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Storie vere

Altro che Sky e Netflix: nel Biellese riapre il cinema a luci rosse!

Chiuso dal 2020, nella provincia di Biella riapre il cinema a luci rosse Play Movie, rilanciato dal giovane imprenditore Flavio Tromboni (nome omen…). In un mondo dominato dallo streaming, la pellicola hot torna protagonista.

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    A Cossato riapre il cinema a luci rosse Play Movie, chiuso dal 2020 e ora rilanciato dal giovane imprenditore Flavio Tromboni. In un mondo dominato dallo streaming, la pellicola hot torna protagonista. Una scommessa retrò che potrebbe accendere l’economia locale, una scelta indubbiamente coraggiosa che mescola nostalgia – secondo alcuni – e spirito di comunità. Il Play Movie non è solo una sala a luci rosse: per i non-bacchettoni è un manifesto contro l’appiattimento digitale.

    Ritorno al futuro… vietato ai minori

    Nel cuore del Biellese, dove il tempo sembra scorrere più lento e i sabati pomeriggio profumano di nostalgia, riapre un’istituzione tanto discussa quanto amata: il Play Movie, storico cinema a luci rosse di Cossato. A riaccendere il proiettore è Flavio Tromboni, 25 anni, già noto per gestire il leggendario Roma Blu di Torino. La sua missione? Riportare il piacere offline al centro della scena.

    Addio buffering, bentornato brivido

    Mentre il resto del mondo si perde tra contenuti digitali, abbonamenti multipli e connessioni instabili, Cossato sceglie l’autenticità della sala buia, delle poltrone imbottite e dei sussurri imbarazzati tra sconosciuti. Con 200 posti a sedere, aria condizionata e un catalogo rigorosamente vietato ai minori, il cinema riapre le sue porte ogni weekend, dal sabato alla domenica, dalle 15 fino a mezzanotte. Altro che binge-watching, qui si parla di experience watching.

    Turismo sess…ehm, culturale

    Non è solo una questione di eros: il ritorno del Play Movie è anche un’occasione per ridare vita all’economia locale. Con appena due cinema porno attivi in tutto il Piemonte, e il più vicino a Piacenza, Cossato si candida a diventare una meta per appassionati del genere. Si parla già di car sharing tra province, birre post-film nei bar vicini e – perché no – una piccola rivoluzione nel turismo esperienziale.

    Soft lighting, hard impact

    La struttura è stata completamente ristrutturata: nuovo impianto audio, sedute comode, luci soffuse e un’atmosfera che strizza l’occhio ai gloriosi anni ’90 del cinema erotico. Un mix perfetto tra nostalgia e intrattenimento che, secondo Tromboni, “può attrarre spettatori da tutto il Nord Italia”. A guidarlo, non solo il desiderio (in ogni senso del termine), ma una visione culturale ben chiara: “La gente ha bisogno di tornare a vivere le cose insieme. Anche il piacere”.

    Kant o “La supplente fa l’orale”?

    Naturalmente, non mancano le polemiche. C’è chi grida al degrado culturale e chi invoca proposte più “elevate”. Ma la verità è semplice: tra una sala vuota con un documentario sulla dialettica hegeliana e una sala piena per un titolo vintage dai doppi sensi espliciti, è chiaro quale delle due fa girare (l’economia).

    Il biglietto? Costa meno di un abbonamento streaming

    Il prezzo d’ingresso è competitivo, e l’esperienza è irripetibile. Perché il Play Movie non è solo un cinema: è un salto temporale, una provocazione e, per molti, un appuntamento fisso con il passato… e con il desiderio

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      Scopre il tradimento del fidanzato e si vendica “ridecorando” la sua camera con le immagini delle ragazze

      Ha scoperto i tradimenti del suo fidanzato e ha deciso di vendicarsi in modo eclatante tappezzando la stanza del ragazzo con le prove dei suoi tradimenti.

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        Quando si ama, è naturale promettersi il “per sempre”, ma non sempre le cose vanno come previste. Questo lo sa molto bene la giovane Emely Zambrano, una ragazza dell’Arizona che ha scoperto una dolorosa verità sul tradimento del suo ragazzo. Emely non ci voleva credere e se l’è legata al dito. Ha aspettato e ha messo in opera la sua stravagante vendetta. Stravagante ma efficace. Eh sì perché invece di chiudere la relazione in silenzio, Emely ha documentato tutto sui social, dove il suo gesto ha suscitato reazioni contrastanti. C’è chi l’ha applaudita e chi l’ha definita “folle”.

        Una vendetta che ha il sapore della colla

        Tutto è iniziato quando, sfogliando il cellulare del fidanzato per recuperare alcune foto delle vacanze, ha trovato centinaia di messaggi e immagini che dimostravano i suoi tradimenti con ben tre ragazze diverse. A quel punto, invece di una semplice discussione, per il tradimento Emely ha architettato una vendetta memorabile e assai collosa…

        La creatività al potere

        Ha stampato tutte le conversazioni incriminate, pagina dopo pagina, quindi ha comprato la supercolla spray. A quel punto ha tappezzato l’intera stanza del ragazzo con le prove , ricoprendo i muri e persino lo specchio. “Dopo ciò che ha fatto ora non potrà più guardarsi allo specchio“, ha commentato nel video, aggiungendo che “le future ragazze che entreranno nella stanza sapranno subito chi chi hanno a che fare“. Avendo filmato la sua opera le reazioni del web non si sono fatte attendere: tra critiche e molti applausi. Il suo gesto, infatti, è diventato virale, dividendo il pubblico.

        Un tradimento smascherato

        Molti utenti hanno elogiato la sua creatività e il coraggio di smascherare il traditore, mentre altri hanno sottolineato che un’azione del genere potrebbe indicare problemi da entrambe le parti. Insomma tra le righe le hanno dato della squilibrata… Qualunque sia l’opinione, una cosa è certa: il suo ex non dimenticherà facilmente questa “ridecorazione” indimenticabile.

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          Una coppia alla ricerca della felicità: cambia vita su una piccola isola del Tamigi

          Dalla metropoli alla natura: la scelta coraggiosa di una giovane coppia che lascia Londra a causa del caro affitto e va a vivere su isola del Tamigi.

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            Sacha Pritchard, 25 anni, e il suo compagno Matt King, 28 anni, hanno deciso di abbandonare la frenesia e i costi proibitivi della vita a Londra per trasferirsi su una piccola isola nascosta nel fiume Tamigi. Dopo anni passati a pagare affitti esorbitanti per minuscoli appartamenti condivisi con altre persone, questa giovane coppia ha trovato una soluzione decisamente fuori dagli schemi.

            Sul Tamigi una vita diversa ma appagante

            La loro nuova casa è un bungalow spazioso con una splendida vista sul fiume. Un affitto più ragionevole rispetto agli standard cittadini ha permesso loro di risparmiare l’equivalente di oltre 20.000 euro all’anno rispetto a quanto spendevano nei sette anni precedenti in città. Il costo include anche il trasporto in barca, dato che l’isola non è collegata alla terraferma da alcun ponte. La dipendenza dalla barchetta a motore rappresenta sia una peculiarità affascinante che una sfida logistica. Sacha usa questo mezzo per raggiungere il lavoro, dove presta servizio quattro giorni alla settimana. Tuttavia, quando il motore si è guastato, la coppia è rimasta bloccata sull’isola finché il problema non è stato risolto.

            Una comunità unita

            Sull’isola sul Tamigi vivono circa venti persone, un numero ridotto che ha favorito la nascita di una comunità stretta e solidale. Condividere questo particolare stile di vita ha permesso a Sacha e Matt di sentirsi parte di un gruppo unico, sebbene la vita sociale possa essere limitata. “Se uno di noi ha bisogno di andare sulla terraferma, l’altro deve accompagnarlo,” raccontano. Questo aspetto logistico richiede coordinazione e pazienza, ma per loro ne vale la pena.

            Una scelta di vita che ripaga

            Nonostante le sfide, Sacha ha dichiarato alla BBC Radio London: “Posso dire onestamente che è una delle cose migliori che abbiamo mai fatto, finanziariamente e mentalmente. Solo per essere nella natura ogni singolo giorno, ci godiamo ogni secondo“. La coppia ha mostrato la loro vita quotidiana su TikTok, dove raccontano come questa scelta sia stata liberatoria. La possibilità di vivere circondati dalla natura, lontani dal caos urbano, ha avuto un impatto positivo sulla loro salute mentale e sul loro rapporto.

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              Storie vere

              Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

              Tra sicurezza, immagine e polemiche legali, i ristoranti diventano sempre più selettivi. E il confine tra libertà d’impresa e discriminazione resta sottile.

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              Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

                Ha deciso di tracciare una linea netta, senza mediazioni né mezzi termini. Lo chef palermitano Natale Giunta ha annunciato sui social il divieto assoluto di ingresso ai cosiddetti “maranza” nei suoi locali CitySea, a Palermo. Il video, diventato virale, usa toni duri e un linguaggio diretto: niente tute lucide, occhiali griffati falsi, collane vistose e atteggiamenti intimidatori. «Qui non sei gradito», è il messaggio, accompagnato da un appello ai colleghi perché aderiscano all’iniziativa.

                Intervistato dal Corriere della Sera, Giunta ha spiegato di non voler colpire un’estetica, ma un comportamento ricorrente: gruppi numerosi che entrano nei locali con atteggiamenti aggressivi, spesso sfociati in risse. Un problema che, sottolinea, mette a rischio non solo i clienti e i lavoratori, ma anche la sopravvivenza stessa dell’attività. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza vieta in generale di rifiutare l’accesso al pubblico, ma attribuisce agli esercenti una responsabilità diretta se episodi violenti avvengono dentro o fuori dal locale, con il rischio concreto di sospensioni e chiusure.

                Il caso di Palermo ha riacceso un dibattito che va ben oltre la Sicilia. In Italia e all’estero esistono da tempo ristoranti e locali che applicano divieti considerati “assurdi”, ma perfettamente reali. A Firenze e Venezia, ad esempio, diversi ristoranti hanno imposto il divieto di entrare in infradito o abbigliamento da spiaggia, per tutelare il decoro in aree ad alta pressione turistica. A Milano e Roma non sono rari i locali che vietano l’ingresso ai bambini sotto una certa età, una scelta dichiarata apertamente e motivata con la volontà di offrire un’esperienza “adults only”.

                All’estero il fenomeno è ancora più evidente. A New York e Londra alcuni ristoranti hanno bandito l’uso dei telefoni cellulari a tavola, chiedendo ai clienti di consegnarli all’ingresso per favorire la conversazione. In Francia e in Spagna esistono locali che rifiutano influencer e creator, per evitare richieste di pasti gratuiti in cambio di visibilità. In Giappone, infine, non mancano ristoranti che accettano solo clienti abituali o che parlano la lingua, per garantire il rispetto delle regole della casa.

                Dietro queste scelte, spesso controverse, c’è una trasformazione del ruolo del ristoratore, sempre più stretto tra accoglienza e controllo. Giunta respinge le accuse di discriminazione e parla di tutela collettiva, rivendicando una “sete di giustizia” nata da anni di tensioni e violenze. Il suo gesto divide, ma solleva una domanda centrale: fino a che punto un locale può — o deve — selezionare chi varca la soglia?

                In un’epoca di cronache segnate da risse e aggressioni, il “ristorante non maranza” diventa così il simbolo di un disagio più ampio. Non solo una provocazione social, ma lo specchio di una società che fatica a trovare un equilibrio tra libertà individuale, sicurezza e rispetto degli spazi condivisi.

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