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Cronaca

Massimiliano Strappetti, l’infermiere che fu l’ombra di Papa Francesco fino all’ultimo respiro

Fu Strappetti a insistere per l’operazione segreta del 2021, a concedergli l’ultima uscita tra i fedeli e ad accompagnarlo, da solo, nella stanza della morte. Il suo ruolo non esisteva: glielo inventò Bergoglio.

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    L’ultimo saluto Papa Francesco lo ha riservato a lui. A quell’uomo sempre silenzioso, sempre un passo indietro, sempre presente. Un cenno con la mano e poche parole di gratitudine per Massimiliano Strappetti, l’infermiere che più di ogni altro è stato il suo angelo custode. Da tempo. Da quando, nel 2021, riuscì a convincere il pontefice a sottoporsi a un intervento chirurgico d’urgenza che Francesco stesso definì «l’operazione che mi ha salvato la vita».

    Da allora, non si sono più lasciati. Quando Bergoglio fu ricoverato al Gemelli per affaticamento polmonare, fu Strappetti a insistere perché non si temporeggiasse. E sempre lui a concedere al Papa quel bagno di folla per la benedizione Urbi et Orbi, il 20 aprile, solo poche ore prima che il cuore di Francesco si fermasse.

    Classe 1970, romano, tifoso della Lazio, Strappetti ha attraversato vent’anni di Vaticano e tre papati, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, fino a Papa Francesco. La sua carriera parte dal reparto di Rianimazione del Policlinico Gemelli. Nel 2002 entra a far parte dello staff sanitario vaticano. Ma è con Bergoglio che nasce un legame nuovo. Nel 2021, in gran segreto, organizza e gestisce l’operazione per la stenosi diverticolare al colon. Da lì la fiducia è totale.

    Nel 2022 arriva la nomina ufficiale: “Assistente sanitario personale del Santo Padre”. È un ruolo che non esisteva, creato su misura per lui. Strappetti non è più solo un infermiere: è la persona che dorme nella stanza accanto, che ascolta ogni respiro, che decide quando è il momento di dire basta. Anche all’accanimento terapeutico.

    È stato lui, il giorno della Pasqua, a dire sì all’ultima uscita pubblica del Papa. Sabato 20 aprile, assieme al pontefice, aveva fatto un sopralluogo nel tragitto fino a San Pietro. Il giorno dopo, tra 50mila fedeli, Francesco sorrideva dal sagrato, stanco ma determinato. Tornato a Santa Marta, cenò come sempre. Si addormentò senza dolori. E si svegliò, all’alba del 21 aprile, con la morte addosso.

    Alle 5.30 Strappetti chiamò d’urgenza il professor Alfieri. «Il Papa sta male, dobbiamo tornare al Gemelli». Ma non ci fu tempo. Né lo si volle. Francesco aveva spesso detto: “Voglio morire a casa”. E casa, per lui, era la sua stanza a Santa Marta.

    Il resto è stato silenzio. Il Papa non rispondeva più agli stimoli. Ma poco prima del coma, ebbe un gesto. Si voltò verso Strappetti, alzò una mano. Quel cenno vale più di mille parole. Perché era il grazie di un uomo che non poteva più parlare, ma voleva dire tutto.

    Massimiliano Strappetti non ha rilasciato dichiarazioni. Sui social si trovano solo scatti con la compagna Barbara e i figli, foto delle vacanze a Napoli, immagini della Lazio. Vita normale. Vita vera.

    Oggi il Vaticano lo piange in silenzio. Perché accanto a ogni papa, accanto a ogni storia grande, ci sono ombre buone che non vogliono applausi. Solo un cenno con la mano. E un grazie.

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      Cronaca Nera

      Garlasco, la mamma di Sempio contro la vittima: «Maledetta Chiara, muoiano i Poggi». Le frasi choc registrate dalle cimici

      Daniela Ferrari intercettata nella sua abitazione mentre l’inchiesta sul figlio Andrea entra nel vivo. Dalla rabbia contro Chiara Poggi e la sua famiglia alla paura del carcere, fino alle domande sul Dna, sulla catenina della vittima e sul possibile movente: cosa raccontano davvero le conversazioni finite agli atti.

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      La madre di Andrea Sempio

        «Maledetta Chiara». Poi la rabbia si allarga alla famiglia Poggi, con parole ancora più pesanti e un augurio di morte. A pronunciarle è Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, senza sapere che gli investigatori stanno ascoltando e registrando le conversazioni dentro casa. È il 29 ottobre 2025 e la nuova inchiesta sull’omicidio di Garlasco sta entrando nella fase più delicata. Quasi un anno dopo, quelle parole emergono dagli atti e mostrano quale fosse il clima nella famiglia dell’uomo tornato al centro delle indagini sulla morte di Chiara Poggi.

        La frase è violentissima, soprattutto perché ha come bersaglio una ragazza assassinata a 26 anni nella propria casa. Sul piano giudiziario, però, occorre tenere distinti i due piani: lo sfogo di Daniela Ferrari non costituisce una prova contro Andrea Sempio, né può essere utilizzato da solo per ricostruire ciò che accadde nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007. Le intercettazioni assumono interesse perché raccontano paure, ragionamenti e reazioni della famiglia mentre gli investigatori tornano a esaminare Dna, impronte e altri elementi del delitto.

        «Maledetta Chiara»: la rabbia della madre contro i Poggi

        Daniela Ferrari parla mentre la pressione sulla famiglia Sempio cresce. La donna se la prende direttamente con Chiara e poi con i suoi familiari. Non sa che ogni parola viene catturata dalle microspie piazzate dagli investigatori e destinata a entrare nel materiale della nuova inchiesta.

        Dietro quella rabbia emerge soprattutto la convinzione della madre che il figlio stia subendo un’ingiustizia. Daniela difende Andrea e vive ogni nuovo accertamento come una minaccia. È in questo clima che pronuncia l’invettiva contro la vittima e i Poggi.

        Il particolare inevitabilmente impressiona, ma il suo significato investigativo deve essere valutato nel contesto. Andrea Sempio continua a dichiararsi innocente e sostiene di non avere avuto alcun ruolo nell’omicidio. Per la morte di Chiara esiste inoltre una sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. La nuova indagine della Procura di Pavia ha però riportato Sempio al centro del caso, aprendo un nuovo scenario giudiziario.

        La paura che Andrea finisca in carcere

        Le cimici non registrano soltanto rabbia. Dentro casa Sempio emerge anche la paura. I genitori parlano dell’eventualità che Andrea possa essere arrestato e Daniela arriva a evocare l’immagine delle «arance» da portargli in carcere.

        La famiglia segue con attenzione quasi ossessiva ogni sviluppo dell’inchiesta. Si discute degli accertamenti genetici, delle impronte, delle misurazioni sul corpo di Andrea e degli oggetti sui quali gli investigatori potrebbero cercare nuove tracce. Ogni notizia diventa materia di conversazione perché potrebbe incidere sulla posizione del figlio.

        Il Dna rappresenta uno dei punti più delicati. Gli accertamenti sul materiale genetico recuperato dalle unghie di Chiara sono tornati al centro della nuova indagine e hanno prodotto un confronto durissimo tra consulenti dell’accusa e della difesa. Proprio mentre gli specialisti lavorano, le intercettazioni restituiscono la preoccupazione dei genitori per quello che le analisi potrebbero rivelare.

        In una conversazione compare anche una chiavetta Usb. Giuseppe Sempio domanda al figlio di una chiavetta che non ricorda se fosse collegata al computer, mentre Andrea risponde di non averne avute e cerca di capire a quale dispositivo si riferisca il padre. Anche questo dialogo viene registrato e finisce nel materiale raccolto dagli investigatori.

        La catenina di Chiara e la domanda sul possibile movente

        Tra le conversazioni intercettate ce n’è una che riguarda direttamente un oggetto appartenuto alla vittima. Daniela Ferrari parla della possibilità che gli investigatori effettuino nuovi accertamenti sulla catenina indossata da Chiara e manifesta preoccupazione per l’eventuale presenza di materiale genetico.

        Ma un altro dialogo attira ancora di più l’attenzione. Madre e figlio affrontano il tema del movente e Daniela si domanda che cosa Chiara avrebbe potuto scoprire di tanto importante da spingere qualcuno a ucciderla.

        Andrea sviluppa un ragionamento generale: qualcosa che appare insignificante a una persona può assumere un valore enorme per un’altra. È una conversazione che inevitabilmente incuriosisce alla luce della nuova indagine, ma anche in questo caso non si tratta di una confessione e non dimostra l’esistenza di uno specifico movente collegato a Sempio.

        Proprio le intercettazioni mostrano quanto possa diventare rischioso estrapolare una singola frase da conversazioni molto più ampie. Gli investigatori le hanno raccolte insieme a una grande quantità di altro materiale e dovranno essere gli eventuali passaggi processuali a stabilire quale parte possa avere un effettivo valore probatorio.

        Le scarpe, l’impronta 33 e quei venti chili in più

        Daniela Ferrari commenta anche le nuove misurazioni antropometriche effettuate sul figlio. La madre contesta il confronto tra l’Andrea di oggi e il ragazzo che era nel 2007, sottolineando che nel frattempo sarebbe aumentato di circa venti chili. C’è però una cosa che, osserva, non sarebbe cambiata: il numero delle scarpe.

        Il particolare acquista interesse perché proprio le impronte sono tornate al centro della nuova indagine. Gli accertamenti hanno riguardato anche la compatibilità delle misure del piede di Sempio con una calzatura numero 42 presa in esame dagli specialisti. Compatibilità, naturalmente, non significa identificazione certa dell’autore di un’impronta, e la questione rappresenta uno dei terreni sui quali accusa e difesa sono destinate a confrontarsi.

        C’è poi l’impronta 33, uno degli elementi più discussi della nuova fase investigativa. La difesa di Sempio punta a contestarne interpretazione e attribuzione, mentre gli inquirenti continuano a inserirla nel complesso degli elementi raccolti durante gli accertamenti.

        Quelle parole contro Chiara che adesso diventano un caso

        Tra Dna, impronte, oggetti riesaminati e conversazioni registrate, è però inevitabile che siano le parole di Daniela Ferrari a provocare la reazione più forte. «Maledetta Chiara» diventa una frase difficilissima da ascoltare perché pronunciata contro una giovane donna assassinata e incapace, naturalmente, di replicare.

        Ma trasformare la rabbia della madre in una prova della colpevolezza del figlio sarebbe un salto che gli atti, da soli, non consentono. Le intercettazioni mostrano una famiglia spaventata, arrabbiata e concentrata sulle possibili conseguenze dell’inchiesta. Raccontano il clima dentro casa Sempio, non risolvono il delitto.

        Andrea Sempio continua a respingere ogni accusa. La Procura, invece, ha raccolto gli elementi che ritiene rilevanti per sostenere la propria ricostruzione. Sarà il procedimento giudiziario a stabilire quale peso abbiano davvero Dna, impronte, consulenze e tutti gli altri accertamenti. Le urla della madre restano fuori da quella prova decisiva, ma aggiungono un nuovo e durissimo capitolo umano al caso Garlasco.

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          Cronaca Nera

          Ricina, trovato il computer usato per cercare come preparare il veleno: la ricerca pochi giorni prima della morte di madre e figlia

          La nuova pista nel giallo di Pietracatella porta al dispositivo dal quale qualcuno avrebbe cercato informazioni sulla preparazione della ricina. Intanto gli investigatori tornano sulle ultime ore di Antonella Di Ielsi e ascoltano due donne legate all’uomo che la incontrò prima della cena fatale.

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            C’è un computer che potrebbe custodire uno dei segreti più importanti del giallo di Pietracatella. Sarebbe stato individuato il dispositivo dal quale, pochi giorni prima dell’avvelenamento di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, qualcuno avrebbe cercato su Internet informazioni su come preparare la ricina in polvere. Una traccia potenzialmente clamorosa, perché per la prima volta potrebbe offrire agli investigatori la possibilità di risalire a chi si documentò sul veleno prima della tragedia.

            La pista nasce da una ricerca effettuata su un forum ospitato da una piattaforma americana. L’indirizzo IP associato alla connessione porterebbe nella zona di Pietracatella. Resta però un elemento di cautela importante: la procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il capo della Squadra mobile di Campobasso Marco Graziano hanno dichiarato di non avere notizie di questo sviluppo investigativo. La notizia del computer e della ricerca sulla ricina, quindi, dovrà trovare conferma negli atti dell’inchiesta.

            Il computer e quella ricerca sulla ricina prima delle morti

            Se gli accertamenti confermassero la pista, la domanda diventerebbe inevitabile: chi utilizzò quel computer? Non basta infatti localizzare un dispositivo o una connessione. Gli investigatori dovrebbero stabilire chi avesse materialmente accesso alla macchina e, soprattutto, chi effettuò quella ricerca.

            Il particolare temporale rende la vicenda ancora più inquietante. La consultazione delle informazioni sulla preparazione della ricina sarebbe avvenuta pochi giorni prima dell’avvelenamento. Un dettaglio che potrebbe contribuire a ricostruire la fase di preparazione del delitto, qualora gli inquirenti riuscissero a dimostrare un collegamento tra quella ricerca e la sostanza che ha ucciso Antonella e Sara.

            Da mesi l’inchiesta cerca infatti di rispondere a tre domande fondamentali: chi procurò la ricina, chi preparò il veleno e come arrivò nella casa della famiglia Di Vita. A quasi un anno dalla tragedia nessuno risulta indagato per l’omicidio delle due donne, ma interrogatori, perquisizioni e analisi sui dispositivi elettronici mostrano un’indagine ancora in pieno movimento.

            Due donne interrogate e quelle ultime ore di Antonella

            Nelle stesse ore gli investigatori hanno convocato come persone informate sui fatti una madre e sua figlia. Le due sono la sorella e la nipote dell’uomo che il 22 dicembre incontrò Antonella Di Ielsi nel suo ufficio, poche ore prima della cena dopo la quale madre e figlia iniziarono a stare male.

            L’uomo lavora come tecnico di laboratorio in una scuola ed è sposato con un’insegnante molto amica di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Proprio la moglie del tecnico era già stata ascoltata a lungo dagli investigatori.

            L’attenzione sembra concentrarsi sempre più su ciò che accadde nelle ore immediatamente precedenti alla cena fatale. Gli inquirenti vogliono comprendere il motivo dell’incontro tra Antonella e il tecnico e ricostruire i loro contatti successivi. I due, infatti, avrebbero continuato a scambiarsi messaggi anche quando la donna aveva già cominciato ad accusare i sintomi dell’avvelenamento.

            Perquisiti gli studi di Gianni Di Vita: sequestrati cellulare e chiavetta Usb

            Nei giorni scorsi gli investigatori hanno perquisito anche i due studi professionali di Gianni Di Vita e la sua nuova abitazione a Pietracatella. L’uomo è stato ascoltato tre volte nel giro di poche ore, ma non risulta indagato per l’omicidio della moglie e della figlia.

            Durante le perquisizioni gli agenti hanno acquisito diversi oggetti. Tra questi ci sono la borsa appartenuta ad Antonella, alcune fotografie delle figlie, appunti di lavoro, un telefono cellulare e una chiavetta Usb. È stato prelevato anche un romanzo dello scrittore molisano Giose Rimanelli, Tiro al piccione. Non è noto quale eventuale rilevanza investigativa possano avere i singoli reperti.

            Particolare attenzione potrebbe invece concentrarsi sul materiale elettronico, dal quale gli specialisti possono tentare di recuperare messaggi, documenti, cronologie e altri dati utili alla ricostruzione dei rapporti e degli spostamenti nelle settimane precedenti alla tragedia.

            Oltre 200 testimoni, ma ancora nessun indagato per il duplice delitto

            Il numero delle persone ascoltate ha ormai superato quota 200. Nonostante una mole enorme di accertamenti, il fascicolo sull’avvelenamento non ha ancora un indagato. Parallelamente resta aperto il procedimento per omicidio colposo relativo alle cure ricevute da Antonella e Sara dopo il ricovero, nel quale risultano coinvolti cinque medici.

            Un altro passaggio decisivo riguarda gli esami affidati agli specialisti tedeschi sui reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia. Gli esperti hanno chiesto altri trenta giorni per completare le analisi. I risultati potrebbero aiutare gli investigatori a capire meglio dove si trovasse la ricina e come sia avvenuta la contaminazione.

            Adesso, però, sul giallo compare quel computer. Se davvero è quello dal quale qualcuno cercò come preparare la ricina pochi giorni prima delle morti, individuare chi lo utilizzò potrebbe diventare uno dei passaggi più importanti dell’intera indagine. Perché dopo mesi trascorsi a cercare il percorso del veleno, gli investigatori potrebbero finalmente avere davanti la macchina dalla quale qualcuno iniziò a cercare come produrlo.

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              Cronaca Nera

              Garlasco, l’ultima terribile verità su Chiara: «Era viva dopo i colpi, forse per un’ora». E spunta la difesa disperata dall’assassino

              Chiusa l’inchiesta bis con Andrea Sempio unico indagato: per i consulenti della Procura la sopravvivenza minima sarebbe stata di 15-30 minuti, ma potrebbe essersi protratta fino a 60. Chiara avrebbe inoltre cercato di proteggersi durante l’aggressione. Impronta 33 e scarpa Frau 42 restano al centro dello scontro con la difesa

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              Chiara Poggi

                Diciannove anni dopo il delitto di Garlasco, la Procura di Pavia prova a ricostruire anche gli ultimi, terribili minuti della vita di Chiara Poggi. E dalle nuove carte emerge un particolare che cambia profondamente la percezione di ciò che potrebbe essere accaduto la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli: Chiara potrebbe non essere morta immediatamente dopo i colpi. Avrebbe cercato di proteggersi durante l’aggressione e potrebbe essere rimasta in vita per almeno 15-30 minuti, forse addirittura per un’ora.

                È uno degli elementi più drammatici contenuti nella nuova ricostruzione medico-legale acquisita dalla Procura, che ha chiuso l’inchiesta bis mantenendo Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio. I magistrati ritengono che abbia agito da solo e gli contestano l’omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti, che il capo d’imputazione provvisorio riconduce all’«odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale».

                È, naturalmente, la ricostruzione dell’accusa. Sempio non ha ricevuto alcuna condanna né un rinvio a giudizio e la difesa contesta radicalmente il quadro costruito dalla Procura. Ma con la chiusura delle indagini il caso entra in una fase completamente nuova e, per la prima volta, gli inquirenti riuniscono in un unico impianto accusatorio gli accertamenti medico-legali, la scarpa con la suola a pallini, l’impronta 33 e i nuovi esperimenti effettuati sulle tracce.

                Chiara avrebbe cercato di proteggersi dall’assassino

                Uno dei punti centrali arriva dalla consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, chiamata a riesaminare la dinamica dell’aggressione e i tempi della morte. Gli esperti hanno lavorato anche sul contenuto gastrico della vittima per cercare di delimitare con maggiore precisione la cronologia di quella mattina.

                Secondo la nuova valutazione, Chiara non sarebbe morta prima di circa mezz’ora dalla colazione, consumata verosimilmente dopo le 9.12, quando qualcuno disattivò l’allarme dell’abitazione per permettere ai gatti Piuma e Minù di uscire in giardino.

                Ma il punto più impressionante riguarda quello che sarebbe successo durante l’aggressione. Chiara avrebbe tentato di difendersi, compiendo almeno gesti di difesa passiva e cercando di frapporre le braccia tra sé e chi la stava colpendo. Gli esperti non escludono neppure una componente di difesa attiva.

                Un particolare importante non soltanto per ricostruire la violenza dell’aggressione, ma potenzialmente anche per interpretare le tracce biologiche recuperate sotto le unghie della vittima, tornate al centro della nuova indagine.

                Gli accertamenti delineano quindi la scena di una giovane donna che avrebbe visto e affrontato il proprio aggressore, tentando almeno per alcuni momenti di proteggersi dai colpi.

                L’agonia potrebbe essere durata fino a sessanta minuti

                È però il tempo trascorso tra le lesioni e la morte a restituire l’aspetto più sconvolgente della nuova consulenza.

                Secondo gli esperti, l’aggressore avrebbe provocato le ferite mentre Chiara era ancora viva. La consulenza colloca la sopravvivenza minima dopo l’aggressione in un intervallo compreso tra 15 e 30 minuti, ma non esclude «una sopravvivenza complessiva più prolungata fino ai 60 minuti».

                In altre parole, secondo questa nuova ipotesi medico-legale, Chiara Poggi potrebbe essere rimasta viva per quasi un’ora dopo l’aggressione.

                Un elemento destinato inevitabilmente a pesare anche sulla ricostruzione temporale del delitto. Stabilire quanto a lungo Chiara sia sopravvissuta significa infatti provare a ridefinire non soltanto il momento dell’aggressione, ma anche la finestra temporale entro la quale l’assassino sarebbe rimasto nella villetta o avrebbe potuto allontanarsi.

                Dopo diciannove anni, dunque, anche la cronologia di quella mattina torna a essere uno dei terreni sui quali accusa e difesa sono destinate a confrontarsi.

                La scarpa Frau numero 42 e le misure del piede di Sempio

                Nel nuovo impianto della Procura trova spazio anche uno degli elementi più discussi della scena del crimine: le impronte a pallini lasciate nel sangue all’interno dell’abitazione.

                Il tenente colonnello Gianpaolo Iuliano, del Ris di Messina, e il dattiloscopista Nicola Caprioli hanno approfondito le caratteristiche di una scarpa Frau numero 42 del modello che gli investigatori considerano compatibile con le tracce repertate nella villetta.

                Secondo le conclusioni riportate negli atti, le dimensioni della calzatura risulterebbero compatibili con quelle del piede di Andrea Sempio. Sul tema interviene anche la consulenza di Cristina Cattaneo, che aveva effettuato rilevazioni antropometriche sull’indagato e osserva come l’aumento di peso nel corso degli anni possa modificare larghezza e volume del piede.

                Proprio su questo punto, però, la difesa prepara uno scontro frontale. Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia sostengono di avere raccolto le dichiarazioni di due testimoni che, accompagnate dai relativi riscontri, indicherebbero che Sempio già nel 2007 calzava il numero 44.

                Una differenza tutt’altro che marginale, perché la compatibilità tra piede e calzatura rappresenta uno dei tasselli attraverso i quali la Procura tenta di collegare l’indagato alle impronte rinvenute nella casa.

                L’impronta 33 torna al centro dell’inchiesta

                C’è poi l’impronta 33, probabilmente uno degli elementi più controversi dell’intera nuova indagine. Gli investigatori individuarono la traccia del palmo della mano destra sul muro delle scale che conducono verso il punto nel quale trovarono il corpo di Chiara.

                Secondo gli approfondimenti effettuati da Iuliano e Caprioli, l’attribuzione ad Andrea Sempio manterrebbe validità sulla base di 15 minuzie e di un cluster di caratteristiche.

                Da anni, tuttavia, attorno a quell’impronta ruota una domanda decisiva: c’era sangue oppure no? La traccia non aveva restituito materiale genetico utilizzabile e gli accertamenti dell’epoca non avevano dimostrato la presenza di sangue. Per affrontare questo punto, il Racis di Roma ha effettuato nuovi esperimenti utilizzando differenti tipologie di muro, sangue e ninidrina, lo stesso reagente che gli investigatori usarono nel 2007.

                Secondo i risultati riportati negli atti, l’assenza di Dna rilevabile non permette, da sola, di escludere che originariamente sulla superficie ci fosse sangue, perché il particolato minerale alcalino dell’intonaco può interferire con la conservazione e con la successiva rilevazione del materiale genetico.

                Questo non dimostra automaticamente che l’impronta 33 contenesse sangue. Significa però, nella prospettiva dell’accusa, che l’assenza di Dna non basta più per escludere quella possibilità.

                Per la Procura Sempio avrebbe agito da solo

                La chiusura delle indagini chiarisce anche un altro punto fondamentale della nuova ricostruzione: per la Procura Andrea Sempio avrebbe agito da solo.

                L’ipotesi di eventuali complici, evocata a più riprese durante i mesi dell’inchiesta e diventata uno dei temi più discussi attorno al caso Garlasco, non compare dunque nella contestazione finale formulata nei confronti dell’indagato.

                I magistrati contestano inoltre l’aggravante della crudeltà, collegandola all’«efferatezza dell’azione omicidiaria», e quella dei motivi abietti, che secondo l’accusa troverebbero origine nel rifiuto da parte di Chiara di un approccio sessuale.

                Anche questo sarà uno dei punti sui quali la difesa potrà intervenire dopo avere esaminato integralmente il materiale depositato.

                La difesa: «Non ci sono nuovi elementi di prova»

                Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia respingono infatti l’idea che la chiusura delle indagini abbia portato una prova decisiva contro il loro assistito.

                «Nell’avviso non ci sono nuovi elementi di prova, sono contro-consulenze», sostengono i legali, che adesso hanno a disposizione i termini previsti dalla legge per studiare gli atti, depositare memorie e consulenze, chiedere interrogatori o ulteriori approfondimenti.

                La battaglia si annuncia particolarmente dura proprio sugli elementi scientifici: dalla misura delle scarpe all’impronta 33, passando per l’interpretazione delle tracce e per la ricostruzione della dinamica dell’aggressione.

                La conclusione delle indagini, infatti, non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva e il materiale raccolto dalla Procura dovrà affrontare il contraddittorio con la difesa e, se i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio, il vaglio del giudice.

                Diciannove anni dopo, Garlasco viene riscritto ancora

                Resta un dato impressionante: a quasi vent’anni dall’omicidio, la mattina del 13 agosto 2007 continua a cambiare forma.

                Per anni il delitto di Chiara Poggi è entrato nel procedimento che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. Oggi quella sentenza resta pienamente valida, mentre parallelamente la Procura di Pavia ha costruito una nuova indagine che indica un altro uomo come possibile autore dell’omicidio.

                Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il caso Garlasco uno dei più complessi della storia giudiziaria italiana recente.

                Da una parte c’è Alberto Stasi, con una condanna definitiva a 16 anni. Dall’altra Andrea Sempio, oggi unico indagato nella nuova inchiesta e ancora presunto innocente. Nel mezzo ci sono reperti vecchi di diciannove anni, analisi genetiche nuovamente discusse, impronte riesaminate, consulenze, scarpe, misurazioni e una scena del crimine sulla quale gli investigatori continuano a cercare risposte.

                Ma dalle nuove carte emerge soprattutto Chiara. Una ragazza di 26 anni che quella mattina, secondo la nuova ricostruzione medico-legale, potrebbe non essere morta immediatamente. Avrebbe visto arrivare i colpi, avrebbe cercato di proteggersi e potrebbe essere rimasta viva ancora per molti minuti, mentre il tempo continuava a scorrere dentro la villetta di via Pascoli.

                Quindici, trenta. Forse sessanta minuti.

                Ed è probabilmente questo, al di là di impronte, scarpe e battaglie tra consulenti, il particolare più terribile contenuto nelle nuove carte dell’inchiesta di Garlasco.

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