Cronaca
Silvio Vanadia, figlio di Marina Berlusconi, «vuole fare il rapper»
Dal nonno Silvio, maestro di canzoni francesi e napoletane accompagnato da Mariano Apicella, al nipote Silvio Vanadia, che alle Bermuda intrattiene amici e fidanzata a suon di rap. Il filo della musica lega due generazioni di Berlusconi, ma con uno stile decisamente diverso.
Chi avrebbe mai immaginato che il giovane Silvio Vanadia, nipote del celebre Cavaliere, avrebbe abbracciato il microfono per cimentarsi nel mondo del rap? Se il nonno Silvio Berlusconi si dilettava a intrattenere i suoi ospiti con canzoni francesi e napoletane, spesso accompagnato dal fedele Mariano Apicella alla chitarra, il giovane Silvio ha preso una strada musicale ben diversa, ma non meno affascinante.

Durante le vacanze estive nella villa di famiglia “Blue Horizon” alle Bermuda, Silvio Vanadia ha mostrato la sua passione per il rap, intrattenendo amici e fidanzata con esibizioni che, sebbene lontane dalle grandi platee, lasciano intravedere il desiderio di fare della musica il suo percorso. Nato lo stesso giorno del nonno, il 29 settembre, e portando il suo nome, il giovane Silvio sembra condividere con l’ex presidente del Consiglio non solo un legame di sangue, ma anche una forte passione per la musica, sebbene declinata in chiave moderna.
Il profilo Instagram di Silvio Vanadia conferma questa inclinazione, con riferimenti a rapper come Sfera Ebbasta e Gemitaiz, e immagini che lo ritraggono mentre si cimenta con il microfono. Chissà, forse il talento artistico ereditato dal nonno, che iniziò la sua carriera come pianista sulle navi da crociera, troverà un nuovo sbocco nel rap, dimostrando che la vena artistica della famiglia Berlusconi è viva e vegeta, anche se con un ritmo tutto nuovo.
Chissà che alla fine, oltre al nome e alla musica, il nipote del Cavaliere non trovi dentro di sé altre similitudini con il nonno… magari in politica!
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
Cronaca
Corona alza il tiro: Signorini è solo la porta d’ingresso, il vero colpo è contro la famiglia Berlusconi. E il solito show a colpi di “verità”
A Lo stato delle cose Fabrizio Corona riscrive il senso dello “scandalo Signorini”: non un attacco personale, ma un affondo contro il cuore del sistema Mediaset e, per estensione, contro la famiglia Berlusconi. In mezzo spunta Marina, evocata come possibile protagonista politica. Ma il racconto dell’ex paparazzo procede con la sua solita miscela: frasi-choc, minacce di altro materiale, paura dichiarata e un copione che sembra costruito per restare al centro della scena.
C’è un modo molto semplice per capire quando un caso di gossip smette di essere un caso di gossip: quando qualcuno decide di trasformarlo in una resa dei conti contro un “sistema”. È esattamente quello che sta facendo Fabrizio Corona, che nelle ultime settimane ha preso la vicenda legata ad Alfonso Signorini e l’ha spinta oltre la dimensione del pettegolezzo, trascinandola in un territorio più torbido: quello del potere, dei rapporti, delle leve che contano davvero.
E la cosa più interessante, paradossalmente, è che Corona lo dice senza più maschere. Intervistato a Lo stato delle cose, il programma di Rai3 condotto da Massimo Giletti, l’ex paparazzo invita a non fermarsi alla “lettura banale” delle accuse e delle polemiche. Poi, come fa sempre quando vuole segnare un punto, butta lì la frase che sposta l’asse: di Signorini, testuale, non gli interessa nulla. Non è il bersaglio principale. È l’innesco. È il nome utile a far aprire porte, a far tremare stanze, a far parlare tutti.
Il bersaglio vero, nel racconto di Corona, è Mediaset. E quindi – inevitabilmente – la famiglia Berlusconi. Lui la mette giù così, con quella brutalità da bulldozer che ha sempre usato come stile e come scudo: Signorini sarebbe “l’uomo più importante di Mediaset”, quindi colpire lui significa colpire l’architettura della comunicazione, non una singola persona. È un salto di categoria: dal gossip alla guerra di posizione.
Ed è qui che entra in scena il nome che, anche solo pronunciato, fa cambiare il tono alle conversazioni: Marina Berlusconi. La domanda che viene posta in trasmissione è limpida: se attacchi Mediaset, stai attaccando politicamente la famiglia? Corona risponde senza esitazioni, e subito dopo aggiunge l’elemento più esplosivo: sostiene di aver dato una notizia precisa, cioè che Marina – non Pier Silvio – vorrebbe scendere in politica. E in quel momento il ragionamento diventa un teorema: se Marina si muove sul terreno politico, allora bisogna “raccontare” anche ciò che lui definisce il sistema Signorini.
Ora, qui vale la pena essere chiari: Corona costruisce un impianto narrativo in cui ogni tassello serve a rendere più grande il quadro e più centrale il suo ruolo. Non parla più come uno che porta un fatto e si ferma lì. Parla come uno che mette una bandierina e annuncia che il resto arriverà dopo. Ed è sempre la stessa tecnica: tenere tutti agganciati, creare attesa, alimentare inquietudine. “Non è finita”, “c’è altro”, “arriveranno altre denunce”. È un linguaggio che somiglia più a una serie a puntate che a un lavoro serio di ricostruzione.
In tv Corona nega di muoversi per conto di qualcuno, respinge l’idea della regia occulta e si dipinge come una mina vagante, non controllabile. E contemporaneamente inserisce un altro ingrediente che conosce benissimo: la paura. Dice di temere che tutto possa ritorcersi contro di lui. Evoca il rischio. Sottolinea che “dire la verità” è pericoloso. È un modo molto furbo di blindare il racconto: se lo attaccano, è perché “ha toccato i potenti”; se lo contestano, è perché “il sistema reagisce”; se sbaglia, la colpa è dell’aria pesante intorno. Una narrazione che lo protegge sempre, comunque vada.
Poi c’è il capitolo Signorini, che Corona prova a riorganizzare come rapporto mai sentimentale, mai amicale: solo affari. Dice che si conoscono da trent’anni, che hanno lavorato insieme, che Signorini era vicedirettore di Chi quando lui riforniva il settimanale di copertine e servizi. Rivendica numeri, peso, centralità. E ci tiene a precisare che non si tratta di vendetta, anche se ogni riga del racconto suona esattamente come un conto presentato a fine serata. La chicca cattiva, poi, è quella che sa di dispetto mascherato da cronaca: “alla festa dei 30 anni di Chi non mi ha invitato”. Sembra una frase piccola, ma è esattamente il tipo di dettaglio che Corona usa per dire: io ero dentro, e poi mi hanno messo fuori.
Il punto vero, però, è un altro: Corona non sta semplicemente parlando di Signorini. Sta usando Signorini come simbolo. E quando uno trasforma una persona in simbolo, succede sempre la stessa cosa: la persona sparisce, resta il bersaglio. Diventa una silhouette su cui proiettare “il sistema”, “la macchina”, “il potere”. È comodo, perché non devi più dimostrare tutto: ti basta suggerire.
E infatti la frase più rivelatrice arriva quando Corona ammette, senza troppi giri, la natura della sua operazione: dice di essere entrato in quel mondo con un unico obiettivo, entrare per poi distruggerlo. Non è giornalismo, è vendetta sceneggiata. È un film in cui lui vuole essere protagonista, regista e voce narrante. E in un film così, il rischio è evidente: la verità diventa accessoria, la precisione un optional, la responsabilità un intralcio.
Nel frattempo, mentre Corona si autocelebra come detonatore, la domanda che Giletti butta sul tavolo resta la più pesante: il bersaglio finale è davvero Signorini o in realtà è Marina Berlusconi? Corona la gira come vuole, ma intanto il nome è stato pronunciato, l’ombra è stata proiettata, il sospetto è stato seminato. E questo, nel gioco della comunicazione, è già mezzo risultato: non serve provare, basta insinuare. Non serve dimostrare, basta far parlare.
È qui che il teatrino mostra la sua faccia peggiore. Perché se davvero si vuole “pulire” un sistema, servono fatti solidi, riscontri, procedure, responsabilità. Non bastano le frasi da palco e le minacce a puntate. Corona invece fa il contrario: alza il volume, promette altro materiale, annuncia nuove denunce, alimenta la tensione. Tiene tutti dentro la sua sceneggiatura, dove lui è l’unico personaggio indispensabile.
E allora sì, si può raccontare il dietro le quinte della famiglia Berlusconi, si può raccontare Mediaset, si può raccontare la catena di comando del gossip e della tv. Ma bisogna farlo senza diventare ciò che si dice di combattere. Corona, al momento, sembra più interessato a far saltare il banco che a spiegare davvero come funziona il casinò. E quando uno giura che “non si fermerà”, la vera domanda non è quante puntate mancano: è chi, alla fine, incasserà davvero il colpo.
Cronaca
Crans-Montana, il volto dietro i video virali: chi era Cyane Panine, la giovane cameriera morta nel rogo
Famiglia e legali ribadiscono: non aveva responsabilità. Le indagini puntano su gravi carenze di sicurezza e su un’uscita di emergenza rimasta chiusa.
I video circolati in rete nelle ore successive alla tragedia di Capodanno a Crans-Montana sono diventati il simbolo di una notte finita in dramma. In quelle immagini, girate poco prima che le fiamme divorassero il locale Le Constellation, si vede una giovane cameriera avanzare tra la folla con bottiglie di champagne decorate da bengala accesi. Indossa il casco del bar ed è sollevata sulle spalle di una persona mascherata, mentre le scintille salgono verso il soffitto rivestito di materiale fonoassorbente altamente infiammabile. Pochi istanti dopo, il fuoco si propaga rapidamente, trasformando la festa in un inferno.
Oggi quella ragazza ha un nome. Si chiamava Cyane Panine, aveva 24 anni ed è una delle 40 persone che hanno perso la vita nell’incendio, oltre ai 116 feriti. La sua identità è stata confermata da testimonianze, immagini e dagli interrogatori raccolti dagli inquirenti svizzeri. Un dettaglio, in particolare, ha reso inequivocabile il riconoscimento: i lunghi capelli biondi intrecciati, ben visibili dietro il casco, corrispondono a quelli della giovane cameriera francese.
Secondo quanto emerso dalle trascrizioni degli interrogatori, rese note dal quotidiano svizzero Tages-Anzeiger, i gestori del locale, Jacques e Jessica Moretti, hanno riconosciuto Cyane nei filmati della serata. La ragazza aveva con loro un legame molto stretto, quasi familiare. «Era come una figlia per noi», avrebbe raccontato Jessica Moretti agli investigatori, ricordando che Cyane aveva trascorso anche il Natale insieme alla loro famiglia.
La notte dell’incendio, Jacques Moretti avrebbe tentato di rientrare nel locale subito dopo lo scoppio delle fiamme. L’ingresso principale era impraticabile, così lui e un’altra persona sarebbero riusciti ad accedere da una porta di servizio. Quella porta, però, risultava chiusa dall’interno. Dietro di essa avrebbero trovato diverse persone a terra, prive di sensi. Tra loro c’era anche Cyane Panine. «Abbiamo provato a rianimarla a lungo, finché i soccorritori non ci hanno detto che non c’era più nulla da fare», avrebbe dichiarato.
Un punto centrale dell’inchiesta riguarda proprio quella porta, che secondo i familiari avrebbe dovuto funzionare come uscita di emergenza. «Nostra figlia voleva scappare e aiutare gli altri a uscire, ma quella porta non si apriva», hanno raccontato i genitori in un’intervista all’emittente France 3, esprimendo incredulità e dolore.
L’avvocata Sophie Haenni, che rappresenta la famiglia Panine, ha chiarito che la giovane non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi nel seminterrato del locale. «Il suo compito quella sera era accogliere i clienti al piano terra», ha spiegato. Sarebbe stata chiamata a scendere solo per dare una mano ai colleghi, a causa dell’elevato numero di ordinazioni. «Non aveva ricevuto alcuna formazione specifica sui rischi né era stata informata della pericolosità dei materiali presenti», ha aggiunto il legale, sottolineando che attribuirle una responsabilità sarebbe ingiusto.
Le indagini dovranno stabilire con precisione le cause dell’incendio, ma l’ipotesi principale resta quella dell’accensione simultanea di numerosi bengala in un ambiente non idoneo. Per i familiari e i loro rappresentanti, una cosa è certa: la tragedia poteva essere evitata se le norme antincendio fossero state rispettate e se i controlli fossero stati adeguati.
Cyane Panine, diventata suo malgrado un volto virale, viene oggi ricordata come una giovane donna solare, generosa, “con un cuore grande”, come l’ha descritta la madre. Una vita spezzata troppo presto, che riporta al centro del dibattito la sicurezza nei locali notturni e il prezzo altissimo che si paga quando le regole vengono ignorate
Mondo
Charlie Hebdo e la vignetta su Crans-Montana: satira, dolore e il confine della decenza
Una caricatura pubblicata durante il lutto nazionale in Svizzera riaccende il dibattito sul ruolo dell’umorismo quando si confronta con una tragedia recente.
Una nuova vignetta di Charlie Hebdo è tornata al centro delle polemiche internazionali, riaprendo una discussione mai sopita: fino a che punto la satira può spingersi quando incrocia il dolore collettivo. Questa volta il bersaglio del disegno è la tragedia avvenuta nella notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove un incendio scoppiato all’interno di un locale ha provocato la morte di 40 persone, tra cui sei giovanissimi italiani.
La vignetta, pubblicata sui profili social ufficialzI del settimanale satirico francese e firmata dal disegnatore Salch, raffigura due personaggi caricaturali che richiamano degli sciatori. Sopra l’illustrazione compare la scritta «Les brûlés font du ski» (“Gli ustionati sciano”), mentre in basso si legge «La comédie de l’année» (“La commedia dell’anno”). Il riferimento è esplicito al celebre film comico francese del 1979 Les Bronzés font du ski, un cult della commedia d’oltralpe. Un gioco di parole che, però, ha urtato profondamente la sensibilità di molti.

L’indignazione sui social
La pubblicazione è arrivata in una giornata particolarmente delicata: quella del lutto nazionale proclamato in Svizzera per commemorare le vittime dell’incendio. In poche ore, Instagram e X si sono riempiti di commenti durissimi. Numerosi utenti hanno accusato la rivista di cinismo e mancanza di rispetto verso le famiglie colpite.
Tra le voci più ascoltate c’è stata quella di Julie Bourges, giovane influencer francese nota per aver raccontato pubblicamente la propria esperienza di ustionata in seguito a un grave incidente avvenuto durante l’adolescenza. «Questo non è umorismo, è un’ulteriore forma di violenza», ha scritto. «Dire che esiste un limite non significa censurare, ma ricordare il valore della decenza».
Satira o provocazione?
Charlie Hebdo, da sempre, rivendica il diritto di urtare e provocare, considerandolo parte integrante della propria identità editoriale. La testata ha costruito negli anni la sua fama – e le sue controversie – su una satira radicale, spesso indirizzata verso religione, politica e attualità tragica. Tuttavia, proprio la vicinanza temporale alla tragedia e il coinvolgimento di vittime giovanissime hanno reso questa vignetta particolarmente difficile da accettare per una parte consistente dell’opinione pubblica.
Un confine sempre più discusso
Il caso di Crans-Montana riporta al centro una domanda irrisolta: esiste un limite temporale o morale alla satira? Per alcuni, l’umorismo deve essere libero anche quando ferisce, perché solo così mantiene la sua funzione critica. Per altri, il rispetto per il dolore umano dovrebbe prevalere, soprattutto quando le ferite sono ancora aperte.
In assenza di risposte definitive, resta una certezza: quando la satira incontra una tragedia recente, il rischio di trasformare la provocazione in offesa è altissimo. E il confine tra libertà di espressione e mancanza di umanità continua a essere sottile, fragile e profondamente divisivo.
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