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Politica

Giorgia Meloni taglia i fondi all’associazione Liliana Segre per la memoria dell’Olocausto: esplode la polemica

Il taglio di circa 28mila euro rischia di compromettere l’attività dell’Aned, suscitando dure critiche dall’opposizione. Il dibattito si infiamma sulla distribuzione dei fondi e sulla memoria storica dell’antifascismo. Liliana Segre e il presidente Venegoni denunciano la gravità della decisione.

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    La recente decisione del governo guidato da Giorgia Meloni di tagliare i fondi destinati all’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti) ha suscitato una forte reazione, non solo per l’entità economica, ma per il valore simbolico che la scelta porta con sé. Il taglio riguarda circa 28mila euro, una somma che, pur non essendo eccessiva, potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza stessa di associazioni come l’Aned, di cui la senatrice a vita Liliana Segre è membro dal 1958.

    Una decisione controversa e la reazione dell’opposizione

    L’intervento del ministero dell’Interno, retto da Matteo Piantedosi, segue una nuova linea di distribuzione dei fondi basata su criteri numerici, che però risulta inadeguata secondo l’opposizione e le associazioni coinvolte. Tra i tagliati c’è anche l’Anppia (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti). Secondo Federico Fornaro, deputato del Partito Democratico, si rischia di far chiudere organizzazioni che svolgono un ruolo fondamentale per tenere viva la memoria dei deportati e perseguitati antifascisti.

    Questa manovra arriva a pochi mesi dalle celebrazioni per l’80esimo anniversario della Liberazione, previsto nel 2025, e la decisione di ridurre i fondi proprio in questa fase ha scatenato una forte ondata di polemiche.

    La posizione dell’Aned

    Dario Venegoni, presidente dell’Aned, non ha nascosto la sua frustrazione: “Questo governo vuole punire l’antifascismo”. Venegoni ha evidenziato come la decisione metta a rischio non solo l’attività dell’associazione, ma anche la capacità di preservare e trasmettere la memoria storica ai giovani, un compito che l’Aned porta avanti da decenni.

    Il presidente ha ribadito che l’Aned ha sempre considerato il proprio lavoro meritorio e riconosciuto anche dalle istituzioni stesse, come dimostrato dalla medaglia al merito ricevuta in passato proprio dal Ministero dell’Interno. Ora però, quegli stessi uffici sembrano considerare l’associazione “un vecchio rottame”.

    Liliana Segre e il ruolo della memoria

    Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, ha dedicato la sua vita a trasmettere la testimonianza della Shoah alle nuove generazioni. Il taglio dei fondi appare come un duro colpo non solo per l’Aned, ma per l’intera memoria storica dell’antifascismo in Italia.

    Mentre il governo difende la revisione dei criteri di distribuzione dei fondi, molti temono che la chiusura di associazioni come l’Aned possa avere conseguenze gravi sulla preservazione della memoria storica, specialmente in un momento in cui i testimoni diretti della Shoah sono sempre meno.

    Il futuro delle celebrazioni del 2025

    Il taglio dei fondi arriva a pochi mesi dall’importante anniversario della Liberazione del 1945. La riduzione delle risorse economiche destinate alle associazioni come l’Aned rischia di compromettere non solo la celebrazione di questo importante traguardo storico, ma anche le attività che mirano a sensibilizzare il pubblico e a educare i più giovani sui drammi del nazifascismo.

    La vicenda è destinata a far discutere ancora nei prossimi mesi, con l’opposizione decisa a contrastare la decisione del governo e le associazioni in prima linea per evitare di veder ridotto il proprio contributo alla società.

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      Politica

      Vannacci, altro che Generale: a casa comanda Camelia. Lady Russia, la vodka per Putin e quegli anni «fantastici» a Mosca

      Presidente dell’associazione dei coniugi degli ufficiali stranieri durante gli anni trascorsi in Russia, Camelia avrebbe definito quel periodo «uno dei più fantastici della sua vita». Poi il video con la vodka e il brindisi «a Vladimir». Lei nega di influenzare politicamente il marito, ma una domanda resta inevitabile: quanto pesa Lady Vannacci sulla passionaccia russa del Generale?

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        Roberto Vannacci sarà pure il Generale, ma a casa sua i gradi sembrano distribuirli altrove. Per capire chi occupi davvero il vertice della catena di comando familiare basta ascoltare Camelia Mihailescu, sua moglie, che sull’argomento non ha mai mostrato particolari complessi: la loro, ha spiegato, è una famiglia dalla «cultura matriarcale».

        E considerando che in casa ci sono anche due figlie, al povero Generale non resta che accettare la schiacciante inferiorità numerica.

        La faccenda diventerebbe soltanto un gustoso quadretto familiare se Lady Vannacci non avesse alle spalle una storia personale parecchio più interessante di quella della semplice consorte del politico. Camelia è romena, figlia di un ufficiale, possiede due lauree, parla quattro lingue e ha frequentato per anni ambienti militari e diplomatici. Soprattutto ha vissuto a Mosca insieme al marito, quando Vannacci prestava servizio in Russia, e di quel periodo conserva evidentemente ricordi tutt’altro che traumatici.

        Tanto che, stando a quanto riportato dal Financial Times, avrebbe definito gli anni moscoviti «uno dei periodi più fantastici della sua vita».

        E allora la domanda maliziosa nasce quasi da sola: dietro la passionaccia russa di Roberto Vannacci c’è anche lo zampino del vero Generale di casa?

        Camelia Mihailescu, la vera comandante di casa Vannacci

        La biografia di Camelia è decisamente meno ordinaria di quanto potrebbe suggerire l’etichetta di «moglie di». Nata in Romania e cresciuta in una famiglia legata alle forze armate, prima di trasferirsi in Italia ha lavorato anche nell’ambiente dell’Università Nazionale di Difesa di Bucarest. Le cronache riferiscono inoltre di un’attività in un ufficio legato alla gestione di documenti classificati.

        Quando Vannacci si trovava di stanza a Mosca, poi, Camelia non trascorreva certamente le giornate aspettando che il marito tornasse a casa.

        Era diventata presidente dell’Afasa, Air Force Officers Spouse Association, l’associazione dei coniugi degli ufficiali militari stranieri presenti nella capitale russa, e organizzava iniziative ed eventi culturali. Una posizione che le permetteva inevitabilmente di frequentare quel piccolo mondo nel quale diplomazia, famiglie degli ufficiali e ambienti militari internazionali finivano continuamente per incrociarsi.

        Insomma, mentre il marito faceva il militare, Lady Vannacci costruiva relazioni e conosceva persone. Altro che moglie del Generale relegata tre passi indietro nelle fotografie ufficiali.

        Gli anni «fantastici» a Mosca e il mistero della passione russa

        È proprio il capitolo russo ad aver riacceso adesso la curiosità attorno alla coppia. Vannacci ha assunto negli anni posizioni molto critiche verso le politiche occidentali sulla guerra in Ucraina e favorevoli alla riapertura dei rapporti con Mosca, pur respingendo l’etichetta di filo-putiniano che gli viene attribuita dai suoi avversari.

        Camelia, dal canto suo, nega di aver trasformato il marito in qualcosa che non fosse già. E non esistono elementi che permettano di attribuirle la paternità politica delle sue posizioni.

        Questo, però, non rende meno curioso il rapporto della signora Mihailescu con la Russia, soprattutto dopo la ricostruzione del suo passato moscovita e quella definizione degli anni trascorsi lì come uno dei periodi più belli della propria vita.

        La domanda, quindi, resta inevitabilmente sospesa: quanto della familiarità di Vannacci con il mondo russo appartiene esclusivamente alla sua esperienza professionale e quanto è diventato negli anni anche patrimonio familiare?

        Lady Vannacci stappa la vodka: «Agli amici russi e a Vladimir»

        A rendere tutto infinitamente più divertente ci ha pensato recentemente proprio Camelia.

        Davanti alle polemiche sui rapporti con Mosca e alla definizione del marito come possibile «cavallo di Troia» russo nella politica italiana, Lady Vannacci non ha convocato un avvocato, non ha scritto un comunicato di dodici pagine e soprattutto non si è rifugiata nel silenzio.

        Ha preso una bottiglia di vodka.

        In un video social si è presentata in versione ironicamente russa e ha alzato il bicchiere dedicando il brindisi agli «amici russi», a «Vladimir» e al «cavallo di Troia italiano», evidente riferimento al marito e alle accuse che lo riguardano.

        Una risposta che può piacere oppure no, ma che chiarisce almeno una cosa: Camelia Mihailescu non sembra esattamente una signora intimidita dalle polemiche.

        Due lauree, quattro lingue e un Generale da tenere a bada

        Il personaggio, del resto, è parecchio più strutturato della caricatura di Lady Vannacci. Camelia possiede una formazione universitaria, parla rumeno, italiano, inglese e francese e proviene da un ambiente nel quale uniformi, gerarchie e disciplina facevano parte della quotidianità ben prima che incontrasse Roberto Vannacci.

        I due si conobbero a Bucarest quando il futuro europarlamentare si trovava in Romania per ragioni di servizio e da allora hanno costruito una famiglia con due figlie. Nel frattempo lei ha scelto di dedicarsi soprattutto alla famiglia, ma negli ultimi tempi la sua presenza pubblica è diventata molto più visibile, anche attraverso i social e gli interventi in difesa del marito.

        Ed è proprio qui che Camelia rischia di diventare politicamente interessante. Non perché esistano prove di una regia occulta della signora Mihailescu dietro Futuro Nazionale, ma perché accanto a un leader fortemente personalizzato comincia a emergere una moglie che possiede carattere, storia personale e capacità comunicativa sufficienti per non limitarsi al ruolo decorativo della consorte sorridente.

        Il Generale Vannacci ha trovato qualcuno che non prende ordini

        Camelia sostiene di non dettare la linea politica del marito e non c’è ragione di trasformare una suggestione in una certezza. Ma il quadretto rimane irresistibile.

        Lui è stato comandante degli incursori, generale dell’Esercito, europarlamentare e adesso leader di Futuro Nazionale. Lei è cresciuta con un padre ufficiale, ha lavorato nell’ambiente militare romeno, ha frequentato quello diplomatico internazionale a Mosca, parla quattro lingue e, quando qualcuno insinua che suo marito sia il cavallo di Troia di Putin, stappa la vodka e brinda a Vladimir.

        Poi torna a casa dal Generale.

        Dove, per sua stessa ammissione, vige una cultura matriarcale.

        A questo punto resta soltanto un dubbio: Roberto Vannacci avrà pure comandato reparti militari in mezzo mondo, ma quando varca la porta di casa deve mettersi sull’attenti?

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          Politica

          Fabrizio Corona prepara la sua squadra: «Metterò persone di mia fiducia». Ecco chi potrebbe portare con sé in politica

          Dopo la discesa in campo arriva la frase che apre il vero rebus: chi sceglierà Fabrizio Corona per presentarsi alle elezioni? Il fondatore vuole «tirare le fila» e affidare il movimento a uomini e donne di sua fiducia.

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            «Metterò persone di mia fiducia». Fabrizio Corona ha appena pronunciato la frase che potrebbe trasformare la sua annunciata discesa in politica da provocazione mediatica a qualcosa di decisamente più concreto.

            Perché se Corona non può candidarsi personalmente, questo non significa che debba rinunciare a costruire il suo movimento, scegliere chi dovrà rappresentarlo e soprattutto chiedere agli italiani di votarlo.

            O, più precisamente, di votare le persone indicate da lui.

            È questo il nuovo scenario che si apre attorno a “Per la Verità”, il movimento con il quale l’ex re dei paparazzi ha annunciato di voler entrare nella politica italiana. Corona ha già un nome, un simbolo, una prima bozza di programma e soprattutto milioni di persone che seguono i suoi contenuti. Adesso manca il passaggio più delicato: trovare i candidati.

            E lui ha già fatto capire come intende sceglierli.

            «Tirerò le fila»: Corona vuole comandare anche senza candidarsi

            Sul passato giudiziario di Corona pesa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, pena accessoria legata alla condanna definitiva del 2013 per l’estorsione ai danni dell’ex calciatore David Trezeguet.

            Nelle condizioni attuali, dunque, la strada verso una candidatura personale appare sbarrata.

            Corona, però, sembra considerare il problema quasi secondario.

            «Questo non vuol dire che io non possa tirare le fila di un gruppo di persone di mia fiducia», ha spiegato.

            Ed è proprio quel «tirare le fila» a raccontare molto più di quanto sembri.

            Corona potrebbe restare fuori dalle liste e diventare comunque il leader politico, il volto pubblico, il principale comunicatore e l’uomo incaricato di scegliere chi dovrà rappresentare “Per la Verità” nelle istituzioni.

            Un modello che ricorda inevitabilmente, pur con storie e percorsi completamente differenti, quello utilizzato da Beppe Grillo nella prima fase del Movimento 5 Stelle.

            Chi sono le «persone di fiducia» che Corona vuole candidare?

            Adesso arriva la domanda che rischia di scatenare il toto-nomi: chi sono le persone di fiducia di Fabrizio Corona?

            L’ex agente fotografico non ha ancora presentato una squadra e sarebbe quindi arbitrario attribuire candidature a personaggi che non le hanno mai annunciate. Ma proprio la natura del progetto rende interessante capire quale bacino potrebbe utilizzare per costruire le proprie liste.

            Corona negli ultimi anni ha creato intorno a Falsissimo un universo composto da collaboratori, professionisti, personaggi dello spettacolo, imprenditori e figure provenienti dal mondo della comunicazione e dei social.

            La vera sorpresa potrebbe essere proprio qui.

            Il movimento potrebbe cercare volti già conosciuti dal pubblico oppure scegliere persone completamente estranee alla politica tradizionale. E Corona dovrà decidere quanto spazio concedere ai personaggi mediatici e quanto, invece, puntare su candidati capaci di dare al progetto una credibilità politica e amministrativa.

            Perché mettere un volto famoso in una lista può portare attenzione. Costruire un partito capace di arrivare alle urne è un’altra faccenda.

            Corona guarda già ai sondaggi: «Se supero il 3% sono cazzi amari»

            Che Corona voglia misurare rapidamente il peso della propria operazione lo dimostrano anche le sue parole sui primi eventuali sondaggi.

            «Vediamo tra uno o due giorni a quanto mi danno, perché se mi danno oltre il tre sono cazzi amari per tutti», ha annunciato.

            Il riferimento al 3% non è casuale nella costruzione del suo racconto politico. Corona vuole capire se il pubblico gigantesco che segue ogni puntata di Falsissimo possa diventare qualcosa di diverso da una platea digitale.

            La domanda vale milioni di visualizzazioni ma, soprattutto, potrebbe valere voti.

            Chi guarda Corona voterebbe un partito fondato da Corona? E soprattutto lo voterebbe anche sapendo che Corona non comparirebbe personalmente sulla scheda elettorale?

            È probabilmente questo il primo vero test di “Per la Verità”.

            Destra, sinistra? Corona vuole pescare voti ovunque

            Anche il programma presentato finora sembra costruito per rendere difficile una collocazione tradizionale.

            Corona parla di espulsione degli immigrati irregolari e attacca la pressione fiscale, ma contemporaneamente sostiene la legalizzazione delle droghe e la regolamentazione della prostituzione. Punta il dito contro le Big Tech, mette l’intelligenza artificiale tra i temi del futuro del lavoro e si definisce «liberale e antisistema».

            Ha inoltre attaccato direttamente Giorgia Meloni, contestando al governo di aver tradito alcuni dei principi sui quali la destra aveva costruito la propria identità.

            La strategia appare evidente: provare a intercettare il voto di chi non si riconosce più nei partiti tradizionali, indipendentemente dalla provenienza politica.

            Ed è proprio per questo che la scelta dei candidati diventerà fondamentale. Le «persone di fiducia» dovranno rappresentare un movimento che vuole pescare contemporaneamente nell’astensione, nel voto di protesta e nel pubblico che Corona ha costruito attraverso i social.

            Dopo “Falsissimo”, Corona vuole trasformare i follower in elettori

            La grande arma di Corona rimane la comunicazione.

            Con Falsissimo ha costruito un proprio sistema capace di raggiungere direttamente milioni di utenti. Con King TV vuole spingersi ancora oltre, creando una piattaforma indipendente per distribuire i propri contenuti e sviluppare un ecosistema che possa vivere senza televisioni e media tradizionali.

            Ora prova il salto più difficile: trasformare follower e spettatori in elettori.

            E la frase «metterò persone di mia fiducia» indica che Corona ha già compreso il principale ostacolo della sua operazione. Se non potrà essere lui a comparire sulla scheda, dovrà convincere il proprio pubblico a mettere una croce accanto ai nomi scelti da lui.

            È qui che il progetto smette di essere soltanto un video virale.

            Un simbolo si può disegnare in poche ore. Un programma si può annunciare davanti a una telecamera. Un movimento può nascere sui social. Ma per andare davvero alle elezioni servono uomini, donne, liste e una macchina organizzativa.

            Corona assicura di volerla costruire.

            Adesso resta soltanto da capire chi saranno le sue «persone di fiducia». Ed è molto probabile che, quando cominceranno a uscire i primi nomi, la discesa in campo di Fabrizio Corona diventi ancora più rumorosa.

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              Politica

              Fabrizio Corona sfida Giorgia Meloni e scende in politica: «Io sono il nuovo Berlusconi». Nasce “Per la Verità” e punta alle elezioni

              Immigrazione irregolare, droga e prostituzione legalizzate, stop all’intelligenza artificiale che sostituisce i lavoratori, over 50, giovani, sanità e tasse. Poi l’affondo contro l’esecutivo: «Dio, patria e famiglia? Ha tradito tutto». E nasce King TV, la piattaforma che dovrà rendere Corona indipendente dalle Big Tech.

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                Alla fine Fabrizio Corona lo ha fatto davvero. Dopo settimane di indiscrezioni, provocazioni, loghi comparsi sulla sua scrivania e un video costruito come una personale riedizione della celebre discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’ex re dei paparazzi ha annunciato ufficialmente la nascita del suo movimento politico. Si chiama “Per la Verità” e, almeno nelle intenzioni del fondatore, non vuole essere una trovata pubblicitaria destinata a esaurirsi con la prossima puntata di Falsissimo.

                «Non è uno scherzo grottesco, ma è pura realtà», scandisce Corona.

                E questa volta non si limita ad annunciare un simbolo o a promettere una futura candidatura. In oltre venti minuti mette insieme una sorta di manifesto politico ancora disordinato, volutamente provocatorio e condito dal consueto linguaggio senza filtri. Dentro c’è praticamente tutto: l’attacco al governo Meloni e ai partiti tradizionali, la guerra alle Big Tech, l’immigrazione, la legalizzazione delle droghe e della prostituzione, la sanità, la scuola, i giovani, gli over 50, le tasse, l’intelligenza artificiale, la Rai, le Ztl e persino un nuovo modello di città.

                Corona definisce la sua creatura «un movimento liberale antisistema che pone al centro la libertà dell’individuo stesso». Poi avverte il Palazzo che, questa volta, intende misurarsi davvero con i voti: «Vediamo i sondaggi tra uno o due giorni a quanto mi danno, perché se mi danno oltre il tre sono cazzi amari per tutti».

                «Io sono il nuovo Berlusconi»: la discesa in campo di Fabrizio Corona

                Il riferimento a Silvio Berlusconi, evocato già nei giorni precedenti attraverso i social, diventa esplicito durante la puntata.

                Corona parte da un ragionamento molto semplice: Berlusconi si presentò agli italiani come l’imprenditore che, dopo aver dimostrato di saper costruire e governare le proprie aziende, avrebbe applicato quelle capacità allo Stato.

                «Berlusconi quando è sceso in campo ha detto una cosa che era giusta. Ha fatto l’imprenditore, ha costruito una marea di aziende e siccome è stato capace di costruire le aziende sue, avrebbe saputo gestire l’azienda dello Stato, perché lo Stato è un’azienda».

                Poi la frase destinata inevitabilmente a diventare il manifesto della sua personale discesa in campo: «Io sono il nuovo Berlusconi, più bello, più giovane, meno inciucione, più pulito, più trasgressivo».

                Corona accompagna il paragone con una delle sue consuete provocazioni sessuali, quindi torna alla politica e spiega perché, secondo lui, avrebbe le carte in regola per governare: «In che cosa sono bravo io? A fare i soldi. Quindi sono qui per fare fare i soldi al nostro Paese».

                Il primo terreno sul quale applicare questa filosofia sarebbe il turismo. L’Italia, sostiene, possiede un patrimonio straordinario che non sarebbe riuscita a trasformare in ricchezza: «Abbiamo il Paese più bello del mondo che non viene sfruttato». Un Paese che, aggiunge subito dopo con una formula assai meno istituzionale, «stiamo trasformando in un Paese di merda».

                Corona contro il governo Meloni: «Dio, patria e famiglia? Ha tradito tutto»

                Il movimento non si colloca né a destra né a sinistra, almeno secondo il suo fondatore. Ma uno dei bersagli principali della prima uscita politica di Corona è inevitabilmente il governo guidato da Giorgia Meloni.

                La presidente del Consiglio non viene mai nominata direttamente, ma il riferimento politico è inequivocabile.

                «Il governo di destra, quello che ci governa oggi, ha basato tutta la sua campagna elettorale su tre parole: Dio, patria, famiglia», attacca Corona. Poi arriva l’affondo: «E proprio questo ha tradito. Ha tradito la patria, ha tradito Dio […] e la famiglia. Che cosa ha fatto questo governo per la famiglia?».

                Non è l’unico passaggio dedicato all’attuale classe dirigente. Corona la attacca persino sul terreno dell’immagine: «Chi c’è al governo oggi non ci rappresenta nemmeno nell’estetica. Hanno un’estetica che non rappresenta la storia del nostro Paese».

                E insiste: «Li avete visti in faccia chi governa? Li avete visti come parlano l’italiano? Come si vestono, come si atteggiano? Quello che vi dicono, come vi mentono».

                Il giudizio viene poi esteso all’intero sistema politico. Destra, sinistra, centrodestra e centrosinistra, per Corona, sarebbero ormai soltanto etichette svuotate di significato. «Non esistono più i partiti, non esistono più i valori, gli ideali della destra di una volta, della sinistra di una volta, di un centro di una volta».

                La politica sarebbe diventata marketing, algoritmi, cellulari e narrazione social. E Corona trova anche una definizione perfetta per la sua requisitoria: «I politici di oggi sono i fuffa guru nuovi che non vendono come farvi guadagnare, ma vi vendono il sogno di un Paese che non esiste».

                Immigrazione, Corona usa la ruspa con gli irregolari: «Via dal mio Paese»

                È sull’immigrazione che “Per la Verità” assume una posizione che difficilmente potrebbe essere definita progressista.

                Corona attacca quello che considera un modello indiscriminato di accoglienza e pronuncia una frase durissima: «Noi non la vogliamo più questa cazzo di integrazione».

                Subito dopo, però, precisa la propria posizione distinguendo nettamente tra immigrazione regolare e clandestinità: «Via gli immigrati che non sono regolari, che violano il concetto di legge, che non possono stare secondo la legge all’interno di questo Paese. Basta applicare la legge».

                Per Corona chi possiede competenze, lavora ed è regolarmente in Italia deve invece essere accolto. Fa gli esempi di un ingegnere indiano, un medico egiziano e un cuoco senegalese, poi cita il proprio autista e le collaboratrici domestiche filippine: «Ben vengano a lavorare, a sporcarsi le mani».

                Il criterio, insomma, dovrebbe essere estremamente semplice: ingresso e permanenza per chi rispetta le regole e contribuisce alla società, espulsione per chi è irregolare o delinque.

                Droga e prostituzione legalizzate: il programma libertario di “Per la Verità”

                Se sull’immigrazione Corona utilizza argomenti che potrebbero piacere a una parte della destra, pochi minuti dopo sposta il suo movimento su posizioni decisamente libertarie.

                La prostituzione, secondo lui, dovrebbe diventare un’attività legale, regolamentata e tassata: «Vogliamo che la prostituzione diventi un business che faccia guadagnare lo Stato come in Svizzera».

                Ancora più radicale la proposta sulle sostanze stupefacenti: «La droga legalizziamola tutta e guadagniamoci esattamente come si fa per i farmaci».

                È probabilmente il punto che rende più evidente la natura politicamente ibrida del progetto. Corona pesca contemporaneamente da mondi molto diversi, rifiutando esplicitamente la tradizionale collocazione destra-sinistra.

                Giovani e intelligenza artificiale: «Non stiamo facendo un cazzo»

                Il tema sul quale Corona insiste maggiormente è però quello delle nuove generazioni.

                «Che cosa stiamo facendo per i nostri giovani? Cosa stiamo facendo per la nuova classe dirigente?», domanda. La risposta arriva immediatamente: «Un cazzo, un cazzo, un cazzo. Niente».

                Corona descrive una generazione costretta a studiare per decenni per poi entrare in un mercato del lavoro nel quale rischia di essere sostituita da chatbot e sistemi di intelligenza artificiale.

                Ed è proprio sull’IA che arriva una delle prime proposte concrete attribuite al nuovo movimento: «L’uso dell’intelligenza artificiale è il primo provvedimento che un movimento Per la Verità, che significa libertà, deve sostenere».

                L’obiettivo dichiarato è «impedire che l’intelligenza artificiale entri a gamba tesa nel mondo del lavoro».

                Corona prevede inoltre un futuro nel quale l’IA potrebbe trasformarsi in un gigantesco moltiplicatore delle disuguaglianze. I figli delle famiglie meno abbienti, sostiene, potrebbero ritrovarsi a studiare davanti a un tablet con un avatar al posto dell’insegnante, mentre i ricchi continueranno a permettersi tutor umani altamente qualificati.

                Il risultato sarebbe «un dislivello totale tra i ricchi che arriveranno sempre più in alto e i poveri che scenderanno sempre più in basso».

                La guerra alle Big Tech: «Siamo comandati da un cazzo di algoritmo»

                È qui che la politica si salda perfettamente con la storia personale di Corona e con quanto accaduto negli ultimi mesi a Falsissimo.

                Meta, Google, YouTube e le altre grandi piattaforme vengono dipinte come un potere sovranazionale capace di decidere chi può parlare, cosa può essere pubblicato e perfino quale pezzo della vita digitale di una persona possa continuare a esistere.

                «Siamo comandati da un cazzo di algoritmo», tuona Corona.

                Il fondatore di Falsissimo ricorda i profili social che gli sono stati chiusi e le puntate rimosse dalle piattaforme, citando i casi Signorini, Bova e Rodriguez. La sua tesi è che affidare interamente informazione, identità e attività economica alle Big Tech significhi consegnare a società private un potere enorme sulla libertà individuale.

                Corona arriva a definire Falsissimo «un impero editoriale di libertà, di espressione, free speech».

                Da qui nasce la seconda gamba del progetto politico.

                Nasce King TV: Corona si costruisce anche il suo social network

                “Per la Verità” non avrà soltanto pagine Instagram e canali social tradizionali. Corona annuncia la creazione di una propria piattaforma, King TV, sulla quale intende trasferire i suoi contenuti e costruire un social network indipendente.

                «Il primo passo per la creazione di questo movimento è l’apertura di una piattaforma, di una piattaforma libera», annuncia. «La pago io. Io la costruisco e ci metto i miei contenuti. E col cazzo che me li chiudono questi contenuti».

                Sulla piattaforma dovrebbero essere caricate anche le puntate eliminate altrove. E Corona promette agli utenti un vero social con storie, feed, commenti, messaggi diretti, condivisioni e salvataggi.

                «Qui non ti cancello niente», assicura.

                Invita inoltre altri creator a utilizzarlo gratuitamente: «Se volete partecipare a questa piattaforma, venite, è gratuito, vi ospito».

                E anticipa già il contenuto con cui intende lanciarla: la parte finale del racconto dedicato a Belen Rodriguez e quello che definisce «il faccia a faccia».

                L’attacco alla Rai: «Pagata con i nostri soldi»

                Nella requisitoria contro il sistema finisce inevitabilmente anche la Rai. E qui Corona torna a usare il lanciafiamme.

                «Pensate alla Rai, pagata coi nostri soldi, ce lo prendono dalla bolletta», esordisce. Poi parla di «persone del circolino inserite lì per rapporti politici, amico di quello, amico di quello».

                Seguono accuse pesantissime, comprese allusioni a rapporti personali e sessuali che, secondo Corona, influenzerebbero carriere e distribuzione degli spazi. Sono affermazioni del fondatore di Falsissimo, delle quali non vengono forniti nella puntata elementi che consentano di considerarle fatti accertati.

                Corona parla inoltre di «programmi di merda che non servono a un cazzo», «notizie filtrate» e di un servizio pubblico incapace, a suo giudizio, di offrire ai cittadini l’informazione per la quale pagano.

                Tasse, sanità, Ztl, over 50: nel programma di Corona entra di tutto

                La bordata contro lo Stato è altrettanto brutale. «Lo Stato è peggio di un cravattaro di Tor Bella Monaca: ti succhia il 70% dei tuoi guadagni per non darti niente», sostiene Corona.

                Attacca le liste d’attesa della sanità pubblica raccontando di avere incontrato al parco un’anziana malata di tumore che, secondo il suo racconto, non avrebbe avuto il denaro necessario per rivolgersi alla sanità privata e avrebbe ricevuto un appuntamento dopo nove mesi.

                Poi passa al costo della benzina e alle Ztl, con un attacco particolare al sistema delle multe di Milano.

                C’è spazio anche per gli over 50, che Corona considera una risorsa espulsa troppo facilmente dal mercato del lavoro. Arriva a proporre «l’obbligo alle aziende di assumere degli over 50».

                E chiede interventi anche per i padri separati che, sostiene, dopo la fine di un matrimonio possono perdere casa e stabilità economica fino a ritrovarsi a vivere in automobile.

                «Dobbiamo ripartire dalla bellezza»: la guerra ai grattacieli e al cemento

                Dentro questo sorprendente primo manifesto entra persino l’urbanistica.

                «Dobbiamo ripartire dalla bellezza», dice Corona. Poi attacca le città trasformate dal cemento, i grandi interventi immobiliari e quelli che definisce «grattacieli a forma di banana col logo dell’assicurazione».

                «I bambini non possono più giocare in cortile. I nostri spazi non sono più nostri, sono di qualche fondo che controlla il potere. Dove sono gli alberi? Dov’è il verde?».

                La fotografia che ne ricava è una delle immagini più efficaci dell’intera puntata: «Siamo come detenuti in grandissime scatole di design».

                Corona vuole entrare nel sistema per diventare «la spina nel fianco del potere»

                Alla fine tutti i fili vengono annodati.

                Falsissimo sarà il megafono. King TV dovrebbe diventare la piattaforma indipendente. Il nuovo social dovrà creare la comunità. “Per la Verità” sarà il movimento destinato, almeno nelle intenzioni di Corona, a portare quella comunità dentro le urne.

                «Per cambiare, per cercare la verità insieme bisogna dare fastidio, bisogna rischiare, bisogna essere sovversivi come una spina nel fianco di qualsiasi forma di potere», proclama.

                Corona sostiene che Falsissimo sia già stato «la spina nel fianco dell’informazione». Adesso vuole alzare la posta: «Voglio dare fastidio non all’informazione, ma al potere e voglio entrare dentro il potere».

                Nel mirino mette contemporaneamente politica, televisione e giustizia, promettendo di occuparsi anche della condizione dei detenuti. Poi si rivolge direttamente alla sua platea: «Se voi seguendo il mio movimento mi aiutate, gli facciamo il culo a questi potenti del cazzo».

                Prima di chiudere invita i presenti ad accendere i cellulari. «Questa roba qua entrerà nella storia», dice.

                Poi trasforma lo studio di Falsissimo nel primo comizio di “Per la Verità”. Il pubblico ripete insieme a lui lo slogan: «Noi siamo Per la Verità. Noi siamo Per la Verità».

                Che Corona riesca davvero a trasformare milioni di visualizzazioni in milioni di voti è tutto da vedere. Costruire un partito significa organizzazione, candidati, territori, regole, firme e una classe dirigente che oggi ancora non esiste. Ma dopo questa puntata una cosa è certa: Fabrizio Corona non sta più soltanto giocando a fare politica. Ha annunciato di voler entrare nel Palazzo, ha scelto il nome, ha abbozzato il programma, ha indicato i nemici e soprattutto possiede già qualcosa che molti aspiranti leader inseguono per anni senza trovarlo: un pubblico enorme al quale parlare direttamente.

                Ora resta da capire quanti di quei follower siano disposti a diventare elettori.

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