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Cronaca Nera

Garlasco, l’ultima terribile verità su Chiara: «Era viva dopo i colpi, forse per un’ora». E spunta la difesa disperata dall’assassino

Chiusa l’inchiesta bis con Andrea Sempio unico indagato: per i consulenti della Procura la sopravvivenza minima sarebbe stata di 15-30 minuti, ma potrebbe essersi protratta fino a 60. Chiara avrebbe inoltre cercato di proteggersi durante l’aggressione. Impronta 33 e scarpa Frau 42 restano al centro dello scontro con la difesa

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Chiara Poggi

    Diciannove anni dopo il delitto di Garlasco, la Procura di Pavia prova a ricostruire anche gli ultimi, terribili minuti della vita di Chiara Poggi. E dalle nuove carte emerge un particolare che cambia profondamente la percezione di ciò che potrebbe essere accaduto la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli: Chiara potrebbe non essere morta immediatamente dopo i colpi. Avrebbe cercato di proteggersi durante l’aggressione e potrebbe essere rimasta in vita per almeno 15-30 minuti, forse addirittura per un’ora.

    È uno degli elementi più drammatici contenuti nella nuova ricostruzione medico-legale acquisita dalla Procura, che ha chiuso l’inchiesta bis mantenendo Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio. I magistrati ritengono che abbia agito da solo e gli contestano l’omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti, che il capo d’imputazione provvisorio riconduce all’«odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale».

    È, naturalmente, la ricostruzione dell’accusa. Sempio non ha ricevuto alcuna condanna né un rinvio a giudizio e la difesa contesta radicalmente il quadro costruito dalla Procura. Ma con la chiusura delle indagini il caso entra in una fase completamente nuova e, per la prima volta, gli inquirenti riuniscono in un unico impianto accusatorio gli accertamenti medico-legali, la scarpa con la suola a pallini, l’impronta 33 e i nuovi esperimenti effettuati sulle tracce.

    Chiara avrebbe cercato di proteggersi dall’assassino

    Uno dei punti centrali arriva dalla consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, chiamata a riesaminare la dinamica dell’aggressione e i tempi della morte. Gli esperti hanno lavorato anche sul contenuto gastrico della vittima per cercare di delimitare con maggiore precisione la cronologia di quella mattina.

    Secondo la nuova valutazione, Chiara non sarebbe morta prima di circa mezz’ora dalla colazione, consumata verosimilmente dopo le 9.12, quando qualcuno disattivò l’allarme dell’abitazione per permettere ai gatti Piuma e Minù di uscire in giardino.

    Ma il punto più impressionante riguarda quello che sarebbe successo durante l’aggressione. Chiara avrebbe tentato di difendersi, compiendo almeno gesti di difesa passiva e cercando di frapporre le braccia tra sé e chi la stava colpendo. Gli esperti non escludono neppure una componente di difesa attiva.

    Un particolare importante non soltanto per ricostruire la violenza dell’aggressione, ma potenzialmente anche per interpretare le tracce biologiche recuperate sotto le unghie della vittima, tornate al centro della nuova indagine.

    Gli accertamenti delineano quindi la scena di una giovane donna che avrebbe visto e affrontato il proprio aggressore, tentando almeno per alcuni momenti di proteggersi dai colpi.

    L’agonia potrebbe essere durata fino a sessanta minuti

    È però il tempo trascorso tra le lesioni e la morte a restituire l’aspetto più sconvolgente della nuova consulenza.

    Secondo gli esperti, l’aggressore avrebbe provocato le ferite mentre Chiara era ancora viva. La consulenza colloca la sopravvivenza minima dopo l’aggressione in un intervallo compreso tra 15 e 30 minuti, ma non esclude «una sopravvivenza complessiva più prolungata fino ai 60 minuti».

    In altre parole, secondo questa nuova ipotesi medico-legale, Chiara Poggi potrebbe essere rimasta viva per quasi un’ora dopo l’aggressione.

    Un elemento destinato inevitabilmente a pesare anche sulla ricostruzione temporale del delitto. Stabilire quanto a lungo Chiara sia sopravvissuta significa infatti provare a ridefinire non soltanto il momento dell’aggressione, ma anche la finestra temporale entro la quale l’assassino sarebbe rimasto nella villetta o avrebbe potuto allontanarsi.

    Dopo diciannove anni, dunque, anche la cronologia di quella mattina torna a essere uno dei terreni sui quali accusa e difesa sono destinate a confrontarsi.

    La scarpa Frau numero 42 e le misure del piede di Sempio

    Nel nuovo impianto della Procura trova spazio anche uno degli elementi più discussi della scena del crimine: le impronte a pallini lasciate nel sangue all’interno dell’abitazione.

    Il tenente colonnello Gianpaolo Iuliano, del Ris di Messina, e il dattiloscopista Nicola Caprioli hanno approfondito le caratteristiche di una scarpa Frau numero 42 del modello che gli investigatori considerano compatibile con le tracce repertate nella villetta.

    Secondo le conclusioni riportate negli atti, le dimensioni della calzatura risulterebbero compatibili con quelle del piede di Andrea Sempio. Sul tema interviene anche la consulenza di Cristina Cattaneo, che aveva effettuato rilevazioni antropometriche sull’indagato e osserva come l’aumento di peso nel corso degli anni possa modificare larghezza e volume del piede.

    Proprio su questo punto, però, la difesa prepara uno scontro frontale. Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia sostengono di avere raccolto le dichiarazioni di due testimoni che, accompagnate dai relativi riscontri, indicherebbero che Sempio già nel 2007 calzava il numero 44.

    Una differenza tutt’altro che marginale, perché la compatibilità tra piede e calzatura rappresenta uno dei tasselli attraverso i quali la Procura tenta di collegare l’indagato alle impronte rinvenute nella casa.

    L’impronta 33 torna al centro dell’inchiesta

    C’è poi l’impronta 33, probabilmente uno degli elementi più controversi dell’intera nuova indagine. Gli investigatori individuarono la traccia del palmo della mano destra sul muro delle scale che conducono verso il punto nel quale trovarono il corpo di Chiara.

    Secondo gli approfondimenti effettuati da Iuliano e Caprioli, l’attribuzione ad Andrea Sempio manterrebbe validità sulla base di 15 minuzie e di un cluster di caratteristiche.

    Da anni, tuttavia, attorno a quell’impronta ruota una domanda decisiva: c’era sangue oppure no?

    La traccia non aveva restituito materiale genetico utilizzabile e gli accertamenti dell’epoca non avevano dimostrato la presenza di sangue. Per affrontare questo punto, il Racis di Roma ha effettuato nuovi esperimenti utilizzando differenti tipologie di muro, sangue e ninidrina, lo stesso reagente che gli investigatori usarono nel 2007.

    Secondo i risultati riportati negli atti, l’assenza di Dna rilevabile non permette, da sola, di escludere che originariamente sulla superficie ci fosse sangue, perché il particolato minerale alcalino dell’intonaco può interferire con la conservazione e con la successiva rilevazione del materiale genetico.

    Questo non dimostra automaticamente che l’impronta 33 contenesse sangue. Significa però, nella prospettiva dell’accusa, che l’assenza di Dna non basta più per escludere quella possibilità.

    Per la Procura Sempio avrebbe agito da solo

    La chiusura delle indagini chiarisce anche un altro punto fondamentale della nuova ricostruzione: per la Procura Andrea Sempio avrebbe agito da solo.

    L’ipotesi di eventuali complici, evocata a più riprese durante i mesi dell’inchiesta e diventata uno dei temi più discussi attorno al caso Garlasco, non compare dunque nella contestazione finale formulata nei confronti dell’indagato.

    I magistrati contestano inoltre l’aggravante della crudeltà, collegandola all’«efferatezza dell’azione omicidiaria», e quella dei motivi abietti, che secondo l’accusa troverebbero origine nel rifiuto da parte di Chiara di un approccio sessuale.

    Anche questo sarà uno dei punti sui quali la difesa potrà intervenire dopo avere esaminato integralmente il materiale depositato.

    La difesa: «Non ci sono nuovi elementi di prova»

    Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia respingono infatti l’idea che la chiusura delle indagini abbia portato una prova decisiva contro il loro assistito.

    «Nell’avviso non ci sono nuovi elementi di prova, sono contro-consulenze», sostengono i legali, che adesso hanno a disposizione i termini previsti dalla legge per studiare gli atti, depositare memorie e consulenze, chiedere interrogatori o ulteriori approfondimenti.

    La battaglia si annuncia particolarmente dura proprio sugli elementi scientifici: dalla misura delle scarpe all’impronta 33, passando per l’interpretazione delle tracce e per la ricostruzione della dinamica dell’aggressione.

    La conclusione delle indagini, infatti, non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva e il materiale raccolto dalla Procura dovrà affrontare il contraddittorio con la difesa e, se i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio, il vaglio del giudice.

    Diciannove anni dopo, Garlasco viene riscritto ancora

    Resta un dato impressionante: a quasi vent’anni dall’omicidio, la mattina del 13 agosto 2007 continua a cambiare forma.

    Per anni il delitto di Chiara Poggi è entrato nel procedimento che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. Oggi quella sentenza resta pienamente valida, mentre parallelamente la Procura di Pavia ha costruito una nuova indagine che indica un altro uomo come possibile autore dell’omicidio.

    Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il caso Garlasco uno dei più complessi della storia giudiziaria italiana recente.

    Da una parte c’è Alberto Stasi, con una condanna definitiva a 16 anni. Dall’altra Andrea Sempio, oggi unico indagato nella nuova inchiesta e ancora presunto innocente. Nel mezzo ci sono reperti vecchi di diciannove anni, analisi genetiche nuovamente discusse, impronte riesaminate, consulenze, scarpe, misurazioni e una scena del crimine sulla quale gli investigatori continuano a cercare risposte.

    Ma dalle nuove carte emerge soprattutto Chiara.

    Una ragazza di 26 anni che quella mattina, secondo la nuova ricostruzione medico-legale, potrebbe non essere morta immediatamente. Avrebbe visto arrivare i colpi, avrebbe cercato di proteggersi e potrebbe essere rimasta viva ancora per molti minuti, mentre il tempo continuava a scorrere dentro la villetta di via Pascoli.

    Quindici, trenta. Forse sessanta minuti.

    Ed è probabilmente questo, al di là di impronte, scarpe e battaglie tra consulenti, il particolare più terribile contenuto nelle nuove carte dell’inchiesta di Garlasco.

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      Cronaca Nera

      Ricina, il mistero che resiste a tutto: tre interrogatori, perquisizioni e device sequestrati. Ma la Procura indaga ancora contro ignoti

      La Procura di Larino continua a indagare contro ignoti. Gli investigatori hanno perquisito immobili e studi riconducibili alla famiglia e concentrato gli accertamenti sui device elettronici di Gianni Di Vita, che al momento non risulta indagato

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        Il giallo della ricina di Pietracatella potrebbe essere arrivato a uno dei passaggi più delicati dell’intera inchiesta. Gianni Di Vita, padre di Sara e marito di Antonella Di Ielsi, le due donne morte nel dicembre scorso dopo essere state avvelenate dalla ricina, è tornato in Questura a Campobasso per la terza volta, mentre gli investigatori intensificano gli accertamenti attorno alla famiglia e, soprattutto, al materiale informatico acquisito negli ultimi giorni.

        Un punto deve però restare chiarissimo: Gianni Di Vita non risulta indagato. La Procura di Larino continua infatti a procedere contro ignoti per duplice omicidio e Di Vita, insieme alla figlia Alice, figura come persona offesa. Ma il ritmo degli ultimi accertamenti mostra quanto l’inchiesta abbia accelerato: perquisizioni, sequestri, acquisizioni informatiche e nuovi passaggi in Questura stanno concentrando l’attenzione degli investigatori su ciò che potrebbe essere accaduto dentro e attorno alla casa della famiglia.

        Gianni Di Vita per la terza volta in Questura

        Nelle ultime ore il commercialista è stato nuovamente accompagnato negli uffici della Questura di Campobasso. Si tratta del terzo passaggio davanti agli investigatori, mentre la squadra che lavora sul caso cerca di ricostruire ogni dettaglio dei mesi e dei giorni precedenti alla morte di Sara e Antonella.

        Di Vita aveva già assistito alla perquisizione del proprio studio a Pietracatella, proprio di fronte all’abitazione familiare rimasta sotto sequestro. Gli investigatori hanno esteso gli accertamenti anche ad altri locali e immobili nella disponibilità della famiglia.

        Il suo legale, Vittorino Facciolla, aveva già precisato che le verifiche non riguardavano esclusivamente beni nella disponibilità di Gianni Di Vita, ma più in generale spazi utilizzati dai componenti della famiglia. L’obiettivo degli investigatori è ricostruire attività, movimenti e circostanze potenzialmente utili a comprendere come la ricina sia entrata nella vicenda che ha portato alla morte delle due donne.

        Il cuore dell’inchiesta adesso sono i dispositivi elettronici

        Una parte decisiva dell’attività investigativa si sta concentrando sui device elettronici. Gli specialisti hanno acquisito ed estratto i dati contenuti in un computer Lenovo e in diverse chiavette informatiche sequestrate nell’ambito dell’inchiesta.

        L’operazione non serve soltanto a recuperare file visibili. Gli investigatori possono cercare cronologie, documenti, eventuali file cancellati, ricerche effettuate online e ogni altra informazione tecnicamente recuperabile e ritenuta pertinente alle indagini. Sarà però l’analisi del materiale a stabilire se dai dispositivi emergeranno elementi realmente utili: al momento non è noto pubblicamente che cosa sia stato trovato.

        Ed è proprio su questo fronte che potrebbe giocarsi una parte importante dell’inchiesta. Uno dei grandi interrogativi rimane infatti capire da dove provenisse la ricina, chi potesse conoscerne caratteristiche ed effetti e attraverso quale percorso sia arrivata fino alle due vittime.

        Le perquisizioni negli immobili della famiglia

        Parallelamente agli accertamenti informatici, la Polizia ha effettuato nuove perquisizioni a Pietracatella e Campobasso. Gli agenti hanno controllato lo studio professionale del commercialista e altri immobili nella disponibilità della famiglia.

        Gli investigatori cercano qualsiasi elemento capace di contribuire alla ricostruzione dei fatti. Il lavoro si aggiunge alla gigantesca attività già compiuta nell’abitazione di Pietracatella, dove gli specialisti avevano repertato 131 elementi e sequestrato decine di alimenti e liquidi.

        Tra gli oggetti finiti sotto esame figurano anche alcune borracce contenenti acqua e residui solidi e una boccetta con una sostanza granulare scura. Saranno gli accertamenti scientifici a stabilire se qualcuno di questi elementi abbia realmente un collegamento con l’avvelenamento.

        Il mistero che dura dal dicembre scorso

        Sara Di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi morirono a distanza ravvicinata nel dicembre scorso. Soltanto successivamente gli approfondimenti hanno portato il caso sulla pista della ricina, una tossina estremamente potente ricavabile dai semi della pianta del ricino.

        Da quel momento l’indagine ha progressivamente cambiato dimensione. Gli investigatori hanno cercato di ricostruire alimentazione, abitudini, contatti e movimenti della famiglia, mentre gli accertamenti scientifici hanno assunto un peso sempre maggiore.

        Restano inoltre attesi risultati importanti dagli specialisti tedeschi coinvolti negli esami sui campioni biologici e sui reperti. Tra gli accertamenti figura anche la ricerca di eventuali anticorpi contro la ricina nel sangue di Gianni e Alice Di Vita, elemento che potrebbe aiutare gli esperti a comprendere se anche altri componenti della famiglia siano entrati in contatto con la tossina.

        L’inchiesta resta contro ignoti

        Nonostante l’intensificazione degli accertamenti, il dato giudiziario non cambia: Gianni Di Vita non risulta indagato e l’inchiesta della Procura di Larino resta contro ignoti. Le perquisizioni, l’acquisizione dei dispositivi e i nuovi colloqui investigativi non equivalgono quindi a un’accusa nei suoi confronti.

        Ma qualcosa nelle ultime ore sembra essersi mosso sul piano investigativo. Dopo mesi trascorsi soprattutto tra consulenze scientifiche, analisi di laboratorio e repertazione, gli investigatori stanno concentrando una parte significativa del lavoro su immobili, computer, supporti digitali e ricostruzione delle attività dei componenti della famiglia.

        Ed è per questo che il terzo passaggio di Gianni Di Vita in Questura assume particolare rilievo. Il giallo cominciato con due morti apparentemente inspiegabili e trasformato poi in un’inchiesta per duplice omicidio con la ricina entra adesso in una fase sempre più serrata. La domanda resta quella che accompagna il caso da mesi: chi ha portato il veleno nella vita di Sara e Antonella e come è stato somministrato?

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          Cronaca Nera

          Garlasco, la rabbia di Stasi dopo la scoperta sul Dna: «Ora si assumano le loro responsabilità». E la revisione si avvicina

          I nuovi accertamenti confermano l’esistenza di due corse elettroforetiche negative sul campione prelevato dai pedali. La difesa prepara la richiesta di revisione della condanna a 16 anni

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            «Spero che si assumano le loro responsabilità». Alberto Stasi rompe il silenzio con poche parole, ma pesantissime, dopo l’ultimo colpo di scena nelle nuove indagini sul delitto di Garlasco. Al centro torna ancora una volta la bicicletta Umberto Dei. E soprattutto quel Dna attribuito nel 2007 a Chiara Poggi sui pedali, elemento che ebbe un peso nel lungo percorso giudiziario concluso con la condanna definitiva dell’ex fidanzato a 16 anni di carcere. Ora emerge un particolare clamoroso: il giorno successivo all’analisi positiva, i laboratori eseguirono due controanalisi sullo stesso campione ed entrambe diedero esito negativo.

            Secondo quanto ricostruito nelle nuove indagini, quelle due corse elettroforetiche non compaiono negli atti del procedimento e del processo contro Stasi. Questo non cancella automaticamente la condanna, che resta in vigore. Ma apre un nuovo fronte che la difesa considera decisivo e che potrebbe portare a una nuova richiesta di revisione.

            Il giallo dei pedali: un risultato positivo e poi due test negativi

            La cronologia rende la vicenda ancora più pesante. Il 19 settembre 2007 gli esami sul campione prelevato dai pedali indicarono un profilo attribuito a Chiara Poggi. Il 20 settembre, sul medesimo campione, i tecnici effettuarono altre due corse elettroforetiche. Entrambe diedero risultato negativo.

            I consulenti della difesa Ugo Ricci e Pasquale Linarello hanno individuato le due controanalisi esaminando i «raw data», cioè i dati grezzi delle analisi. Anche i consulenti incaricati dai pm, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, hanno poi riscontrato l’esistenza delle due corse negative. Secondo le nuove valutazioni, quella discordanza avrebbe meritato ulteriori approfondimenti già nel 2007.

            È proprio su questo punto che gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis concentrano adesso la loro battaglia. La difesa vuole capire perché quelle due controanalisi non entrarono nel processo e quale peso avrebbero potuto avere sulla posizione dell’allora fidanzato di Chiara.

            Stasi affida il proprio stato d’animo a una frase durissima: «Spero che si assumano le loro responsabilità». Dietro quelle poche parole ci sono diciannove anni di vicenda giudiziaria e una condanna definitiva che lo ha portato in carcere.

            Stasi prepara la nuova battaglia per la revisione

            Ora la difesa guarda alla revisione della sentenza. I suoi legali preparano l’istanza e potrebbero utilizzare proprio il materiale appena emerso come uno degli elementi centrali della richiesta. La parola passerà comunque ai giudici, che dovranno stabilire se le nuove risultanze possano incidere sulla condanna definitiva.

            Esiste anche un’altra possibilità. La procuratrice generale Francesca Nanni potrebbe investire della questione la Corte d’Appello di Brescia. Al momento, però, non risulta una richiesta della Procura di Pavia in questa direzione. La Procura tiene comunque informata la procuratrice generale sugli elementi che possono avere rilievo.

            Per Stasi, dunque, la partita giudiziaria potrebbe riaprirsi ancora una volta. Questa volta al centro non ci sono nuove interpretazioni di vecchi indizi, ma dati di laboratorio che risalgono direttamente al 2007.

            Garlasco, due fronti aperti diciannove anni dopo

            Intanto corre anche l’altra grande partita giudiziaria sul delitto di Chiara Poggi. La Procura di Pavia ha chiuso nuovamente le indagini nei confronti di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio. I pm potrebbero ora chiedere il suo rinvio a giudizio. Sempio resta naturalmente innocente fino a un’eventuale condanna definitiva.

            Il caso Garlasco si ritrova così davanti a uno scenario che soltanto pochi anni fa sembrava impensabile. Da una parte una nuova indagine sull’omicidio, dall’altra Alberto Stasi che prepara l’ennesima battaglia contro la condanna che sta scontando.

            E stavolta la domanda arriva direttamente dai laboratori del 2007: perché due controanalisi negative sul Dna dei pedali non entrarono negli atti del processo? È proprio da questa risposta che potrebbe partire il prossimo terremoto giudiziario di Garlasco.

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              Ricina, il «patto scellerato» e quella borraccia con i granuli scuri: Bruzzone vede la svolta nel giallo di Pietracatella

              Il mistero sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita potrebbe avvicinarsi a un passaggio decisivo. Per Roberta Bruzzone dietro l’avvelenamento potrebbero esserci almeno due persone, una incaricata di preparare la tossina e l’altra di metterla nel cibo. E adesso spunta un nuovo particolare: una borraccia con misteriosi «granuli scuri».

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              Ricina a Pietracatella

                Un patto tra due persone. Una prepara la ricina, l’altra la mette nel cibo. Poi entrambe devono custodire lo stesso terribile segreto senza tradirsi, senza contraddirsi e senza lasciare emergere una parola di troppo. È questo lo scenario che Roberta Bruzzone immagina dietro la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita nel giallo di Pietracatella. E proprio la presenza di un possibile complice, secondo la criminologa, potrebbe diventare il punto debole di chi ha agito.

                Perché quando un segreto criminale appartiene a due persone diventa molto più fragile. Bisogna raccontare la stessa storia, ricordare gli stessi particolari, spiegare gli stessi spostamenti e soprattutto resistere alla pressione degli investigatori, che nel frattempo ascoltano, confrontano e cercano la crepa capace di far saltare tutto.

                Ed è qui che il caso potrebbe avvicinarsi alla svolta.

                A rendere il quadro ancora più inquietante arriva inoltre un particolare emerso dall’abitazione di Pietracatella: una borraccia che conterrebbe alcuni «granuli scuri». Non sappiamo ancora che cosa siano né se abbiano un legame con la ricina, ma gli accertamenti dovranno chiarirlo. In un’inchiesta nella quale gli investigatori cercano di ricostruire dove sia stata preparata una delle tossine più pericolose al mondo, inevitabilmente quel contenitore attira l’attenzione.

                Bruzzone e il «patto scellerato»: «Uno prepara la tossina, l’altro la veicola»

                L’analisi di Roberta Bruzzone, intervenuta a La Vita in Diretta, parte da un punto fondamentale: se gli investigatori riuscissero a individuare il luogo nel quale qualcuno ha estratto o preparato la ricina, potrebbero restringere rapidamente il numero delle persone che avevano accesso a quell’ambiente.

                Ed è a quel punto che, secondo la criminologa, «il passo è molto breve».

                Ma Bruzzone va oltre e introduce l’ipotesi più pesante: dietro l’avvelenamento potrebbero esserci almeno due persone.

                Una avrebbe avuto il compito di preparare la sostanza, l’altra quello di farla arrivare alle vittime attraverso il cibo. «Uno ha sintetizzato la tossina, l’altro l’ha veicolata», è in sostanza lo scenario delineato dalla criminologa, che parla di un possibile «patto scellerato».

                Naturalmente siamo ancora nel campo delle ipotesi e non davanti a una ricostruzione giudiziaria accertata. Ma se questa pista trovasse riscontri, cambierebbe anche il modo di leggere molti elementi dell’inchiesta.

                Perché a quel punto non bisognerebbe più trovare soltanto chi poteva conoscere la ricina e prepararla. Bisognerebbe individuare anche chi aveva la possibilità concreta di raggiungere il cibo di Antonella e Sara senza destare sospetti.

                Chi poteva mettere la ricina nel cibo?

                È probabilmente una delle domande più inquietanti dell’intera vicenda. Preparare una sostanza tossica e utilizzarla sono infatti due momenti differenti e non necessariamente devono avere come protagonista la stessa persona.

                Se davvero esistesse la divisione dei compiti ipotizzata da Bruzzone, qualcuno potrebbe aver posseduto le conoscenze necessarie per occuparsi della ricina, mentre qualcun altro avrebbe avuto una posizione molto più favorevole per avvicinarsi alle vittime e contaminare ciò che avrebbero mangiato.

                Ed è proprio questa eventuale separazione dei ruoli che potrebbe spiegare perché gli investigatori stiano lavorando così intensamente su ascolti, movimenti e possibili contraddizioni.

                Bruzzone individua infatti il tallone d’Achille di un eventuale accordo criminale: più persone conoscono la verità, più diventa difficile impedirle di emergere.

                Basta una telefonata incompatibile con quanto dichiarato, un orario che non coincide, una spiegazione differente su un determinato episodio oppure una conoscenza che qualcuno non avrebbe dovuto possedere. Non occorre necessariamente che uno dei protagonisti crolli e confessi tutto. Talvolta basta che due racconti smettano di combaciare.

                La borraccia con i «granuli scuri» trovata nell’abitazione

                Poi c’è quella borraccia.

                Nell’abitazione di Pietracatella gli investigatori avrebbero trovato un contenitore con alcuni «granuli scuri». Per ora sarebbe azzardato attribuire a quel materiale un significato preciso: occorrono gli esami scientifici e soltanto quelli potranno stabilire di che cosa si tratti.

                Ma il particolare non può passare inosservato.

                La ricina deriva dai semi del ricino e l’indagine deve necessariamente ricostruire tutti i passaggi che precedono l’avvelenamento: chi poteva procurarsi il materiale, chi possedeva le conoscenze per lavorarlo, dove avrebbe potuto farlo e che cosa sia accaduto successivamente alla sostanza ottenuta.

                Per questo la natura di quei granuli diventa una delle risposte più attese. Potrebbero non avere alcuna relazione con la morte delle due donne oppure potrebbero acquisire un significato completamente diverso dopo gli accertamenti. Fino ai risultati, ogni conclusione sarebbe prematura.

                Ma quella borraccia adesso esiste dentro il grande puzzle di Pietracatella e gli investigatori dovranno capire dove collocarla.

                Gli ascolti e la trappola delle contraddizioni

                Se davvero dietro l’avvelenamento ci fossero due persone, l’arma più potente degli investigatori potrebbe essere il tempo. Chi custodisce un segreto insieme a qualcun altro deve mantenere coerente la propria versione giorno dopo giorno, mentre dall’altra parte chi indaga accumula informazioni.

                Secondo Bruzzone, la strategia potrebbe puntare proprio a «farli andare in contraddizione».

                Gli investigatori possono confrontare conversazioni, dichiarazioni, rapporti personali, spostamenti e conoscenze. Possono verificare chi sapesse determinate cose prima che diventassero pubbliche e chi avesse accesso ai luoghi che interessano l’inchiesta.

                E soprattutto possono ricostruire la catena della ricina al contrario: partire dalle vittime e risalire fino alla sostanza, quindi al luogo della preparazione e infine a chi poteva trovarsi lì.

                Chi ha preparato la ricina? La risposta potrebbe portare molto vicino alla verità

                La domanda decisiva diventa allora semplicissima: dove è stata preparata la ricina?

                Se gli investigatori riuscissero a dare una risposta certa, potrebbero verificare chi frequentava quel luogo, chi poteva entrarvi liberamente e chi possedeva conoscenze sufficienti per lavorare una sostanza così pericolosa.

                Da lì, come sostiene Bruzzone, il passo successivo potrebbe diventare molto più breve.

                Poi rimarrebbe l’altra metà del mistero: chi l’ha messa nel cibo?

                Perché se l’ipotesi del «patto scellerato» fosse corretta, il giallo di Pietracatella avrebbe due protagonisti legati dallo stesso segreto. Uno avrebbe avuto tra le mani la tossina, l’altro avrebbe avuto la possibilità di portarla fino ad Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.

                E adesso, mentre gli investigatori ascoltano e cercano contraddizioni, c’è anche una borraccia con dei misteriosi granuli scuri che aspetta di raccontare che cosa conteneva davvero.

                Potrebbe non significare nulla. Oppure potrebbe essere uno dei tasselli che mancavano.

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                  Chiara Poggi
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