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Cronaca

Giovani e violenza: quattro storie che raccontano il disagio di una generazione. Cos’è successo ai nostri ragazzi?

Aggressioni brutali, bullismo e omicidi tra adolescenti. Il malessere dei giovani si manifesta in atti di violenza sempre più efferati. Un’analisi approfondita di una generazione perduta, stretta tra crisi economica, isolamento sociale e assenza di punti di riferimento.

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    Lo hanno picchiato selvaggiamente, legato mani e piedi e poi, come se non bastasse, lo hanno gettato in mare, con l’intenzione di lasciarlo morire affogato. Questa è la sorte che è toccata a un giovane di 19 anni, originario del Pakistan, una notte qualunque nella periferia di Santo Spirito, vicino a Bari. Un atto di violenza brutale, privo di qualsiasi giustificazione razionale, un gioco malato orchestrato da un gruppo di adolescenti che si sono trasformati in aguzzini.

    La scorsa settimana, Leonardo, 15 anni, si è tolto la vita perché non riusciva più a sopportare il peso degli insulti e delle vessazioni dei suoi compagni di scuola. Per mesi aveva cercato di resistere, aveva parlato con un professore, cercando un alleato, ma non era cambiato nulla. Ora la madre e il padre invocano giustizia: “I giovani oggi sono sempre più disumani e noi dobbiamo fare da scudo alle fragilità dei più sensibili”.

    Un altro scenario, altrettanto inquietante, si è verificato a Ferentino, nel Lazio, dove una banale lite tra due studenti è degenerata in un tentato omicidio. Il pretesto? Futili motivi, una discussione come tante, che però è finita nel sangue. Un ragazzo di 16 anni è stato colpito all’addome con un coltello da un coetaneo, proprio fuori dai cancelli della scuola.

    Ma il caso più sconvolgente è quello accaduto in Lombardia, a Paderno Dugnano: Riccardo, un ragazzo di 17 anni, ha sterminato la sua famiglia, uccidendo i genitori e il fratello minore. “Volevo liberarmi da questo disagio”, ha confessato agli inquirenti.

    Quattro episodi apparentemente scollegati, che hanno però in comune un denominatore inquietante: la violenza giovanile, sempre più efferata e sempre più frequente. Non si tratta di casi isolati, ma di sintomi di un malessere che affonda le radici in una società che non sembra più in grado di prendersi cura dei suoi giovani.

    Gli effetti della pandemia da Covid-19 sono ormai sotto gli occhi di tutti. Isolamento sociale, scuole chiuse, assenza di punti di riferimento e un futuro incerto hanno lasciato segni profondi nelle nuove generazioni. Secondo le statistiche del Viminale, i reati commessi dai minori sono in aumento: omicidi, percosse, rapine e aggressioni sono cresciuti esponenzialmente. Rispetto al 2019, i tentati omicidi sono aumentati del 65%, mentre le rapine in strada sono quasi raddoppiate (+91,2%).

    Tuttavia, attribuire tutta la colpa alla pandemia sarebbe riduttivo. Come sottolinea Marzio Barbagli, uno dei più noti sociologi italiani, non è solo la rabbia ad alimentare questi episodi di violenza. Spesso dietro questi atti c’è una disperazione profonda, alimentata da una crisi economica che colpisce soprattutto i più giovani. “Si rapina per denaro, non solo per sfogare la frustrazione”, spiega Barbagli, ricordando che molti adolescenti si trovano in condizioni di marginalità sociale. La mancanza di prospettive lavorative, l’abbandono scolastico e la difficoltà di inserirsi in un contesto che li riconosca come parte attiva della società li porta a compiere gesti estremi.

    Un altro aspetto preoccupante è la violenza di gruppo, che spesso caratterizza i reati commessi da giovani. Le baby gang sono diventate protagoniste di episodi di vandalismo, rapine e aggressioni. Secondo un dossier di Transcrime, il centro di ricerca interuniversitario su criminalità e innovazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, queste gang sono composte principalmente da ragazzi italiani tra i 15 e i 17 anni, e si concentrano in particolari aree del Paese, come la Puglia, l’Emilia-Romagna, il Trentino e alcune città del Sud come Salerno e Messina.

    Le risse di gruppo, gli atti di vandalismo e le aggressioni a coetanei sono ormai all’ordine del giorno. Le motivazioni sono spesso banali, ma l’escalation di violenza è spaventosa. Di fronte a questo scenario, la società e le istituzioni sembrano ancora impreparate a offrire una risposta adeguata. Come ha sottolineato il capo della polizia, Lamberto Giannini, c’è bisogno di un impegno collettivo per creare spazi di aggregazione e punti di riferimento per i giovani. Le scuole, le famiglie e le istituzioni devono lavorare insieme per prevenire l’isolamento e offrire alternative sane a chi si sente emarginato o senza speranza.

    Tuttavia, il problema non è solo di natura sociale, ma coinvolge anche un aspetto più profondo: la gestione delle emozioni e la capacità di affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza.

    Il ruolo delle famiglie è cruciale. Molti genitori faticano a riconoscere i segnali di disagio nei propri figli, spesso attribuendo comportamenti aggressivi a una fase passeggera dell’adolescenza. Ma come dimostrano i casi più estremi, ignorare questi segnali può avere conseguenze devastanti. È necessario che le famiglie, con il supporto di educatori e professionisti della salute mentale, diventino più consapevoli e pronte a intervenire prima che la situazione degeneri.

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      Mondo

      Elon Musk: «Sono un alieno, viaggio nel tempo e sono un vampiro di 5.000 anni». E qualcuno comincia quasi a credergli

      Alieno, viaggiatore nel tempo e vampiro millenario: Elon Musk si diverte a costruire il proprio personaggio su X. E quando qualcuno osserva che nessuno lo ha mai visto insieme a un faraone predinastico, il gioco diventa irresistibile.

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        Se vi siete mai chiesti quando dorma Elon Musk, sappiate che una risposta finalmente esiste. Il problema è che arriva direttamente da lui e non chiarisce esattamente la situazione: «Sono un alieno viaggiatore nel tempo e un vampiro di 5.000 anni».

        La battuta risale al 24 novembre ed è tornata a circolare sui social, dove il proprietario di X non ha mai fatto molto per apparire come una persona perfettamente normale. Tutto nasce dalla curiosità di un utente, stupito dalla capacità di Musk di pubblicare messaggi anche nel cuore della notte. Invece di rispondere banalmente di dormire poco, avere orari impossibili o vivere praticamente attaccato allo smartphone, il miliardario ha preferito regalare ai suoi follower una spiegazione decisamente più interessante.

        In fondo, se hai cinquemila anni, arrivi da un altro pianeta e puoi anche viaggiare nel tempo, otto ore di sonno diventano probabilmente un dettaglio trascurabile.

        «Sono un alieno, un vampiro e viaggio nel tempo»

        Musk scherza da anni sulle teorie più strampalate che lo riguardano e sembra divertirsi particolarmente quando qualcuno mette in dubbio la sua appartenenza alla specie umana. La faccenda ha prodotto anche una delle osservazioni più surreali apparse tra i suoi follower: «Pensandoci bene, non abbiamo mai visto Elon Musk e un faraone del periodo predinastico nella stessa stanza, giusto?».

        Prova scientificamente non proprio inattaccabile, ma sufficiente per continuare il gioco.

        D’altra parte, il tema degli extraterrestri accompagna da tempo il patron di SpaceX. Già nel 2017, quando qualcuno gli domandò se fosse un alieno, Musk evitò accuratamente la risposta più rassicurante e se ne uscì con un enigmatico «forse».

        Da allora ha continuato a scherzarci sopra, mescolando battute, provocazioni e quella vera ossessione per lo spazio che ha trasformato SpaceX in uno dei cardini della sua immagine pubblica.

        Musk e gli alieni: «Mai visto uno verde con le antenne»

        Quando il discorso diventa leggermente più serio, però, Musk sostiene di non avere mai trovato prove dell’esistenza di extraterrestri sulla Terra. Durante un evento politico in Pennsylvania aveva giocato persino sul doppio significato inglese di «illegal aliens», espressione usata negli Stati Uniti per indicare gli immigrati irregolari.

        Musk aveva spiegato di averne visti parecchi di quel tipo, salvo aggiungere di non averne mai incontrato uno verde e con le antenne.

        Dietro le battute rimane comunque una convinzione che il miliardario ripete da anni: l’umanità deve trasformarsi in una specie multiplanetaria. Marte occupa inevitabilmente il centro di questo progetto e Starship, il gigantesco sistema di lancio sviluppato da SpaceX, rappresenta lo strumento con il quale Musk immagina di portare un giorno esseri umani sul Pianeta Rosso.

        Le sue previsioni sui tempi sono cambiate diverse volte e si sono spesso rivelate molto più ottimistiche della realtà, ma l’obiettivo dichiarato non è cambiato: creare insediamenti umani fuori dalla Terra e garantire, nella visione di Musk, una possibilità di sopravvivenza alla civiltà anche in caso di una catastrofe planetaria.

        L’uomo che vuole trasformare gli umani in alieni

        Ed è qui che la battuta del vampiro cinquemillenario diventa quasi coerente con il personaggio. Musk non sostiene seriamente di essere extraterrestre, naturalmente, ma da anni racconta un futuro nel quale gli alieni potremmo diventare noi.

        Se l’uomo raggiungesse Marte e riuscisse un giorno a vivere stabilmente su altri pianeti, sarebbe infatti l’umanità a trasformarsi nella civiltà proveniente da un altro mondo vista dalla prospettiva di eventuali forme di vita extraterrestri.

        Una prospettiva che Musk ama accompagnare con dichiarazioni molto meno apocalittiche di quanto si potrebbe pensare. L’esplorazione dello spazio, secondo lui, non dovrebbe servire soltanto a garantire la sopravvivenza della specie, ma anche a restituire agli esseri umani qualcosa per cui valga la pena guardare al futuro con entusiasmo.

        Ma Elon Musk dorme oppure no?

        Resta quindi irrisolta la domanda dalla quale era partito tutto: come fa Elon Musk a essere online a qualsiasi ora del giorno e della notte?

        Le possibilità, a questo punto, sono tre. Dorme pochissimo, ha semplicemente orari incompatibili con quelli del resto dell’umanità oppure dobbiamo prendere in considerazione la spiegazione fornita direttamente dall’interessato.

        In quest’ultimo caso avremmo risolto parecchi misteri contemporaneamente: Musk avrebbe 5.000 anni, arriverebbe dallo spazio, potrebbe spostarsi avanti e indietro nel tempo e, essendo un vampiro, avrebbe qualche comprensibile difficoltà con la luce del giorno.

        Rimane soltanto un problema.

        Nessuno lo ha ancora visto trasformarsi in pipistrello.

        Ma, conoscendo Elon Musk, probabilmente è solo questione di aspettare il prossimo post su X.

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          Cronaca Nera

          Garlasco, i mostri nascosti nei diari di Sempio: stupri, donne aggredite, cadaveri e decapitazioni. Ora li studia lo psichiatra

          Andrea Sempio ha rifiutato di incontrare lo psichiatra Roberto Catanesi, incaricato dalla Procura di Pavia. Il consulente deve quindi lavorare soprattutto sul materiale sequestrato: anni di agende, appunti, soliloqui e navigazioni internet. Scritti inquietanti che non dimostrano naturalmente un omicidio, ma che ora devono essere interpretati scientificamente per capire se rivelino eventuali condizioni patologiche e quale rapporto possano avere con i fatti contestati.

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            Garlasco, i mostri nascosti nei diari di Sempio. È difficile trovare un’altra parola davanti ad alcune delle creature che popolano i sogni, i pensieri e le ricerche consegnate per anni da Andrea Sempio alle sue agende e al web. Mostri che, attenzione, possono appartenere soltanto all’immaginario di un uomo e non provano affatto che quell’uomo abbia commesso un delitto. Ma sono proprio quelle pagine, insieme ai soliloqui registrati durante le indagini e all’altro materiale raccolto dagli investigatori, che oggi sono finite sul tavolo del professor Roberto Catanesi, lo psichiatra incaricato dalla Procura di Pavia di cercare di capire che cosa raccontino della personalità dell’indagato per l’omicidio di Chiara Poggi.

            E dentro quelle carte c’è un universo oscuro. Sempio racconta sogni nei quali accoltella delle persone. In un altro compare una ragazza bionda che usa un taser contro di lui: Sempio reagisce, le salta addosso e, secondo la sintesi contenuta negli atti, «le apre la faccia». In un altro ancora, secondo quanto riportato dalla Rai sulla documentazione investigativa, sogna di violentare un’amica. Parallelamente, le navigazioni internet esaminate dagli investigatori mostrerebbero interessi che spaziano dal satanismo agli assassini, dai predatori sessuali alla violenza sulle donne, fino ai cadaveri, alle decapitazioni, agli esami autoptici e ai fenomeni cadaverici.

            I sogni violenti di Sempio: «Accoltella delle persone» e aggredisce una donna

            È probabilmente il capitolo più impressionante delle Moleskine sequestrate. Sempio aveva l’abitudine di scrivere molto e affidava alla carta non soltanto ciò che gli accadeva, ma anche riflessioni, paure, frustrazioni e sogni. I carabinieri hanno trovato decine di agende, bloc-notes e fogli, una massa di materiale che permette di osservare per anni una parte del suo mondo interiore.

            Alcuni sogni assumono una forma esplicitamente violenta. Nell’informativa viene riassunto quello nel quale «sogna che accoltella delle persone». Poi c’è la donna bionda: lei lo colpisce con un taser, lui reagisce, le si avventa contro e le apre la faccia. La Rai riferisce inoltre di un sogno nel quale Sempio aggredisce sessualmente una sua amica.

            È necessario fermarsi esattamente qui con le interpretazioni. Sognare un omicidio o un’aggressione non rende assassini, così come mettere per iscritto una fantasia violenta non dimostra di averla realizzata. Il significato psicopatologico di quel materiale, ammesso che ne abbia uno, è precisamente ciò che deve stabilire uno specialista e non ciò che può decidere chi legge qualche frase estrapolata da un diario.

            Ma quelle frasi esistono. E oggi sono entrate nell’indagine.

            «Autolesionismo, commesso cose brutte. Paura. Poca esperienza sessuale. Dolore»

            C’è poi un passaggio molto diverso, forse persino più interessante perché Sempio sembra tentare una sorta di autoritratto. Tra il 2018 e il 2019 scrive di avere attraversato esperienze che gli altri non avrebbero mai vissuto. Poi mette in fila alcuni elementi della propria biografia: famiglia non benestante, pochi amici, difficoltà di integrazione, insicurezza. E arrivano quattro parole particolarmente pesanti: «autolesionismo, commesso cose brutte». Seguono paura, scarsa esperienza sessuale e dolore.

            Che cosa siano quelle «cose brutte», però, quelle pagine rese pubbliche non lo spiegano. Sarebbe scorretto trasformare una frase indeterminata in una confessione o collegarla automaticamente all’omicidio di Chiara Poggi. Sempio stesso ha sempre respinto questa lettura e sostiene che i suoi diari raccolgano soprattutto i momenti negativi della propria vita, proprio perché utilizzava la scrittura come sfogo. In un’intervista ha spiegato che, quando stava bene, semplicemente faceva altro e che selezionare soltanto quelle pagine significa mostrare un unico lato della sua personalità.

            In un’altra annotazione del 2021, però, compare ancora un’espressione che ha attirato l’attenzione degli investigatori. Sempio scrive di sapersi difendere perché avrebbe «visto, subito e fatto cose», aggiungendo con rabbia che gli altri avrebbero dovuto provare a vivere anche soltanto metà di ciò che aveva vissuto lui.

            Satanismo, predatori sessuali, cadaveri e decapitazioni

            I diari non sono l’unico materiale esaminato. C’è anche ciò che Sempio cercava online.

            L’informativa investigativa, riportata da diverse fonti, parla di numerose navigazioni che mostrerebbero interesse per satanismo, omicidi, assassini, predatori sessuali, violenza sulle donne, cadaveri e decapitazioni. Nell’elenco compaiono persino esame autoptico e fenomeni cadaverici. Agli atti risultano inoltre fotografie e ricerche a sfondo sessuale collegate ad amiche.

            Tra il materiale analizzato compare anche un «test del serial killer», insieme a messaggi, post, pagine di diario e scritti sullo stupro. È questo complesso documentale, già passato attraverso l’analisi del Racis dei carabinieri, che assume ora una nuova importanza nella consulenza psichiatrica disposta dalla Procura.

            Ancora una volta, però, la distinzione è fondamentale: interessarsi a omicidi, autopsie, satanismo o serial killer non equivale a commetterli. Altrimenti bisognerebbe probabilmente sottoporre a indagine mezza popolazione di lettori di thriller. La questione per gli specialisti è capire se, considerate insieme e inserite nella storia personale di Sempio, quelle tracce abbiano oppure no un significato clinico.

            Garlasco, Sempio e il buco nei diari: la sua vita prima del 2017 quasi scompare

            C’è infine un particolare meno spettacolare ma forse ancora più curioso. I manoscritti acquisiti dagli investigatori coprono sostanzialmente il periodo dal 2018 al 2025, poco prima della perquisizione del maggio 2025.

            Secondo l’informativa, nonostante la forte propensione di Sempio ad annotare pensieri e riflessioni, la sua vita precedente al 2017 risulta invece quasi completamente assente dalla documentazione esaminata. I carabinieri descrivono il 2017 quasi come una barriera oltre la quale il racconto autobiografico diventa rarefatto.

            Ed è una coincidenza temporale inevitabilmente destinata ad attirare l’attenzione: proprio nel 2017 Sempio entrò per la prima volta direttamente nel nuovo capitolo giudiziario legato al delitto di Garlasco. Ma anche in questo caso un’assenza documentale non dimostra che qualcosa sia stato volontariamente cancellato.

            Nelle agende successive, invece, l’inchiesta compare. Sempio annota gli sviluppi giudiziari che riguardano Garlasco e Alberto Stasi: «Molta ansia – 2 archiviazioni», «Stasi ha chiesto la riapertura», «mamma in panico per la cosa di Stasi», fino agli appunti sul ricorso in Cassazione.

            Perché lo psichiatra sta studiando proprio queste pagine

            È qui che la vicenda diventa attuale. La Procura ha affidato la consulenza al professor Roberto Catanesi, docente di psicopatologia forense dell’Università di Bari, chiedendogli di verificare l’eventuale presenza di condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere, l’esistenza di disturbi o alterazioni significative, il loro eventuale rapporto con i fatti contestati e la possibile pericolosità sociale.

            Sempio, però, ha rifiutato di sottoporsi personalmente all’esame dello psichiatra. La difesa contesta la scelta e la tempistica della Procura e sostiene che prima debbano venire l’accertamento dei fatti e le prove. Catanesi deve quindi procedere senza un colloquio clinico diretto, lavorando sugli scritti, sui documenti e sui soliloqui disponibili.

            Ed è proprio questo a trasformare quelle vecchie Moleskine in qualcosa di molto più importante di una raccolta di pensieri privati.

            Per anni Andrea Sempio vi ha lasciato paure, frustrazioni, sessualità, rabbia, sogni e fantasie che probabilmente non immaginava sarebbero mai usciti da quelle pagine. Oggi uno psichiatra forense deve attraversare quel materiale cercando di distinguere ciò che può appartenere alla normale parte oscura dell’immaginazione umana da ciò che potrebbe eventualmente assumere un significato clinico.

            La domanda giudiziaria, però, rimane un’altra e non può essere sostituita da nessuna analisi della personalità: Andrea Sempio ha ucciso Chiara Poggi a Garlasco?

            Su questo dovranno parlare le prove. I mostri dei suoi diari, per quanto inquietanti, da soli non possono rispondere.

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              Cronaca Nera

              Pietracatella, la verità può essere nascosta nel computer di Di Vita: cosa cercano gli investigatori tra chat, ricina e segreti familiar

              Dalle ricerche su internet alle chat, dai pasti consumati prima dell’avvelenamento ai rapporti familiari: la Procura vuole ricostruire l’intera memoria digitale dei dispositivi

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              Ricina a Pietracatella

                Nel giallo di Pietracatella potrebbe essere una memoria digitale a custodire qualche frammento decisivo della verità sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, vittime dell’avvelenamento da ricina nel dicembre scorso. Gli specialisti del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato stanno per passare al setaccio un computer e dieci pen drive che gli investigatori hanno sequestrato a Gianni Di Vita il 31 luglio. E questa volta non cercheranno soltanto file o documenti: proveranno a ricostruire rapporti, abitudini, conversazioni, ricerche online e ogni traccia capace di raccontare che cosa accadde nella famiglia prima della cena del 23 dicembre.

                La procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha affidato agli esperti dello Sco l’estrazione dei dati contenuti nei dispositivi. Le operazioni inizieranno alle 10 di lunedì 28 settembre negli uffici della Questura di Campobasso. Si tratta di un accertamento tecnico irripetibile e le parti potranno seguirlo attraverso i rispettivi legali e consulenti.

                Gli investigatori avevano trovato il materiale nello studio di Gianni Di Vita, dove lavorava anche la moglie Antonella. Gli specialisti avranno davanti una quantità potenzialmente enorme di informazioni perché la Procura ha scelto un arco temporale amplissimo: dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo.

                Cosa cercano nel computer e nelle dieci pen drive

                È il contenuto dell’incarico affidato agli specialisti a rendere particolarmente delicato questo nuovo passaggio dell’inchiesta. La Procura vuole individuare eventuali dati relativi a rapporti, relazioni e legami collegabili a navigazioni internet finalizzate a procurarsi ricina da parte delle due vittime, Sara e Antonella.

                Gli investigatori cercano però anche molto altro. Gli specialisti dovranno recuperare elementi capaci di ricostruire i rapporti delle due donne con familiari, parenti e amici, oltre alle loro abitudini quotidiane. Passeranno al setaccio chat, fotografie, registrazioni vocali, note, cronologie di navigazione, indirizzi email, account social e dati relativi alle posizioni memorizzate dai dispositivi.

                Potrebbero assumere importanza persino eventuali annotazioni sugli alimenti consumati nei giorni precedenti all’avvelenamento, così come pagine di diario, lettere, documenti o riferimenti a patologie delle due vittime che gli inquirenti ancora non conoscevano.

                Gli investigatori proveranno così a ricostruire, pezzo dopo pezzo, la vita digitale della famiglia prima che tutto precipitasse.

                La domanda sulla ricina

                Il punto più delicato resta inevitabilmente il veleno. Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono dopo l’esposizione alla ricina, una sostanza estremamente tossica, e la Procura indaga per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del mezzo venefico.

                Gli accertamenti digitali potrebbero chiarire se i dispositivi conservino tracce di ricerche sulla sostanza, sul modo di procurarsela o su altri elementi collegabili all’avvelenamento. Proprio per questo la Procura non ha circoscritto l’esame alle settimane immediatamente precedenti alle morti, ma ha chiesto agli specialisti di scandagliare l’intera vita dei supporti informatici.

                Gli esperti avranno inizialmente sessanta giorni per completare il lavoro, anche se la Procura potrà concedere una proroga qualora la mole dei dati richiedesse più tempo.

                Gli interrogatori e le persone ascoltate

                Parallelamente agli accertamenti tecnici prosegue il lavoro sulle testimonianze. Il 21 settembre gli investigatori hanno ascoltato in Questura il fratello di Antonella e sua moglie, rimasti per alcune ore negli uffici della Squadra Mobile. Nel pomeriggio hanno sentito anche due amici di Sara, un ragazzo e una ragazza accompagnati dalle rispettive madri.

                Gli inquirenti hanno convocato altre persone informate sui fatti e cercano di ricostruire non soltanto le ultime ore delle due vittime, ma anche la rete di relazioni che circondava la famiglia.

                Il 22 settembre gli investigatori hanno inoltre tenuto in Questura un vertice operativo per fare il punto sull’inchiesta e stabilire i successivi passi investigativi.

                I reperti analizzati in Germania

                La partita non si gioca soltanto sul terreno digitale. Restano fondamentali gli accertamenti scientifici sui reperti che gli specialisti hanno raccolto nell’abitazione di Pietracatella durante il lungo sopralluogo.

                Nella casa gli esperti hanno effettuato 131 prelievi. Le analisi condotte in Germania avrebbero fornito indicazioni che hanno rafforzato la pista dell’omicidio. Gli investigatori attendono gli esiti completi degli accertamenti per l’inizio di ottobre, anche se i tecnici potrebbero chiedere più tempo per concludere il lavoro.

                La domanda centrale resta la stessa: come è arrivata la ricina nella casa e attraverso quale veicolo Antonella e Sara l’hanno assunta?

                La cena del 23 dicembre e il particolare di Gianni Di Vita

                Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’intossicazione risalirebbe alla cena del 23 dicembre, quando Gianni Di Vita si trovava a tavola insieme alla moglie e alla figlia. L’uomo ha riferito di avere accusato a sua volta disturbi gastrointestinali, ma i successivi accertamenti non hanno rilevato ricina nel suo organismo.

                Antonella e Sara, invece, morirono.

                Ora computer e pen drive potrebbero raccontare qualcosa che finora è rimasto nascosto: conversazioni, ricerche, spostamenti, rapporti o semplici dettagli quotidiani capaci di acquistare un significato completamente diverso alla luce di ciò che accadde quella sera.

                Per questo il 28 settembre potrebbe segnare un altro passaggio importante nell’inchiesta di Pietracatella. Gli investigatori cominceranno a interrogare non una persona, ma la memoria digitale che quella famiglia ha lasciato dietro di sé prima che la ricina entrasse nella sua storia.

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