Cronaca
Me contro Te, sito sospeso dopo il ricorso: «Spingono i bambini a comprare». Scoppia il caso, cosa rischiano Luì e Sofì
L’associazione contesta presunte pratiche commerciali scorrette rivolte soprattutto ai minori, dalla commistione tra contenuti e shop ai cookie e alla verifica dell’età. Il sito parla soltanto di interventi tecnici, mentre Consumerismo ipotizza una scelta cautelativa.
Il sito dei Me contro Te improvvisamente non è più accessibile. Al posto di video, contenuti e collegamenti allo shop compare un avviso che informa gli utenti della sospensione temporanea del portale per interventi tecnici. Una circostanza che probabilmente sarebbe passata quasi inosservata se non fosse arrivata appena una settimana dopo il ricorso presentato da Consumerismo No Profit contro Mecontrote Srl al Tribunale civile di Palermo.
Il collegamento tra i due fatti, al momento, non è dimostrato. La società di Luigi Calagna e Sofia Scalia, Luì e Sofì, parla esclusivamente di manutenzione, aggiornamento e ottimizzazione del sito. Consumerismo, invece, osserva con grande attenzione la coincidenza temporale e il presidente Luigi Gabriele avanza un’ipotesi: «Ipotizziamo una chiusura cautelativa».
Dietro lo stop al portale si apre così una vicenda molto più ampia, che riguarda il confine tra intrattenimento, pubblicità e commercio quando il pubblico è formato in larga parte da bambini.
Il sito dei Me contro Te è offline: cosa compare adesso
Da lunedì sera, 21 settembre, chi prova ad accedere al sito ufficiale dei Me contro Te trova il portale sospeso. La pagina mantiene logo e immagini del duo, ma non consente la normale navigazione.
Il messaggio spiega: «Gentili utenti, il sito web è temporaneamente sospeso per interventi tecnici di aggiornamento e ottimizzazione. Ci scusiamo per il disagio e stiamo lavorando per rendere nuovamente disponibile il sito nel più breve tempo possibile».
Una comunicazione che, presa da sola, descrive una normale operazione tecnica. Il momento nel quale arriva, tuttavia, attira inevitabilmente l’attenzione perché il 14 settembre Consumerismo ha depositato un ricorso contro Mecontrote Srl, società con sede a Marsala, davanti alla sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Palermo.
L’associazione non considera automaticamente la sospensione una conseguenza della propria iniziativa giudiziaria, ma ritiene plausibile questa possibilità.
«Raccogliamo con interesse il fatto che da ieri il sito dell’azienda alla quale abbiamo rivolto le nostre contestazioni sia in manutenzione», ha dichiarato Gabriele.
Cosa contesta Consumerismo ai Me contro Te
Il vero cuore della vicenda sta proprio nel contenuto del ricorso.
Consumerismo ha avviato un’azione inibitoria collettiva e chiede al Tribunale di ordinare la cessazione di quelle che l’associazione considera «pratiche commerciali scorrette» rivolte soprattutto ai minori.
La contestazione riguarda il modo in cui il mondo dei Me contro Te unirebbe intrattenimento e vendita di prodotti. Luì e Sofì hanno costruito negli anni un universo che comprende video, film, libri, spettacoli e un vastissimo merchandising. Proprio la facilità con cui un bambino potrebbe passare dai contenuti dedicati al duo alle pagine commerciali rappresenta uno dei punti sui quali Consumerismo chiede l’intervento del giudice.
L’associazione sostiene che alcune modalità potrebbero spingere i bambini agli acquisti e contesta, tra le altre cose, una presunta pratica ingannevole per omissione, pubblicità occulta e possibili violazioni delle norme sulla protezione dei dati dei minori.
Si tratta, è importante precisarlo, delle contestazioni formulate dall’associazione nel ricorso. Il Tribunale dovrà valutarle e stabilire se abbiano fondamento.
Il nodo dello shop: Consumerismo chiede un filtro d’età
Tra le richieste formulate al giudice ce n’è una che riguarda direttamente il collegamento tra i contenuti destinati ai bambini e lo shop.
Consumerismo chiede che Mecontrote Srl rimuova il richiamo diretto al negozio online dall’ambiente rivolto ai minori oppure lo collochi dietro un filtro d’età.
L’obiettivo dichiarato dall’associazione consiste nel creare una separazione riconoscibile tra ciò che rappresenta intrattenimento e ciò che invece ha una finalità commerciale.
Ed è proprio questo uno dei temi più delicati quando si parla di creator seguiti dai giovanissimi. Un adulto distingue normalmente un contenuto editoriale da un messaggio promozionale e comprende immediatamente quando un collegamento conduce all’acquisto di un prodotto. Nel caso dei bambini, invece, Consumerismo ritiene necessarie maggiori garanzie proprio per evitare che contenuto e pubblicità possano confondersi.
Per questo il ricorso chiede anche una separazione evidente tra i contenuti di intrattenimento e quelli che pubblicizzano prodotti in vendita.
Cookie, dati dei bambini e consenso dei genitori
Il ricorso non si limita al merchandising.
Consumerismo solleva anche il problema dei cookie e della protezione dei dati dei minori. L’associazione chiede che il sito presenti un banner attraverso il quale l’utente possa accettare o rifiutare i cookie con la stessa facilità.
A questo si aggiunge una richiesta ancora più specifica: introdurre strumenti capaci di verificare l’età degli utenti e acquisire il consenso dei genitori quando necessario.
Il tema diventa particolarmente rilevante proprio per la natura del pubblico dei Me contro Te. Luì e Sofì parlano da anni soprattutto a bambini e famiglie e hanno trasformato il loro successo online in un fenomeno capace di attraversare cinema, editoria, musica, spettacoli dal vivo e merchandising.
Secondo Consumerismo, proprio questa caratteristica imporrebbe una particolare attenzione nel distinguere la fruizione dei contenuti dalle attività commerciali e nella gestione dei dati degli utenti più piccoli.
Consumerismo chiede modifiche entro trenta giorni
L’associazione non punta necessariamente alla chiusura definitiva del portale. Nel ricorso chiede invece che sito e app vengano adeguati entro trenta giorni attraverso una serie di interventi.
Tra le modifiche richieste figurano quindi il filtro d’età per raggiungere lo shop, la distinzione chiara tra pubblicità e intrattenimento, nuove modalità per i cookie e sistemi di verifica dell’età e del consenso parentale.
Ed è proprio alla luce di queste richieste che la sospensione del sito assume un significato particolare.
Se la manutenzione annunciata dai Me contro Te comprendesse anche modifiche agli aspetti contestati da Consumerismo, la coincidenza temporale acquisterebbe evidentemente un altro peso. Al momento, però, non ci sono elementi che permettano di affermarlo e il messaggio pubblicato sul portale non fa alcun riferimento al ricorso.
Luì e Sofì intanto sono in Africa dopo il matrimonio
La vicenda arriva in un momento molto particolare anche nella vita privata dei due creator siciliani.
Luigi Calagna e Sofia Scalia si trovano in Africa, dove stanno trascorrendo un periodo di vacanza dopo il matrimonio celebrato a Milano all’inizio di settembre.
Mentre Luì e Sofì sono lontani dall’Italia, dunque, intorno alla loro società si apre una questione giudiziaria che potrebbe incidere sulle modalità con cui uno dei brand per bambini più conosciuti del Paese gestisce il proprio ecosistema digitale e commerciale.
Non significa che le contestazioni di Consumerismo siano già state riconosciute dal Tribunale. Significa però che per la prima volta quelle accuse arriveranno davanti a un giudice.
Quando si decide: prima udienza il 18 dicembre
La prossima data da segnare è 18 dicembre 2026, quando il Tribunale di Palermo terrà la prima udienza.
Fino ad allora bisognerà capire innanzitutto che cosa accadrà al sito. La società assicura che la sospensione è temporanea e che sta lavorando per riportare online il portale «nel più breve tempo possibile».
Quando il sito tornerà accessibile sarà quindi interessante verificare se apparirà esattamente come prima oppure se presenterà modifiche proprio negli ambiti indicati nel ricorso, a partire dall’accesso allo shop, dalla distinzione dei contenuti commerciali, dai cookie e dai sistemi legati all’età degli utenti.
Per ora esistono due fatti distinti e una coincidenza temporale impossibile da ignorare: Consumerismo ha presentato il ricorso il 14 settembre e il sito dei Me contro Te è stato sospeso il 21 settembre. L’associazione ipotizza una «chiusura cautelativa», mentre il messaggio ufficiale parla esclusivamente di interventi tecnici.
Sarà il ritorno online del portale, probabilmente, a fornire il primo indizio per capire se si sia trattato davvero di una normale manutenzione oppure se Luì e Sofì abbiano deciso di mettere mano al loro sito proprio mentre le modalità commerciali rivolte al pubblico più giovane finiscono davanti al Tribunale di Palermo.
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Cronaca
Fabrizio Corona, ecco perché Mediaset gli chiede 160 milioni: «Accuse costruite sul nulla, agisce fuori da ogni regola»
Nelle carte depositate al Tribunale di Milano emerge la linea di Mediaset, dei Berlusconi e dei volti tv contro l’ex re dei paparazzi: al centro non c’è soltanto una puntata di Falsissimo, ma quello che i ricorrenti descrivono come un metodo continuato tra social, locali e spettacoli.
La notizia non è più che Fabrizio Corona dovrà affrontare una maxi causa civile da 160 milioni di euro promossa da Mediaset e da alcuni dei suoi volti più conosciuti. Quella battaglia legale è già cominciata da mesi. La novità, adesso, sta nelle motivazioni con cui i ricorrenti spiegano perché ritengono che l’ex agente fotografico abbia provocato danni reputazionali e patrimoniali di dimensioni enormi.
Nella memoria presentata in vista della prima udienza del 20 ottobre 2026, davanti alla giudice Stefania Novelli del Tribunale civile di Milano, gli avvocati di Mediaset, Pier Silvio e Marina Berlusconi, Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui mettono nero su bianco la loro linea. E il cuore della contestazione sta in una frase durissima: secondo i loro legali, Corona «si pone deliberatamente al di fuori» di qualsiasi contesto regolamentato e tenta di operare senza sottostare ad alcuna regola «etica e deontologica».
Non conta dunque soltanto ciò che Corona avrebbe detto. I ricorrenti contestano anche il modo con cui l’ex re dei paparazzi costruisce e diffonde i suoi contenuti, sfruttando secondo la loro ricostruzione i nuovi strumenti di comunicazione e i relativi vuoti normativi.
«Accuse e insinuazioni costruite sul nulla»: cosa contestano a Corona
Il punto di partenza resta la puntata di Falsissimo del 26 gennaio 2026, durante la quale Corona ha rivolto una serie di accuse a Mediaset, alla famiglia Berlusconi e ad alcuni dei personaggi televisivi più popolari dell’azienda.
È proprio il contenuto di quella puntata a rappresentare uno dei pilastri della causa. Secondo la memoria, la ricostruzione proposta successivamente dalla difesa di Corona offrirebbe infatti un quadro molto diverso da ciò che milioni di persone hanno potuto ascoltare.
I legali parlano esplicitamente di un «resoconto edulcorato» che «non ha nulla a che fare, ma proprio nulla, con le affermazioni gravemente lesive realmente propalate nel corso della puntata».
L’accusa diventa ancora più pesante nel passaggio successivo. Secondo i ricorrenti, Corona avrebbe spacciato «per verità assoluta accuse e insinuazioni gravemente diffamatorie, costruite sul nulla».
Ed è questo uno degli elementi centrali sui quali ruoterà inevitabilmente il confronto giudiziario: non soltanto il contenuto delle singole affermazioni, ma il modo in cui Corona le avrebbe formulate, trasformando secondo i suoi avversari giudiziari accuse e insinuazioni in fatti presentati al pubblico come certi.
Naturalmente sarà il Tribunale a stabilire se le contestazioni trovino fondamento e se le dichiarazioni abbiano effettivamente prodotto i danni lamentati dai ricorrenti.
Non soltanto Falsissimo: la «campagna denigratoria» sarebbe continuata
La memoria, però, non concentra l’attenzione soltanto sulla puntata del 26 gennaio. Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti delle nuove carte.
Secondo i legali, infatti, Corona avrebbe continuato anche successivamente a rivolgere le stesse accuse contro Mediaset e i suoi personaggi. Le carte citano social network, apparizioni televisive, locali e spettacoli, sostenendo che l’ex agente fotografico abbia proseguito la propria offensiva pubblica con «lo stesso accanimento, la stessa violenza verbale, la stessa prepotenza».
Compare anche il riferimento a un tour teatrale, nel quale Corona avrebbe continuato quella che i ricorrenti definiscono una «campagna denigratoria nei confronti di Mediaset e dei suoi volti più noti».
La contestazione assume così una dimensione molto più ampia rispetto a una singola trasmissione online. I ricorrenti descrivono infatti una condotta continuativa, capace di spostarsi da una piattaforma all’altra e di raggiungere pubblici differenti.
Ed è anche attraverso questa ricostruzione che cercano di spiegare la portata dei danni che sostengono di avere subito.
«Corona agisce fuori da ogni regola»: il nodo dei social e dei vuoti normativi
Nelle carte compare poi un passaggio destinato a far discutere perché riguarda direttamente il modello comunicativo costruito negli ultimi anni dall’ex agente fotografico.
Secondo gli avvocati Andrea Di Porto, Giulia Bongiorno, Salvatore Pino e Aldo Baldaccini, Corona «si pone deliberatamente al di fuori di qualsivoglia contesto regolamentato» e sfrutterebbe «i vuoti normativi connessi ai nuovi mezzi di comunicazione» per tentare di operare senza sottostare alle regole etiche e deontologiche.
Il punto è importante perché Falsissimo utilizza strumenti e piattaforme capaci di raggiungere un pubblico enorme senza appartenere al sistema tradizionale dell’informazione professionale.
La questione che emerge dalle carte va quindi oltre il semplice scontro tra Corona e Mediaset: fino a dove può spingersi chi produce contenuti attraverso social e piattaforme digitali quando affronta vicende che coinvolgono reputazione, vita privata e accuse rivolte a persone riconoscibili?
La risposta giuridica arriverà naturalmente dal processo. La posizione dei ricorrenti, invece, appare già chiarissima: utilizzare strumenti di comunicazione nuovi non permetterebbe di sottrarsi alle responsabilità derivanti da ciò che si racconta al pubblico.
Mediaset: «Continua con lo stesso accanimento e la stessa violenza verbale»
La memoria insiste soprattutto sulla continuità del comportamento contestato. Secondo i ricorrenti, Corona non avrebbe modificato la propria condotta dopo l’avvio dello scontro giudiziario.
Al contrario, avrebbe continuato «fuori da qui, sui social, in televisione e nei locali» a diffondere «le medesime invettive, accuse e insinuazioni».
Questo passaggio aiuta a comprendere perché la battaglia abbia raggiunto dimensioni tanto grandi. Mediaset e gli altri ricorrenti non descrivono un singolo contenuto che ritengono diffamatorio, ma una campagna che, secondo la loro tesi, Corona avrebbe alimentato nel tempo e attraverso mezzi differenti.
Sarà proprio questa ricostruzione a finire sotto la lente del Tribunale: i giudici dovranno valutare le singole dichiarazioni, il loro contesto, la loro diffusione e gli eventuali effetti sulla reputazione e sugli interessi economici dei soggetti coinvolti.
Corona contrattacca: «Pressioni per impedirmi di lavorare»
Corona, però, non resta fermo a incassare le accuse. Nella causa, insieme ai suoi legali, ha introdotto il tema della presunta «concorrenza sleale», contestando in particolare le diffide inviate ai gestori dei locali che avevano programmato spettacoli e serate con la sua partecipazione.
Secondo la sua ricostruzione, quelle iniziative avrebbero esercitato «pressioni indebite sugli organizzatori» con l’obiettivo di isolarlo professionalmente e impedirgli di lavorare. Corona sostiene inoltre che queste pressioni avrebbero provocato la cancellazione di numerosi impegni.
La controparte respinge completamente questa interpretazione.
I legali dei ricorrenti sostengono infatti che tra Corona e Mediaset non esista neppure un ipotizzabile «rapporto di concorrenzialità» e considerano quindi infondata la contestazione sulla concorrenza sleale.
Quanto alle diffide inviate a teatri, discoteche e altri locali, le definiscono iniziative lecite e necessarie per evitare che Corona ripetesse comportamenti già contestati.
Le due versioni, dunque, non potrebbero essere più lontane: Corona sostiene che quelle iniziative abbiano cercato di tagliarlo fuori dal mercato degli spettacoli e delle serate; Mediaset e gli altri ricorrenti affermano invece di avere semplicemente tutelato i propri diritti e la propria reputazione.
Nella maxi causa entra anche Atena, la società che gestisce Corona
C’è poi un altro elemento che allarga ulteriormente il perimetro della controversia. I ricorrenti hanno chiamato in giudizio anche Atena, la società che gestisce l’immagine, la comunicazione e i contenuti di Fabrizio Corona.
Secondo la loro ricostruzione, Atena avrebbe contribuito alla diffusione dei messaggi al centro della causa e dovrebbe quindi rispondere insieme a Corona degli eventuali danni.
Il passaggio porta inevitabilmente l’attenzione sull’intera macchina che ruota attorno a Falsissimo. La causa non riguarda più soltanto le parole pronunciate davanti a una telecamera, ma investe anche la produzione, la gestione e la distribuzione di contenuti capaci di raggiungere rapidamente un pubblico vastissimo attraverso le piattaforme digitali.
Ed è proprio questa capacità di amplificazione a rappresentare uno degli elementi più delicati dello scontro.
Perché Mediaset e i volti tv chiedono 160 milioni di euro
Rimane naturalmente la cifra che ha trasformato immediatamente il procedimento in una delle cause civili più clamorose degli ultimi anni nel mondo dello spettacolo italiano: 160 milioni di euro.
Con questa richiesta, Mediaset e i singoli personaggi coinvolti puntano a ottenere il risarcimento dei danni reputazionali e patrimoniali che sostengono di avere subito. La cifra, è bene ricordarlo, rappresenta una richiesta dei ricorrenti e non un risarcimento già stabilito dal Tribunale.
Spetterà infatti al giudice verificare innanzitutto le responsabilità contestate e, soltanto in caso di accoglimento delle domande, determinare l’esistenza e l’entità degli eventuali danni.
Mediaset ha inoltre indicato una destinazione particolare per il denaro che potrebbe ottenere dalla causa: il gruppo intende utilizzare l’eventuale risarcimento per creare un fondo destinato a coprire le spese legali delle vittime di stalking, dei reati che rientrano nel cosiddetto Codice Rosso e dei fenomeni di cyberbullismo.
Corona contro Mediaset: il vero scontro adesso è sul «metodo Falsissimo»
La prima udienza del 20 ottobre aprirà formalmente il confronto davanti al Tribunale civile di Milano, ma le nuove carte permettono già di capire su quale terreno si combatterà una parte importante della battaglia.
Corona rivendica la propria libertà di espressione e accusa i suoi avversari di avere esercitato pressioni capaci di danneggiare la sua attività professionale. Dall’altra parte, Mediaset, i Berlusconi e gli altri ricorrenti sostengono che l’ex agente fotografico abbia trasformato accuse e insinuazioni prive di fondamento in verità offerte al pubblico, continuando poi a rilanciarle attraverso social, televisione, locali e spettacoli dal vivo.
Ed è proprio questa la vera novità che emerge dalla memoria: i 160 milioni non rappresentano soltanto la risposta a una puntata di Falsissimo. I ricorrenti contestano quello che descrivono come un vero e proprio metodo Corona, capace di utilizzare la potenza dei nuovi mezzi di comunicazione per moltiplicare la diffusione delle accuse.
Il Tribunale dovrà ora stabilire se quella condotta abbia violato la legge, quali responsabilità possano eventualmente attribuirsi a Corona e alla società che ne gestisce i contenuti e, soprattutto, se i danni indicati dai ricorrenti trovino riscontro nei fatti.
Cronaca
Maria Rosaria Boccia, confessioni bollenti su Ranucci: «Non so se mi abbia corteggiata». Poi spunta il messaggio della gelosia
Telefonate a tarda notte, complimenti, battute, il soprannome “Superman” e un messaggio durissimo di Laura Cianfoni: Boccia nega una relazione, ma sull’eventuale corteggiamento lascia aperto il mistero.
Maria Rosaria Boccia racconta tutto. O quasi. Perché nel suo libro dedicato a Sigfrido Ranucci mette in fila messaggi, telefonate, confidenze, scherzi e retroscena di un rapporto durato quasi due anni, ma quando arriva alla domanda più maliziosa sceglie di lasciare la porta socchiusa: «Non so se, in qualche momento, Sigfrido mi abbia corteggiata».
E naturalmente basta questa frase per incendiare il gossip.
Il libro si intitola Guai a chi lo tocca – Io, Sigfrido e le tempeste e racconta il rapporto nato tra Boccia e il giornalista nel settembre 2024, proprio mentre il caso Sangiuliano trasformava l’imprenditrice campana in uno dei personaggi più discussi d’Italia. Lei mette subito le mani avanti: nessuna storia d’amore, almeno secondo la sua versione. Ranucci sarebbe stato un amico, una persona con cui parlare e scherzare, qualcuno capace di starle vicino in un periodo complicatissimo.
Solo che poi arrivano i particolari.
Boccia parla di «attenzioni, premure, complimenti, battute», ricorda telefonate a orari tutt’altro che d’ufficio e ammette l’esistenza di quella che definisce una «piccola zona di ambiguità ludica». E quando nella storia compare anche un messaggio che sembra raccontare il rapporto da una prospettiva molto diversa, la faccenda diventa inevitabilmente più piccante.
Ranucci corteggiava Maria Rosaria Boccia? Lei non dice né sì né no
La domanda attraversa buona parte del racconto: tra Boccia e Ranucci c’è mai stato qualcosa che andasse oltre l’amicizia?
Lei risponde negando che il rapporto sia diventato sentimentale, ma evita di stabilire con altrettanta sicurezza quali fossero le intenzioni del giornalista. «Non so se, in qualche momento, Sigfrido mi abbia corteggiata», scrive, lasciando inevitabilmente ai lettori il compito di interpretare ciò che racconta subito dopo.
Ci sarebbero state attenzioni particolari, premure, complimenti e conversazioni a qualsiasi ora. Per Boccia, però, tutto questo rientrava nel territorio di un’amicizia molto confidenziale tra due adulti, con una componente di gioco e ironia che entrambi avrebbero saputo gestire senza oltrepassare il limite.
Un confine chiarissimo per lei. Forse meno evidente per chi osservava quel rapporto dall’esterno.
Da «Gentile Dottoressa» a Superman: così nasce la confidenza
Tutto comincia l’8 settembre 2024, quando Ranucci le scrive rivolgendosi a lei con un impeccabile «Gentile Dottoressa Maria Rosaria». Una formalità destinata a durare poco, perché con il passare del tempo il rapporto diventa molto più confidenziale.
A un certo punto Boccia gli appiccica persino un soprannome: Superman.
Il gioco nasce dal contrasto tra il Ranucci pubblico, giornalista abituato a inchieste, scontri e pressioni, e quello che lei racconta di aver conosciuto privatamente: un uomo capace di stancarsi, preoccuparsi, arrabbiarsi e persino avere bisogno di qualcuno che gli chiedesse semplicemente come stava.
E il Superman delle inchieste, almeno secondo Boccia, aveva anche qualche kryptonite piuttosto sorprendente.
Quando Ranucci resta bloccato fuori da un edificio perché nessuno gli apre, lei non perde l’occasione per prenderlo in giro: l’uomo capace di bussare alle porte del potere era stato sconfitto da un citofono. Morale? «Superman avrebbe avuto bisogno di manutenzione».
Nemmeno Instagram, stando al suo racconto, sarebbe stato esattamente il suo habitat naturale. Ranucci poteva districarsi tra documenti e vicende complicatissime, ma davanti ad alcune dinamiche social avrebbe avuto bisogno di una mano.
«Formigli o Giletti?». La risposta di Ranucci è da morire
Tra le conversazioni riportate da Boccia ce n’è una che racconta meglio di molte spiegazioni il livello di confidenza raggiunto dai due.
Nel dicembre 2024 lei chiede a Ranucci se preferirebbe vederla ospite da Corrado Formigli il giovedì oppure da Massimo Giletti il lunedì.
Due possibilità.
Ranucci ne trova una terza: il cimitero.
E non si limita al suggerimento, perché le indica persino due possibili destinazioni: Verano oppure Prima Porta. Una battuta nerissima che Boccia inserisce tra gli esempi di quel linguaggio privato fatto di provocazioni e prese in giro.
Nelle loro conversazioni trova spazio anche Alessandro Sallusti. Boccia racconta di avere scherzato con Ranucci immaginando addirittura i due giornalisti insieme a piedi nudi. E lui, invece di fermare la fantasia, avrebbe partecipato al gioco.
È questo il Ranucci che il libro vuole mostrare: non soltanto il giornalista televisivo, ma l’uomo delle battute, delle confidenze e delle conversazioni che normalmente rimarrebbero lontane dal pubblico.
Poi arriva il messaggio che cambia il sapore della storia
Il gossip diventa decisamente più interessante quando nel libro compare Laura Cianfoni, persona molto vicina a Ranucci.
Boccia pubblica un messaggio che attribuisce a lei e che comincia così: «Cara Maria Rosaria, sono Laura, ti scrivo per dirti che da oggi potete continuare a chattare in qualsiasi modo a qualsiasi ora della notte e del giorno».
Difficile leggere quelle parole senza interrogarsi su ciò che fosse accaduto.
Nel testo riportato da Boccia compaiono riferimenti alle telefonate e alle videochiamate tra lei e Ranucci e anche alla situazione sentimentale del giornalista. Cianfoni, secondo quanto pubblicato nel libro, sostiene inoltre che Ranucci avrebbe raccontato per anni di essere «libero e separato».
Ed è proprio questo passaggio a dare improvvisamente un altro sapore alle confidenze, alle telefonate e a quella «zona di ambiguità ludica» raccontata dall’autrice.
Era gelosia? Boccia evita la risposta definitiva
Maria Rosaria Boccia, però, non definisce quel messaggio come una prova definitiva di gelosia e non attribuisce a Cianfoni sentimenti che soltanto la diretta interessata potrebbe spiegare.
La sua versione rimane la stessa: con Ranucci aveva fissato un confine e quel confine sarebbe stato rispettato. Se qualcun altro abbia interpretato diversamente la loro vicinanza è un’altra questione.
Ed è qui che il libro costruisce il suo piccolo giallo sentimentale. Perché Boccia esclude una relazione, ma contemporaneamente racconta una quantità di episodi che inevitabilmente alimentano le domande.
Telefonate, videochiamate, messaggi notturni, complimenti, confidenze e battute. E soprattutto quella frase: «Non so se mi abbia corteggiata».
Boccia e Ranucci, amicizia o qualcosa di più?
A rendere tutto ancora più curioso è proprio il modo in cui Boccia racconta la vicenda. Non sostiene che tra loro ci sia stata una relazione clandestina e non dice di essersi innamorata di Ranucci. Al contrario, insiste sul carattere amichevole del rapporto.
Ma non chiude mai completamente il racconto.
Perché un conto è dire «non siamo stati insieme», un altro è dire «non mi ha mai corteggiata». Ed è proprio sulla seconda frase che Boccia sceglie di non mettere la firma.
Così Guai a chi lo tocca finisce per raccontare due Sigfrido Ranucci: quello pubblico che milioni di telespettatori conoscono e il “Superman” privato delle telefonate, degli scherzi, delle confidenze e delle conversazioni notturne.
E forse il dettaglio più irresistibile dell’intera storia è proprio questo: Maria Rosaria Boccia scrive un libro per raccontare il suo rapporto con Ranucci, assicura che non sia stata una storia d’amore e poi consegna ai lettori tutti gli ingredienti necessari per chiedersi se almeno uno dei due avesse mai pensato che potesse diventarlo.
La risposta definitiva, almeno per ora, non c’è. E conoscendo le regole del gossip, è precisamente il modo migliore per fare in modo che tutti continuino a cercarla.
Cronaca Nera
Garlasco, Angela Taccia si gioca tutto su Sempio: «Se ha ucciso Chiara smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne»
Angela Taccia affida a Oggi la difesa più personale di Andrea Sempio: ricostruisce il rapporto nato nel gruppo di Marco Poggi, descrive un ragazzo incapace di sopportare la violenza e respinge ogni sospetto. «Quando tutto finirà, spero che gli chiederanno scusa».
Angela Taccia non usa formule prudenti, non cerca ripari e non lascia aperta alcuna via di fuga.Anzi, rilancia e mette sul tavolo la propria carriera, la propria credibilità e quasi una vita intera di ricordi condivisi. «Se Andrea Sempio ha ucciso Chiara, io smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne», afferma. Non è soltanto una dichiarazione di fiducia professionale nell’uomo che oggi difende nell’inchiesta sul delitto di Garlasco. È una presa di posizione assoluta, fondata sulla convinzione di conoscere Sempio meglio di chiunque altro e di poter escludere che dietro il ragazzo frequentato per anni si nascondesse un assassino.
Taccia parla come avvocato, ma soprattutto come persona che faceva parte dello stesso gruppo di amici che ruotava intorno a Marco Poggi, fratello minore di Chiara. «Quei ragazzi erano una seconda famiglia per me», racconta a Oggi. È proprio da questa vicinanza che nasce una difesa costruita non soltanto sugli atti, ma su quasi vent’anni di rapporti, confidenze, litigi, serate trascorse insieme e momenti difficili. Nel racconto della legale, Andrea Sempio non appare come un conoscente occasionale, ma come uno dei punti fermi della sua vita.
«Eravamo una seconda famiglia»
Angela Taccia ricorda con precisione il momento in cui entrò in quel gruppo. Era Halloween del 2005, aveva sedici anni ed era fidanzata con Alessandro Biasibetti, suo compagno di liceo. Fu lui a portarla a Garlasco, al pub Punto Zero, e a presentarle gli amici: Andrea Sempio, Marco Poggi, Mattia Capra e Roberto Freddi. Da quel momento iniziarono i sabati sera trascorsi insieme, tra cene, birre e poche fughe in discoteca.
«Ho detto in tv che eravamo degli “sfigatelli” perché non ci sfasciavamo di alcol come gli altri e andavamo in discoteca al massimo una volta al mese», spiega.Taccia proveniva da un ambiente molto diverso. Racconta una famiglia legata all’Università Cattolica, la danza classica, il pianoforte, le vacanze a Stresa e i golf club frequentati da persone che «avevano castelli in Scozia». In quel contesto, persino chi viveva una normalità borghese cercava spesso di mostrarsi diverso da ciò che era.
I ragazzi di Garlasco, invece, la conquistarono proprio perché non avevano bisogno di costruirsi un personaggio. «Erano genuini, diretti, schietti, non avevano bisogno di fingere di essere quello che non erano e non gli importava niente di giudicare gli altri», racconta. Biasibetti era brillante, parlava con lei di musica e letteratura, mentre la sua famiglia le offriva quella stabilità che Taccia cercava dopo la separazione dei genitori. «Sembrava quella del Mulino Bianco, quasi mi adottarono. Ero proprio innamorata e lo era pure lui, mi scriveva poesie».
Andrea Sempio, invece, all’inizio mantenne le distanze. «Mi chiamava “la randagia da divano”, ci ha messo tre anni a diventare mio amico», ricorda. Taccia decise però che prima o poi avrebbe abbattuto quella barriera. «Un giorno gli dissi: “Cascasse il mondo, io diventerò la tua migliore amica e tu ringrazierai Dio per questo”. Non sembrava felice all’idea».
Il rapporto con Chiara Poggi e il giorno dell’omicidio
Angela Taccia conosceva Chiara Poggi, ma il rapporto tra loro restò sempre superficiale. «Ogni tanto veniva fuori ad aprirci. “Ciao, c’è Marco? ”. “Sì, arriva”. Tutto qui». La legale precisa di non essere mai entrata a giocare ai videogiochi con gli altri perché era negata. Non descrive quindi una frequentazione diretta con la vittima, ma una presenza legata soprattutto all’amicizia con il fratello.
Il 13 agosto 2007 Angela Taccia si trovava a Stresa.Alessandro Biasibetti era invece in Trentino con Marco Poggi. Fu lui a telefonarle per comunicarle che qualcosa di terribile era accaduto a Garlasco. «Mi chiamò: “È successa una cosa terribile, forse una tragedia, dobbiamo tornare subito a Garlasco, la sorella di Marco sta malissimo, non capiamo se sia morta o no, forse è caduta dalle scale, forse una rapina, siamo tutti nel panico”».
Quella telefonata segna il punto in cui l’adolescenza del gruppo finisce bruscamente. Dopo l’omicidio di Chiara, gli amici si strinsero ancora di più intorno a Marco. «La tragedia ci unì ancora di più», racconta Taccia. Lei e Biasibetti andavano a prenderlo a casa della nonna, cercavano di proteggerlo e soprattutto evitavano di tempestarlo di domande. Quando Marco riusciva a uscire, nonostante i giornalisti, le convocazioni dei carabinieri e la pressione delle indagini, gli amici sentivano il dovere di distrarlo.
«Lo chiamavamo “il Panda” perché era pacioso e voleva starsene nel suo ambiente», ricorda Taccia, che però respinge l’immagine di un ragazzo fragile o incapace di reagire. «Ha una forte personalità, è un ragazzo che sa quello che vuole, intelligente». Nonostante il trauma, Marco iniziò l’università, si laureò e trovò lavoro.
«Andrea non sopportava la violenza»
Il ritratto che Angela Taccia consegna a Oggi di Andrea Sempio si scontra frontalmente con quello che emerge da mesi nel dibattito intorno al caso. La legale ricorda un ragazzo dall’aspetto duro, con capelli lunghi, magliette di gruppi metal e anfibi, ma descrive comportamenti che considera incompatibili con la brutalità dell’omicidio di Chiara Poggi.
«Usciva dai locali chiedendo “permesso” e “scusi”, cedeva il passo agli anziani», racconta.In un’occasione Sempio si accorse di un grillo in difficoltà e rimase indietro per sistemarlo su una pianta. Notava persino le formiche in fila e chiedeva agli amici di non calpestarle. «Leggeva, ascoltava Tom Waits. Era un po’ burbero ma, mentre borbottava, aiutava gli altri».
Taccia ricorda soprattutto ciò che accadde tra il 2009 e il 2010, quando attraversò un periodo familiare particolarmente difficile e smise per qualche tempo di frequentare il gruppo. Sempio fu l’unico ad accorgersi immediatamente della sua assenza. «Mi scrisse un messaggio, era la prima volta: “Come mai non mi rompi più le scatole? Qualcosa non va? ”. Nessun altro se n’era accorto».
Da quel momento Sempio cercò di aiutarla con consigli concreti. Le suggerì libri, canzoni, liste di cose che avrebbe voluto fare e attività capaci di farle ritrovare equilibrio. Fu lui a consigliarle lo yoga dopo averne letto i benefici. «Lo pratico ancora oggi», racconta.
«So riconoscere chi ha una doppia vita»
Uno dei passaggi più netti dell’intervista riguarda l’ipotesi che Andrea Sempio potesse mostrare agli amici un volto e nasconderne un altro. Angela Taccia respinge questa possibilità e chiama in causa un’esperienza personale molto dolorosa. «Io l’ho vista una persona insospettabile che aveva una doppia vita», spiega riferendosi a un proprio familiare.
Secondo la legale, chi conduce un’esistenza nascosta lascia inevitabilmente tracce: contraddizioni, nervosismi immotivati, sparizioni, spiegazioni offerte senza che nessuno le abbia chieste.«So cogliere i segnali», afferma. Nel comportamento di Sempio non avrebbe mai notato nulla di simile.
«Andrea non poteva avere una doppia vita, né essere un assassino. Non sopportava la violenza, si turbava persino se qualcuno si azzuffava fuori dai locali», insiste. Intorno al 2014 iniziò a praticare Krav Maga, una tecnica di lotta e difesa personale, proprio per superare la paura dello scontro fisico. «Tornava pieno di lividi», racconta Taccia, che interpreta quella scelta come il tentativo di affrontare una fragilità e non come l’espressione di una natura aggressiva.
La legale risponde anche alla domanda sull’assenza di ex fidanzate disposte a parlare pubblicamente. «Non si impegnava con nessuna, non si sentiva abbastanza maturo», spiega, escludendo che dietro il silenzio delle donne possa nascondersi qualcosa di oscuro.
La fine della storia con Biasibetti e la scelta del convento
L’intervista a Oggi ricostruisce anche il rapporto tra Angela Taccia e Alessandro Biasibetti, uno dei protagonisti indiretti della storia del gruppo. La loro relazione terminò intorno al 2013. «Lui cambiò. Non so cosa successe, frequentava la facoltà di legge, ma sembrava che non gli interessasse più. Si allontanò da noi sempre di più, finché un giorno ci lasciammo».
Taccia confessa di non avere mai compreso fino in fondo quella trasformazione. Quando gli amici scoprirono che Biasibetti era diventato frate domenicano, rimasero tutti disorientati. «Ancora non mi capacito che sia potuto cambiare così tanto», afferma.
Con gli altri membri del gruppo, invece, la legale ha mantenuto i rapporti.Dopo avere assunto la difesa di Sempio, però, ha deciso di prendere le distanze per non confondere il ruolo professionale con quello personale. «Ho detto a tutti che avrei preso le distanze perché non voglio confondere i piani». Anche Marco Poggi avrebbe manifestato preoccupazione per lei, temendo che l’esposizione mediatica potesse schiacciarla.
Le critiche per la felpa, i jeans e i post sui social
Angela Taccia affronta anche le polemiche che l’hanno investita dopo le perquisizioni nella casa di Sempio. Alcuni commentatori criticarono il suo abbigliamento, jeans e felpa, mentre altri attaccarono alcune frasi pubblicate sui social, tra cui «Lotta dura senza paura» e «Cpp I love you».
La legale respinge ogni accusa. «Mi chiamarono alle cinque del mattino per le perquisizioni, cosa avrei dovuto indossare? », domanda. La frase «Lotta dura senza paura» proveniva dal suo profilo privato e, secondo Taccia, qualcuno inventò persino un richiamo dell’Ordine degli avvocati. «Falso. Non ho mai ricevuto richiami».
Quanto al riferimento al Codice di procedura penale, la legale lo lega alla propria formazione alla Cattolica e al professor Angelo Giarda, che guidò la difesa di Alberto Stasi nei processi. Taccia ricorda le parole che il docente le rivolse durante un esame: «Si ricordi di andare avanti fregandosene dei commenti degli altri. Prenda il Codice di procedura penale come la Bibbia, lei deve amarlo».
«Neanche morta. Andrea è innocente»
Alla domanda se abbia mai pensato di lasciare la difesa, Angela Taccia risponde senza esitazioni: «Neanche morta».Il marito, racconta, comprende quello che prova e la sostiene. La legale non nasconde il coinvolgimento personale, ma lo trasforma nella ragione stessa per cui intende andare fino in fondo.
«Andrea è innocente», afferma. Per Taccia non esistono margini, distinguo o possibilità alternative. La convinzione nasce dalla conoscenza dell’uomo, dalla frequentazione quotidiana, dai ricordi di un’intera vita e dalla lettura degli atti. È consapevole del peso di una dichiarazione tanto assoluta, ma decide ugualmente di pronunciarla.
L’intervista a Oggi si chiude con un auspicio che contiene insieme rabbia, fiducia e desiderio di riscatto: «Quando questa storia finirà, spero che gli chiederanno tutti scusa». Per Angela Taccia, dunque, il futuro di Andrea Sempio non dipende soltanto dalla conclusione di un’indagine. Riguarda la possibilità di restituire dignità a un uomo che considera innocente e al quale sente di dovere molto più di una difesa tecnica.
La sua scommessa è totale. Se sbaglia, ha già annunciato che abbandonerà la professione. Se ha ragione, pretende che chi oggi associa il nome di Andrea Sempio all’omicidio di Chiara Poggi trovi il coraggio di fare un passo indietro. Nel frattempo, Angela Taccia resta al suo fianco e affida al settimanale Oggi la dichiarazione più forte pronunciata finora: «Se Andrea ha ucciso Chiara, io smetto di fare l’avvocato e mi ritiro sulle montagne».
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