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Cronaca

Leone XIV e l’ombra americana: la geopolitica del nuovo pontificato

Cresciuto nell’America dell’integrismo evangelico e dei conflitti culturali, Leone XIV porta in Vaticano uno sguardo globale ma dovrà guardarsi da un sospetto difficile da scrollarsi: la vicinanza presunta o reale con la destra americana, proprio mentre all’orizzonte si profila il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

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    L’elezione di Leone XIV, primo Papa americano della storia, è un fatto che scuote gli equilibri geopolitici della Chiesa. Non per una questione di bandiere, quanto per le implicazioni che quel passaporto – statunitense, anche se pastoralmente speso altrove – inevitabilmente porta con sé. Roma non è Washington. Ma l’eco della superpotenza è forte, anche dentro le mura leonine.

    Per questo, già nelle prime ore dopo la fumata bianca, tra i commentatori vaticani e le cancellerie internazionali si è aperta una domanda cruciale: che linea adotterà Leone XIV? Si allineerà alla visione di Francesco, con il suo magistero antimilitarista, antiatomico, filomigrante, e spesso critico verso l’impostazione ideologica dell’Occidente? Oppure inaugurerà una stagione più cauta, meno conflittuale con gli equilibri dominanti, più accomodante con l’agenda atlantica?

    A rendere il quesito ancora più urgente è il momento storico in cui avviene questa elezione. Il mondo è sull’orlo di un nuovo bipolarismo: da una parte Stati Uniti e alleati occidentali, dall’altra il blocco Russia-Cina. In mezzo, l’Europa che cerca un ruolo e un’identità, e una Chiesa che, sotto Francesco, ha cercato con tenacia la via del multilateralismo etico. E poi c’è Donald Trump, sempre più vicino a un ritorno alla presidenza. Con lui, anche una certa destra cattolica americana, che ha visto con fastidio gli anni di Bergoglio e che oggi sogna una “restaurazione”.

    Leone XIV non è parte di quella destra. Ma viene da lì. Per tutta la sua vita, ha camminato in equilibrio tra due mondi: da una parte, la tradizione agostiniana, la sobrietà teologica, il servizio ai poveri nelle periferie dell’America Latina. Dall’altra, le attese – spesso invadenti – dell’episcopato statunitense, che da anni mostra insofferenza per i toni pastorali della Chiesa di Francesco, invocando una maggiore chiarezza dottrinale e una più decisa opposizione al relativismo culturale.

    È in questo contesto che il nuovo Papa dovrà muoversi. E la sua sfida sarà duplice. Da una parte, rassicurare chi teme una virata neoconservatrice del pontificato, mostrando continuità nella difesa dei poveri, dei migranti, dell’ambiente. Dall’altra, evitare di diventare ostaggio delle aspettative di chi vorrebbe una Chiesa militante contro il mondo moderno, invece che presente dentro il mondo.

    La trappola, in fondo, è tutta lì. Leone XIV non è un “Papa di Trump”, ma sa che da oggi ogni suo gesto sarà letto anche in quella chiave. Qualsiasi sorriso a un ambasciatore, qualsiasi parola non detta sull’aborto o sul gender, qualsiasi silenzio su guerre e arsenali potrà diventare argomento per opposte narrazioni. I suoi nemici lo dipingeranno come un conservatore mascherato. I suoi fan più esagitati lo useranno come strumento per rivendicare rivincite ideologiche.

    Ma se c’è una cifra che fin qui ha segnato il suo stile, è proprio la volontà di non farsi strumentalizzare. In Perù, dove ha guidato la diocesi di Chiclayo per anni, ha preferito stare tra la gente più che nei salotti del potere. A Roma, nella Congregazione per i Vescovi, ha lavorato sottotraccia, con uno stile pacato, quasi monacale. Non è uomo da slogan. Non è uno che cerca il conflitto, né tantomeno il protagonismo. Ma è anche un pastore deciso, che sa dire no.

    In politica estera, il suo pontificato potrebbe quindi imboccare una terza via: non una chiusura nel fortino cattolico, né una rincorsa alle mode culturali. Piuttosto, una diplomazia paziente, sobria, ma radicata in un’idea precisa: la Chiesa come coscienza critica dell’umanità, non come sua ancella.

    Già nel primo Angelus – ancora da pronunciare – si attendono segnali. Un accenno alla guerra in Ucraina, un messaggio alla Terra Santa, uno sguardo all’Africa. Non tanto per dettare linee politiche, quanto per ribadire una postura: quella di un Papa che vuole essere ponte, non bandiera.

    In fondo, Leone XIV sa che il vero potere non sta nell’assecondare i potenti, ma nel ricordare loro ciò che conta davvero. La pace, la dignità umana, la giustizia sociale. Se saprà restare fedele a questa bussola, nonostante le pressioni e i sospetti, il suo pontificato potrà lasciare un segno profondo. Anche in un tempo di grandi ombre.

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      Cronaca

      Amanda Knox torna a Perugia davanti alle telecamere: il documentario “Bocca del lupo”, l’incontro con il giudice Mignini

      Assolta definitivamente per l’omicidio di Meredith Kercher ma ancora condannata per calunnia, Amanda Knox firma un documentario intimo sul viaggio a Perugia e sull’incontro con Giuliano Mignini. Sullo sfondo, le polemiche riaccese dagli Epstein Files e i paralleli con altre inchieste controverse.

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        Il ritorno a Perugia di Amanda Knox diventa un documentario. Si intitola Bocca del lupo e sarà trasmesso il 26 gennaio da Hulu. Ad annunciarlo è stata la stessa Knox sui social: «Racconta del mio viaggio di ritorno in Italia e del mio incontro faccia a faccia con l’uomo che mi ha mandato in prigione». Un riferimento diretto a Giuliano Mignini, il magistrato che coordinò l’indagine sull’omicidio di Meredith Kercher.

        Il documentario “Bocca del lupo”

        Knox lo definisce «più intimo e rivelatore di qualsiasi cosa abbia fatto prima». Il film segue il suo ritorno in Italia e l’incontro con Mignini, avvenuto proprio a Perugia, città che per l’americana resta il centro simbolico di una vicenda giudiziaria durata anni e capace di travalicare i confini italiani. Un viaggio che non è solo geografico, ma anche emotivo e mediatico, nel tentativo di rimettere ordine a una narrazione che l’ha accompagnata per oltre un decennio.

        La lunga vicenda giudiziaria

        Amanda Knox venne arrestata per l’omicidio di Meredith Kercher, condannata in primo grado e poi assolta in appello. Dopo quasi quattro anni di carcere fu scarcerata, fino all’assoluzione definitiva per l’accusa di omicidio al termine di un percorso giudiziario complesso e discusso, passato anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. È rimasta invece la condanna per calunnia a Patrick Lumumba, accusa che Knox ha sempre respinto. Nell’estate del 2022 il suo ritorno in Italia e l’incontro con Mignini hanno segnato una nuova fase di confronto, umano prima ancora che giudiziario.

        Epstein Files e il parallelo con il mostro di Firenze

        Il caso Meredith Kercher è tornato sotto i riflettori anche per un capitolo inatteso: la sua comparsa negli Epstein Files. In almeno tre mail pubblicate dal Dipartimento di Giustizia statunitense, Jeffrey Epstein mostrava interesse per il delitto di Perugia attraverso i resoconti dell’amico giornalista Edward Jay Epstein. Le mail seguono la linea difensiva di Knox e attaccano l’impostazione dell’accusa, arrivando a tracciare un parallelo con l’inchiesta sul mostro di Firenze e con il ruolo di Mignini in quel procedimento. Secondo quelle ricostruzioni, l’indagine sarebbe stata incardinata fin dall’inizio su una narrazione sbagliata, concentrandosi su Knox e trascurando piste alternative che avrebbero condotto rapidamente a Rudy Guede.

        Bocca del lupo si inserisce così in una storia che continua a generare domande, polemiche e riletture. Non un processo bis, ma l’ennesimo capitolo di un caso che, a distanza di anni, non ha mai smesso di dividere.

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          Mondo

          Trump contro i Boy Scout, l’ennesima guerra culturale a bersaglio mobile: nel mirino finiscono perfino lupetti e coccinelle

          Il Pentagono minaccia di tagliare i rapporti con gli scout perché “troppo inclusivi”. Un attacco ideologico che colpisce un’istituzione centenaria e racconta un’America sempre più ossessionata dal nemico immaginario.

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            Trump se la prende pure con i Boy Scout. Sembra una battuta, invece è la fotografia perfetta di una stagione politica. Quando la guerra culturale diventa l’unico orizzonte, non esistono più zone franche. Dopo le università “troppo woke”, i musei “ideologizzati”, i programmi di inclusione nelle aziende e perfino l’esercito, nel mirino finiscono anche i ragazzi in camicia e distintivo, i falò, le tende, le promesse fatte guardandosi negli occhi. È il paradosso trumpiano: in nome dei “valori tradizionali” si attacca una delle istituzioni più tradizionali che l’America abbia mai avuto.

            Il Pentagono ha scelto la linea dura e lo ha fatto nel modo più politico possibile: minacciando di interrompere ogni collaborazione con Scouting America, l’organizzazione nata nel 1910 come Boy Scouts of America, accusata di essersi spinta troppo avanti sul terreno dell’inclusione. L’ingresso delle ragazze, il cambio di nome, l’attenzione verso minoranze e disabilità vengono trattati non come scelte educative, ma come colpe ideologiche. Il messaggio è chiaro: o si torna a una versione “pura” e selettiva dell’identità, oppure si pagano le conseguenze.

            E le conseguenze non sono simboliche. Non stiamo parlando di un tweet polemico o di una dichiarazione da campagna elettorale. La minaccia riguarda il taglio del supporto logistico e operativo a eventi cruciali come il National Jamboree, il grande raduno estivo degli scout, che da sempre si regge anche sull’aiuto della Guardia Nazionale e dei servizi sanitari e di sicurezza. Vuol dire mettere a rischio un evento che coinvolge decine di migliaia di ragazzi e famiglie. Vuol dire usare lo Stato come clava ideologica.

            Dentro questa scelta c’è tutta la cifra del trumpismo di ritorno: la trasformazione delle istituzioni in strumenti di pressione culturale. Non si discute, non si argomenta, non si accetta la pluralità. Si punisce. Si condiziona. Si impone una gerarchia di valori decisa dall’alto. E se a rimetterci sono dei ragazzi, pazienza: nella logica della guerra permanente, i danni collaterali non contano.

            La cosa più grottesca è che i Boy Scout sono stati per oltre un secolo uno dei pilastri dell’educazione civica americana. Disciplina, servizio, responsabilità, comunità. Valori che nessuna amministrazione, fino a oggi, aveva mai messo in discussione in modo così frontale. E invece eccoci qui: accusati di essere “troppo inclusivi”, come se l’inclusione fosse una parolaccia, come se insegnare a stare insieme fosse una minaccia all’ordine morale.

            Il cambio di nome in Scouting America è diventato il simbolo di questa battaglia. Per i critici, è la prova di una resa culturale. Per chi conosce davvero il mondo scout, è semplicemente un tentativo di non escludere, di allargare senza cancellare. Nessuno ha bruciato le bandiere, nessuno ha rinnegato la storia. Si è detto: questo spazio può essere di più persone. Ed è bastato questo per scatenare la reazione.

            C’è poi un aspetto che l’amministrazione sembra ignorare o fingere di ignorare: il legame storico tra scout e famiglie militari. Nelle basi americane, anche all’estero, gli scout sono spesso un punto di riferimento fondamentale per i figli dei militari. Tagliare i rapporti significa colpire proprio quel tessuto sociale che l’esercito dice di voler difendere. È un cortocircuito clamoroso: in nome della forza, si indebolisce una comunità.

            Trump aveva elogiato gli scout in passato, li aveva celebrati come esempio di cittadinanza. Oggi, però, quella memoria non serve più. Perché nella nuova fase conta solo una cosa: dimostrare che nessuno è intoccabile. Che la linea ideologica passa ovunque. Anche sopra le tende da campo e i fazzolettoni al collo. È una dimostrazione di forza che però sa di accanimento. Di bisogno continuo di un nemico.

            Noi stiamo con i Boy Scout perché qui non è in gioco una sigla, ma un’idea. L’idea che l’educazione non sia addestramento ideologico. Che crescere non significhi imparare chi escludere, ma come convivere. Che Dio e patria, evocati come slogan, non abbiano bisogno di essere difesi a colpi di ultimatum, ma vissuti nei gesti quotidiani, nel servizio, nel rispetto reciproco.

            Nessun cedimento al racconto di chi vorrebbe ridurli a una caricatura. Non lo sono. Sono scout oggi, nel 2026, in un mondo più complicato di quello del 1910. E fanno esattamente quello che hanno sempre fatto: provano a insegnare a dei ragazzi come stare in piedi nel mondo. Se questo diventa un problema per il Pentagono e per Trump, allora il problema non sono gli scout. È la politica che ha bisogno di inventarsi una guerra anche contro chi, da più di un secolo, costruisce comunità invece di distruggerle.

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              Cronaca

              La foto falsa, l’IA e il corto circuito istituzionale: così la Polizia ha alimentato il complotto dopo gli scontri di Torino

              Un’immagine generata con l’intelligenza artificiale, diffusa senza avvertenze dagli account ufficiali, ha innescato una teoria del complotto sugli scontri di Torino e sugli agenti feriti. Un caso che solleva interrogativi pesanti sulla comunicazione istituzionale, sulla manipolazione emotiva delle immagini e sull’uso irresponsabile dell’IA da parte dello Stato.

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                Ci sono vicende che, più delle violenze di piazza, raccontano lo stato di salute di un Paese. Quella degli scontri di Torino, scoppiati al termine della manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, è una di queste. Non solo per la brutalità delle immagini che mostrano un agente a terra colpito con calci e martellate, ma per ciò che è accaduto dopo. Per il modo in cui la comunicazione istituzionale ha trasformato un fatto grave in un pasticcio clamoroso, alimentando proprio quella sfiducia che dice di voler combattere.

                Sabato 31 gennaio, a Torino, migliaia di persone hanno sfilato in una manifestazione inizialmente pacifica a sostegno di Askatasuna, storico centro sociale sgomberato lo scorso dicembre dopo trent’anni di attività nello stabile di corso Regina Margherita 47. Nel tardo pomeriggio, però, una frangia del corteo si è staccata e ha dato vita a violenti scontri con le forze dell’ordine. Petardi, fumogeni e bombe carta contro la Polizia; lacrimogeni e idranti in risposta. Il bilancio finale parla di oltre cento agenti feriti e di decine di manifestanti contusi.

                In questo scenario emerge un video destinato a diventare iconico. Le immagini mostrano un poliziotto solo, a terra, senza casco né maschera antigas, colpito ripetutamente da un gruppo di persone incappucciate. Pugni, calci, colpi inferti anche alla testa. Poi l’arrivo di un collega, che lo protegge con lo scudo mentre i manifestanti arretrano. Un filmato duro, senza ambiguità, pubblicato da Torino Oggi e rilanciato immediatamente da tutte le principali testate nazionali.

                Il video finisce anche sui profili social dei vertici politici. Lo condividono il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Parte l’indagine della Procura di Torino, arrivano tre arresti. I due agenti protagonisti del video vengono ricoverati all’ospedale Molinette: Alessandro Calista, l’agente colpito a terra, con una prognosi di venti giorni; Lorenzo Virgulti, intervenuto in suo soccorso, con trenta giorni. Il giorno dopo le dimissioni e la visita istituzionale della premier in corsia, documentata con foto e video ufficiali.

                Sembrerebbe una vicenda lineare. Non lo è.
                Dal 2 febbraio, sui social – in particolare su X – prende corpo una teoria del complotto che mette in dubbio la veridicità delle ferite riportate da Calista. Una narrazione tossica, che arriva a insinuare che il pestaggio sarebbe stato enfatizzato o addirittura simulato. Il perno dell’accusa è grottesco quanto rivelatore: un confronto tra due immagini ufficiali, una diffusa dalla Polizia e una pubblicata dalla presidente del Consiglio, che mostrerebbero una presunta incongruenza nei capelli dell’agente.

                Nella foto dell’abbraccio tra i due poliziotti, Calista – ripreso di spalle – sembrerebbe avere i capelli più lunghi sulla nuca. Nell’immagine scattata in ospedale, invece, la stessa zona appare rasata. Da qui l’accusa: non poteva essere ferito, avrebbe avuto persino il tempo di andare dal barbiere. Una tesi assurda, facilmente smontabile guardando con attenzione il video originale dell’aggressione, dove si vede chiaramente che Calista ha già i capelli rasati.

                Eppure la teoria del complotto attecchisce. Perché? Perché a generarla non è stata una fake news qualsiasi, ma un errore gravissimo di fonte istituzionale. La foto che mostra Calista con i capelli apparentemente non rasati non è una fotografia reale. È un’immagine alterata, generata o pesantemente ritoccata con l’intelligenza artificiale.

                Il 1° febbraio, la Polizia di Stato pubblica sui propri profili social un post di solidarietà agli agenti feriti. L’immagine scelta è proprio quella dell’abbraccio tra Virgulti e Calista. Ma basta osservarla con attenzione per cogliere una serie di anomalie tipiche delle immagini IA: scritte senza senso sul casco, la parola “Polizia” deformata sul corpetto, errori nelle proporzioni, dettagli che non tornano.

                Non solo. Nella foto diffusa ufficialmente, Virgulti appare senza maschera antigas, senza scudo, con baffi che non ha. Nel video reale, invece, l’agente indossa la maschera, impugna lo scudo e porta la barba. Anche l’ambiente è sbagliato: sampietrini inesistenti, una cancellata che si interrompe nel nulla, una volante sullo sfondo che nel luogo reale non c’era. Geolocalizzando il punto dell’aggressione, si scopre che la strada è asfaltata e che la recinzione è completamente diversa.

                Il dato più grave arriva però dopo. Quella stessa immagine IA viene trasmessa dall’ufficio stampa della Polizia all’ANSA e inserita nei circuiti delle agenzie fotografiche, senza alcuna indicazione che si tratti di un contenuto generato digitalmente. I media la riprendono e la pubblicano come se fosse reale. Un cortocircuito informativo totale.

                Non è chiaro se la Polizia abbia creato direttamente l’immagine o se l’abbia recuperata online credendola autentica. Quello che è certo è che un’istituzione dello Stato ha diffuso materiale manipolato per rendere più “pulita” e più emotiva una scena reale. Un’operazione che, invece di rafforzare la credibilità delle forze dell’ordine, l’ha minata.

                Attraverso ricerche inverse, si scopre che già la sera del 31 gennaio circolavano sui social versioni IA della scena, più o meno fedeli al video originale. Una di queste, pubblicata alle 21:17 su Facebook, presenta già scritte senza senso e dettagli alterati, ma mantiene elementi reali come lo scudo, la maschera antigas e lo sfondo corretto. La versione successiva, condivisa il 1° febbraio dal profilo ufficiale della Polizia penitenziaria, elimina progressivamente gli elementi autentici, fino ad arrivare all’immagine “definitiva” diffusa dalla Polizia di Stato.

                È qui che il racconto deraglia.
                Nel tentativo di costruire un’immagine simbolica, potente, emotivamente efficace, l’istituzione ha finito per manipolare la realtà. E quella manipolazione, una volta scoperta, è diventata l’arma perfetta per chi voleva negare la violenza subita dagli agenti.

                Il paradosso è evidente: una foto falsa, diffusa per rafforzare una verità, viene usata per negarla. La responsabilità non è di chi, in malafede, costruisce teorie complottiste. È di chi, con leggerezza imperdonabile, ha fornito loro il materiale per farlo.

                In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale rende sempre più labile il confine tra vero e verosimile, le istituzioni dovrebbero essere l’ultimo baluardo della trasparenza. Invece, in questo caso, hanno scelto la scorciatoia emotiva. E hanno perso il controllo del racconto.

                Non è un dettaglio tecnico. È una questione politica, culturale e democratica. Se lo Stato altera le immagini, anche “a fin di bene”, perde autorità morale. E quando la fiducia si rompe, non bastano le smentite, le conferenze stampa o le visite istituzionali in ospedale a ricomporla.

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