboratori. Poi si può sbagliare, questo è umano. Ma non credo che noi abbiamo sbagliato».
Adesso, però, quelle parole devono fare i conti con due risultati che non rappresentano una voce, un sospetto dei social o una delle infinite teorie nate attorno al delitto di Garlasco. Quei test esistevano ed erano negativi. I consulenti della Procura ne hanno confermato l’esistenza e hanno rilevato che il contrasto tra il primo risultato e le due successive analisi avrebbe richiesto un approfondimento.
Questo non significa che quei due test dimostrino automaticamente l’innocenza di Stasi, né permette di sostenere che Garofano li abbia personalmente nascosti. Ma significa che qualcuno dovrà finalmente spiegare perché una contraddizione scientifica di tale importanza non trovò spazio nella relazione che raccontava gli accertamenti sui pedali.
Garofano parlò proprio di quei pedali, ma dei due test negativi non disse nulla
La vicenda diventa ancora più difficile da ignorare rileggendo ciò che lo stesso Garofano scriveva soltanto pochi mesi fa parlando proprio della bicicletta di Alberto Stasi. L’ex comandante ricostruiva minuziosamente il lavoro effettuato dal Ris: i pedali erano stati esaminati con le luci forensi, poi con il luminol e con il Combur test. Le prime verifiche avevano dato esito negativo, mentre successive analisi al microscopio avevano consentito di individuare nove microtracce, otto delle quali avevano reagito positivamente al Combur test.
Garofano ricordava anche il dato diventato uno dei punti più discussi del caso: 2,78 nanogrammi per microlitro di Dna attribuito a Chiara Poggi. Nella sua ricostruzione, tuttavia, non comparivano le due successive analisi genetiche del 20 settembre 2007, effettuate sullo stesso campione e risultate negative.
Sono state le nuove verifiche sui dati grezzi a riportarle alla luce. I consulenti della difesa di Stasi le hanno individuate e hanno sostenuto che quei risultati avrebbero potuto avere un peso enorme già durante le indagini originarie. I consulenti della Procura ne hanno successivamente confermato l’esistenza, pur senza concludere che bastino, da soli, a dimostrare l’innocenza dell’ex bocconiano.
La distinzione è fondamentale dal punto di vista giudiziario, ma non cancella il problema che oggi investe il lavoro del Ris. Se un primo esame indicava un risultato e due controlli successivi ne indicavano uno differente, quella contraddizione esisteva nel 2007, non è nata oggi. E Alberto Stasi, nel frattempo, è stato processato, condannato definitivamente a sedici anni e ha trascorso anni della propria vita in carcere.
Chi sapeva dell’esistenza di quei due test?
È qui che la vicenda smette di essere soltanto una disputa tra genetisti e diventa una questione di responsabilità. Non sappiamo ancora chi fosse a conoscenza delle due analisi negative, chi valutò quei risultati e perché non comparvero nella relazione. Non sappiamo neppure, allo stato degli accertamenti resi pubblici, se Garofano ne fosse personalmente informato.
Ma Garofano comandava il Ris di Parma e per anni ha difeso pubblicamente il lavoro svolto dal reparto sul caso Garlasco. Per questo oggi le domande arrivano inevitabilmente anche a lui, tanto che la Procura di Pavia lo ha sentito insieme ad altri militari che parteciparono agli accertamenti del 2007.
L’ex generale è stato ascoltato come persona informata sui fatti e non risulta indagato. È una distinzione essenziale, perché nessuno può trasformare un interrogatorio testimoniale in una condanna anticipata. Ma sarebbe altrettanto assurdo fingere che non esista un problema enorme da chiarire: due test negativi furono effettuati, e nella relazione non vennero riportati.
La domanda, quindi, non può essere liquidata con una nuova rassicurazione sul buon lavoro del Ris. Bisogna capire chi vide quei risultati, come li interpretò e perché non ritenne necessario darne conto.
Da simbolo della scientifica al caso che mette sotto esame il suo Ris
La biografia di Garofano rende questa storia ancora più clamorosa. Nato a Roma 73 anni fa e figlio di un ufficiale dei carabinieri, inizialmente sognava di fare il medico. Scelse Biologia, si laureò alla Sapienza e si specializzò in Tossicologia forense. Nel 1977, durante il servizio militare, visitò il Centro carabinieri investigazioni scientifiche e raccontò in seguito che fu «amore a prima vista».
Da quel momento costruì una carriera che lo avrebbe trasformato nel volto più riconoscibile dell’investigazione scientifica italiana. Nel 1995 arrivò alla guida del Ris di Parma e attraversò alcuni dei casi di cronaca nera più importanti del Paese, da Cogne a Novi Ligure, da Erba a Donato Bilancia, passando per Unabomber e il mistero della contessa Vacca Agusta.
Garofano diventò così il simbolo di una nuova stagione investigativa nella quale il laboratorio sembrava poter offrire risposte definitive là dove testimonianze e interrogatori fallivano. Le persone possono mentire, le prove scientifiche no, è stata per anni la convinzione che ha accompagnato quella stagione. Ma le prove non parlano da sole: qualcuno deve raccoglierle, analizzarle, interpretarle e soprattutto riportarne correttamente i risultati, compresi quelli che contraddicono le conclusioni precedenti.
Ed è esattamente questo il nodo che oggi torna a Garlasco.
Stasi ha trascorso anni in carcere e adesso «non abbiamo sbagliato» non basta più
Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Quella sentenza esiste, resta valida e nessuno può cancellarla con un titolo di giornale o con la scoperta di due test negativi. Ma proprio perché dietro un fascicolo processuale esiste la vita concreta di una persona, ciò che accadde nel laboratorio del Ris nel settembre 2007 non può essere ridotto a una disputa accademica tra esperti.
Se un’analisi dava un risultato e due successive verifiche sul medesimo campione ne davano uno differente, la contraddizione meritava una spiegazione. Oggi gli stessi consulenti della Procura ritengono che avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti.
E allora la frase «noi del Ris non abbiamo commesso errori», ripetuta e difesa negli anni, non può più chiudere la discussione. Semmai la apre.
Perché se non ci furono errori, bisognerà spiegare che cosa accadde a quei due risultati. Se qualcuno li considerò irrilevanti, dovrà spiegare sulla base di quali valutazioni scientifiche. Se qualcuno li conosceva, bisognerà capire chi. E se Garofano non ne sapeva nulla, resta da chiarire come fosse possibile che il comandante del reparto ignorasse due controanalisi effettuate nell’ambito di uno degli accertamenti destinati a diventare più discussi dell’intero caso.
Garofano diventò poi consulente di Andrea Sempio
C’è infine un cortocircuito che rende la vicenda ancora più singolare. Dopo avere lasciato l’Arma, Garofano è diventato uno dei consulenti scientifici più richiesti d’Italia e ha lavorato per numerose difese. Nel nuovo capitolo del caso Garlasco è stato anche consulente di Andrea Sempio, oggi indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi e che l’ex generale ha sempre dichiarato di ritenere estraneo al delitto.
Nel settembre 2025 Garofano lasciò il team di Sempio spiegando di non condividere alcune scelte della difesa. Quasi vent’anni dopo l’omicidio, dunque, l’uomo che comandava il Ris durante le prime indagini si è ritrovato prima consulente di un nuovo indagato e successivamente convocato dalla Procura per ricostruire ciò che il suo reparto fece nel 2007.
Al centro ci sono ancora una volta la scienza e il Dna. Ma soprattutto ci sono due test negativi dei quali per diciannove anni nessuno aveva sentito parlare.
«Ho sempre lavorato per scoprire la verità»
Ripensando alla propria carriera, Garofano pronunciò una frase che oggi suona inevitabilmente diversa: «Io ho sempre lavorato per scoprire la verità».
Può essere esattamente così. Gli accertamenti potrebbero dimostrare che l’ex comandante non conosceva quei risultati o che non ebbe alcun ruolo nella decisione di non riportarli. Ma se davvero la verità è sempre stata l’obiettivo, allora proprio Garofano dovrebbe avere interesse a chiarire fino in fondo che cosa accadde nel suo Ris.
Perché qui non stiamo parlando di una dimenticanza qualunque. Stiamo parlando di un’indagine per omicidio, di risultati scientifici contraddittori e di un uomo che in seguito ha ricevuto una condanna definitiva e ha trascorso anni dietro le sbarre.
Alberto Stasi non torna innocente perché oggi scopriamo l’esistenza di due test negativi. Ma quei test esistevano già nel 2007 e qualcuno dovrà spiegare perché la storia giudiziaria di Garlasco sia andata avanti senza che quella contraddizione venisse messa nero su bianco.
Dopo diciannove anni, dire semplicemente «noi non abbiamo sbagliato» non basta più.
Cronaca Nera
Garlasco, il punto di svolta su Sempio: l’impronta 33 intrisa di sangue riapre l’inchiesta sulla morte di Chiara
Le nuove consulenze depositate dai pm rafforzano l’impianto accusatorio: i Ris sostengono che l’impronta 33 contenesse sangue, mentre gli accertamenti genetici confermano la compatibilità dell’aplotipo Y trovato sulle unghie di Chiara Poggi con la linea paterna dell’indagato. Sospesa invece la consulenza psichiatrica dopo il rifiuto di Sempio di sottoporsi ai colloqui.
La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco arriva al passaggio che può portare Andrea Sempio davanti a un giudice. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, e nel fascicolo entrano nuove consulenze che rafforzano l’impianto costruito negli ultimi mesi dagli investigatori. Al centro restano soprattutto due elementi: l’impronta 33 attribuita ad Andrea Sempio e il Dna maschile trovato sotto le unghie della vittima.
Per i magistrati pavesi, quelle nuove analisi aggiungono elementi alla ricostruzione accusatoria che riguarda il 38enne, amico di Marco Poggi e unico indagato nella nuova inchiesta. Dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, i suoi difensori avranno i termini previsti dalla legge per depositare memorie, produrre consulenze, chiedere interrogatori o compiere gli altri atti consentiti dalla procedura. Soltanto dopo la Procura potrà formalizzare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
Garlasco, l’impronta 33 torna al centro dell’accusa contro Sempio
Uno degli elementi più importanti riguarda la celebre impronta 33, individuata sulla parete della scala che conduce al seminterrato della casa dei Poggi. Gli accertamenti più recenti attribuiscono quella traccia ad Andrea Sempio sulla base della corrispondenza di quindici minuzie, ma il punto destinato a pesare maggiormente riguarda la natura della sostanza presente nell’impronta.
Secondo i nuovi accertamenti dei Ris di Roma, la traccia sarebbe stata lasciata da un dito intriso di una miscela di sudore e sangue. Gli specialisti hanno utilizzato un metodo diverso da quello seguito nelle precedenti consulenze, arrivando però alle stesse conclusioni già formulate dagli esperti incaricati dalla difesa di Alberto Stasi.
La nuova analisi mette quindi in discussione uno dei risultati raggiunti durante le prime indagini. Secondo la ricostruzione degli esperti, infatti, il composto formato dalla calce della parete e dalla ninidrina utilizzata durante gli accertamenti avrebbe impedito ai test dell’epoca di rilevare correttamente la presenza del sangue. In altre parole, la precedente negatività non dimostrerebbe che nell’impronta non ci fosse sangue.
È un passaggio cruciale perché cambia radicalmente il significato investigativo della traccia. Un’impronta riconducibile a Sempio presente nella casa frequentata dall’amico Marco Poggi avrebbe un peso completamente diverso da un’impronta che, secondo l’ipotesi investigativa attuale, contiene anche sangue e si trova lungo il percorso che conduce al luogo nel quale venne trovato il corpo di Chiara.
Garlasco: il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi e la linea paterna di Sempio
L’altro fronte decisivo dell’inchiesta di Garlasco riguarda il materiale genetico recuperato sotto le unghie della vittima. I genetisti Pierangela Grignani e Carlo Previderè hanno esaminato nuovamente gli elementi disponibili e hanno confermato la compatibilità dell’aplotipo Y individuato su due unghie di Chiara Poggi con il Dna della linea paterna di Andrea Sempio.
La conclusione segue quella già raggiunta durante l’incidente probatorio dalla perita Denise Albani. Il dato genetico, proprio perché riguarda il cromosoma Y, non identifica da solo una singola persona all’interno della stessa linea maschile familiare, ma per la Procura costituisce un elemento da leggere insieme agli altri risultati dell’indagine.
Ed è proprio l’incrocio delle diverse consulenze a rappresentare il cuore del nuovo fascicolo: l’impronta 33 attribuita a Sempio, la presenza di sangue che i nuovi accertamenti indicano su quella traccia e il materiale genetico maschile recuperato sotto le unghie di Chiara. Elementi che i magistrati dovranno ora trasformare in un quadro probatorio capace di reggere prima davanti al giudice dell’udienza preliminare e, qualora arrivasse il rinvio a giudizio, durante un eventuale processo.
Anche l’orario della morte entra nel nuovo quadro di Garlasco
La Procura ha approfondito anche un altro punto che per quasi vent’anni ha rappresentato uno dei nodi centrali del caso: l’orario della morte di Chiara Poggi. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha lavorato sulla collocazione temporale dell’omicidio e sull’eventuale presenza di ferite da difesa.
Secondo le conclusioni confluite nell’inchiesta, la morte sarebbe avvenuta dopo le 9.45 del 13 agosto 2007. La consulenza prende inoltre in considerazione l’ipotesi che Chiara abbia cercato di difendersi durante l’aggressione.
Anche questo elemento acquista particolare importanza nella nuova lettura complessiva del delitto, perché gli investigatori stanno ricostruendo la mattina dell’omicidio minuto per minuto, incrociando gli accertamenti scientifici con spostamenti, telefonate, accessi informatici e dichiarazioni raccolte nel corso delle vecchie e delle nuove indagini.
Garlasco: Sempio non si sottopone alla consulenza psichiatrica
Nel fascicolo manca invece una delle consulenze annunciate nei mesi scorsi dalla Procura.Lo psichiatra Roberto Catanesi avrebbe dovuto valutare l’eventuale presenza, all’epoca dell’omicidio, di condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere di Andrea Sempio, oltre all’esistenza di eventuali disturbi rilevanti ai fini dell’imputabilità e della pericolosità sociale.
Sempio ha però esercitato il proprio diritto di non sottoporsi ai colloqui con il consulente. La Procura ha quindi sospeso l’accertamento diretto. L’eventuale valutazione potrà essere affrontata successivamente attraverso una perizia disposta dal giudice, qualora il procedimento arrivi a quella fase.
La mancata consulenza psichiatrica non interrompe comunque il percorso dell’inchiesta. I magistrati hanno chiuso il fascicolo sulla base degli altri accertamenti raccolti e adesso la partita passa alla fase processuale successiva.
Dopo diciannove anni Garlasco può tornare in un’aula di tribunale con Sempio
La chiusura dell’inchiesta non equivale naturalmente a una condanna e Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. Ma il passaggio compiuto dalla Procura segna uno spartiacque nella storia giudiziaria del delitto di Garlasco: a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, l’indagine aperta su un uomo diverso da quello già condannato entra nella fase che precede una possibile richiesta di processo.
Ora toccherà alla difesa di Sempio, affidata agli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, esaminare integralmente le nuove consulenze e contestare le conclusioni degli esperti della Procura.Soltanto dopo questo confronto i magistrati decideranno se chiedere formalmente il rinvio a giudizio.
Il punto centrale, però, è già emerso con chiarezza dalla chiusura dell’inchiesta: la Procura di Pavia considera le nuove risultanze scientifiche sufficientemente importanti da inserirle nel fascicolo accusatorio contro Andrea Sempio. L’impronta 33, il sangue che secondo i nuovi esami la impregnava, il Dna maschile sotto le unghie di Chiara e la nuova valutazione sull’orario della morte diventano così i quattro pilastri scientifici attorno ai quali si giocherà la prossima battaglia giudiziaria sul delitto che da quasi vent’anni divide l’Italia.
Cronaca Nera
Delitto di Garlasco, spuntano due test negativi nascosti per 19 anni: la verità sulla bici di Stasi
I “raw data” recuperati nei laboratori del Ris di Parma rivelerebbero due controanalisi negative effettuate nel settembre 2007 e mai inserite nel fascicolo. Quel Dna attribuito a Chiara Poggi contribuì al fermo di Alberto Stasi e venne poi valorizzato nel percorso che portò alla condanna. Ora la Procura di Pavia ipotizza un errore o uno scambio di provette e per la difesa si apre un nuovo fronte sulla revisione.
Garlasco, su Stasi potrebbe essere arrivata alla svolta più clamorosa di questi diciannove anni, e questa volta non si tratta di una nuova testimonianza, di un ricordo riemerso a distanza di tempo o dell’ennesima interpretazione di un vecchio reperto.La nuova inchiesta della Procura di Pavia ha riportato alla luce i dati originali prodotti nel settembre 2007 dalle apparecchiature del Ris di Parma e dentro quei file gli investigatori hanno trovato qualcosa che per quasi due decenni non era comparso negli atti: dopo il test che aveva individuato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi 2,78 nanogrammi di Dna attribuito a Chiara Poggi, qualcuno nel laboratorio effettuò due controanalisi. Entrambe diedero risultato negativo. Quegli esiti, però, non arrivarono alla Procura che indagava sull’omicidio, non entrarono nel fascicolo e la difesa di Stasi non poté conoscerli né utilizzarli nei processi che seguirono.
La portata della scoperta diventa ancora più evidente osservando ciò che accadde immediatamente dopo, perché quel Dna non rappresentò un dettaglio marginale dell’indagine. Il risultato positivo entrò nella relazione preliminare dei Ris e contribuì al fermo di Alberto Stasi del 24 settembre 2007 come colpevole per il delitto di Garlasco, mentre le due verifiche negative effettuate quattro giorni prima rimasero fuori dalla documentazione conosciuta dagli inquirenti. Oggi, dopo avere recuperato i cosiddetti “raw data”, la Procura di Pavia ipotizza che quel dato positivo possa essere derivato da un errore nella registrazione oppure da uno scambio di provette. Se gli ulteriori accertamenti confermeranno questa ricostruzione, uno degli elementi che accompagnarono Stasi lungo la vicenda giudiziaria di Garlasco potrebbe assumere, diciannove anni dopo, un significato completamente opposto.
Garlasco, cosa accadde davvero ai pedali della bicicletta di Stasi
Per capire perché questa scoperta possa diventare decisiva bisogna ricostruire senza salti la sequenza degli esami.Il 10 settembre 2007 gli investigatori sottoposero la bicicletta Umberto Dei sequestrata ad Alberto Stasi a Garlasco al luminol e al Combur test, cercando eventuali tracce di sangue, ma entrambi gli accertamenti diedero esito negativo. Il giorno successivo gli uomini del Ris prelevarono materiale dai due pedali, denominarono i campioni “bu_p1” e “bu_p2” e successivamente li riunirono nel campione “bu_p”. Anche il primo tentativo di estrazione e quantificazione non fornì il risultato cercato, perché l’esame risultò inibito e quindi negativo.
Il 19 settembre, dopo la purificazione del campione, il Ris ripeté la quantificazione e ottenne invece un risultato completamente diverso: 2,78 nanogrammi di Dna, una quantità molto elevata rispetto al precedente esame e soprattutto un profilo particolarmente pulito, senza impurità e rumore di fondo significativo, che risultò sovrapponibile a quello di Chiara Poggi. Proprio l’eccezionalità di quel dato deve avere spinto qualcuno all’interno del laboratorio a effettuare ulteriori controlli, perché il giorno successivo, 20 settembre, le apparecchiature registrarono altre due analisi sul campione. Tutte e due diedero risultato negativo, ma la Procura di Vigevano non ricevette quegli esiti e nei successivi processi nessuno li portò all’attenzione dei giudici.
Quattro giorni più tardi, alle 14.10 del 24 settembre, gli investigatori fermarono Alberto Stasi sulla base del quadro indiziario allora raccolto, nel quale il Dna attribuito a Chiara sui pedali aveva assunto un peso rilevante. Il gip di Vigevano Giulia Pravon non convalidò il fermo e il 28 settembre rimise Stasi in libertà senza applicare misure cautelari, ma il tema dei pedali continuò ad accompagnare l’intera storia processuale e i giudici lo valorizzarono successivamente nel complesso degli elementi utilizzati per arrivare alla condanna definitiva a 16 anni.
I dati grezzi del Ris raccontano ciò che mancava nel fascicolo
La nuova inchiesta di Garlasco ha cambiato prospettiva quando la Procura di Pavia, il 6 novembre 2025, ha acquisito dal Ris di Parma i “raw data”, cioè i registri originali prodotti dalle macchine utilizzate per gli accertamenti genetici. Analizzando quei file, gli investigatori hanno potuto ricostruire le operazioni effettuate nel laboratorio e individuare la traccia delle due verifiche negative del 20 settembre 2007, rimaste fino a quel momento fuori dalla documentazione processuale conosciuta.
La difesa di Alberto Stasi ha affidato l’esame del materiale ai genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello, mentre la Procura ha svolto autonomamente i propri approfondimenti. Le verifiche hanno riportato l’attenzione sul risultato da 2,78 nanogrammi e sulle possibili spiegazioni di un dato così diverso dagli altri accertamenti: secondo l’ipotesi investigativa, potrebbe esserci stato un errore nella registrazione oppure uno scambio di provette. A rendere ancora più delicata la questione contribuisce la somiglianza tra il campione positivo attribuito ai pedali e il cosiddetto “reperto 29”, il cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per fare colazione e trovato nella villetta di via Pascoli, perché i valori dei due campioni risulterebbero sovrapponibili persino nei decimali.
La successione degli eventi assume quindi un significato completamente nuovo: gli investigatori partono da accertamenti negativi sulla bicicletta, ottengono improvvisamente un campione molto abbondante e pulito di Dna della vittima, il laboratorio decide di controllare quel risultato e le due verifiche successive risultano negative, ma proprio questi ultimi esiti non arrivano nel fascicolo.È su questa anomalia che oggi lavorano i magistrati di Pavia, chiamati a ricostruire non soltanto l’affidabilità tecnica delle analisi, ma anche il percorso seguito dai risultati all’interno del Ris.
Garofano ascoltato dai pm, ora bisogna ricostruire cosa accadde nel laboratorio
Negli ultimi giorni la Procura ha ascoltato alcuni appartenenti al Ris che parteciparono agli accertamenti scientifici del 2007 e venerdì i magistrati hanno convocato anche Luciano Garofano, allora comandante del Ris di Parma e, molti anni dopo, per un periodo consulente della difesa di Andrea Sempio. Garofano non ha voluto commentare il contenuto dell’audizione e si è limitato a dichiarare: «Non faccio commenti sull’indagine. Aspettiamo il 415 bis».
Proprio la documentazione recuperata rende adesso necessario chiarire chi decise di effettuare le due verifiche del 20 settembre, chi ebbe conoscenza dei risultati negativi e per quale ragione quei dati non entrarono negli atti consegnati alla Procura. Sono interrogativi ai quali dovranno rispondere gli accertamenti e che, allo stato, non autorizzano ad attribuire automaticamente a qualcuno la volontà di nascondere una prova, ma il fatto che le apparecchiature abbiano conservato la traccia di due analisi assenti dal fascicolo apre inevitabilmente uno dei capitoli più delicati dell’intero caso Garlasco.
C’è inoltre un elemento che potrebbe assumere particolare importanza nella prospettiva della difesa di Stasi. Nel corso degli anni i suoi legali avevano chiesto di accedere proprio ai dati grezzi delle analisi e, secondo la ricostruzione emersa oggi, non riuscirono a ottenerli dal Ris neppure dopo un’autorizzazione della Corte d’Appello di Milano. Soltanto l’acquisizione compiuta dalla Procura di Pavia nel novembre 2025 ha permesso di recuperare quei file e di riportare alla luce ciò che le macchine avevano registrato diciannove anni prima.
Da Sempio a Stasi, l’inchiesta di Garlasco apre adesso due fronti
Il paradosso giudiziario è evidente. La nuova inchiesta nasce attorno ad Andrea Sempio, oggi unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ma gli approfondimenti disposti dalla Procura hanno contemporaneamente fatto emergere elementi che potrebbero incidere sul percorso giudiziario di Alberto Stasi, condannato definitivamente per lo stesso delitto. I due piani restano autonomi e l’indagine su Sempio non cancella naturalmente la sentenza contro Stasi, sulla quale può intervenire soltanto un procedimento di revisione, ma la scoperta delle due controanalisi negative offre ai legali Giada Bocellari e Antonio De Rensis un elemento nuovo sul quale costruire la loro iniziativa.
È proprio questo a rendere la chiusura dell’inchiesta una delle svolte più importanti nella storia del delitto di Garlasco. Nel 2007 il risultato positivo del Dna sui pedali contribuì a spingere gli investigatori verso Alberto Stasi; nel 2026 i dati originali di quelle stesse analisi potrebbero invece fornire alla sua difesa un argomento per mettere in discussione uno dei tasselli utilizzati contro di lui. Tra questi due momenti ci sono quasi diciannove anni, cinque processi, una condanna definitiva a 16 anni e un’indagine completamente nuova sull’omicidio di Chiara Poggi.
C’è il dna sui pedali o no?
La questione, a questo punto, non riguarda soltanto la presenza o meno del Dna sui pedali, ma ciò che sarebbe accaduto se la Procura e la difesa avessero conosciuto già nel settembre 2007 l’esistenza delle due verifiche negative.Non sappiamo quale direzione avrebbe preso l’indagine e nessuno può stabilire oggi quale decisione avrebbero assunto i giudici davanti a un quadro probatorio diverso, ma proprio questo interrogativo potrebbe diventare uno dei cardini della futura richiesta di revisione del processo.
Diciannove anni dopo, quindi, Garlasco torna incredibilmente al punto di partenza, ai giorni immediatamente successivi all’omicidio di Chiara Poggi e alle analisi che contribuirono a indirizzare l’indagine verso Alberto Stasi. La differenza è che oggi non si discute soltanto di come interpretare quelle vecchie prove: sono riemersi i dati prodotti all’epoca dalle stesse apparecchiature del Ris e quei dati, secondo la ricostruzione della Procura di Pavia, mostrano due controlli negativi dei quali per quasi due decenni il fascicolo giudiziario non ha dato conto. Se questo elemento entrerà nel procedimento di revisione, toccherà ai giudici stabilirne il peso. Ma una cosa è già cambiata: quella che per anni era sembrata una delle tracce capaci di inchiodare Stasi è diventata oggi uno degli elementi sui quali la sua difesa proverà a riaprire il processo.
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