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Venezuela, corsa contro il tempo dopo il doppio sisma killer. Blackout dei telefoni, la Farnesina: «Cittadini che non rispondono»

La costa de La Guaira e Caracas devastate da due spaventosi movimenti tellurici a distanza di pochi secondi. Il capo dell’Unità di Crisi: «Verifiche in corso su molti connazionali». Tajani garantisce il supporto dell’Italia: pronti i voli dell’Aeronautica con i Vigili del Fuoco.

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Venezuela, corsa contro il tempo dopo il doppio sisma killer. Blackout dei telefoni, la Farnesina: «Cittadini che non rispondono»

    «Sembrava un film horror, un boato terrificante durato quasi due minuti». Le parole dei residenti dei quartieri a ovest di Caracas descrivono l’apocalisse che ha messo in ginocchio il Venezuela. Il Paese è stato squassato da un doppio, violentissimo sisma che ha raso al suolo interi centri abitati, concentrando la sua furia distruttiva sulla capitale e, soprattutto, sulla zona costiera dello Stato de La Guaira. All’alba le immagini sono quelle di uno scenario di guerra: palazzi sventrati, macerie alte come colline e roghi per le strade alimentati dalle condutture del gas spezzate.

    Il bilancio ufficiale provvisorio, a meno di 24 ore dal disastro, parla di 188 morti e oltre mille feriti, ma la cifra che sta tenendo il mondo con il fiato sospeso è quella dei dispersi, schizzata drammaticamente a 40mila persone. Tra le macerie si registra già la prima vittima italiana: la Farnesina ha confermato il decesso di un cittadino italo-venezuelano di 56 anni, nato a Caracas ma con legami familiari in Italia, rimasto schiacciato dal crollo del suo condominio a La Guaira.

    L’ansia della Farnesina: «Troppi telefoni muti»

    I canali diplomatici sono in massima allerta. La vastissima comunità italiana residente nel Paese è isolata a causa del totale collasso delle linee elettriche e telefoniche. «Stiamo registrando moltissime segnalazioni di persone che non rispondono alle chiamate dei parenti – ha spiegato Nicola Minasi, capo dell’Unità di Crisi della Farnesina – e stiamo avviando accertamenti mirati su numerosi connazionali di cui si chiedono verifiche». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso immediata solidarietà al governo venezuelano, disponendo l’invio immediato di uomini della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco a bordo di velivoli dell’Aeronautica Militare.

    La macchina degli aiuti internazionali si è mossa all’istante. L’Unione Europea ha attivato il meccanismo di Protezione Civile, il Fondo Monetario Internazionale ha già stanziato i primi 200 milioni di dollari per l’emergenza e squadre di soccorso speciali stanno partendo da Stati Uniti, Messico e Turchia. Arrivare sul posto, tuttavia, resta un’impresa: l’aeroporto principale è gravemente danneggiato e i ponti di collegamento stradale sono in gran parte crollati. In televisione, la presidente ad interim Delcy Rodriguez, visibilmente scossa, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale, ordinando il blocco di scuole e tribunali e precettando ogni singolo medico e infermiere del Paese.

    La trappola della faglia e il cemento senza regole

    A rendere il terremoto un’autentica ecatombe sono stati due fattori specifici. Il primo è di natura strettamente geologica: non si è trattato di un solo evento, ma di due scosse violentissime (magnitudo 7.1 e 7.5) a pochissimi secondi di distanza l’una dall’altra. Inoltre, l’ipocentro è stato registrato a una profondità ridotta (rispettivamente a venti e dieci chilometri dalla superficie), liberando un’energia distruttiva immane direttamente sotto le fondamenta delle città. Impressionante la testimonianza di un gruppo di pescatori che, al largo della costa, hanno visto prima il mare incresparsi con onde anomale e poi, sulla terraferma, enormi nuvole bianche sollevarsi in sequenza: erano i grattacieli del lungomare che collassavano uno dopo l’altro.

    La seconda causa è invece tutta umana. Il Venezuela sorge su una delle faglie più pericolose del pianeta, l’esatto punto di frizione tra la placca dei Caraibi e quella sudamericana, eppure i controlli edilizi negli ultimi decenni sono stati pressoché inesistenti. Mentre la popolazione scava a mani nude per estrarre i sopravvissuti, monta già la rabbia per la totale assenza di criteri antisismici nella pianificazione urbanistica, una carenza strutturale che rischia di trasformare le stime del Servizio Geologico statunitense – che ipotizza nei modelli peggiori fino a 100mila vittime – in una tragica e storica realtà.

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      Mondo

      Il padre di Papa Leone XIV, eroe del D-Day: Louis Marius Prevost tra lo sbarco in Normandia e la fede

      Louis Marius Prevost, padre di Papa Leone XIV, prese parte allo sbarco in Normandia il 6 giugno 1944 come ufficiale della Marina degli Stati Uniti. Stimato per disciplina e dedizione, partecipò anche all’Operazione Dragoon nel sud della Francia, prima di rientrare in patria e dedicarsi alla scuola e alla comunità religiosa. Una vita segnata da senso del dovere e fede, eredità che il figlio ha portato fino al soglio pontificio.

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        Il destino della famiglia Prevost si intreccia con la Storia. Louis Marius Prevost, padre di Papa Leone XIV, classe 1920, fu uno degli ufficiali della Marina statunitense impegnati nello sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944. A rivelarlo sono i documenti conservati al National Archives and Records Administration di St. Louis, Missouri, che raccontano la parabola di un giovane americano arruolato con il programma di addestramento accelerato V-7.

        Il 24 novembre 1943 ottenne il grado di guardiamarina della Riserva Navale, e poco dopo partì per l’Europa. Imbarcato sulla USS LST-286, una nave da sbarco in grado di trasportare uomini, mezzi e carri armati, partecipò al D-Day, uno degli eventi che segnarono la fine della morsa nazifascista. Nel 1944 prese parte anche all’Operazione Dragoon, lo sbarco nel sud della Francia.

        I fascicoli ufficiali riportano come i suoi superiori ne apprezzassero le capacità organizzative, lo spirito di abnegazione e il senso del dovere. Qualità che gli valsero la promozione a tenente di vascello. Dopo quindici mesi di missione oltreoceano, Prevost fece ritorno negli Stati Uniti, dove scelse di dedicarsi all’educazione e alla vita comunitaria: divenne preside scolastico e catechista, continuando a trasmettere i valori di disciplina e servizio.

        Il 25 gennaio 1949 sposò Mildred Agnes Martinez, dalla quale ebbe tre figli. Proprio il terzogenito, Robert Francis, sarebbe diventato, esattamente ottant’anni dopo la fine della guerra in Europa, Papa Leone XIV.

        Una coincidenza simbolica, che lega la forza silenziosa di un padre soldato alla missione spirituale di un figlio chiamato a guidare la Chiesa cattolica.

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          Mondo

          Pussy Riot, la confessione choc di Rita Flores: «Ero una spia dell’Fsb, minacciavano di uccidere mia madre»

          Rita Flores racconta al Guardian di essere stata reclutata con ricatti e minacce contro la sua famiglia: «Avevo troppa paura». Poi la richiesta più inquietante: attirare Pyotr Verzilov in Serbia, dove secondo il suo racconto l’Fsb progettava di rapirlo e ucciderlo.

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          pussy riot

            Una Pussy Riot trasformata in spia dell’Fsb e costretta a tradire proprio gli amici e gli attivisti con i quali combatteva il regime russo. Sembra la trama di un thriller sulla Mosca di Vladimir Putin, invece è quanto racconta Rita Flores, nome d’arte della 29enne Margarita Konovalova, nella sua prima intervista dopo essere riuscita a fuggire dalla Russia alla fine di agosto.

            Flores ha raccontato al Guardian di aver collaborato per circa tre anni con i servizi segreti russi dopo essere stata reclutata sotto minaccia nel febbraio 2023. Una vicenda che la donna aveva già cominciato a rendere pubblica dopo la fuga e della quale ora ha fornito nuovi dettagli. Il quotidiano britannico specifica di non essere stato in grado di verificare autonomamente ogni elemento del suo racconto, ricordando tuttavia i numerosi casi di infiltrazione dell’Fsb negli ambienti dell’opposizione russa.

            «Uccideremo tua madre»: così Rita Flores sarebbe diventata una spia

            Flores faceva parte dell’ambiente delle Pussy Riot dal 2020 ed era già stata arrestata diverse volte per le sue performance di protesta. Dopo l’invasione dell’Ucraina, racconta, la pressione nei suoi confronti sarebbe aumentata fino alla perquisizione della sua abitazione nel febbraio 2023.

            Alla fine dell’operazione due uomini in borghese sarebbero rimasti nell’appartamento presentandosi come agenti dell’Fsb. Le avrebbero prospettato un procedimento penale per un post pubblicato su Instagram nel quale denunciava le uccisioni di civili in Ucraina, aggiungendo una minaccia molto più difficile da ignorare: se non avesse collaborato, avrebbero potuto uccidere sua madre.

            «Ho creduto che potessero fare tutto quello che dicevano», ha raccontato Flores. Da quel momento sarebbero cominciati gli incontri con i due agenti, soprannominati da lei Ivan e “la Giacca”. Il primo interpretava il ruolo dell’uomo comprensivo, il secondo quello del duro, in una versione molto poco cinematografica del vecchio giochetto del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.

            «Ti rieducheremo e diventerai una moglie obbediente»

            Anche Ivan, però, secondo Flores sapeva perfettamente come ricordarle chi comandava. Le avrebbe ripetuto che, se fosse fuggita all’estero, l’Fsb l’avrebbe trovata e uccisa, mentre sua madre avrebbe potuto fare la stessa fine senza che nessuno riuscisse a dimostrare nulla.

            Poi arrivava la promessa della “rieducazione”: l’Fsb, le avrebbe detto l’agente, l’avrebbe trasformata fino a farle amare la Russia, desiderare dei figli e diventare «una moglie obbediente».

            Flores sostiene di essere stata incaricata di raccogliere informazioni sugli artisti e sugli attivisti dell’opposizione che frequentava. Per limitare i danni, racconta di aver addirittura provocato volontariamente litigi con alcuni di loro, cercando di allontanarli affinché smettessero di confidarle informazioni che avrebbe poi dovuto riferire ai suoi controllori.

            Il piano per rapire e uccidere Pyotr Verzilov

            La storia diventa ancora più pesante quando entra in scena Pyotr Verzilov, attivista un tempo vicino alle Pussy Riot, trasferitosi in Ucraina e arruolatosi contro la Russia.

            Secondo Flores, nel maggio scorso i suoi referenti dell’Fsb avrebbero cominciato a chiederle informazioni su di lui, compreso il suo indirizzo in Ucraina. Poi sarebbe arrivata la missione definitiva: sfruttare la vecchia amicizia con Verzilov per convincerlo a incontrarla in Serbia.

            Ad aspettarlo, secondo quanto gli stessi agenti avrebbero spiegato a Flores, ci sarebbe stata una squadra incaricata di rapirlo e ucciderlo. In quel periodo Ivan avrebbe iniziato a versarle 50mila rubli al mese per la collaborazione legata al caso Verzilov.

            Flores sostiene di essere riuscita a sottrarsi all’operazione e, con l’aiuto dell’avvocato Dmitry Zakhvatov, a organizzare segretamente la fuga dalla Russia.

            La fuga e la confessione: «Per la prima volta mi sento tranquilla»

            Ora che è fuori dal Paese, Rita Flores ha deciso di raccontare pubblicamente la propria storia e di contattare alcune delle persone sulle quali aveva fornito informazioni per spiegare quello che era accaduto.

            La sua confessione ha inevitabilmente diviso anche l’opposizione russa in esilio: c’è chi ne ha lodato il coraggio e chi si domanda perché abbia continuato a collaborare con l’Fsb per quasi tre anni. Maria Alyokhina, altra figura storica delle Pussy Riot, ha sottolineato che nessuno sarebbe finito in carcere o sarebbe morto a causa delle informazioni fornite da Flores.

            Lei, invece, sostiene che casi come il suo siano tutt’altro che eccezionali e parla dell’arruolamento di informatori negli ambienti dell’opposizione come di «un fenomeno di massa».

            Dopo tre anni trascorsi, secondo il suo racconto, con la paura che una parola sbagliata potesse mettere in pericolo lei o sua madre, adesso Flores dice di provare finalmente una sensazione che sembrava aver dimenticato: «Per la prima volta da anni mi sento tranquilla».

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              Mondo

              Naomi Campbell, l’ombra di Jeffrey Epstein sulla Venere Nera: il suo nome compare 278 volte negli Epstein Files

              aomi Campbell invitava Epstein ai suoi party e frequentava le sue proprietà, compresa Little Saint James. Il suo nome figura nei registri del “Lolita Express” e persino in una lista di persone che potevano inviargli libri, lettere e cartoline quando era in carcere dopo la condanna del 2008.

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                Una volta può essere una coincidenza, dieci una frequentazione, 278 cominciano a essere parecchie. È questo il numero di volte in cui il nome di Naomi Campbell compare negli Epstein Files, la gigantesca massa di documenti che continua a riportare alla luce relazioni, amicizie e frequentazioni costruite negli anni intorno a Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto in carcere a New York nel 2019.

                E per la Venere Nera, una delle donne più celebri e fotografate del pianeta, le carte raccontano una vicinanza che non si limita a qualche fotografia scattata durante una festa del jet set. Ci sono email, inviti, incontri nelle proprietà del finanziere e il nome della modella nei registri di volo del famigerato “Lolita Express”, l’aereo privato utilizzato da Epstein e dai suoi ospiti per gli spostamenti.

                Naomi ha sempre sostenuto di non avere conosciuto la realtà criminale che si nascondeva dietro la vita dorata del milionario. Ma la quantità dei contatti che emerge dai documenti appena pubblicati riaccende inevitabilmente i riflettori su un rapporto che attraversò per anni quel mondo di feste, miliardari, modelle, uomini potentissimi e celebrità nel quale Epstein si muoveva con impressionante facilità.

                Naomi Campbell ed Epstein, gli inviti alle feste e gli incontri nelle sue case

                Dalle email emerge un rapporto nel quale gli inviti viaggiavano in entrambe le direzioni. Campbell avrebbe invitato Epstein ad alcuni dei propri party e il finanziere ricambiava aprendole le porte delle sue proprietà, compresa la casa di New York.

                Ma tra i luoghi frequentati dalla top model compare anche quello che, dopo lo scandalo, sarebbe diventato il simbolo più inquietante dell’universo Epstein: Little Saint James, l’isola privata nei Caraibi sulla quale il finanziere portava ospiti e dove, secondo le ricostruzioni giudiziarie, conduceva anche alcune delle sue giovani vittime.

                La presenza di Campbell nelle proprietà o sugli aerei di Epstein non dimostra naturalmente che conoscesse i crimini commessi dal finanziere. Racconta però quanto i loro mondi fossero entrati in contatto e quanto Epstein fosse riuscito a costruirsi una posizione apparentemente normalissima nel cuore del jet set internazionale.

                Ed è proprio questo uno degli aspetti più impressionanti dell’intera vicenda: per anni il finanziere non si muoveva ai margini della società che contava, ma esattamente al centro.

                Il nome della Venere Nera nei registri del “Lolita Express”

                Poi ci sono gli aerei. Il nome di Naomi Campbell compare nei registri di volo legati a Epstein, altro elemento destinato inevitabilmente a riaccendere l’attenzione sulla loro frequentazione.

                Il jet privato del finanziere sarebbe diventato tristemente celebre con il soprannome di “Lolita Express”, ma all’epoca rappresentava soprattutto uno dei mezzi attraverso i quali Epstein trasportava amici e ospiti tra le sue diverse proprietà.

                Campbell apparteneva a quel mondo nel quale la presenza del finanziere sembrava perfettamente normale. Epstein frequentava feste, conosceva celebrità e uomini d’affari, coltivava rapporti con personaggi potentissimi e si presentava come un miliardario capace di aprire qualsiasi porta.

                Naomi, dal canto suo, era al vertice assoluto della moda mondiale e si muoveva nello stesso universo internazionale. Due mondi che finirono per incrociarsi molte volte. Almeno 278, se si conta semplicemente quante volte il suo nome compare nei file.

                Quel nome nella lista dei contatti mentre Epstein era in carcere

                Ma tra le carte c’è un particolare ancora più curioso, perché porta la frequentazione oltre la stagione delle feste e degli inviti mondani.

                Il nome di Naomi Campbell compare infatti anche in una lista di persone che avrebbero potuto recapitare a Epstein libri, lettere e cartoline mentre il finanziere si trovava in carcere in Florida, dopo la condanna del 2008.

                Ed è soprattutto la data a rendere questo dettaglio significativo nel racconto pubblico della loro relazione. Nel 2008 Epstein aveva già affrontato un procedimento giudiziario per reati sessuali e la sua immagine non era più semplicemente quella del ricchissimo uomo d’affari circondato da celebrità.

                Campbell ha sempre ribadito di non avere saputo ciò che Epstein faceva alle ragazze che cadevano nella sua rete e, quando lo scandalo è esploso in tutta la sua enormità, ha preso pubblicamente le distanze dal finanziere e dai suoi crimini.

                Le nuove carte, però, mostrano quanto quella conoscenza fosse inserita nella sua vita mondana e quanto fosse durata nel tempo.

                Da Briatore a Ghislaine Maxwell, il jet set intorno alla Venere Nera

                Le immagini di quegli anni restituiscono perfettamente l’ambiente nel quale tutto questo avveniva. Naomi Campbell era una delle regine incontrastate del jet set, fidanzata per anni con Flavio Briatore, fotografata alle feste più esclusive e in contatto con personaggi provenienti dalla moda, dalla finanza, dallo spettacolo e dalla politica.

                Nello stesso circuito si muoveva Ghislaine Maxwell, la donna che sarebbe stata successivamente condannata per il ruolo avuto nel reclutamento delle vittime di Epstein e che compare in diverse fotografie insieme alla top model.

                Era proprio questa rete di relazioni a costituire una delle grandi assicurazioni sociali del finanziere: essere circondato continuamente da personaggi famosi contribuiva a costruire intorno a lui un’aura di rispettabilità e potere che rendeva molto più difficile immaginare ciò che accadeva lontano dai flash.

                Oggi quelle fotografie hanno inevitabilmente un significato diverso.

                Naomi ha sempre detto: «Non sapevo nulla»

                La posizione di Naomi Campbell è rimasta negli anni molto chiara: conosceva Epstein, ma non conosceva i suoi crimini. Essere comparsa alle sue feste, avere viaggiato sui suoi aerei o essere stata ospite nelle sue proprietà non significa aver partecipato o essere stata a conoscenza delle attività criminali del finanziere.

                Ma gli Epstein Files continuano a funzionare come una gigantesca macchina del tempo capace di riportare alla superficie rapporti che molti protagonisti del jet set mondiale avrebbero probabilmente preferito lasciare sepolti negli album fotografici degli anni Novanta e Duemila.

                E questa volta la macchina del tempo si è fermata davanti alla Venere Nera.

                Perché 278 citazioni, gli inviti reciproci, il nome nei registri di volo, gli incontri nelle proprietà di Epstein e quella lista relativa ai contatti durante la detenzione raccontano almeno una cosa con chiarezza: Jeffrey Epstein non era una comparsa occasionale nella sterminata rubrica mondana di Naomi Campbell.

                Era una persona che conosceva e frequentava.

                E oggi, sull’immagine scintillante di una delle modelle più famose della storia, torna ad allungarsi l’ombra più nera del jet set internazionale: quella di Jeffrey Epstein.

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