Cronaca Nera
Narcos non è un film: Fentanyl minaccia mortale negli Usa. Arrestato il figlio del Chapo!
La cattura di due figure chiave del cartello di Sinaloa, Ismael “El Mayo” Zambada e Joaquín Guzman López, rappresenta un importante passo nella lotta contro il traffico di fentanyl negli Stati Uniti.

Il cartello di Sinaloa, noto per la sua violenza e il traffico di droga, è stato decapitato con l’arresto di Ismael “El Mayo” Zambada e di Joaquín Guzman López, uno dei figli del “Chapo”. Zambada, ricercato da decenni, è stato catturato grazie a una ricompensa di 15 milioni di dollari offerta dal governo degli Stati Uniti.
Chi è “El Mayo” Zambada?
Nato negli anni ’40 a Sinaloa, Zambada ha costruito la sua reputazione come stratega discreto del cartello, evitando la violenza spettacolare per concentrarsi sul business del traffico di droga. Nonostante i rischi e la pressione delle autorità, ha sempre evitato il carcere, temendo più la prigione che la morte. La sua abilità nel mantenere un basso profilo e la sua generosità verso la comunità locale gli hanno garantito fedeltà e rispetto.
La sua ascesa e il dominio del cartello di Sinaloa
Negli anni ’70, Zambada iniziò come sicario, per poi emergere negli anni ’90 come uno dei principali leader del cartello Juarez. Grazie alle alleanze con i trafficanti colombiani, divenne un pezzo grosso nel mondo del narcotraffico, riuscendo a evitare guerre territoriali e mantenendo forti legami con altri cartelli. La sua collaborazione con “El Chapo” Guzman lo portò al vertice del cartello di Sinaloa, consolidando il loro controllo sul traffico di droga.
La cattura e le sue implicazioni
La cattura di Zambada avviene in un momento critico, con il cartello di Sinaloa identificato come il principale fornitore di fentanyl agli Stati Uniti. Sebbene il suo arresto sia un successo, gli esperti avvertono che il cartello ha già pronti nuovi leader per prendere il suo posto, minimizzando l’impatto sulla lotta al traffico di droga. I figli di “El Chapo” Guzman, noti per la loro violenza e spettacolarità, guidano una fazione del cartello chiamata “Chapitos”, identificata come il principale esportatore di fentanyl nel mercato statunitense.
L’intervista: “Ho il terrore di finire in carcere”
In un’intervista del 2010, Zambada ha ammesso di vivere nella costante paura di andare in prigione e di pensare al suicidio piuttosto che essere catturato. “Ho il terrore di essere incarcerato”, ha detto. “Mi piacerebbe pensare che sì, mi ucciderei”. L’intervista è stata sorprendente per un boss noto per tenere un basso profilo, ma l’articolo non ha fornito alcun indizio su dove si trovasse.
La partnership con “El Chapo”
La sua collaborazione con “El Chapo” Guzman lo ha portato al vertice del cartello di Sinaloa. La cattura di Zambada segue alcuni importanti arresti di altre figure del cartello, tra cui uno dei figli di “El Chapo” Guzman, Ovidio Guzman López, che si è dichiarato non colpevole delle accuse di traffico di droga a Chicago a settembre.
I rischi e le sfide future
Nonostante l’arresto di Zambada e Guzman López, il flusso di droga negli Stati Uniti difficilmente rallenterà, poiché altri all’interno del cartello di Sinaloa sono già pronti a prendere il loro posto. Il violento cartello di narcotrafficanti messicani di Sinaloa, noto per il suo traffico di fentanyl, continua a rappresentare una minaccia significativa per la sicurezza pubblica.
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Cronaca Nera
Garlasco, Angela Taccia mette in dubbio la condanna di Stasi e le accuse a Sempio: «Qualcosa non torna». Aldrovandi chiede la revisione
Angela Taccia sorprende mettendo in discussione anche la sentenza definitiva contro Alberto Stasi: «Mi aspettavo indizi più forti». Elisabetta Aldrovandi rilancia la battaglia per la revisione e punta al riconoscimento della piena innocenza del suo assistito.
Il caso Garlasco continua a riservare dichiarazioni destinate a riaccendere il confronto sull’omicidio di Chiara Poggi, ma questa volta a sorprendere è soprattutto la posizione di Angela Taccia, avvocata di Andrea Sempio, che ha espresso perplessità non soltanto sulle nuove indagini della Procura di Pavia, ma anche sulla sentenza che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Una presa di posizione significativa, perché arriva proprio dalla legale dell’uomo attualmente indagato per il delitto e riguarda due percorsi giudiziari che, pur essendo collegati alla stessa vicenda, devono essere valutati separatamente.
«C’è qualcosa che non torna nella sentenza di condanna ad Alberto Stasi, ma anche nel procedimento a carico di Andrea Sempio», ha dichiarato Taccia durante un confronto pubblico al quale hanno partecipato anche Elisabetta Aldrovandi, legale di Stasi, e la criminologa Margherita Carlini. L’avvocata ha spiegato di aver esaminato gli atti dell’inchiesta e di considerare poco convincenti alcuni degli elementi sui quali si concentra l’attuale ricostruzione investigativa.
Angela Taccia contesta gli indizi contro Andrea Sempio: «Mi aspettavo qualcosa di più forte»
La difesa di Andrea Sempio non nasconde le proprie perplessità sul materiale raccolto dagli investigatori. «Mi aspettavo indizi più forti. Ci sono stati tanti errori in questo procedimento», ha affermato Angela Taccia, soffermandosi in particolare su alcuni elementi che hanno attirato l’attenzione degli inquirenti e che, secondo la legale, sarebbero stati interpretati in maniera discutibile.
Tra questi figurano gli scritti attribuiti a Sempio, sui quali la difesa propone una spiegazione diversa rispetto alle ipotesi investigative. Secondo Taccia, infatti, non si tratterebbe di riflessioni personali riconducibili al delitto, ma di appunti preparati per uno spettacolo teatrale con Gianluigi Nuzzi. Una distinzione che l’avvocata considera importante per evitare di attribuire a quei testi un significato che, a suo giudizio, non avrebbero.
La legale ha contestato anche il peso attribuito agli elementi genetici individuati sui reperti ungueali di Chiara Poggi, richiamando la consulenza della genetista Denise Albani e sostenendo che, sulla base della lettura proposta dalla difesa, «non c’è nulla di accertabile». Su questi aspetti rimangono valutazioni differenti, che dovranno essere esaminate nelle sedi giudiziarie competenti.
«Se giocano duro loro, giochiamo duro pure noi»: la sfida alla Procura di Pavia
Angela Taccia ha confermato che la difesa di Sempio sta preparando le controdeduzioni alle conclusioni degli inquirenti, con l’obiettivo di contestare gli elementi che ritiene insufficienti o interpretati in maniera errata. Il lavoro coinvolge il collegio legale e i consulenti, chiamati a valutare quali questioni approfondire nelle prossime fasi del procedimento.
Particolarmente netta è stata la spiegazione della mancata adesione alla consulenza psichiatrica proposta dalla Procura. Secondo Taccia, gli investigatori avrebbero già maturato una convinzione precisa sulla responsabilità del suo assistito, rendendo poco utile, dal punto di vista della strategia difensiva, partecipare a quell’accertamento.
«La Procura di Pavia è convinta che a uccidere Chiara Poggi sia stato Andrea Sempio e per questo motivo era inutile sottoporci alla loro consulenza psichiatrica», ha dichiarato l’avvocata, aggiungendo una frase che rende evidente il clima di contrapposizione: «Perché collaborare per forza? A questo punto se giocano duro loro giochiamo duro pure noi».
Si tratta della posizione espressa dalla difesa, mentre Andrea Sempio resta indagato e nei suoi confronti vale pienamente la presunzione di innocenza.
Elisabetta Aldrovandi: «Alberto Stasi è vittima di un errore giudiziario»
Nel confronto è intervenuta anche Elisabetta Aldrovandi, avvocata di Alberto Stasi, che ha ribadito la convinzione che la condanna definitiva del suo assistito debba essere riesaminata. Per la legale, gli approfondimenti investigativi potrebbero contribuire a ricostruire diversamente quanto accaduto nella villetta di Garlasco, aprendo la strada a una richiesta di revisione della sentenza.
«Lui è vittima di un errore giudiziario, spero che sia la volta buona», ha dichiarato Aldrovandi, spiegando quale sia l’obiettivo della strategia difensiva: «Con istanza di revisione spero che si arriverà a far coincidere la verità storica con la verità processuale».
La legale ha precisato che la difesa non intende limitarsi a sollevare dubbi sulla ricostruzione che ha portato alla condanna a 16 anni di carcere. L’obiettivo è ottenere un riconoscimento pieno dell’innocenza di Stasi, attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento giudiziario.
«La mia collega, l’avvocata Giada Bocellari, non si accontenta a infondere in aula il ragionevole dubbio», ha spiegato Aldrovandi, sottolineando la volontà di arrivare a una conclusione che vada oltre la semplice contestazione delle prove utilizzate nel precedente processo.
Garlasco, due difese contestano le ricostruzioni giudiziarie ma le posizioni restano distinte
Uno degli aspetti più interessanti emersi dal confronto riguarda la posizione delle due difese, che contestano elementi diversi delle rispettive vicende giudiziarie. Taccia mette in discussione la consistenza degli indizi raccolti contro Sempio e manifesta perplessità anche sulla condanna di Stasi, mentre Aldrovandi continua a sostenere la necessità di una revisione della sentenza definitiva.
L’avvocata di Stasi ha però voluto chiarire che le indagini su Andrea Sempio non dipendono dalle iniziative del collegio difensivo del suo assistito. «Sia chiaro che le indagini su Andrea Sempio non le stiamo facendo noi, ma la Procura di Pavia», ha precisato, distinguendo il lavoro degli investigatori dalle attività legali finalizzate a ottenere la revisione.
Il quadro giudiziario rimane quindi complesso, con una condanna definitiva nei confronti di Alberto Stasi e una nuova indagine nella quale Andrea Sempio non è stato riconosciuto responsabile di alcun reato. Le dichiarazioni delle avvocate esprimono valutazioni difensive e non modificano, di per sé, le conclusioni raggiunte nei procedimenti giudiziari.
Per Elisabetta Aldrovandi, tuttavia, la speranza è che gli sviluppi della vicenda possano finalmente aprire una strada concreta verso la revisione: «Speriamo quindi che questa sia la volta buona, speriamo nella giustizia per Alberto Stasi».
Cronaca Nera
Ricina, svolta nel giallo di Pietracatella: sequestrati 71 computer, spuntano inquietanti ricerche online e gli investigatori pensano all’Fb
Oltre 200 persone ascoltate dagli investigatori, un abitante su sei del paese. Nel mirino i computer dell’Istituto agrario di Riccia e alcuni messaggi comparsi su Reddit prima e dopo la morte di Antonella e Sara.
Un paese di appena 1.185 abitanti, oltre 200 persone interrogate e adesso 71 computer da passare al setaccio. L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, 15, avvelenate con la ricina dopo Natale a Pietracatella, in provincia di Campobasso, si concentra sulle tracce digitali. Gli investigatori cercano di scoprire chi abbia effettuato alcune ricerche online sul veleno e se quelle consultazioni possano avere un collegamento con la tragedia. Sullo sfondo emerge anche la possibilità di chiedere la collaborazione dell’Fbi americana.
La Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, ha disposto un’ispezione informatica che coinvolgerà l’Istituto agrario di Riccia. Gli accertamenti riguarderanno 71 dispositivi, tra computer fissi e portatili, presenti nelle aule, negli uffici e nelle aree vicine alle serre. Gli investigatori avevano già controllato queste ultime nei mesi scorsi, cercando eventuali piante di ricino senza trovarne.
Un abitante su sei ascoltato: oltre 200 testimonianze
L’inchiesta ha coinvolto una parte considerevole della popolazione di Pietracatella. Da metà marzo, quando gli esami hanno individuato la ricina nel sangue delle due vittime, gli investigatori hanno ascoltato oltre 200 persone informate sui fatti. Tra loro figurano familiari, conoscenti e persone vicine a Gianni Di Vita, ex sindaco del paese, marito di Antonella e padre di Sara.
Il parroco, don Stefano, ha affrontato tre audizioni, mentre Laura, cugina di Gianni, ha firmato cinque verbali. Gli inquirenti hanno inoltre ascoltato una docente amica dell’ex sindaco, che ad agosto ha partecipato a un confronto con lui. Anche il marito della donna, tecnico di laboratorio presso l’Istituto agrario di Riccia, ha fornito la propria testimonianza.
I 71 computer e le ricerche sospette sulla ricina
Il nuovo accertamento informatico potrebbe rappresentare un passaggio importante dell’indagine. Gli specialisti della Squadra mobile, diretta da Marco Graziano, e del Servizio centrale operativo esamineranno i dispositivi dell’istituto per individuare eventuali tracce di navigazione collegate al veleno.
La Procura ha disposto l’acquisizione dei dati attraverso copie forensi, che permetteranno agli investigatori di analizzare il contenuto dei computer preservando gli elementi utili all’inchiesta. Il decreto parla esplicitamente di «navigazioni/interrogazioni su piattaforme web degne di interesse investigativo», riferendosi a ricerche contenenti termini come «veleno, ricina e similari».
Resta da stabilire chi abbia effettuato quelle consultazioni e soprattutto quando. La presenza di ricerche sul veleno, da sola, non dimostrerebbe alcuna responsabilità, ma potrebbe fornire indicazioni preziose per ricostruire gli eventi.
I messaggi su Reddit e l’ipotesi di coinvolgere l’Fbi
Un altro elemento che gli investigatori potrebbero approfondire riguarda alcune conversazioni apparse su Reddit. Già nel luglio 2025 un utente aveva chiesto suggerimenti per un racconto di fantasia nel quale un personaggio doveva morire avvelenato senza che gli investigatori riuscissero a identificare la sostanza responsabile. Tra le risposte compariva proprio un riferimento alla ricina.
Le coincidenze diventano ancora più inquietanti considerando alcuni messaggi successivi alla morte di Antonella e Sara. Il 5 gennaio un utente chiedeva quanto tempo le tossine rimanessero nell’organismo e se l’autopsia fosse sempre obbligatoria. Il 15 gennaio compariva invece una domanda sulla possibilità di programmare la cancellazione automatica di un account Reddit o della cronologia Google.
Non esistono, allo stato delle informazioni disponibili, elementi che permettano di attribuire quelle ricerche all’autore dell’avvelenamento. Proprio per chiarire l’origine delle conversazioni, la Procura potrebbe valutare una collaborazione con l’Fbi, anche considerando che Reddit ha sede negli Stati Uniti.
L’autopsia e il dubbio sul doppio avvelenamento
Un ulteriore interrogativo arriva dagli accertamenti medico-legali. Secondo quanto emerge dalla documentazione autoptica, la ricina può provocare i primi effetti già due ore dopo l’ingestione. Un dato che potrebbe assumere particolare importanza nella ricostruzione degli ultimi momenti di vita delle due vittime.
Vittorino Facciolla, avvocato di Gianni Di Vita, che figura tra le parti lese insieme alla figlia Alice, ritiene che questa circostanza possa orientare verso «l’ipotesi di un doppio avvelenamento». Si tratta di una valutazione difensiva che richiede ulteriori riscontri, mentre gli investigatori continuano a cercare elementi capaci di spiegare come Antonella e Sara siano entrate in contatto con il veleno.
Il mistero di Pietracatella resta dunque aperto. Dopo mesi di testimonianze e accertamenti scientifici, l’attenzione si sposta sui computer e sulle tracce lasciate in rete. L’obiettivo è capire se dietro quelle ricerche si nasconda un collegamento concreto con la morte della madre e della figlia.
Cronaca Nera
Garlasco, Giuseppe Sempio choc: «I soldi? Li ho dati agli avvocati, ma oggi chiederei la fattura». E nega di conoscere i carabinieri
Il padre di Andrea Sempio respinge i sospetti sui prelievi di contanti e nega di conoscere i militari coinvolti negli accertamenti. Poi ammette un rimpianto sui pagamenti ai legali del 2017.
«Se tornassi indietro, l’unica cosa che farei è farmi fare la fattura». Giuseppe Sempio torna a parlare del delitto di Garlasco e delle indagini sui presunti pagamenti illeciti che avrebbero favorito l’archiviazione del figlio Andrea nel 2017. Lo fa con una dichiarazione destinata ad alimentare il dibattito, perché ammette di non aver richiesto le fatture per i compensi versati agli avvocati dell’epoca. Il padre dell’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, però, respinge ogni sospetto di corruzione e sostiene che quei soldi servirono esclusivamente a pagare i professionisti incaricati della difesa.
Le dichiarazioni arrivano da un’intervista esclusiva a Quarto Grado, il programma di Retequattro condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero, in onda venerdì 9 ottobre. Al centro del confronto ci sono i prelievi di contanti finiti sotto la lente degli investigatori e il sospetto che parte di quel denaro possa aver raggiunto soggetti coinvolti nell’attività giudiziaria.
«I soldi sono andati agli avvocati»: la versione di Giuseppe Sempio
Giuseppe Sempio non cambia versione sulla destinazione del denaro. Secondo il suo racconto, i contanti prelevati nel periodo delle indagini del 2017 servirono a saldare le parcelle del gruppo di legali che seguiva il figlio. Alla domanda sull’eventualità che quelle somme siano poi arrivate alla polizia giudiziaria, risponde semplicemente: «Non credo».
Una risposta che non equivale a una ricostruzione documentale dei successivi movimenti del denaro, ma che ribadisce la posizione del padre di Andrea. Giuseppe Sempio sostiene di aver pagato gli avvocati per il lavoro svolto e di non aver partecipato ad alcun accordo illecito finalizzato a ottenere l’archiviazione.
«Quello che hanno fatto gli avvocati in quel periodo, secondo me, non l’hanno fatto male. Hanno fatto bene, sono stati pagati per il loro lavoro», dichiara, difendendo l’operato dei professionisti che assistevano la famiglia.
«Spoto e Sapone? Non so chi siano»: la smentita sui carabinieri
Un altro passaggio delicato riguarda Giuseppe Spoto e Silvio Sapone, i due carabinieri i cui nomi compaiono negli approfondimenti investigativi sulla presunta corruzione. Giuseppe Sempio afferma di non conoscerli e di non comprendere perché la propria posizione continui a essere oggetto di attenzione.
«Non ho capito come mai è stata girata questa cosa e non lo capisco neanche adesso, perché io quella gente lì non la conosco neanche, non so chi sono», dichiara nell’intervista.
Il padre di Andrea aveva sperato che l’archiviazione della posizione dell’ex procuratore Mario Venditti, inizialmente coinvolto nell’inchiesta sulla presunta corruzione, potesse determinare anche la fine degli accertamenti che lo riguardano. Al momento, però, la vicenda giudiziaria non risulta conclusa per tutti i soggetti interessati.
Il rimpianto delle fatture e i dubbi sui prelievi del 2017
Il passaggio più sorprendente dell’intervista riguarda proprio le modalità con cui Giuseppe Sempio sostiene di aver pagato i legali. Ripensando a quanto accaduto nove anni fa, individua un solo comportamento che cambierebbe: chiedere la documentazione fiscale dei versamenti.
«Se tornassi indietro, l’unica cosa che farei è farmi fare la fattura», ripete, precisando di non avere altri rimpianti rispetto ai pagamenti effettuati.
L’assenza delle fatture, per come emerge dalle sue dichiarazioni, rappresenta un elemento che potrebbe complicare la ricostruzione documentale della destinazione dei contanti. Non costituisce però, da sola, una prova dell’ipotesi corruttiva. Per gli investigatori resta centrale stabilire se esistano riscontri capaci di collegare quei prelievi a eventuali passaggi di denaro diversi dai compensi professionali.
Garlasco, Andrea Sempio resta al centro della nuova indagine
Le parole del padre arrivano in una fase particolarmente delicata del caso Garlasco. Andrea Sempio è l’unico indagato nella riapertura dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, mentre gli accertamenti sulla presunta corruzione costituiscono un filone distinto della vicenda.
La nuova intervista offre la versione di Giuseppe Sempio su alcuni dei punti più controversi, ma non risolve gli interrogativi investigativi. La sua posizione resta quella di chi nega qualsiasi pagamento illecito e rivendica la legittimità delle somme versate ai difensori.
Nella stessa serata televisiva è prevista anche un’intervista a Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio. Le dichiarazioni dei genitori riportano così l’attenzione su una delle questioni più discusse del caso: la reale destinazione del denaro prelevato nel 2017 e l’eventuale esistenza di elementi capaci di dimostrare un collegamento con l’archiviazione dell’epoca.
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