Cronaca Nera
“Ho fatto cose talmente brutte che nessuno può immaginare”: il segreto dei bigliettini di Andrea Sempio
Parole accartocciate e gettate via nella spazzatura. Frasi scritte a penna, recuperate dai carabinieri durante appostamenti notturni. È da lì, dai pensieri buttati, che riemerge un’inquietudine senza nome. E ora l’ombra dell’omicidio di Chiara Poggi si fa più densa.
Il caso Garlasco ha un nuovo epicentro. Non più i gradini della scala dove Chiara Poggi venne trovata priva di vita. Non l’ormai “acquisita” impronta palmare, sporca di sangue, attribuita senza più ombra di dubbio ad Andrea Sempio. Il centro di gravità si è spostato altrove. Nella pattumiera. Lì dove la mente di un sospettato ha trovato sfogo. Nascosto, privato. Ma afferrato al volo da chi da mesi prova a dare un senso alle contraddizioni di un’inchiesta che potrebbe aver accusato — e condannato — l’uomo sbagliato.
I bigliettini. Recuperati in notti silenziose dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, oggi diventano prove documentali. Frasi scritte a mano, poi appallottolate, gettate via. Un gesto che voleva essere liberatorio, ma è diventato rivelatore. Tra tutte, una frase spicca per la sua potenza brutale: “Ho fatto cose talmente brutte che nessuno può immaginare”. È una confessione? È uno sfogo generico? O un messaggio in codice scritto per se stesso, da un uomo che da 17 anni convive con un peso che nessuno riesce a decifrare?
Gli inquirenti non lo considerano un dettaglio trascurabile. Tutt’altro. Nella nuova inchiesta condotta dalla Procura di Pavia, questo tipo di manifestazioni autografe viene analizzato con il rigore dei profiler del Reparto analisi criminologiche del Racis. Il messaggio viene esaminato nel suo contesto: un uomo che ha scritto quelle parole, buttandole via, nel momento in cui il suo Dna era tornato al centro delle indagini, la sua impronta era ormai stata identificata, e la sua versione dei fatti iniziava a scricchiolare.
Non è solo il contenuto a colpire. È il rituale stesso dell’atto: scrivere, riflettere, poi cancellare — o credere di poterlo fare — eliminando il foglio nel bidone di casa. Come se quel gesto bastasse a zittire la coscienza. Ma i carabinieri hanno seguito i suoi passi, letteralmente. Appostamenti notturni, recupero dei sacchetti della spazzatura, analisi calligrafica. Ogni frase, ogni brandello di inchiostro, viene passato al setaccio.
C’è chi parla già di “mappa emotiva”. Un tracciato disordinato, affiorato in parole scomposte e non destinate a nessun destinatario. Ma che, lette ora, risuonano come un urlo trattenuto troppo a lungo. Non c’è, è vero, un riferimento diretto a Chiara Poggi. Ma non serve. Perché quella frase — così cruda, così assoluta — è una fenditura. Una crepa dentro la quale si infilano dubbi nuovi, e domande che fanno male.
Chiara è morta il 13 agosto del 2007. Una ragazza giovane, uccisa con una violenza cieca e gettata nel vuoto di una casa divenuta mausoleo del sospetto. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per quel delitto, dopo anni di processi, polemiche, revisioni, carte. Ma ora il nome che ritorna con forza è quello di Andrea Sempio, l’amico di Chiara, l’unico che secondo gli investigatori avrebbe potuto entrare nella villetta senza forzature.
Non ci sono più solo le prove tecniche. Ora ci sono anche i fantasmi. Scritti a penna, gettati tra i rifiuti, in un tentativo maldestro di seppellirli. Ma sono riemersi. E ora parlano.
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Cronaca Nera
Caso Garlasco, Bruzzone a Quarto Grado: “Ho quasi finito un lavoro sui movimenti di Stasi. Ha detto delle bugie”
Durante Quarto Grado, Roberta Bruzzone rivela di aver quasi concluso uno studio sui movimenti di Alberto Stasi, mettendoli a confronto con le sue versioni. Il lavoro sarà donato alla parte civile, ma in studio Caterina Collovati solleva una domanda chiave.
A proposito del caso di Garlasco, il dibattito torna ad accendersi negli studi di Quarto Grado. Ospite della trasmissione, Roberta Bruzzone ha annunciato di essere ormai vicina alla conclusione di un lavoro di analisi sui movimenti di Alberto Stasi nella mattina del delitto.
Un’analisi che, come spiegato in studio, mette a confronto quei movimenti con le dichiarazioni rese dallo stesso Stasi all’epoca dei fatti.
“Ha detto delle bugie”
La conclusione a cui è arrivata Bruzzone è netta. Secondo quanto dichiarato in trasmissione, dal confronto emergerebbero incongruenze tali da portarla ad affermare che Stasi “abbia detto delle bugie”. Un giudizio che riporta al centro del dibattito uno dei nodi più controversi dell’intera vicenda giudiziaria.
La criminologa ha inoltre precisato che il lavoro, una volta concluso, verrà donato alla parte civile.
La scelta di consegnarlo alla parte civile
La decisione di mettere l’analisi a disposizione della parte civile viene presentata come un contributo tecnico, frutto di uno studio sui dati e sulle dichiarazioni disponibili. Un passaggio che, però, apre immediatamente una nuova discussione sul piano dell’utilità processuale.
La domanda di Caterina Collovati
In studio, Caterina Collovati interviene con una domanda diretta che sposta il fuoco del confronto: a cosa servirebbe questo lavoro, visto che l’indagato oggi è Andrea Sempio?
Un interrogativo che sintetizza il cuore del dibattito: il valore di un’analisi su Stasi in una fase in cui l’attenzione giudiziaria si concentra su un altro nome.
Un confronto che resta aperto
Il botta e risposta in studio fotografa bene lo stato attuale del caso Garlasco: una vicenda che, a distanza di anni, continua a generare analisi, interpretazioni e domande irrisolte. Tra studi tecnici, nuove ipotesi e interrogativi sulla loro ricaduta concreta, il confronto resta aperto, dentro e fuori dalle aule giudiziarie.
Cronaca Nera
Venere in pelliccia in tribunale: Madalina Ghenea affronta l’udienza contro la stalker
Madalina Ghenea compare in tribunale elegante e composta per l’udienza contro la presunta stalker. Chiesto un risarcimento da 5 milioni di euro, mentre la difesa chiede l’assoluzione sostenendo che l’account incriminato non appartenga all’imputata.
C’è chi sceglie il silenzio, chi l’invisibilità. Madalina Ghenea ha scelto la presenza. E lo ha fatto a modo suo. L’attrice e modella romena si è presentata in tribunale per l’udienza del processo contro la donna accusata di averla perseguitata, indossando un look sofisticato, quasi cinematografico, che non è passato inosservato. Accanto a lei, la madre, presenza discreta ma centrale in una vicenda che ha segnato profondamente entrambe.
L’ingresso in aula e la richiesta di risarcimento
Ghenea è comparsa in aula con un outfit scuro, pelliccia e portamento da diva d’altri tempi, una scelta che ha subito acceso il dibattito mediatico. Ma dietro l’immagine c’è un procedimento giudiziario serio e complesso. Il legale dell’attrice ha chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro per i danni morali e psicologici subiti, mentre per la madre la richiesta ammonta a 200mila euro, a testimonianza del coinvolgimento diretto e delle conseguenze familiari della vicenda.
Le accuse: messaggi continui e pressione psicologica
Secondo l’accusa, l’attrice sarebbe stata bersaglio di una lunga serie di messaggi ossessivi, invasivi e reiterati, tali da configurare una condotta persecutoria. Una pressione costante che avrebbe inciso sulla serenità personale e professionale di Ghenea, costringendola a cambiare abitudini e a vivere in uno stato di allerta permanente. Un copione purtroppo noto a molte donne esposte pubblicamente.
La difesa: “L’account non era della mia cliente”
Di tutt’altro segno la linea della difesa della presunta stalker. L’avvocato ha chiesto l’assoluzione sostenendo che l’account da cui sarebbero partiti i messaggi non appartiene alla sua assistita. Una tesi che sposta il baricentro del processo sulla prova tecnica e sulla riconducibilità certa delle comunicazioni contestate, nodo centrale dell’intero procedimento.
Il processo entra ora nella sua fase più delicata, mentre l’immagine di Madalina Ghenea in tribunale – elegante, composta, accompagnata dalla madre – resta come simbolo di una battaglia che va oltre l’estetica e riguarda il diritto di non essere perseguitate, neppure quando si è una diva.
Cronaca Nera
Garlasco, il colpo di scena che riaccende il caso: «Chiara Poggi aggredita in cucina». La nuova perizia che punta dritto su Stasi
A diciotto anni dal delitto di Garlasco, una nuova perizia commissionata dalla famiglia Poggi ridisegna l’azione omicidiaria. Secondo i consulenti, Chiara Poggi sarebbe stata aggredita in cucina, durante la colazione. Un elemento che riporta al centro Alberto Stasi e mira a frenare ogni ipotesi di revisione del processo.
Il caso Garlasco torna a far discutere con un nuovo colpo di scena. Secondo una recente perizia commissionata dai genitori di Chiara Poggi, l’aggressione che portò alla sua morte non sarebbe iniziata all’ingresso della villetta di via Pascoli, come ipotizzato nel 2007, ma in cucina. Una ricostruzione che cambia la sequenza dei fatti e che, nelle intenzioni della famiglia, rafforza ulteriormente la colpevolezza di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere.
Accertamenti tecnici sulla scena del crimine
A firmare l’analisi è il consulente Dario Redaelli, che ha concluso una serie di accertamenti tecnici sulla scena del crimine. «L’aggressione comincia in cucina», spiega il perito, richiamando un elemento noto ma oggi riletto in modo diverso: nella spazzatura dell’ultima colazione di Chiara fu trovato un bricco di Estathé sulla cui cannuccia è presente il Dna di Stasi. Per i consulenti dei Poggi, questo dettaglio colloca il primo contatto violento in un ambiente domestico e quotidiano, incompatibile con l’ipotesi di un’aggressione improvvisa da parte di terzi.
Ipotesi alternative
La nuova perizia si inserisce in un momento delicato. Da mesi, infatti, il caso è tornato sotto i riflettori per le ipotesi alternative emerse nell’ambito della nuova inchiesta della Procura di Pavia, che ha acceso l’attenzione anche su Andrea Sempio. Una pista che la famiglia Poggi ha sempre respinto con fermezza, ribadendo di non avere mai dubbi sulla responsabilità dell’ex fidanzato di Chiara.
Non a caso, questa ricostruzione viene letta come una mossa preventiva rispetto a una possibile richiesta di revisione del processo. Lo stesso Redaelli ammette che i risultati «potrebbero essere utilizzabili» in quel contesto, lasciando però la decisione finale ai legali. L’obiettivo appare chiaro: ribadire una verità processuale che i genitori della vittima ritengono già accertata.
Resta ora da capire quanto questa nuova dinamica potrà incidere sul piano giudiziario. Le conclusioni dovranno confrontarsi con l’esito della nuova analisi delle macchie di sangue affidata al Ris di Cagliari, già consegnata ai magistrati. Secondo indiscrezioni, anche il Ris confermerebbe un’aggressione in più fasi. Il nodo centrale è stabilire se l’inizio in cucina o all’ingresso possa davvero fare la differenza nel quadro complessivo.
A distanza di quasi vent’anni, il delitto di Garlasco continua così a dividere, tra sentenze definitive e nuovi tentativi di rilettura. Per la famiglia Poggi, però, la strada resta una sola: Chiara è stata aggredita in casa, in cucina, e il nome del colpevole non è mai cambiato.
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