Cronaca Nera
Così Filippo Turetta progettò la morte di Giulia
Prima di compiere il femminicidio, Filippo Turetta aveva preparato una lista dettagliata di oggetti e azioni necessarie. Un piano meticoloso che getta nuova luce sul terribile evento.
Durante le indagini sul femminicidio di Giulia Cecchettin, gli inquirenti hanno scoperto una lista scritta da Filippo Turetta: «Fare il pieno, controllare sportelli, ferramenta, lacci di scarpe, calzini, sacchetti immondizia, nastro adesivo, legare sopra caviglie e sopra ginocchia, spugna bagnata in bocca, coltello». La lista non si limitava agli strumenti del delitto, ma comprendeva anche azioni da compiere, come fare il pieno di carburante, suggerendo una pianificazione meticolosa e premeditata.
Questo ritrovamento mette in evidenza la natura deliberata e calcolata dell’omicidio, smentendo qualsiasi ipotesi di un atto impulsivo. Gli oggetti elencati, combinati con le azioni programmate, dipingono un quadro di fredda determinazione e di un’attenzione ossessiva ai dettagli, che aggiunge un ulteriore strato di orrore al crimine.
La premeditazione del delitto
La scoperta della lista è una prova schiacciante della premeditazione di Turetta. Gli investigatori ritengono che l’omicidio di Giulia sia stato il culmine di un piano studiato nei minimi particolari, con l’obiettivo di controllare e sopprimere ogni possibilità di fuga o resistenza da parte della vittima.
Un caso che scuote l’opinione pubblica
Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha profondamente scosso l’opinione pubblica, già sensibilizzata dal crescente numero di casi di violenza sulle donne. La scoperta della lista di Turetta aggiunge un elemento di orrore e mette in luce la necessità di interventi più efficaci per prevenire tali tragedie. Il dettaglio con cui l’omicidio è stato pianificato evidenzia quanto sia fondamentale riconoscere e intervenire tempestivamente in situazioni di rischio.
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Cronaca Nera
Garlasco, terremoto a un passo dalla chiusura dell’inchiesta: i pm tornano al 2007 e convocano Garofano e gli uomini del Ris
Massimo riserbo su domande e risposte, ma la mossa della Procura riaccende improvvisamente i riflettori sulle prime indagini scientifiche per l’omicidio di Chiara Poggi. E arriva proprio mentre Andrea Sempio aspetta il nuovo avviso di conclusione delle indagini.
Quando sembrava che la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco fosse ormai arrivata all’ultima curva, la Procura di Pavia ha compiuto una mossa a sorpresa. I magistrati sono tornati direttamente al 2007, alle prime indagini scientifiche nella villetta di via Pascoli e agli uomini che cercarono le tracce dell’assassino di Chiara Poggi.
I pm hanno convocato Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris di Parma, e alcuni ufficiali del reparto che parteciparono agli accertamenti sul delitto. Una decisione che arriva in un momento delicatissimo. Andrea Sempio, unico indagato nella nuova inchiesta, aspetta infatti il nuovo avviso di conclusione delle indagini.
Sul contenuto degli incontri regna il massimo riserbo. Nessuno ha rivelato quali domande abbiano posto i magistrati a Garofano e agli altri militari. Proprio per questo emerge una domanda inevitabile: perché la Procura torna agli uomini del Ris del 2007 proprio adesso, alla vigilia della chiusura dell’inchiesta?
Non abbiamo ancora una risposta e sarebbe prematuro parlare di nuove prove o di una svolta investigativa. La tempistica, però, resta significativa. Prima di chiudere questa fase dell’indagine, i pm hanno voluto parlare con chi lavorò sulle prove scientifiche diciannove anni fa.
Garlasco, i pm tornano al Ris che lavorò nella villetta di Chiara
La convocazione di Luciano Garofano attira inevitabilmente l’attenzione per il ruolo che il generale ricopriva nel 2007. Garofano guidava il Ris di Parma quando il reparto partecipò agli accertamenti successivi al ritrovamento del corpo di Chiara Poggi.
Oggi la Procura torna a quella stagione investigativa e non si limita ad ascoltare l’ex comandante. I magistrati hanno convocato anche alcuni ufficiali che presero parte alle attività dell’epoca.
Nessuno, per ora, conosce il punto preciso sul quale si sono concentrate le domande. I pm potrebbero aver voluto chiarire procedure, vecchi accertamenti o aspetti tecnici delle analisi. Potrebbero anche aver cercato un confronto tra quanto emerse allora e gli elementi raccolti nella nuova indagine. Al momento, però, non esistono informazioni pubbliche che permettano di scegliere una di queste ipotesi.
Resta il dato investigativo. Prima di mettere il punto alla nuova fase dell’inchiesta, la Procura ha ritenuto necessario parlare ancora con gli uomini che entrarono nel caso quando il delitto era appena avvenuto.
Perché Garofano proprio ora? Il mistero delle domande dei magistrati
È soprattutto il momento scelto dai pm a rendere la notizia clamorosa. L’inchiesta su Andrea Sempio non si trova infatti all’inizio. Al contrario, la Procura si prepara a concludere l’attività investigativa.
Ecco perché la domanda pesa: che cosa volevano sapere i magistrati dagli uomini del Ris del 2007?
Per ora la Procura non lo ha reso noto. Non sappiamo se abbia voluto rileggere una singola traccia alla luce delle conoscenze attuali, chiarire alcuni passaggi dei vecchi verbali o approfondire le modalità degli accertamenti scientifici.
Non possiamo quindi attribuire alle convocazioni il significato di una nuova scoperta. Possiamo però osservare la sequenza degli eventi: mentre parte il conto alla rovescia per la chiusura delle indagini su Sempio, i pm tornano alle prime analisi scientifiche del caso Garlasco.
Diciannove anni dopo, quelle indagini tornano così al centro dell’attenzione.
Andrea Sempio aspetta il nuovo avviso di chiusura
Il prossimo passaggio riguarda proprio Andrea Sempio. Il procuratore di Pavia Fabio Napoleone aveva indicato già alla fine di maggio i tempi previsti per concludere l’attività investigativa. Ora Sempio aspetta un nuovo avviso di conclusione delle indagini preliminari, dopo quello del 7 maggio.
La Procura gli contesta l’omicidio volontario di Chiara Poggi e alcune aggravanti. Tra queste figura la crudeltà, che i magistrati collegano al «numero e all’entità delle ferite inferte alla vittima». Gli atti richiamano almeno dodici ferite al cranio e al volto della giovane. Per il movente, invece, l’accusa indica il presunto «rifiuto del suo approccio sessuale».
Questa rappresenta la ricostruzione della Procura e dovrà confrontarsi con le argomentazioni della difesa. Sempio resta indagato e nei suoi confronti vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Con il nuovo avviso di conclusione delle indagini, i difensori potranno conoscere il quadro raccolto dall’accusa. Avranno quindi la possibilità di presentare memorie e documenti, chiedere l’interrogatorio dell’indagato o sollecitare ulteriori accertamenti.
La consulenza psichiatrica e il no di Sempio ai colloqui
Tra gli ultimi tasselli dell’inchiesta compare anche la consulenza che la Procura ha affidato al professor Roberto Catanesi. Lo psichiatra deve realizzare una valutazione personologica di Sempio.
L’incarico mira a verificare se nel 2007 esistessero eventuali condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere. Catanesi dovrà inoltre valutare la presenza di eventuali disturbi rilevanti ai fini dell’imputabilità e formulare una valutazione sull’eventuale pericolosità sociale.
Il professore aveva chiesto di incontrare personalmente Sempio per alcuni colloqui. L’indagato ha scelto di non partecipare agli incontri richiesti dal consulente della Procura.
Anche questo elemento entra nel materiale che i magistrati stanno raccogliendo nelle battute finali dell’inchiesta. Ed è proprio dentro questo scenario che il ritorno agli uomini del Ris del 2007 acquista un peso particolare.
Diciannove anni dopo i pm riaprono i fascicoli delle prime indagini
Il caso Garlasco compie così un nuovo viaggio indietro nel tempo. Mentre la Procura si prepara a chiudere l’inchiesta su Andrea Sempio, i magistrati tornano agli uomini che lavorarono sul caso subito dopo l’omicidio.
Per la morte di Chiara Poggi esiste già una condanna definitiva, quella di Alberto Stasi. La nuova indagine della Procura di Pavia segue però un percorso diverso e ha portato nuovamente Andrea Sempio al centro degli accertamenti.
Proprio per questo occorre separare i due piani. La convocazione di Garofano e degli altri ufficiali non consente di parlare di una nuova prova e neppure di una svolta già maturata. Mostra però che i pm hanno ancora voluto verificare alcuni aspetti delle indagini originarie prima di chiudere il nuovo fascicolo investigativo.
Ed è questo il particolare che sorprende. Tutto sembrava ormai indirizzato verso la conclusione dell’attività della Procura. Invece gli investigatori hanno fatto un ultimo salto nel passato e hanno bussato alla porta di chi, nel 2007, cercò le prime risposte nelle tracce raccolte dopo l’assassinio di Chiara.
Il conto alla rovescia è iniziato, ma resta una domanda
Adesso l’attenzione si concentra sul nuovo avviso di conclusione delle indagini per Sempio e sulle successive decisioni della Procura. Solo allora si potrà capire se gli incontri con gli uomini del Ris abbiano aggiunto qualcosa al quadro investigativo.
Per il momento resta soprattutto la sorpresa della tempistica. A un passo dalla chiusura, i magistrati sono tornati al 2007. Hanno convocato Luciano Garofano e alcuni degli uomini che lavorarono sulle prove scientifiche dopo l’assassinio di Chiara Poggi.
Non sappiamo che cosa abbiano chiesto e nemmeno quali risposte abbiano ottenuto. Sappiamo però che la Procura ha considerato necessario questo passaggio prima di chiudere una delle fasi più delicate della nuova indagine.
Ed è sufficiente per riportare al centro del giallo una domanda che sembrava ormai superata dagli eventi: che cosa stanno cercando oggi i pm nelle prime indagini scientifiche sul delitto di Garlasco?
Cronaca Nera
Garlasco, Milo Infante esplode contro Bruzzone e Stefania Cappa: «Ho affrontato persone più pericolose di loro. Portatemi in tribunale»
È guerra aperta dopo la denuncia annunciata dalla legale di Stefania Cappa e le parole della criminologa. Il conduttore non arretra: «La vivo come un’intimidazione, come a dire: hai parlato troppo». Poi l’affondo durissimo contro l’ex amica: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».
Attorno al delitto di Garlasco ormai infuria una seconda guerra, parallela alla nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Denunce, querele, documenti riservati, audio, accuse reciproche e minacce di azioni legali hanno trascinato giornalisti, avvocati e criminologi dentro uno scontro che diventa ogni giorno più feroce. Adesso Milo Infante alza ulteriormente il livello e risponde senza diplomazia a Stefania Cappa e Roberta Bruzzone.
Il conduttore ha replicato frontalmente alla denuncia per ricettazione presentata da Stefania Cappa dopo la diffusione televisiva di un atto giudiziario e alle parole di Roberta Bruzzone, che ha annunciato di voler valutare iniziative legali contro di lui. Infante non cerca una tregua e pronuncia una frase destinata inevitabilmente a incendiare ancora di più la battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».
Non solo. Il giornalista parla apertamente di «intimidazione», rivendica il proprio lavoro e sfida chi minaccia di trascinarlo davanti a un giudice a passare dalle parole ai fatti. Nel mirino finisce soprattutto Bruzzone, con la quale fino a poco tempo fa vantava un rapporto professionale e personale strettissimo.
Infante contro Stefania Cappa: «La vivo come un’intimidazione»
Il primo fronte riguarda Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi. La vicenda nasce da un atto giudiziario del quale Infante ha mostrato il contenuto durante la trasmissione. Secondo la legale di Cappa, Valeria Francesca Mettica, quel documento non rappresentava un semplice esposto, ma una denuncia-querela relativa a indagini ancora pendenti. Da qui l’iniziativa giudiziaria nei confronti del conduttore per ricettazione.
Infante ha reagito immediatamente e con toni durissimi: «Fa un po’ effetto che un avvocato contesti a un giornalista un reato molto grave e infamante, che non appartiene alla professione giornalistica».
Poi ha spiegato ancora più chiaramente come interpreta l’iniziativa: «Vivo questa denuncia come una intimidazione, come a dire: hai parlato troppo».
Il giornalista contesta soprattutto il tipo di reato che Cappa gli attribuisce e difende la natura giornalistica del proprio lavoro: «La ricettazione non è un reato da contestare ai giornalisti. Ai giornalisti puoi contestare la diffamazione, ma deve essere provata».
Infante esprime naturalmente la propria posizione difensiva. La denuncia apre un fronte giudiziario sul quale toccherà alla magistratura valutare fatti, documenti e contestazioni.
Mediaset gli offre tutela, Infante risponde: «Me ne assumo tutta la responsabilità»
Nella battaglia il conduttore può contare anche sull’appoggio della propria azienda. Infante ha raccontato il colloquio con Mauro Crippa, direttore generale dell’Informazione Mediaset: «Mi ha detto: Milo, non ti preoccupare perché Mediaset c’è, ti tuteleremo con ogni mezzo e in ogni dove».
Infante, però, ha scelto di affrontare personalmente le conseguenze dell’iniziativa giudiziaria e ha risposto: «Sollevo questa azienda da ogni responsabilità. Mi assumo tutta la responsabilità che i giudici dovessero attribuirmi».
Il conduttore, dunque, non arretra e non lascia all’azienda il peso della battaglia. Anzi, trasforma la denuncia in una questione personale e professionale, rivendicando apertamente ciò che ha fatto durante la trasmissione.
Successivamente ha anche scelto chi lo accompagnerà sul terreno giudiziario: sua moglie Sara Venturi, avvocata penalista. «Mi sembra giusto che sia una battaglia di famiglia», ha spiegato Infante, annunciando inoltre di essersi messo a disposizione della Procura di Milano.
Bruzzone contro Infante, l’amicizia finisce malissimo: «Portami in tribunale»
Se il confronto con Stefania Cappa nasce attorno a un atto giudiziario, quello con Roberta Bruzzone contiene un ingrediente ulteriore: la fine clamorosa di un rapporto che per anni aveva unito il conduttore e la criminologa.
Bruzzone frequentava abitualmente i programmi di Infante e tra i due esisteva una forte vicinanza professionale. Negli ultimi mesi, però, le differenti posizioni sulle nuove vicende di Garlasco hanno scavato un solco sempre più profondo, fino a trasformare il dissenso in uno scontro pubblico.
La criminologa ha annunciato di voler valutare iniziative giudiziarie dopo alcune dichiarazioni del conduttore, sostenendo di poter documentare la propria versione dei fatti.
Infante ha risposto alzando ulteriormente il tiro: «Mi hanno minacciato persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».
Poi ha lanciato direttamente la sfida: «Se ogni volta che la narrazione non è quella che richiedete c’è il “vediamoci in tribunale”, però vediamoci in tribunale. Non è che si può andare in giro ogni due o tre a dire “ti porto in tribunale, ci vediamo in tribunale”. Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».
A questo punto della vecchia sintonia rimane ben poco. Il caso Garlasco ha trasformato due persone che per anni hanno condiviso studi televisivi, ricostruzioni e dibattiti in protagonisti di una battaglia che potrebbe davvero proseguire davanti ai giudici.
De Rensis entra nella guerra: «A volte in tribunale sei stato chiamato»
Dentro una vicenda già esplosiva entra anche Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, che ascolta la sfida lanciata da Infante e piazza una battuta dal significato piuttosto chiaro: «A volte uno può entrare in tribunale pensando di esserci andato, invece è stato chiamato».
De Rensis compare direttamente anche nell’altro fronte della vicenda. Nell’atto di Stefania Cappa trovano spazio il legale, Alessandro De Giuseppe e l’ex maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto, in relazione all’ipotesi sostenuta nell’esposto di una presunta «regia mediatica» che avrebbe alimentato l’esposizione della famiglia Cappa e sostenuto la tesi dell’innocenza di Alberto Stasi. De Rensis ha respinto pubblicamente gli addebiti.
Sarà la magistratura a valutare le accuse contenute negli atti e le repliche delle persone coinvolte. Un punto, però, va tenuto fermo: Stefania Cappa non risulta indagata per l’omicidio della cugina Chiara Poggi, nonostante il suo nome abbia occupato uno spazio enorme nel racconto mediatico degli ultimi mesi.
Garlasco, ormai volano denunce e querele tra i protagonisti della tv
Il risultato è un caso nel caso. Sul piano giudiziario resta l’omicidio di Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi ha ricevuto una condanna definitiva, mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia ha aperto un altro fronte investigativo.
Parallelamente, però, giornalisti, criminologi, avvocati e persone coinvolte a vario titolo nella vicenda hanno cominciato a combattersi attraverso denunce, querele, dichiarazioni televisive e annunci di azioni legali. La questione non riguarda più soltanto chi sostiene una determinata ricostruzione del delitto, ma anche chi abbia diffuso determinati documenti, chi abbia pronunciato certe frasi e chi possa dimostrare la propria versione davanti a un giudice.
Ed è qui che la frase di Infante fotografa meglio di ogni altra il livello raggiunto dalla battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».
Subito dopo arriva la frase che chiude definitivamente qualsiasi possibilità di interpretare il confronto come una semplice schermaglia televisiva: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».
Dopo anni di programmi condivisi, interviste e rapporti personali, il nuovo terremoto di Garlasco ha aperto così un’altra frattura. Questa volta non riguarda direttamente le prove raccolte nella villetta di via Pascoli, ma chi racconta il caso, chi contesta quel racconto e chi adesso promette di portare lo scontro dalla televisione direttamente nelle aule di giustizia.
Cronaca Nera
Ricina a Pietracatella, clamorosa frenata sul giallo? Doveva arrivare un nome, invece la Procura ordina 60 giorni di nuovi esami
Computer e dieci pen-drive tornano al centro dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli specialisti cercheranno eventuali ricerche sulla ricina, chat, messaggi, documenti, fotografie e metadati utili a ricostruire persino le posizioni geografiche. E il dettaglio dei sessanta giorni cambia ancora i tempi del caso.
Sembrava che il giallo della ricina di Pietracatella fosse ormai arrivato al passaggio che tutti aspettavano: l’iscrizione di almeno un nome nel registro degli indagati per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dopo il Natale 2025. Dopo mesi di audizioni, accertamenti scientifici, verifiche sui rapporti personali e ricostruzioni delle ultime ore trascorse dalle due donne, la sensazione era che il cerchio investigativo si stesse stringendo. Invece arriva una mossa della Procura di Larino che riapre inevitabilmente le domande sullo stato dell’inchiesta.
Gli inquirenti hanno disposto un nuovo accertamento tecnico irripetibile sui dispositivi informatici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e agli specialisti hanno affidato un incarico molto ampio. Dovranno cercare eventuali ricerche sulla ricina, analizzare chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note e documenti e scandagliare persino i metadati che potrebbero fornire indicazioni sulle geolocalizzazioni. Un lavoro per il quale sono stati concessi sessanta giorni.
È davvero una retromarcia? Il provvedimento, da solo, non permette di dirlo. Dimostra però qualcosa di altrettanto significativo: la Procura vuole ancora risposte prima di considerare completo il quadro investigativo e alcune di queste risposte potrebbero trovarsi nella memoria digitale dei dispositivi sequestrati.
Ricina, si aspettava un indagato ma la Procura torna a scavare nei computer
L’operazione inizierà il 28 settembre nella Questura di Campobasso, dove gli specialisti della Terza Divisione STAI della Direzione centrale anticrimine lavoreranno sul materiale sequestrato il 31 luglio nella casa della famiglia. Si tratta di un computer desktop Lenovo ThinkCentre e di dieci pen-drive, una quantità considerevole di dati che potrebbe contenere prevalentemente materiale legato all’attività professionale di Gianni Di Vita, commercialista, ma all’interno della quale gli investigatori vogliono cercare qualsiasi elemento collegabile alla tragedia.
Il primo passaggio consisterà nella realizzazione delle copie forensi dei supporti, in modo da preservare gli originali, seguito dalla creazione di una copia indicizzata sulla quale effettuare le ricerche. Gli specialisti dovranno ricostruire la storia informatica dei dispositivi dalla prima accensione fino all’ultimo utilizzo e verificare se esistano dati pertinenti all’inchiesta.
La scelta dell’accertamento tecnico irripetibile permette inoltre alle parti interessate di partecipare attraverso avvocati e consulenti, garantendo il contraddittorio durante le operazioni. Ma a rendere particolarmente interessante questo nuovo capitolo non è soltanto la procedura scelta: sono soprattutto le domande formulate dalla Procura.
Qualcuno aveva cercato informazioni sulla ricina prima delle morti?
Uno dei quesiti porta direttamente al cuore del mistero. Gli specialisti dovranno verificare se nei dispositivi esistano tracce di navigazione internet relative alla ricina, prestando particolare attenzione a eventuali ricerche riconducibili a Sara Di Vita o alla madre Antonella Di Ielsi.
La domanda è pesante perché tocca uno dei punti ancora fondamentali dell’inchiesta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e attraverso quale alimento, bevanda o altro veicolo è stata assunta dalle vittime?
Gli investigatori vogliono verificare se le due donne avessero cercato autonomamente informazioni sulla sostanza, ma anche se all’interno dei dispositivi esistano elementi utili a ricostruire un eventuale approvvigionamento. L’accertamento potrebbe contribuire anche alla valutazione delle diverse ipotesi sulla natura dell’avvelenamento, compresa quella accidentale, che gli investigatori devono verificare o escludere sulla base degli elementi raccolti.
La ricerca digitale sarà però molto più vasta. Gli specialisti passeranno al setaccio chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note, diari digitali e documenti, cercando anche eventuali annotazioni sugli alimenti consumati dalle vittime nei giorni precedenti all’intossicazione.
Particolare attenzione verrà dedicata inoltre ai documenti relativi a patologie, disturbi o condizioni fisiche accusati da Antonella e Sara tra il 24 e il 28 dicembre 2025, una finestra temporale cruciale per ricostruire la progressione dell’avvelenamento e capire quando possano essere comparsi i primi sintomi.
Il dettaglio delle geolocalizzazioni: dove si trovavano nelle ore decisive?
Tra i quesiti affidati agli specialisti ce n’è uno che potrebbe rivelarsi particolarmente importante: la ricerca di metadati capaci di fornire informazioni sulla posizione geografica.
Fotografie, documenti e altri file possono conservare informazioni che l’utente normalmente non vede, ma che possono indicare quando un contenuto è stato creato o modificato e, in determinate circostanze, anche dove si trovava il dispositivo. Per gli investigatori significa avere una possibilità ulteriore di ricostruire spostamenti e presenze nei giorni cruciali.
Se gli accertamenti dovessero consolidare l’ipotesi di un avvelenamento volontario, diventerebbe infatti essenziale stabilire chi avesse accesso all’abitazione, chi vi fosse presente e quali fossero gli spostamenti delle persone coinvolte nelle ore ritenute decisive. I metadati potrebbero quindi essere incrociati con gli altri elementi già raccolti e fornire conferme o smentite alle ricostruzioni effettuate fino a oggi.
È anche per questo che il nuovo accertamento appare molto più ampio di una semplice ricerca della parola «ricina» dentro un computer. Gli investigatori vogliono ricostruire comunicazioni, ricerche, documenti, movimenti e rapporti che ruotavano attorno alla famiglia nel periodo immediatamente precedente alla tragedia.
Retromarcia oppure stanno cercando gli ultimi tasselli prima della svolta?
Parlare oggi di una vera retromarcia investigativa sarebbe prematuro. Il nuovo accertamento non cancella quanto raccolto nei mesi precedenti e non dimostra che la Procura abbia abbandonato eventuali ipotesi maturate durante l’indagine. Certifica però che il quadro probatorio necessita ancora di approfondimenti e che gli inquirenti considerano la componente digitale sufficientemente importante da disporre un accertamento tecnico irripetibile.
Rimane inoltre un’altra domanda destinata a pesare qualora gli elementi raccolti dovessero portare a escludere definitivamente un’intossicazione accidentale: chi avrebbe materialmente introdotto o somministrato la ricina e avrebbe agito da solo oppure altre persone avrebbero saputo qualcosa?
È in questa prospettiva che chat, contatti, messaggi, fotografie, ricerche internet e dati di localizzazione potrebbero diventare particolarmente importanti. Non necessariamente perché contengano una prova diretta, ma perché potrebbero consentire agli investigatori di verificare relazioni, presenze e comunicazioni nei momenti cruciali.
Alle operazioni potranno assistere i legali delle parti e i rispettivi consulenti. Tra le persone offese figura anche Alice Di Vita, la figlia sopravvissuta alla tragedia, insieme al padre e ai familiari delle vittime.
Sessanta giorni di esami: il giallo della ricina si allunga ancora
C’è infine un numero che pesa sull’inchiesta: sessanta giorni. È il tempo concesso agli specialisti per completare il lavoro e consegnare le proprie conclusioni. Questo non impedisce naturalmente alla Procura di proseguire parallelamente con altre attività investigative, ma significa che uno degli accertamenti ritenuti importanti potrà protrarsi ancora per settimane.
Ed è proprio questo a modificare la percezione di un’inchiesta che sembrava avvicinarsi rapidamente a una svolta. Dopo mesi di interrogatori, analisi tossicologiche, sopralluoghi, confronti e verifiche sui rapporti personali della famiglia, gli investigatori tornano a scavare nel luogo nel quale una parte della vita di ciascuno di noi rimane conservata anche quando crediamo di averla cancellata: la memoria digitale.
La domanda fondamentale, dunque, resta ancora aperta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e chi sapeva della sua presenza?
Per cercare la risposta gli specialisti proveranno a recuperare praticamente tutto ciò che i dispositivi possono raccontare, dalle ricerche online alle conversazioni, dagli alimenti annotati durante le feste di Natale alle fotografie, fino a quei metadati invisibili all’utente comune che potrebbero permettere di stabilire dove si trovava un dispositivo quando un determinato contenuto è stato creato o modificato.
Se dentro quel computer o in una delle dieci pen-drive esiste ancora un frammento capace di spiegare che cosa accadde tra Natale e la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, adesso gli investigatori proveranno a trovarlo.
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