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Cronaca Nera

Narcos non è un film: Fentanyl minaccia mortale negli Usa. Arrestato il figlio del Chapo!

La cattura di due figure chiave del cartello di Sinaloa, Ismael “El Mayo” Zambada e Joaquín Guzman López, rappresenta un importante passo nella lotta contro il traffico di fentanyl negli Stati Uniti.

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    Il cartello di Sinaloa, noto per la sua violenza e il traffico di droga, è stato decapitato con l’arresto di Ismael “El Mayo” Zambada e di Joaquín Guzman López, uno dei figli del “Chapo”. Zambada, ricercato da decenni, è stato catturato grazie a una ricompensa di 15 milioni di dollari offerta dal governo degli Stati Uniti.

    Chi è “El Mayo” Zambada?

    Nato negli anni ’40 a Sinaloa, Zambada ha costruito la sua reputazione come stratega discreto del cartello, evitando la violenza spettacolare per concentrarsi sul business del traffico di droga. Nonostante i rischi e la pressione delle autorità, ha sempre evitato il carcere, temendo più la prigione che la morte. La sua abilità nel mantenere un basso profilo e la sua generosità verso la comunità locale gli hanno garantito fedeltà e rispetto.

    La sua ascesa e il dominio del cartello di Sinaloa

    Negli anni ’70, Zambada iniziò come sicario, per poi emergere negli anni ’90 come uno dei principali leader del cartello Juarez. Grazie alle alleanze con i trafficanti colombiani, divenne un pezzo grosso nel mondo del narcotraffico, riuscendo a evitare guerre territoriali e mantenendo forti legami con altri cartelli. La sua collaborazione con “El Chapo” Guzman lo portò al vertice del cartello di Sinaloa, consolidando il loro controllo sul traffico di droga.

    La cattura e le sue implicazioni

    La cattura di Zambada avviene in un momento critico, con il cartello di Sinaloa identificato come il principale fornitore di fentanyl agli Stati Uniti. Sebbene il suo arresto sia un successo, gli esperti avvertono che il cartello ha già pronti nuovi leader per prendere il suo posto, minimizzando l’impatto sulla lotta al traffico di droga. I figli di “El Chapo” Guzman, noti per la loro violenza e spettacolarità, guidano una fazione del cartello chiamata “Chapitos”, identificata come il principale esportatore di fentanyl nel mercato statunitense.

    L’intervista: “Ho il terrore di finire in carcere”

    In un’intervista del 2010, Zambada ha ammesso di vivere nella costante paura di andare in prigione e di pensare al suicidio piuttosto che essere catturato. “Ho il terrore di essere incarcerato”, ha detto. “Mi piacerebbe pensare che sì, mi ucciderei”. L’intervista è stata sorprendente per un boss noto per tenere un basso profilo, ma l’articolo non ha fornito alcun indizio su dove si trovasse.

    La partnership con “El Chapo”

    La sua collaborazione con “El Chapo” Guzman lo ha portato al vertice del cartello di Sinaloa. La cattura di Zambada segue alcuni importanti arresti di altre figure del cartello, tra cui uno dei figli di “El Chapo” Guzman, Ovidio Guzman López, che si è dichiarato non colpevole delle accuse di traffico di droga a Chicago a settembre.

    I rischi e le sfide future

    Nonostante l’arresto di Zambada e Guzman López, il flusso di droga negli Stati Uniti difficilmente rallenterà, poiché altri all’interno del cartello di Sinaloa sono già pronti a prendere il loro posto. Il violento cartello di narcotrafficanti messicani di Sinaloa, noto per il suo traffico di fentanyl, continua a rappresentare una minaccia significativa per la sicurezza pubblica.

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      Cronaca Nera

      Pietracatella, la verità può essere nascosta nel computer di Di Vita: cosa cercano gli investigatori tra chat, ricina e segreti familiar

      Dalle ricerche su internet alle chat, dai pasti consumati prima dell’avvelenamento ai rapporti familiari: la Procura vuole ricostruire l’intera memoria digitale dei dispositivi

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      Ricina a Pietracatella

        Nel giallo di Pietracatella potrebbe essere una memoria digitale a custodire qualche frammento decisivo della verità sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, vittime dell’avvelenamento da ricina nel dicembre scorso. Gli specialisti del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato stanno per passare al setaccio un computer e dieci pen drive che gli investigatori hanno sequestrato a Gianni Di Vita il 31 luglio. E questa volta non cercheranno soltanto file o documenti: proveranno a ricostruire rapporti, abitudini, conversazioni, ricerche online e ogni traccia capace di raccontare che cosa accadde nella famiglia prima della cena del 23 dicembre.

        La procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha affidato agli esperti dello Sco l’estrazione dei dati contenuti nei dispositivi. Le operazioni inizieranno alle 10 di lunedì 28 settembre negli uffici della Questura di Campobasso. Si tratta di un accertamento tecnico irripetibile e le parti potranno seguirlo attraverso i rispettivi legali e consulenti.

        Gli investigatori avevano trovato il materiale nello studio di Gianni Di Vita, dove lavorava anche la moglie Antonella. Gli specialisti avranno davanti una quantità potenzialmente enorme di informazioni perché la Procura ha scelto un arco temporale amplissimo: dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo.

        Cosa cercano nel computer e nelle dieci pen drive

        È il contenuto dell’incarico affidato agli specialisti a rendere particolarmente delicato questo nuovo passaggio dell’inchiesta. La Procura vuole individuare eventuali dati relativi a rapporti, relazioni e legami collegabili a navigazioni internet finalizzate a procurarsi ricina da parte delle due vittime, Sara e Antonella.

        Gli investigatori cercano però anche molto altro. Gli specialisti dovranno recuperare elementi capaci di ricostruire i rapporti delle due donne con familiari, parenti e amici, oltre alle loro abitudini quotidiane. Passeranno al setaccio chat, fotografie, registrazioni vocali, note, cronologie di navigazione, indirizzi email, account social e dati relativi alle posizioni memorizzate dai dispositivi.

        Potrebbero assumere importanza persino eventuali annotazioni sugli alimenti consumati nei giorni precedenti all’avvelenamento, così come pagine di diario, lettere, documenti o riferimenti a patologie delle due vittime che gli inquirenti ancora non conoscevano.

        Gli investigatori proveranno così a ricostruire, pezzo dopo pezzo, la vita digitale della famiglia prima che tutto precipitasse.

        La domanda sulla ricina

        Il punto più delicato resta inevitabilmente il veleno. Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono dopo l’esposizione alla ricina, una sostanza estremamente tossica, e la Procura indaga per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del mezzo venefico.

        Gli accertamenti digitali potrebbero chiarire se i dispositivi conservino tracce di ricerche sulla sostanza, sul modo di procurarsela o su altri elementi collegabili all’avvelenamento. Proprio per questo la Procura non ha circoscritto l’esame alle settimane immediatamente precedenti alle morti, ma ha chiesto agli specialisti di scandagliare l’intera vita dei supporti informatici.

        Gli esperti avranno inizialmente sessanta giorni per completare il lavoro, anche se la Procura potrà concedere una proroga qualora la mole dei dati richiedesse più tempo.

        Gli interrogatori e le persone ascoltate

        Parallelamente agli accertamenti tecnici prosegue il lavoro sulle testimonianze. Il 21 settembre gli investigatori hanno ascoltato in Questura il fratello di Antonella e sua moglie, rimasti per alcune ore negli uffici della Squadra Mobile. Nel pomeriggio hanno sentito anche due amici di Sara, un ragazzo e una ragazza accompagnati dalle rispettive madri.

        Gli inquirenti hanno convocato altre persone informate sui fatti e cercano di ricostruire non soltanto le ultime ore delle due vittime, ma anche la rete di relazioni che circondava la famiglia.

        Il 22 settembre gli investigatori hanno inoltre tenuto in Questura un vertice operativo per fare il punto sull’inchiesta e stabilire i successivi passi investigativi.

        I reperti analizzati in Germania

        La partita non si gioca soltanto sul terreno digitale. Restano fondamentali gli accertamenti scientifici sui reperti che gli specialisti hanno raccolto nell’abitazione di Pietracatella durante il lungo sopralluogo.

        Nella casa gli esperti hanno effettuato 131 prelievi. Le analisi condotte in Germania avrebbero fornito indicazioni che hanno rafforzato la pista dell’omicidio. Gli investigatori attendono gli esiti completi degli accertamenti per l’inizio di ottobre, anche se i tecnici potrebbero chiedere più tempo per concludere il lavoro.

        La domanda centrale resta la stessa: come è arrivata la ricina nella casa e attraverso quale veicolo Antonella e Sara l’hanno assunta?

        La cena del 23 dicembre e il particolare di Gianni Di Vita

        Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’intossicazione risalirebbe alla cena del 23 dicembre, quando Gianni Di Vita si trovava a tavola insieme alla moglie e alla figlia. L’uomo ha riferito di avere accusato a sua volta disturbi gastrointestinali, ma i successivi accertamenti non hanno rilevato ricina nel suo organismo.

        Antonella e Sara, invece, morirono.

        Ora computer e pen drive potrebbero raccontare qualcosa che finora è rimasto nascosto: conversazioni, ricerche, spostamenti, rapporti o semplici dettagli quotidiani capaci di acquistare un significato completamente diverso alla luce di ciò che accadde quella sera.

        Per questo il 28 settembre potrebbe segnare un altro passaggio importante nell’inchiesta di Pietracatella. Gli investigatori cominceranno a interrogare non una persona, ma la memoria digitale che quella famiglia ha lasciato dietro di sé prima che la ricina entrasse nella sua storia.

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          Cronaca Nera

          Garlasco, il mistero di Milo Infante: dopo la diretta sparisce un’ora e 40 di “Verità Nascoste”. Che cosa è successo davvero?

          Quasi due ore cancellate dalla versione disponibile su Mediaset Infinity, proprio quelle dedicate al caso più discusso del momento. In studio c’era anche Gennaro Cassese, ex comandante dei carabinieri di Vigevano e oggi indagato. Nessuna spiegazione ufficiale: sui social parte la caccia al perché.

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          Milo Infante

            C’è qualcosa di curioso, e parecchio, accaduto a “Verità Nascoste”, il programma di Milo Infante su Rete 4. Perché la puntata trasmessa in televisione e quella che gli spettatori hanno ritrovato successivamente su Mediaset Infinity non coincidono affatto. E non stiamo parlando di qualche minuto eliminato per esigenze tecniche.

            Manca circa un’ora e quaranta.

            Per giunta non un’ora e quaranta qualsiasi. Dalla versione online è sparito proprio il lungo blocco dedicato al delitto di Garlasco, alle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi e ai tanti interrogativi tornati prepotentemente al centro della cronaca.

            Un taglio enorme, impossibile da non notare. E infatti qualcuno lo ha notato.

            Milo Infante parla di Garlasco, poi online sparisce tutto

            Durante la diretta televisiva Milo Infante aveva dedicato una parte consistente della trasmissione al caso Poggi, confrontandosi con numerosi ospiti. In studio c’erano Piero Colaprico, Umberto Brindani, Sarah Viola, Monica Leofreddi e Gennaro Cassese.

            Poi la puntata è arrivata sulla piattaforma streaming del gruppo e sorpresa: Garlasco non c’era più.

            Chi non aveva seguito la trasmissione in televisione e pensava di recuperarla successivamente si è trovato davanti una puntata molto più corta, poco più di un’ora, senza il lungo approfondimento che gli spettatori della diretta avevano invece regolarmente visto.

            Ed è qui che una semplice stranezza televisiva comincia ad assumere i contorni di un piccolo giallo.

            Tra gli ospiti c’era anche Gennaro Cassese

            A rendere ancora più interessante la faccenda è la presenza tra gli ospiti di Gennaro Cassese, che all’epoca dell’omicidio di Chiara Poggi comandava la compagnia dei carabinieri di Vigevano.

            Cassese è stato iscritto dalla Procura di Pavia nel registro degli indagati per false informazioni ai pubblici ministeri nell’ambito delle nuove indagini.

            Naturalmente questo dato non dimostra alcun collegamento con la successiva sparizione della parte di trasmissione. Sarebbe scorretto sostenere il contrario senza elementi concreti. Ma è altrettanto evidente che la presenza di uno dei personaggi coinvolti nei nuovi sviluppi dell’inchiesta renda ancora più forte la curiosità intorno a ciò che è accaduto dopo la messa in onda.

            Perché quella parte è stata eliminata?

            Qualcuno ha chiesto di cancellare il blocco su Garlasco?

            Ed eccoci alla domanda che sta inevitabilmente facendo discutere gli spettatori.

            Qualcuno si è lamentato dopo la trasmissione? È arrivata una richiesta di intervento? Qualche affermazione pronunciata durante il dibattito ha creato problemi? Oppure dietro alla sparizione non c’è assolutamente nulla di misterioso e si tratta semplicemente di un errore tecnico?

            Al momento non esiste una spiegazione ufficiale che consenta di scegliere una di queste ipotesi.

            E bisogna fermarsi qui con le certezze.

            Non risulta infatti confermata l’esistenza di diffide, reclami o richieste di cancellazione. Ma proprio l’assenza di una spiegazione rende inevitabile chiedersi perché sia scomparsa una porzione tanto consistente della trasmissione e, soprattutto, perché sia sparito integralmente proprio l’approfondimento su Garlasco.

            Sui social parte la caccia all’ora e 40 scomparsa

            Gli spettatori più attenti hanno cominciato a segnalare la differenza tra quanto visto su Rete 4 e quanto successivamente pubblicato online. E da lì sono partite domande, supposizioni e inevitabili teorie.

            D’altra parte il caso Garlasco sembra ormai possedere una caratteristica singolare: ogni volta che sembra esserci una risposta, compare immediatamente una nuova domanda.

            Questa volta, però, la domanda non riguarda impronte, testimonianze, reperti o verbali d’indagine. Riguarda la televisione.

            Ci sono infatti alcuni punti sui quali non sembra esserci molto da discutere: il blocco dedicato a Garlasco è andato in onda, gli spettatori lo hanno visto e nella versione online non compare.

            Sul resto, almeno per ora, rimane il punto interrogativo.

            Il piccolo paradosso di “Verità Nascoste”

            E alla fine c’è persino un dettaglio involontariamente perfetto.

            Il programma si chiama “Verità Nascoste”. Nella puntata Milo Infante dedica quasi due ore al mistero di Garlasco e, quando la trasmissione arriva online, proprio quelle immagini diventano improvvisamente difficili da ritrovare.

            Sembra quasi una trovata pubblicitaria scritta apposta. Solo che, almeno per quanto se ne sa, non lo è.

            Finché non arriverà una spiegazione, quindi, il nuovo piccolo mistero legato a Garlasco non si trova a Pavia e nemmeno nella villetta di via Pascoli. Si trova dentro una trasmissione televisiva: che cosa è successo in quell’ora e quaranta per farla sparire dalla versione online?

            E soprattutto: chi ha deciso che chi non l’aveva vista in diretta non avrebbe potuto rivederla?

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              Cronaca Nera

              Garlasco, Angela Taccia si gioca tutto su Sempio: «Se ha ucciso Chiara smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne»

              Angela Taccia affida a Oggi la difesa più personale di Andrea Sempio: ricostruisce il rapporto nato nel gruppo di Marco Poggi, descrive un ragazzo incapace di sopportare la violenza e respinge ogni sospetto. «Quando tutto finirà, spero che gli chiederanno scusa».

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              Angela Taccia e Andrea Sempio

                Angela Taccia non usa formule prudenti, non cerca ripari e non lascia aperta alcuna via di fuga.Anzi, rilancia e mette sul tavolo la propria carriera, la propria credibilità e quasi una vita intera di ricordi condivisi. «Se Andrea Sempio ha ucciso Chiara, io smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne», afferma. Non è soltanto una dichiarazione di fiducia professionale nell’uomo che oggi difende nell’inchiesta sul delitto di Garlasco. È una presa di posizione assoluta, fondata sulla convinzione di conoscere Sempio meglio di chiunque altro e di poter escludere che dietro il ragazzo frequentato per anni si nascondesse un assassino.

                Taccia parla come avvocato, ma soprattutto come persona che faceva parte dello stesso gruppo di amici che ruotava intorno a Marco Poggi, fratello minore di Chiara. «Quei ragazzi erano una seconda famiglia per me», racconta a Oggi. È proprio da questa vicinanza che nasce una difesa costruita non soltanto sugli atti, ma su quasi vent’anni di rapporti, confidenze, litigi, serate trascorse insieme e momenti difficili. Nel racconto della legale, Andrea Sempio non appare come un conoscente occasionale, ma come uno dei punti fermi della sua vita.

                «Eravamo una seconda famiglia»

                Angela Taccia ricorda con precisione il momento in cui entrò in quel gruppo. Era Halloween del 2005, aveva sedici anni ed era fidanzata con Alessandro Biasibetti, suo compagno di liceo. Fu lui a portarla a Garlasco, al pub Punto Zero, e a presentarle gli amici: Andrea Sempio, Marco Poggi, Mattia Capra e Roberto Freddi. Da quel momento iniziarono i sabati sera trascorsi insieme, tra cene, birre e poche fughe in discoteca.

                «Ho detto in tv che eravamo degli “sfigatelli” perché non ci sfasciavamo di alcol come gli altri e andavamo in discoteca al massimo una volta al mese», spiega.Taccia proveniva da un ambiente molto diverso. Racconta una famiglia legata all’Università Cattolica, la danza classica, il pianoforte, le vacanze a Stresa e i golf club frequentati da persone che «avevano castelli in Scozia». In quel contesto, persino chi viveva una normalità borghese cercava spesso di mostrarsi diverso da ciò che era.

                I ragazzi di Garlasco, invece, la conquistarono proprio perché non avevano bisogno di costruirsi un personaggio. «Erano genuini, diretti, schietti, non avevano bisogno di fingere di essere quello che non erano e non gli importava niente di giudicare gli altri», racconta. Biasibetti era brillante, parlava con lei di musica e letteratura, mentre la sua famiglia le offriva quella stabilità che Taccia cercava dopo la separazione dei genitori. «Sembrava quella del Mulino Bianco, quasi mi adottarono. Ero proprio innamorata e lo era pure lui, mi scriveva poesie».

                Andrea Sempio, invece, all’inizio mantenne le distanze. «Mi chiamava “la randagia da divano”, ci ha messo tre anni a diventare mio amico», ricorda. Taccia decise però che prima o poi avrebbe abbattuto quella barriera. «Un giorno gli dissi: “Cascasse il mondo, io diventerò la tua migliore amica e tu ringrazierai Dio per questo”. Non sembrava felice all’idea».

                Il rapporto con Chiara Poggi e il giorno dell’omicidio

                Angela Taccia conosceva Chiara Poggi, ma il rapporto tra loro restò sempre superficiale. «Ogni tanto veniva fuori ad aprirci. “Ciao, c’è Marco? ”. “Sì, arriva”. Tutto qui». La legale precisa di non essere mai entrata a giocare ai videogiochi con gli altri perché era negata. Non descrive quindi una frequentazione diretta con la vittima, ma una presenza legata soprattutto all’amicizia con il fratello.

                Il 13 agosto 2007 Angela Taccia si trovava a Stresa.Alessandro Biasibetti era invece in Trentino con Marco Poggi. Fu lui a telefonarle per comunicarle che qualcosa di terribile era accaduto a Garlasco. «Mi chiamò: “È successa una cosa terribile, forse una tragedia, dobbiamo tornare subito a Garlasco, la sorella di Marco sta malissimo, non capiamo se sia morta o no, forse è caduta dalle scale, forse una rapina, siamo tutti nel panico”».

                Quella telefonata segna il punto in cui l’adolescenza del gruppo finisce bruscamente. Dopo l’omicidio di Chiara, gli amici si strinsero ancora di più intorno a Marco. «La tragedia ci unì ancora di più», racconta Taccia. Lei e Biasibetti andavano a prenderlo a casa della nonna, cercavano di proteggerlo e soprattutto evitavano di tempestarlo di domande. Quando Marco riusciva a uscire, nonostante i giornalisti, le convocazioni dei carabinieri e la pressione delle indagini, gli amici sentivano il dovere di distrarlo.

                «Lo chiamavamo “il Panda” perché era pacioso e voleva starsene nel suo ambiente», ricorda Taccia, che però respinge l’immagine di un ragazzo fragile o incapace di reagire. «Ha una forte personalità, è un ragazzo che sa quello che vuole, intelligente». Nonostante il trauma, Marco iniziò l’università, si laureò e trovò lavoro.

                «Andrea non sopportava la violenza»

                Il ritratto che Angela Taccia consegna a Oggi di Andrea Sempio si scontra frontalmente con quello che emerge da mesi nel dibattito intorno al caso. La legale ricorda un ragazzo dall’aspetto duro, con capelli lunghi, magliette di gruppi metal e anfibi, ma descrive comportamenti che considera incompatibili con la brutalità dell’omicidio di Chiara Poggi.

                «Usciva dai locali chiedendo “permesso” e “scusi”, cedeva il passo agli anziani», racconta.In un’occasione Sempio si accorse di un grillo in difficoltà e rimase indietro per sistemarlo su una pianta. Notava persino le formiche in fila e chiedeva agli amici di non calpestarle. «Leggeva, ascoltava Tom Waits. Era un po’ burbero ma, mentre borbottava, aiutava gli altri».

                Taccia ricorda soprattutto ciò che accadde tra il 2009 e il 2010, quando attraversò un periodo familiare particolarmente difficile e smise per qualche tempo di frequentare il gruppo. Sempio fu l’unico ad accorgersi immediatamente della sua assenza. «Mi scrisse un messaggio, era la prima volta: “Come mai non mi rompi più le scatole? Qualcosa non va? ”. Nessun altro se n’era accorto».

                Da quel momento Sempio cercò di aiutarla con consigli concreti. Le suggerì libri, canzoni, liste di cose che avrebbe voluto fare e attività capaci di farle ritrovare equilibrio. Fu lui a consigliarle lo yoga dopo averne letto i benefici. «Lo pratico ancora oggi», racconta.

                «So riconoscere chi ha una doppia vita»

                Uno dei passaggi più netti dell’intervista riguarda l’ipotesi che Andrea Sempio potesse mostrare agli amici un volto e nasconderne un altro. Angela Taccia respinge questa possibilità e chiama in causa un’esperienza personale molto dolorosa. «Io l’ho vista una persona insospettabile che aveva una doppia vita», spiega riferendosi a un proprio familiare.

                Secondo la legale, chi conduce un’esistenza nascosta lascia inevitabilmente tracce: contraddizioni, nervosismi immotivati, sparizioni, spiegazioni offerte senza che nessuno le abbia chieste.«So cogliere i segnali», afferma. Nel comportamento di Sempio non avrebbe mai notato nulla di simile.

                «Andrea non poteva avere una doppia vita, né essere un assassino. Non sopportava la violenza, si turbava persino se qualcuno si azzuffava fuori dai locali», insiste. Intorno al 2014 iniziò a praticare Krav Maga, una tecnica di lotta e difesa personale, proprio per superare la paura dello scontro fisico. «Tornava pieno di lividi», racconta Taccia, che interpreta quella scelta come il tentativo di affrontare una fragilità e non come l’espressione di una natura aggressiva.

                La legale risponde anche alla domanda sull’assenza di ex fidanzate disposte a parlare pubblicamente. «Non si impegnava con nessuna, non si sentiva abbastanza maturo», spiega, escludendo che dietro il silenzio delle donne possa nascondersi qualcosa di oscuro.

                La fine della storia con Biasibetti e la scelta del convento

                L’intervista a Oggi ricostruisce anche il rapporto tra Angela Taccia e Alessandro Biasibetti, uno dei protagonisti indiretti della storia del gruppo. La loro relazione terminò intorno al 2013. «Lui cambiò. Non so cosa successe, frequentava la facoltà di legge, ma sembrava che non gli interessasse più. Si allontanò da noi sempre di più, finché un giorno ci lasciammo».

                Taccia confessa di non avere mai compreso fino in fondo quella trasformazione. Quando gli amici scoprirono che Biasibetti era diventato frate domenicano, rimasero tutti disorientati. «Ancora non mi capacito che sia potuto cambiare così tanto», afferma.

                Con gli altri membri del gruppo, invece, la legale ha mantenuto i rapporti.Dopo avere assunto la difesa di Sempio, però, ha deciso di prendere le distanze per non confondere il ruolo professionale con quello personale. «Ho detto a tutti che avrei preso le distanze perché non voglio confondere i piani». Anche Marco Poggi avrebbe manifestato preoccupazione per lei, temendo che l’esposizione mediatica potesse schiacciarla.

                Le critiche per la felpa, i jeans e i post sui social

                Angela Taccia affronta anche le polemiche che l’hanno investita dopo le perquisizioni nella casa di Sempio. Alcuni commentatori criticarono il suo abbigliamento, jeans e felpa, mentre altri attaccarono alcune frasi pubblicate sui social, tra cui «Lotta dura senza paura» e «Cpp I love you».

                La legale respinge ogni accusa. «Mi chiamarono alle cinque del mattino per le perquisizioni, cosa avrei dovuto indossare? », domanda. La frase «Lotta dura senza paura» proveniva dal suo profilo privato e, secondo Taccia, qualcuno inventò persino un richiamo dell’Ordine degli avvocati. «Falso. Non ho mai ricevuto richiami».

                Quanto al riferimento al Codice di procedura penale, la legale lo lega alla propria formazione alla Cattolica e al professor Angelo Giarda, che guidò la difesa di Alberto Stasi nei processi. Taccia ricorda le parole che il docente le rivolse durante un esame: «Si ricordi di andare avanti fregandosene dei commenti degli altri. Prenda il Codice di procedura penale come la Bibbia, lei deve amarlo».

                «Neanche morta. Andrea è innocente»

                Alla domanda se abbia mai pensato di lasciare la difesa, Angela Taccia risponde senza esitazioni: «Neanche morta».Il marito, racconta, comprende quello che prova e la sostiene. La legale non nasconde il coinvolgimento personale, ma lo trasforma nella ragione stessa per cui intende andare fino in fondo.

                «Andrea è innocente», afferma. Per Taccia non esistono margini, distinguo o possibilità alternative. La convinzione nasce dalla conoscenza dell’uomo, dalla frequentazione quotidiana, dai ricordi di un’intera vita e dalla lettura degli atti. È consapevole del peso di una dichiarazione tanto assoluta, ma decide ugualmente di pronunciarla.

                L’intervista a Oggi si chiude con un auspicio che contiene insieme rabbia, fiducia e desiderio di riscatto: «Quando questa storia finirà, spero che gli chiederanno tutti scusa». Per Angela Taccia, dunque, il futuro di Andrea Sempio non dipende soltanto dalla conclusione di un’indagine. Riguarda la possibilità di restituire dignità a un uomo che considera innocente e al quale sente di dovere molto più di una difesa tecnica.

                La sua scommessa è totale. Se sbaglia, ha già annunciato che abbandonerà la professione. Se ha ragione, pretende che chi oggi associa il nome di Andrea Sempio all’omicidio di Chiara Poggi trovi il coraggio di fare un passo indietro. Nel frattempo, Angela Taccia resta al suo fianco e affida al settimanale Oggi la dichiarazione più forte pronunciata finora: «Se Andrea ha ucciso Chiara, io smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne».

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                  Calcio13 ore ago

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                  Salute14 ore ago

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                  Televisione14 ore ago

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                  Gossip15 ore ago

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                  Papa Leone XIV sulla Bmw da 1.800 cc
                  Auto e moto15 ore ago

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                  Gossip16 ore ago

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